Quattordicesimo capitolo del libro La lampada di Aladino
Patrimonio e matrimonio
Ruggero Chinaglia Ci sono questioni, interrogativi? Siamo quasi alla conclusione dell’indagine.
Cecilia Maurantonio Riprendo qualcosa dello svolgimento del fantasma che precedentemente ha specificato con la figura del mago, come fantasma del padre. Adesso, mi chiedevo, tenendo conto di ciò che ha detto la volta scorsa intorno all’annunciazione, se con la principessa si dissipa il fantasma materno, cioè se interviene un’immagine altra per cui la madre non fonda più la genealogia delle donne. Con la principessa si avvia lo svolgimento della identificazione? È principessa in quanto figlia del sultano e con lei si avvia l’identificazione dello sguardo come punto di sottrazione, con il sultano per quanto concerne lo specchio come punto di distrazione? Riguardo al fratello del mago, che la volta scorsa ipotizzavo come fantasma del sultano, con la sua uccisione, quindi con il distacco, il sultano interviene in altro modo? Qualcosa di specifico all’oggetto: dal percorso del fantasma, dall’assoluto delle operazioni, alla scrittura dell’oggetto?
R.C. Va bene. Ci sono altri che abbiano lavorato un po’ in questi giorni? Che abbiano da testimoniare della produzione intellettuale? O sono stati giorni passati nell’attesa del trapasso?
Bruna Milesi Sono stata costretta a leggere la fiaba e l’ho trovata molto interessante, anche se va letta non solo una volta. Nel leggerla mi ponevo la questione di chi è il protagonista e mi sono chiesta cosa vuole dire protagonista. Comunque, se devo dare al protagonista una mia definizione, nella fiaba il protagonista è la ricchezza. Mi balzava questa come protagonista, perché tutto quanto ruota attorno a come i vari soggetti, viene proprio da dire subjectum, si rapportano alla ricchezza e ci sono varie sfumature: Aladino e poi la madre di Aladino, la cui figura secondo me è molto ben delineata; la principessa stessa, anche il papà della principessa, il sultano; ma sopra tutto Aladino, la mamma e la principessa. Aladino e la mamma, all’inizio, chiedono al genio di mangiare – a parte che si mangia sempre in questa storia, tutti mangiano, probabilmente in un mondo in cui c’è tanta fame si mangia; c’è questo elemento del mangiare – e non ricorrono alla lampada se non quando c’è la fame. Vendono i piatti d’oro, però la storia dice che Aladino e la mamma, essendo stati poveri, non sanno pesare quei piatti d’oro, per tanto il ricorso alla lampada è soltanto… Non si lasciano, come in altre storie analoghe o come nelle semplificazioni delle storie di Aladino, prendere la mano dalla voglia, dalla bramosia del denaro, della ricchezza, ma continuano la loro vita. La mamma non cambia gli abiti, continua a vestire poveramente. Però, Aladino, a differenza della mamma usa la lampada, la gestisce, la porta avanti, mentre la mamma ha paura della lampada, tanto è vero che è lei che per prima pulisce la lampada, è lei che per prima vede il genio e, terrorizzata, dice: “Butta via quella lampada che ho troppa paura del genio, ho troppa paura di quell’omaccione che viene fuori”. Poi la mamma si vota alla povertà, diventa monaca, diventa santa, cioè, prende la ricchezza nell’alternativa bene e male, e in questa alternativa la ricchezza è il male, tanto è vero che lei ne rifugge e va nell’eremo, in questa alternativa lei trova la morte.
R.C. Chi?
B.M. La mamma.
R.C. Quando?
B.M. La mamma di Aladino viene uccisa dal…
R.C. La mamma viene uccisa?
B.M. La mamma di Aladino non viene uccisa?
R.C. Ah, lei ha capito così? Avrà i suoi motivi. Lei ha capito che era la mamma di Aladino. E poi?
B.M. Poi, ritornando all’uso che Aladino fa della ricchezza, non la tiene per sé, usa la ricchezza per acquistare un bene migliore, vale a dire, arrivando alla reggia del sultano butta i soldi, di modo che quando avrà bisogno del popolo, lui se ne è comprata la benevolenza. Pertanto, il popolo, quando il sultano gli nega la sua benevolenza, insorge per salvare Aladino. E poi la figlia del sultano che, invece, pur essendo nata ricca, la lampada la butta via perché vuole rendersi conto se quel birbaccione che sta dando lampade nuove in cambio di lampade usate è effettivamente il mago o no. Quindi dà la propria lampada, la lampada di Aladino.
R.C. Bene. Pare che abbia colto qualcosa.
B.M. Anche la morte della mamma.
R.C. Quella no. Quello è un dettaglio da chiarire. Ha colto qualcosa d’altro di rilevante. Altre domande?
Maria Antonietta Viero Riprenderei alcuni significanti della scorsa settimana. La parità, l’imparità, l’impari e la famiglia mi facevano pensare a qual è l’idea o qual è il fantasma che sottende l’idea di una continuità, che impedisce la differenza e si presenta come fantasia di scampato pericolo? Questo ha a che fare con l’impari? E come l’eccezione o l’una volta per tutte, non è ripetibile se la ripetizione non incontra la ripetitività, perché è ciò che non è mai stato? Però, probabilmente, è una fantasia che continuità e ripetitività possano in qualche modo esorcizzare l’idea di scampato pericolo per l’impari o per la differenza che avverrebbe.
R.C. Lo scampato pericolo?
M.A.V. Sì. Ho pensato che la questione dello scampato pericolo poteva essere qualcosa che riguarda una sfida a Dio, una sfida al fantasma, all’operatore e, mi chiedo se c’è un avvicinamento tra l’impari e l’altro fratello.
R.C. Ci sono altre domande?
Alessio Menegazzo Avrei preparato cinque domande.
R.C. Cinque? Sullo specifico di Aladino?
A.M. No, è un altro campo.
R.C. Stavo parlando dello specifico, della questione Aladino. È di questo che stiamo ragionando. Lei ha letto la storia?
A.M. Aladino potrebbe essere colui che si presenta per una richiesta d’aiuto.
R.C. Si presenta a chi?
A.M. A lei!
R.C. Ah, lei vorrebbe sapere quale sarebbe la mia risposta a chi si presentasse…
A.M. Se può dare una risposta anche in termini psichiatrici. Oppure, dirigendo il soggetto…
R.C. Se non c’è soggetto, lei come può dirigere il soggetto?
A.M. Siccome guardando le pagine gialle ho trovato tra gli “specialisti in psichiatria e neurologia” il nome “Dottor Ruggero Chinaglia”, allora mi chiedevo cosa ha questo a che fare con la psicanalisi.
R.C. Le pagine gialle mescolano cose tra loro differenti. Io sono specialista in molte cose, e ciò non toglie che ciascuna cosa dia un contributo alla ricerca. Perché non ci si deve arricchire, non si deve ricercare, si deve essere ignoranti? Lei ritiene che chi fa psicanalisi debba essere assolutamente ignorante? Ignorante in tutto e allora può fare psicanalisi? Io ritengo invece che la psicanalisi è alla punta, alla punta della ricerca e quindi si avvale di tante cose. La cifrematica integra ciascuna cosa, è integrazione, procedura per integrazione, per cui si avvale di tantissime cose, della scienza, dell’arte, della cultura, della scrittura. Non c’è contrasto fra le cose!
A.M. Bene, intanto questa è la prima.
R.C. Vediamo d’incominciare a rispondere a alcune notazioni che ho raccolto, a partire dal dibattito della settimana scorsa e di quella precedente. Sono notazioni che vengono dalla lettura e dall’analisi della Storia di Aladino e della lampada meravigliosa per cogliere quale sia il caso clinico. La scommessa sta in direzione del caso clinico, dunque la scommessa è in direzione della dissipazione del fantasma materno, cioè del fantasma di fine, detto anche fantasma di mortalità. Per molti, l’idea della nascita è già l’idea della morte, in quanto ripropone il mito della cacciata, la cacciata dal giardino e la fantasia di una immortalità naturale che la nascita farebbe finire. A questo allude il motto “Non ho chiesto io di nascere, e pertanto…”, con le rivendicazioni del caso. È un enunciato che postula una vita prima della nascita, una vita beata, facile, senza difficoltà. Da cui l’idea della nascita come discesa nella valle di lacrime. L’idea della valle di lacrime è già idea di matricidio. Matricidio come applicazione dell’idea della fine, applicazione di un fantasma materno, cioè la negazione della madre e del suo mito così come può esserci la negazione del padre e del suo mito.
Dunque, il matricidio come reazione al parricidio e alla sessualità. Ora, chiamiamo parricidio non già la messa a morte del padre, ma la funzione in atto del padre; c’è questa distinzione da fare. Mentre il matricidio è la negazione della madre, il parricidio è la funzione paterna in atto. Parricidio originario.
Cos’è anche il parricidio? Il parricidio è l’assenza di parità. Parricidio: assenza di pari, di parità. Assenza di parità sociale. Funzione di padre in atto. L’altra faccia del parricidio è la sessualità. Dove non c’è sessualità, c’è l’idea di parità. Ogni tentativo di salvare la parità nega la funzione di nome, la funzione di significante, la funzione di Altro e nega anche la politica, cioè la sessualità. Ogni tentativo di parificazione toglie il tempo e la sua politica, toglie la sessualità. Non c’è parità.
Pubblico Il parricidio è assenza di parità?
R.C. Sì, assenza di parità.
Pubblico E allora anche assenza di sessualità?
R.C. No, il contrario. Parricidio: assenza di parità. Parricidio e sessualità. Anche la sessualità è assenza di parità. La sessualità è in assenza di parità, pertanto non c’è mai omosessualità. Mai omosessualità perché non c’è parità, non c’è omologia, non c’è omoios, non c’è pari sociale, non c’è simile. La sessualità esclude l’omoios, la sessualità che procede sempre dall’impari, cioè dalla differenza.
L’idea di omosessualità è, pari pari, la negazione della sessualità, parodia della sessualità, economia della sessualità. Questo è importante. Non è questione di uomini e di donne quanto alla sessualità. È questione della differenza, se è ammessa o se è negata, se c’è, se è in atto o se viene tolta. La negazione o il toglimento della sessualità è il matricidio, matricidio in cui il tempo finisce. Finisce, o può finire, o deve finire; nelle sue varianti è pensato come destinato a finire. Un’altra idea è che il tempo passi o duri, sempre idee della fine del tempo.
Pubblico Il matricidio procede dall’idea di parità?
R.C. Esatto, dall’idea di parità. Diciamo che l’idea di parità è matricida, come quando qualcuno dice: “Lei dice questo a me! E lei, allora?”, “Tu dici questo a me! E tu, non sei uguale?”, “Fai le stesse cose, quindi siamo pari”, “Ma come, tu pretendi questo da me! E tu, perché non le fai tu?”. Tu e io come pari, nella parità. “Eh no! Come io! E lei? Innanzi tutto, faccia prima lei!”.
“Pari”. “Siamo pari”. Negazione assoluta della differenza, dell’autorità. Parità sociale. Matricidio, islamismo… Anche l’enunciato “Siamo tutti servi”, per esempio di Allah. “Siamo tutti servi” è platonismo. “Siamo tutti schiavi del padrone”, l’unico che conosce l’origine dei nomi e che dunque è padrone perché può formulare correttamente la domanda.
Quindi, la parità: parità sociale, parità degli schiavi. Perché la parità è sempre degli schiavi e promuove sempre il riscatto, la ribellione che è sempre ribellione contro il padre. La ribellione è filiale, è contro il padre per il riscatto del figlio che finalmente può fare come il padre. Facile a dirsi ma “Come il padre non puoi essere”. Questo già Freud lo diceva: “Come il padre devi essere, ma come il padre non puoi essere”. Impossibilità della parità. Idea che mai si realizza. Come il padre devi essere è l’imperativo del super-io, dice Freud, ma come il padre non puoi essere.
E tuttavia c’è questo mito, il mito del padre, il mito intoglibile. Ma, appunto, ci pensa il matricidio a toglierlo! Idea di parità e il padre è tolto, il padre è morto, è messo a morte; e se il padre è morto il figlio è destinato a morire, e l’Altro, l’Altro irrappresentabile e insignificabile, è volto alla significazione, alla rappresentazione, alla presentificazione e gli viene attribuito un significato per cui rappresenta il male, la morte, il nemico. Quindi, nella parità, quando tutto è bene o tutto è male, s’insedia il fatalismo del bene o del male.
Il corollario del matricidio è l’infanticidio e l’omicidio, ivi compreso il suicidio. Matricidio è anche assenza di combinazione e di combinatoria. La combinazione è un termine interessante. La binazione, il bis, il due, il due originario, l’apertura, l’ossimoro, con il matricidio viene tolto perché s’instaura l’alternativa. Non più positivo-negativo come ossimoro, bene-male come ossimoro, alto-basso come ossimoro, ma, o bene o male, o positivo o negativo, o vita o morte.
L’alternativa. Senza combinazione, l’alternativa. Nell’alternativa niente più materia intellettuale, niente più qualificazione, la qualità delle cose. Le cose sono tali, si tratta di localizzarne l’origine, la fine e la causa finale. È curioso, ma il procedimento che viene attuato – come ricordava qualche giorno fa, in una conversazione, la dottoressa Resoli – è lo stesso procedimento attuato dal discorso medico-psichiatrico per i così detti “malati mentali”, malati mentali tra molte virgolette, di cui, una volta data l’etichetta non importa individuare e capire il ragionamento, ma diagnosticare la causa delle loro azioni o dei loro pensieri.
La causa. Qual è la causa? Ora viene ascritta alla pazzia, ora alla malattia. Non più al ragionamento. Il causalismo è il procedimento elettivo dell’alternativa che esclude il processo di qualificazione e il ragionamento, e che deve solo individuare il luogo del male, la sua origine e la sua fine. È una modalità che poi viene assunta dal discorso medico quasi nella sua totalità, ma parte dall’idea della malattia mentale. Per il discorso medico ogni malattia è malattia mentale perché significa il male dell’Altro, e, per curarlo, l’Altro viene espulso a favore di un soggetto la cui possibilità è di essere o un soggetto sano o un soggetto malato. L’aborto rientra nel fantasma di padronanza del matricidio. Alla madre è assegnata la funzione di morte, dunque la madre è mortifera nel discorso matricida. La madre è mortifera in quanto può dare la vita, ma può anche toglierla e l’aborto è la risposta a questa fantasmatica, ne è la sua conseguenza, l’applicazione.
L’infanticidio è la conseguenza dell’idea che l’uno, anziché funzionare nell’inidentità, si divida in due, e l’uno che si divide in due, muore. Se si divide in due, il figlio muore. Per capire ciò bisogna leggere la Bibbia, per esempio la parabola delle due madri e di Re Salomone. La donna matricida e infanticida lascerebbe che il figlio venisse diviso in due. Metà all’una, metà all’altra, così siamo pari. Per “fortuna” c’è Salomone, per fortuna l’uno non si divide in due. Questo indica la parabola, che l’uno non si divide in due e il figlio non è destinato a morire, perché il figlio non si divide in due, ma funziona. Anche qui assenza di parità. Il funzionamento esclude la parità. L’uno si piega ma non si divide, non si divide in due.
Pubblico Volevo una precisazione per quanto lei ha detto dell’aborto, che è la risposta alla fantasmatica della madre mortifera.
R.C. Sì. Perché, non va bene?
Pubblico Per me non è chiaro.
R.C. E come faccio? Per me è chiaro. Dica lei cosa non è chiaro.
Pubblico Il matricidio elimina l’aborto. Se io uccido la madre che porta la morte…
R.C. Il matricidio è la negazione del tempo nella sua infinità, nel senso che è l’idea del tempo che finisce. Il mito della madre è il mito del tempo, è il mito che le cose non finiscono, che le cose non cessano, che la materia intellettuale non viene mai meno, che l’origine non ha luogo. Sono vari elementi. Nel mito della madre possiamo anche mettere la manna, il mito della manna. Ha presente la manna? Il cibo intellettuale, che non dura e che all’occorrenza c’è. C’è all’occorrenza, ma non dura, cioè non finisce, non si può economizzare, non si può accantonare, è senza riserve, è senza remore. C’è all’occorrenza. E anche la madre.
Gregorio Gigante La madre è la negazione del viaggio?
R.C. Perché?
G.G. Se il viaggio si ferma?
R.C. Come può fermarsi il viaggio?
G.G. Attraverso la sostantificazione.
R.C. Bravo. Attraverso la sostantificazione. La sostantificazione è matricidio. Cioè, è la negazione della materia intellettuale e la negazione del tempo. È in questa logica la negazione del viaggio. È solo presumendo che il viaggio non ci sia più, che non sia possibile, che non ci sono le risorse, che non c’è la materia del viaggio che allora, a partire dal matricidio, l’infanticidio. Tolta la madre come mito del tempo, come mito del viaggio come lei nota, allora l’infanticidio.
G.G. Questione intorno al figlio fallo.
R.C. Il figlio fallo? Il figlio fallo è già infanticidio, è sulla via dell’infanticidio. L’attribuzione del fallo al figlio nega l’apertura, nega il due e quindi avviene una temporalizzazione dell’apertura. Non è chiaro? Adesso vediamo di chiarirlo ulteriormente. Il figlio fallo è anche il figlio che la falsa madre dice a Salomone di avere, e che è disposta a dividere con l’altra madre. Meglio morto che darla vinta all’altra madre. Meglio mezzo a testa piuttosto che la ragione dell’Altro, meglio morto. Ecco il figlio fallo. Così è più chiaro?
M.A.V. A proposito dell’aborto, stavo pensando al figlio-aborto, morto, in cui la madre funziona; cioè, il padre funzionando, uccide, ma se la madre funziona…
R.C. Esatto. Se la madre funzionasse sarebbe funzione di morte. Ma la madre, appunto, non funziona, è infunzionale.
M.A.V. Ma nell’ipotesi che la madre possa funzionare, quindi possa abortire…
R.C. La madre è indice del malinteso, non è funzionale.
M.A.V. Sì, ma in questa accezione di madre che funziona, tecnicamente prende il posto del padre, perché, se funziona, funziona come nome.
R.C. Come nome della morte. È il mito della fine. È il mito delle Parche. Il mito delle Parche è questo. La madre che dà la vita è la madre che la toglie. I greci già vivevano in questo incubo. Una volta negata la madre, quindi rappresentata come funzione di morte, anche il padre è tolto. È inevitabile.
Corollario dell’idea di matricidio è l’idea d’incesto, incesto che nega la sessualità a favore dell’erotismo, a cui seguono la paura e il panico. Dal discorso medico vengono chiamati “attacchi di panico”. Attacchi, attacco, “ho avuto un attacco…”. Ma cosa vuole dire “attacco di panico”? Adesso dilagano gli attacchi di panico. Tutto è attacco di panico, quindi tutto deve essere trattato con gli psicofarmaci. Lo psicofarmaco è la risposta all’attacco di panico. Il panico, che nega l’Altro, dunque sostantifica, giustamente si avvale della sostanza. Pari pari. Panico e sostanza. È giusto, è quel che si merita. Alla rappresentazione della sostanza viene data la sostanza. Che bella cosa! Così viene confermata la sostantificazione.
Ma, il matricidio comporta l’anfibologia, cioè la rappresentazione dell’alternativa; questa è l’anfibologia, anfibologia dell’animale fantastico, l’idea di avere due soluzioni. Anche l’idea di averne una sola è sempre matricida, la stessa idea di soluzione è matricida, nel senso che procede dalla fine. Quale soluzione? “Ma c’è soluzione?”, “Ma in questo modo risolvo?”, “Risolviamo?”. Risolvo cosa? La questione finisce? Può finire il disagio?
Il disagio è interminabile perché il disagio è una virtù dell’apertura. Propriamente il disagio è l’assenza di fondamento. Dunque, il disagio indica che le cose procedono dall’apertura e tendono a qualificarsi. La tensione pulsionale è il disagio. Così come l’impossibilità di potere stabilire quel che si è e quel che si ha. Disagio. Questo è il disagio strutturale: ignoranza strutturale e impossibilità di attribuire un luogo d’origine alla pulsione. Il disagio strutturale è ciò da cui procede la domanda.
La soluzione, l’idea di soluzione, la richiesta di soluzione postula la fine del disagio, postula la localizzazione, postula la sostantificazione di una causa delle idee, dei pensieri, dei desideri, dei sogni, di una causa finale, questo è il punto. Non la causa nel senso della provocazione, quindi nel senso dell’oggetto causa. Ma una causa finale, una causa che deve, a un certo punto, estinguersi. Allora, l’idea di soluzione è già idea di fine, è già previsione della fine. Questa idea di fine, questa idea di alternativa procede dal padre dato per morto, dunque dal toglimento, dalla negazione della funzione padre. Postulato il padre morto, il padre assente, il padre debole, il padre indegno, allora l’ossimoro, da cui procede anche il padre, è tolto. Perché il padre procede dal due e una volta che è tolto il due, la combinazione si rappresenta nell’alternativa, nell’anfibologia.
Allora, il materiale fiabesco, la fiaba che ognuno si rappresenta di sé o dell’Altro, la fiaba che ognuno coltiva, prende avvio dalla rappresentazione del padre che vacilla, che oscilla nell’alternativa fra forte e debole, fra padre e amante, fra padre e marito, fra padre e oggetto amoroso o sessuale. Così, il padre debole o il padre amante possono volgersi nella fantasia del marito traditore o che può tradire, o comunque debole rispetto alla tentazione sostanzialista. Il padre debole è già il padre morto. Il padre messo a morte. È il padre rappresentato nel pettegolezzo, nella diceria.
Ora, nell’esperienza cifrematica, leggiamo e ascoltiamo il racconto, non già il pettegolezzo. Il così detto fatto, riferito e creduto senza trasposizione, è fantasma materno, è pettegolezzo, è dono di morte, è il discorso giudiziario. Credere al fatto riferito è partecipare al pettegolezzo, è accettare il dono di morte, è accettare la condanna a morte.
Occorre intendere che la domanda è domanda intellettuale, la domanda di aiuto è domanda intellettuale, è domanda di servizio intellettuale. Non domanda di risoluzione o di sostanza: domanda di servizio intellettuale. Domanda, cioè di articolazione del disagio, non di toglimento del disagio, perché, tolto il disagio, è tolto il cervello delle cose, il cervello della parola, il cervello di ciascuno.
Dunque, non c’è tecnologia che possa sostituirsi al disagio, non c’è farmaco che possa soddisfare alla domanda. Per questo la cifrematica si inaugura in ciascun atto e si compie nei dispositivi di direzione e di qualità e non c’è settore che sia escluso. È inconcorrenziale perché si avvale della proprietà della parola e l’ordine è quello della parola. Certamente non quello professionale.
Detto brevemente, sgombrate il campo dall’idea di potere governare il mondo, di vivere nel mondo, di aderire all’ordine del mondo o a un ordine sociale, perché l’ordine è quello della parola.
E sgombrando il campo anche dall’ordine del discorso, di cosa si tratta, allora, nella Storia di Aladino e della lampada meravigliosa? Perché la storia è di Aladino, la fiaba è di Aladino, ma il caso, che caso indica la storia di Aladino? Come abbiamo in qualche modo accennato fin qui, il caso è quello della principessa. La storia di Aladino narra il caso della principessa!
Oh! Sorpresa delle sorprese! Era ormai chiarissimo, no? Chi può rimanere sorpreso ormai da questo? Nessuno. Come sono andate in realtà le cose? La principessa sta per sposarsi e lì, tra i preparativi, “ci pensa”, comincia a pensarci. Si chiede, per esempio, chi sia meglio fra il padre e lo sposo. Chi sia più ricco, più potente, più forte. Più ricco, notava qualcuno prima. La ricchezza, la questione della ricchezza.
C’è la ricchezza assoluta che sta nel capitale, cioè in ciò che si scrive, in ciò che resta del processo di qualificazione, del processo di cifratura. Perché la cifra è il nostro capitale. E quindi c’è un capitale assoluto, una ricchezza assoluta che sta nella cifra, oppure c’è l’anfibologia della ricchezza. L’idea dell’alternativa fra la ricchezza e la povertà. Le cose possono finire! La ricchezza può finire! E, allora, possiamo andare tutti in miseria. Ricchezza o povertà? Anfibologia della ricchezza, cessazione della qualificazione, matricidio, idea di fine. Dunque, questo si chiede la principessa, chi, fra il padre e lo sposo, abbia un’origine più nobile. Sposarsi, migliora o non migliora la sua situazione? Così, c’è questo dubbio che è dubbio intorno al padre, innanzi tutto, il dubbio dell’origine. Dubbio che può formularsi in tanti modi: è veramente suo padre? È veramente il sultano? È veramente il più grande? Lo sposo sarà il più grande? E lei, è veramente sua figlia? Ha veramente origini nobili?
È curioso che, sorgendo tutte queste domande, la madre non c’è. All’inizio della fiaba la madre è la madre di Aladino, non è la madre della principessa. E la madre di Aladino, com’è? È una sartina, misera misera, che aveva sposato un sartino misero misero, che aveva un figlio scapestrato, incapace d’imparare un mestiere, un perdigiorno. Una madre sempre in dubbio se con il ricavato di quel poco di lavoro sarebbe mai riuscita a portare a casa un po’ di cibo. È come la matrigna di Hansel e Gretel, o come la nonna della Sirenetta, o la matrigna dei dodici cigni. È una madre matrigna, e la madre è stata fatta fuori. C’è invece la sultana, cioè la moglie del sultano, che non è la madre. La madre compare a un certo punto, dopo la prima notte di nozze. E, dunque, senza la madre, come sarà la prima notte di nozze? Incestuosa. Degradante. Erotica. Assolutamente da panico. Da panico e da paura.
Allora, questo ci indica che la denigrazione di sé e la degradazione dell’Altro procedono dall’anfibologia dell’animale fantastico, cioè dal toglimento della madre e dalla negazione del padre, dal toglimento dell’apertura e dal matricidio. Senza la materia intellettuale, senza il processo intellettuale, senza il disagio tutto è all’insegna della mortalità, della negatività, della malignità. Se venisse prestato orecchio clinicamente a ciascuna cosa, sarebbe del tutto inutile somministrare farmaci, somministrare droghe.
Improvvisamente, giornali, media e vari osservatori astronomici si rendono conto che l’alcool è una droga e che quattro o sei giovani su dieci cominciano a assumere alcool dall’età di dodici anni. Che novità! Improvvisamente, nel 2004 gli scienziati si rendono conto di questo. Oh! Come mai? Come mai dei fanciulli cresciuti in famiglie dove i genitori si drogano dalla mattina alla sera, si rivolgono alla droga? Stupore generale! Ma se un mese fa il Consiglio Superiore di Sanità ha spostato dalla categoria stupefacenti alla categoria psicofarmaci uno stupefacente antico come il Ritalin, una sostanza di quelle che una volta veniva usata per doparsi, un’anfetamina, e ora viene inserita tra gli psicofarmaci, addirittura diventa il farmaco elettivo per i bambini, quelli “affetti” dal “disturbo dell’attenzione fluttuante e da irritabilità”. Cioè i bambini che non stanno fermi. I bambini che non stanno mai fermi sono quindi bambini che devono essere legati alle sedie. Ma legarli alle sedie no, è brutto, non va bene, insorgerebbero i pacifisti che avrebbero subito di che manifestare, “Non si legano i bambini!”, a meno che i lacci non siano invisibili! Magari chimici! Quelli sì! Per carità! Il grande luminare che sta a Pisa dice che sì, occorre somministrare i farmaci dall’età di sei anni, altrimenti perdiamo tempo per la cura. Perdiamo tempo prezioso, perché, tanto, dai sei anni in poi siamo tutti malati. “Curiamoci!”, in assenza di educazione intellettuale!
I bambini bevono dall’età di dodici anni. Ma è il meno che possono fare! D’altronde, questa è l’educazione che ricevono. A casa, in famiglia, dove per ogni cazzata c’è una pastiglia da prendere. Uno è ansioso? La pastiglia. È lento? La pastiglia. Ha preso troppe pastiglie acquietanti, si deve pigliare quelle eccitanti e viceversa. Dorme? Pastiglie risveglianti. Non dorme? Pastiglie ipnotizzanti. Tutto per la soluzione del problema. Abbiamo la soluzione per ogni problema! Non vuole farmaci? Ma allora ci sono le psicoterapie: brevi, lunghe, mirate, gnostiche, non gnostiche, aggregate ai farmaci, mediate dai farmaci, abbinate ai farmaci, con meno farmaci, con più farmaci. Per una pacificazione, così i pacifisti sono tutti in pace, pacificati. C’è un disagio? Non sia mai!
Intanto la principessa pensa. Pensa alle nozze, pensa a Aladino. Dopo avere avuto dubbi intorno al sultano, comincia a avere qualche dubbio anche su Aladino, lo sposo. Sulla sua origine: sarà nobile o sarà un plebeo? Sarà ricco o sarà un poveraccio? Ma, sessualmente, avrà qualche valore? Aladino, diventa uomo di paglia. È senza qualità, e, se ha qualche merito, sporadicamente, non è per merito suo ma è per via di certe arti magiche, per via di una certa lampada. Uomo senza qualità.
Ma i dubbi intorno allo sposo procedono da quelli intorno al padre. Infatti, la principessa ritiene che il padre, per debolezza, per avidità, stia per abbandonarla a un uomo qualsiasi, a un uomo di basse origini. E da questi dubbi procedono le fantasie sulle peripezie di Aladino e della sua vita, nel caso lo sposasse. Cosa potrebbe accadere se sposasse Aladino? Sarebbe costantemente in pericolo di rapimento, di morte, d’incesto. Il marito sarebbe sempre a zonzo, a cacciare, a sollazzarsi, e lei sarebbe sempre in casa a fare le faccende, esposta a ogni sorta di pericolo. Tutt’al più potrebbe, talvolta, farsi qualche amante come il Mago Africano.
Io avrei ancora da proseguire, ma sono già le ventitré, però vi do un’indicazione che sicuramente non era sfuggita a quanti fra voi abbiano letto la fiaba a pagina 715. Allora, dicevo che le fantasie erotiche, di degradazione, procedono dall’anfibologia paterna, dai dubbi intorno al padre, debole, misero, povero, incapace, padre da poco. Infatti, come descrive la principessa la prima notte di nozze alla mamma? Un momento dopo che ella e il suo sposo si erano coricati, erano stati trasportati in un baleno in un’altra stanza, “meschina e oscura”, in cui si era trovata sola e separata dal suo sposo, senza sapere che cosa fosse accaduto di lui. Lo sposo non c’è più. Nella stanza “meschina e scura”, lo sposo non c’è più. E chi c’è? Lo schifo. Aveva poi visto un giovane – non c’è più lo sposo, ma un giovane – il quale le aveva detto alcune parole che, per il terrore, non aveva nemmeno ascoltato, e poi si era coricato al posto del suo sposo. Lo sposo non c’è più ma, improvvisamente, un’amante, mai visto prima, che si corica con lei, al posto del suo sposo, mettendo, prima, una spada tra lei stessa e lui. Di che spada si sarà trattato, la prima notte di nozze?
