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Psicanalisi e cifrematica

/La psicanalisi nella cifrematica

Psicanalisi e cifrematica

La psicanalisi nella cifrematica

Psicanalisi e cifrematica indicano l’esperienza della parola, della sua logica, della sua struttura, dei suoi effetti. È esperienza che si svolge nella libertà assoluta. È libera quanto al modo, che è quello della parola, è libera quanto al tempo, è libera quanto alle procedure, è libera quanto agli effetti, alle acquisizioni, alle soddisfazioni, alla cifratura, alla qualità. Esigono il dispositivo in cui avvenire, senza tramutarsi nella parodia del legame sociale e del rapporto umano.

Quando la psicanalisi sorse, fu irrisa, poi fu tentato di recuperarla all’interno del cosiddetto “mondo scientifico” nonostante l’assoluta distanza intellettuale e la differenza del percorso formativo. E sorse la “psicoterapia”. Perché? Perché né il canone né il sistema disciplinare sopportano una pratica asistematica e libera.

La psicanalisi è estranea al canone psicopatologico. E quindi non è vincolata alla diagnosi e alla prognosi psichiatrica, fondate su una presupposta malattia mentale.

L’esperienza della psicanalisi procede dalla domanda, dall’istanza di qualità, da un progetto di vita.

Nella psicanalisi, si tratta dell’analisi e della qualificazione di quanto accade, avviene e diviene, in direzione del valore; si tratta della soddisfazione, si tratta della salute, come salute assoluta, non “salute mentale”.

L’analisi assolve le cose dal peso del pregiudizio e le restituisce originarie, senza più il vincolo all’idea dell’origine e senza più superstizione.

La cifrematica e la psicanalisi si svolgono sul terreno dell’intellettualità, terreno della parola, terreno dell’Altro. Qui trovano l’Humanitas, nell’humus intellettuale, senza necessità di umanizzazione. Perché le cose avrebbero esigenza di essere umanizzate? L’umanizzazione è una fantasia ideologica che dovrebbe rispondere all’ideale di uguaglianza di genere; a essa dovrebbe seguire la produzione sociale di un automa chiamato soggetto, rispondente a requisiti ideali; ogni disciplina, dalla pedagogia alla sociologia, dalla psicologia alla psichiatria, senza trascurare la filosofia, ha inseguito e persegue la creazione di un soggetto a propria immagine e somiglianza, un soggetto a propria idea, che dovrebbe consentire la reciprocità e la specularità delle convenzioni sociali. Si tratta di una convenzione a partire dalla quale sarebbe possibile stilare l’elenco delle mancanze, dei deficit, dei disturbi, delle patologie. Questo è il canone dell’umano. L’umano senza la parola. L’umano senza l’integrità.

Con la parola, con l’analisi, con l’esperienza della psicanalisi il panorama è altro.

L’esperienza della psicanalisi è senza dimostrazione. Quanto s’incontra nel corso dell’itinerario non esige dimostrazione né prova.

Tanto meno la cosiddetta prova d’amore, che è il volto domestico del discorso giudiziario. Le prove dell’esperienza psicanalitica sono la prova di realtà e la prova di verità e di riso. Prova di realtà: la sua sede è costituita dalla sintassi e dalla frase, quindi dall’impossibile della rimozione e dall’impossibile della resistenza senza dimostrazione e senza probabilità. E la realtà stessa è indimostrabile, sta nella tessitura del racconto. Costitutiva del sogno. La prova di verità è il contingente, che si struttura come necessità urgente. E non c’è da omologare, da condividere, né da normalizzare, ma da accogliere ciò che s’incontra.

Nel 1926 Sigmund Freud scrive un saggio molto importante e tuttavia non molto letto, Die Frage der Laienanalyse, Il problema dell’analisi profana, tradotto Il problema dell’analisi condotta da non medici. Questo saggio fu scritto a seguito da un problema giuridico sorto a Vienna in quell’anno, quando alcuni psicanalisti viennesi corsero il rischio di un processo per l’imputazione di esercizio abusivo della professione medica. E Freud ebbe modo di precisare con un’articolazione molto interessante che esige la lettura clinica, come e perché la psicanalisi non rientrasse né nella medicina, né nella psicologia. In queste discipline, che seguono quindi un corso di studi universitari e procedono secondo il metodo dello studium, nota Freud che il medico – ma vale anche per lo psicologo e quant’altri –, “ha acquisito una preparazione che è circa l’opposto di quella preparazione di cui avrebbe bisogno per l’analisi. La sua attenzione è stata attratta sopra i fatti obbiettivi dimostrabili, anatomici, fisici, chimici: sopra quei fatti dalla cui esatta comprensione e dalla giusta manipolazione dipende il successo dell’azione medica” p. 201.

Nessun fatto in quanto tale nell’esperienza analitica, ma il racconto in cui il “fatto” incontra l’equivoco prodotto dal nome, la menzogna del significante, il malinteso dell’Altro.

Aggiunge Freud: “ Nessuno dovrebbe esercitare l’analisi senza esserne acquistato il diritto mediante una adeguata preparazione. Che poi si tratti di medici o non medici mi sembra cosa secondaria.” p. 207.

E ancora: “ Noi non desideriamo affatto che la psicanalisi venga inghiottita dalla medicina e finisca col trovare posto nei trattati di psichiatria, al capitolo terapia, fra quegli altri procedimenti – come la suggestione ipnotica, l’autosuggestione, e la persuasione – che nati dalla nostra ignoranza debbono la loro effimera efficacia soltanto all’inerzia ed alla debolezza degli uomini.” P. 229.

Oggi a distanza di quasi cento anni ci sono ancora dispute su questo terreno, con alcuni Ordini professionali che tentano di arrogare a sé il possesso della psicanalisi, e nonostante la legge 56/1989 che, ordinando la professione di psicologo, volutamente, per esplicita ammissione del legislatore, lascia fuori dall’ordinamento tutto ciò che pertiene alla psicanalisi.

Nessuno ignora, non il legislatore, non la giurisprudenza, non il cittadino per quanto ignaro dei dettagli, che ci sia una specificità ben precisa fra psicologia, psichiatria, medicina, psicoterapia e psicanalisi.

Psicologia e medicina sono corsi di laurea universitaria e abilitano alla professione attraverso la laurea e l’esame di stato. La psicanalisi non è insegnamento universitario. E basterebbe questo per capire che la psicanalisi non può entrare fra le professioni protette: protette cioè da un ordinamento, da un ordine professionale, da un controllo disciplinare.

Si tratta, nella psicanalisi, della logica particolare che Freud ha qualificato “inconscio”, della lingua particolare, del caso particolare e specifico. Si tratta dell’ascolto. Si tratta di capire, ascoltare, intendere.

Cosa c’è in comune con quanto viene insegnato nelle scuole o nelle università? Quasi nulla. L’inconscio non può essere insegnato, non può venire imparato, non è uno schema, non è un codice dato. È una logica che si dipana e secondo la quale accade e avviene l’esperienza della parola fino al suo evento.



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