Farsi vittima
Ruggero Chinaglia Domani sera si terrà un interessante dibattito per presentare il libro In direzione della cifra. La scienza della parola, l’impresa, la clinica di Sergio Dalla Val. È uscito in libreria da qualche giorno, quindi è una novità assoluta, e il titolo del dibattito con cui lo presentiamo è L’impresa intellettuale e la soddisfazione. Non è usuale combinare l’impresa con la soddisfazione, perché molto spesso l’impresa viene gravata da una serie di mitologie, alcune delle quali esploreremo oggi, per cui è sovente dipinta come una fatica, un lavoraccio con tanti pericoli. Invece qui è posta in evidenza la questione della soddisfazione. Ci saranno alcuni interventi e ciascuno è invitato, perché è un’occasione per riprendere questioni che affrontiamo da vario tempo nei nostri incontri, con in più questo ospite, che è testimone da tanti anni. Sergio Dalla Val, tra le altre cose, dirige a Bologna un’esperienza molto importante con una libreria-galleria, quindi editoria e arte. Oltre a essere intellettuale, scrittore, psicanalista, è anche imprenditore, per questo è testimone della cosa e è una fonte autorevole che è il caso di ascoltare. Il dibattito si terrà alla Sala Anziani del Municipio. Anziani di nome, ma non di fatto, perché riguarda un’antica famiglia di Padova. Non è una sala riservata agli anziani, quindi ciascuno può venire tranquillamente senza tema di venire considerato anziano, anzi chi verrà sarà in un’assoluta gioventù.
Precisato questo, proseguiamo con l’esplorazione dell’argomento di oggi, Farsi vittima, che è, come ognuno ben sa, la tentazione più diffusa, in quanto più assecondata, più seguita, più praticata, come un’abitudine. Già un’abitudine è un modo di farsi vittima, farsi vittima di quell’abitudine, perché quando qualcosa diventa abitudine già comporta la sospensione di una serie di virtù, già comporta, per esempio, una sospensione del tempo. Se qualcosa diventa abitudine, già il tempo è sospeso. Se qualcosa diventa abitudine l’occorrenza è sospesa, perché l’abitudine omologa ogni circostanza, ogni variazione e ogni differenza. Non si tratta più, in ciascun caso, di trovare il modo, ma tutto è sospeso a favore dell’abitudine, che diventa una sorta di cappa.
L’abitudine è praticata sopra tutto quando il principio regolatore della termodinamica – che è il raggiungimento dell’equilibrio – viene ritenuto un principio valido. Allora ognuno trova l’abitudine come raggiungimento dell’equilibrio, cioè di una sorta di stasi.
Ma l’equilibrio non è la stasi, è tutt’altro che statico. L’equilibrio non è ciò a cui le cose tendono, se non in un sistema chiuso, termodinamico, come abbiamo esplorato anche precedentemente: l’equilibrio è ciò da cui le cose procedono! Ha come sua caratteristica l’inconciliabile. Tutt’altro che statico l’equilibrio, dato che si tratta dell’inconciliabile, per esempio dell’inconciliabile fra giuntura e separazione.
Le cose devono congiungersi per fare un’unità o devono stare separate per distinguersi una volta per tutte? O invece procedono combinandosi, proprio in quanto procedono da questo inconciliabile, che è ciò che consente che ciascuna cosa tenda al valore, alla valorizzazione e abbia modo di qualificarsi?
L’abitudine esclude che vi sia l’esigenza di valorizzazione a favore della stasi, una sorta di abito che viene vestito una volta per tutte, a favore di una sorta di conciliazione. Invece, nulla può conciliarsi, perché le cose procedono dall’apertura e l’apertura ha come suo modo l’inconciliabile. L’inconciliabile tra corpo e scena, l’inconciliabile tra corpo e psiche, per esempio, dove né il corpo prevale sulla scena, né la scena prevale sul corpo, né il corpo sulla psiche, né la psiche sul corpo. Inconciliabile. Da questa non conciliazione seguono tante cose, per esempio, l’itinerario verso il valore, verso la qualità di ciascuna cosa, che altrimenti sarebbe già assegnata, già predestinata. È proprio qui che si gioca la questione del vittimismo, del farsi vittima o del credersi vittima, cosa frequente, assolutamente frequente, come può capire ognuno. Basti pensare a chi si fa vittima dei luoghi comuni, dei pregiudizi, prima ancora che divenire vittima dell’abitudine al fumo, all’alcool, alla droga, agli psicofarmaci.
Prima ancora, c’è il farsi vittima delle convenzioni, del canone, dell’abitudine, tutte cose molto sfumate, apparentemente quasi incoglibili, impalpabili, ma che costituiscono l’ancoraggio a un’idea, a una nozione di sostanza e il freno alla riuscita per ognuno che partecipi di questa convinzione, di questa abitudine, di questo pregiudizio, di quest’idea.
Anche chi partecipa di una superstizione se ne fa vittima, in quanto s’impedisce alcune cose. Quella cosa eretta a tabù diventa ciò che viene riconosciuto come il proprio impedimento, rispetto a cui ognuno si elegge a vittima e riconosce in essa il suo limite, diventa vittima di quel limite.
Non sempre, anzi quasi mai, la vittima è vittima di un carnefice riconoscibile in qualcun altro. Il più delle volte è vittima di una fantasmatica che elegge qualcosa, qualcuno, una certa idea, a rappresentante di un impedimento, rispetto a cui credersi o farsi vittima. Il vittimismo è una sorta di accoppiamento, non necessariamente con qualcuno, ma con una certa rappresentazione delle cose.
Basti pensare a quanto spesso capita di sentire dire: “Dopo mangiato devo assolutamente fumare una sigaretta, altrimenti non digerisco”. Altri invece dicono: “Dopo cena non posso bere il caffè, altrimenti non dormo”. Ci sarebbe una sostanza che da una parte favorirebbe la digestione e dall’altra impedirebbe il sonno, e occorrerebbe fare uso, in una circostanza, di quella sostanza assolutamente favorevole alla digestione, mentre per altro verso, occorrerebbe astenersene in quel momento, perché impedirebbe il sonno.
In questo caso è una sostanza, ma anche un tabù diviene sostanza, quando uno dice che non può fare certe cose in un dato giorno, perché in quel giorno non si deve fare, perché quella data porta sfortuna, quel numero porta male. Per esempio, passare sotto le scale no, perbacco! Il gatto nero! Ognuno ne conosce molte più di me. Ebbene, quando viene eletta una cosa, una circostanza come impedimento o come viatico per potere fare qualcosa, lì c’è già la vittima, c’è già lo statuto di vittima con tutto l’apparato vittimistico che ciò comporta e che si accompagna, come suo corollario, al fatalismo: fatalismo positivo o fatalismo negativo.
È una totale o quasi totale sospensione del cervello, inteso come dispositivo del ragionamento, non come encefalo: cervello come dispositivo logico di ragionamento. Il panorama è piuttosto vasto, l’ambito è enorme, perché va dall’uso di determinate sostanze, dall’intervento di persone o cose, al modo con cui intervengono le fantasie, che sono molto più condizionanti di quell’intervento che impedisce, con la coercizione, di fare qualcosa. Così, c’è chi dice: “Me l’ha impedito la tal cosa, o la tal persona, sono vittima di questo impedimento”. Ma questi sono casi limitatissimi, rispetto all’enormità dei casi in cui si tratta di pensieri, di abitudini, di pregiudizi. Non le chiamiamo neanche idee, li possiamo chiamare pregiudizi. Ma come nascono? Come sorgono? Questa è la cosa interessante.
Partiamo da quello che sembra il caso più eclatante: le vittime della droga, le vittime dell’abuso, dell’uso di sostanze. Viene chiamata dipendenza da determinate sostanze. Sbrigativamente, c’è un capitolo che riguarda la così detta assuefazione, che produrrebbe la dipendenza da questa o da quella sostanza e anche da alcuni farmaci. È noto che le benzodiazepine producono dipendenza. Questa dipendenza in che cosa si manifesta? Nel fatto che la dose deve sempre aumentare, altrimenti gli effetti si riducono. Allora, c’è chi dice: “È un caso in cui è la sostanza che produce la dipendenza, questa sorta di rapporto in cui c’è la vittima della sostanza”. Eh, no! Questa è una conseguenza chimica successiva. La questione va affrontata prima, l’assuefazione è già qualcosa che sta a valle. Noi dobbiamo considerare ciò che sta, non dico a monte, ma nella congiuntura, nella contingenza in cui qualcuno cede all’idea di non farcela da sé, di non avere i mezzi, di non essere in grado e di dovere fare ricorso a un aiuto, che non è l’aiuto intellettuale che può avvenire in un dispositivo, ma l’aiuto sostanziale, quell’aiuto che deve partire da una sostanza che colmerebbe il varco tra la domanda e il suo svolgimento. Perché di questo si tratta: dell’abolizione dello svolgimento della domanda.
C’è una domanda, un’esigenza che viene avvertita, ebbene, rispetto a quello che quest’istanza chiede che avvenga, ciò non avviene, perché un pregiudizio interviene a far sì di ritenere che qualcosa di sostanziale debba colmare il vuoto, il varco, il percorso che invece occorre avvenga, come per un percorso di studio, un percorso di crescita, un percorso di ricerca.
Ma, a un certo punto, qualcuno dice: “No, io non ce la faccio, io non posso, io non sono in grado, io non so, non so fare”. Qui partono le modulazioni di quella che può essere la formulazione di un ricatto o l’idea di un riscatto e la necessità di dovere assumere qualcosa che renda abili, che renda capaci, che dia quella forza, quel piacere, quella possibilità che, altrimenti, non si sarebbe in grado di conseguire.
Come si afferma questa idea, da dove viene? Che cosa comporta credere di non essere in grado, di non potere, di non avere la possibilità, di essere segnati negativamente da qualcosa? C’è l’idea di un segno negativo cui deve essere somministrato un antidoto per renderlo positivo. In alcuni casi c’è l’idea di dovere dipendere da una determinata cosa, senza cui non si riesce a fare nulla, in altri casi l’idea di non dovere dipendere assolutamente da nulla e da nessuno, l’idea di dovere fare le cose in autonomia. L’altra faccia della stessa logica.
Quest’idea di dovere o non dovere, di potere o non potere dipendere, si chiama soggettività. È l’idea di essere soggetti, soggetti a qualcosa, soggetti a qualcuno. La soggettività è avere una certa idea di sé e basarsi su quella, senza porla in questione, senza un ragionamento, una verifica, senza nessuna analisi.
Occorre analizzare la logica e la struttura di questa impostazione, che porta al credersi vittima, al farsi vittima, al credersi dipendente o a ribellarsi all’ipotesi di ogni possibile dipendenza. È il caso del figlio ribelle o dello studente ribelle, anche dell’eroe, che deve ribellarsi al padre, all’insegnante, all’autorità, a qualunque cosa, in nome di una liberazione; non tanto della libertà, ma della liberazione.
Occorre distinguere tra la questione della libertà e l’idea di dovere liberarsi. La libertà è assoluta, intoglibile. Chi crede di dovere liberarsi, evidentemente coltiva l’idea di trovarsi in una prigione da cui fuggire. Allora la vita si complica, perché si troverà sempre nella situazione di vittima, vittima di un’idea di liberazione, vittima di un padrone che sta dappertutto.
Da dove viene l’idea del mondo prigione, della vita di cui essere vittima, della valle di lacrime in cui trovarsi vittima e dovere soffrire?
Analizzando molti casi in cui emerge la struttura del vittimismo, è reperibile una fantasia di negatività rispetto all’origine. Ci sarebbe un’origine negativa e, data tale origine, ognuno che si trova gravato da questa negatività, sarebbe vittima.
Tra le tentazioni che abbiamo esplorato, oltre alle tentazioni di Cristo, abbiamo la tentazione di Eva e di Adamo, quando, trovandosi nel così detto giardino dell’Eden, arriva il serpente che parla con Eva e dopo un po’chiede: “Ma questi frutti proibiti, chi li ha proibiti? Perché sono stati proibiti?”. Risponde Eva: “Se li mangiamo potremmo morire”. “Ah, errore” – replica il serpente – “Mangiando di questi frutti diverrete simili a Dio”. “Questa è una bella novità”, dice Eva. Allora mangia il frutto e lo dà anche a Adamo, e a quel punto, dopo aver mangiato di questo frutto, si accorsero di essere nudi e provarono vergogna. Udirono i passi del Signore, che passeggiava nel giardino e Adamo si nascose. Allora Dio lo chiama: “Uomo, dove stai?”. Adamo si sente scoperto e dice: “Sono qua, ho sentito i tuoi passi e ho avuto paura”. “Ah, hai avuto paura!”, “Sì, perché ero nudo”, “Ah, e come sai che eri nudo? Hai mica mangiato…”. “Sì”, dice “L’ho mangiato, ma è stata Eva, è stata Eva che me l’ha dato. Io ero lì tranquillo, è stata Eva che me l’ha fatto mangiare”. Allora Dio si rivolge a Eva e dice: “Ma che hai fatto?”. “Niente, è stato il serpente che mi ha ingannata; io ero lì tranquilla, è arrivato il serpente, mi ha ingannata e io ho mangiato”. Siamo allo scarica barile: “Io non c’entro niente, è stato lui, è stata lei, sono stato ingannato, io non volevo, io non sapevo, io non credevo”. Ecco, c’è già la vittima, vittima della tentazione, vittima del tentatore, vittima della sostanza.
Perché vittima? Chi è vittima? Quando? Quando Adamo diviene vittima? Quando ha mangiato il frutto? Quando Eva diviene vittima? Quando ha mangiato il frutto o quando ritiene di dovere giustificarsi? Quando diventa colpa e istituisce la vittima della colpa, l’atto non è più atto intellettuale, è colpa, e come colpa deve trovare giustificazione. E qual è la giustificazione del vittimista o della vittimista, di chi, cioè, si fa vittima?
Accettata l’idea della colpa, l’idea di un atto che non sia casto, l’idea di un atto che non sia intellettuale, di un atto che, quindi, è gravato dal segno negativo, allora ognuno si commisera, si piange addosso, si pensa incapace, colpevole, non in grado, si contempla, s’immobilizza e chiaramente si paralizza, cioè si soggettivizza, diventa quel soggetto fatto così e colà, colpevole di questo e di quello.
E chi, allora, non è colpevole della sua origine? Chi, se c’è questa prescrizione alla colpa, alla colpevolezza, a quella colpa originale di cui tutti i figli di Eva sarebbero macchiati?
Ma la vittima non è solo chi, per così dire, ha la peggio, chi avrebbe subito qualcosa; chi aggredisce, chi rivendica, chi si arrabbia, chi s’infuria è altrettanto nella logica del vittimismo. Perché, con chi s’infuria? Con chi se la prende? Con chi s’arrabbia? Con chi rivendica? Contro il padrone, contro il carnefice, contro l’autore delle sue negatività!
Senza analisi, questa è la visione comune del mondo. Se, anziché leggere il mito come fiaba – fiaba da cui potere elaborare e analizzare la questione – lo prendiamo come una prescrizione, allora diventa un problema.
Consideriamo un’altra fiaba, che di solito veniva raccontata alle scuole elementari (adesso verrà raccontata nei licei, data la situazione delle scuole), che è quella che ciascuno conosce come la favola Il Lupo e l’agnello di Fedro, rilanciata poi da Pirandello nella serie Dal naso al cielo.
Senza l’apertura, senza l’inconciliabile, corpo e scena diventano o corpo o scena; dentro/fuori diventano o dentro o fuori; sotto/sopra diventano o sopra o sotto; anziché essere figure dell’inconciliabile diventano figure dell’alternativa. E, cosa accade dove l’apertura è tolta e si afferma l’alternativa? Dice Fedro: “Ad rivum eundem lupus et agnus venerant, siti compulsi. Superior stabat lupus, longeque inferior agnus”. Uno stava sopra, l’altro stava sotto. Per farla breve, il lupo dice all’agnello: “Ma perché m’intorbidi l’acqua?”. “Ma, come, se tu sei sopra e io sono sotto, come faccio a intorbidire l’acqua?”. “Ah, beh, so che sei mesi fa tu hai parlato male di me!”. “Ma io sei mesi fa non ero neanche nato”. “Beh, se non sei stato tu, sarà stato tuo padre”. E se lo mangia. La morale corrente sembrerebbe riconoscere la vittima nell’agnello, no? Povero agnello vittima del lupo. Ma, perché il lupo deve cercare tutti questi pretesti per mangiarsi l’agnello? Chi è il vittimista in questa scena? Chi si nasconde dietro vari pretesti per giustificare qualcosa? Chi si fa vittima? C’è una bellissima fiaba, per restare nell’argomento, che può essere proprio letta come fiaba del vittimismo. Nessuno fa ipotesi?
Pubblico Cappuccetto Rosso.
Fabrizio Moda Hansel e Gretel. No, Il brutto anatroccolo.
R.C. Il brutto anatroccolo! La fiaba del cigno che si crede brutto, la fiaba di chi crede di vivere nella palude, nello stagno, nel mondo dove nessuno ti vuole bene, dove i genitori sono contro di te, i vicini sono contro di te, i fratelli sono contro di te, dove tutto è contro, tutto nero. La fiaba però si conclude con una dissipazione di questa idea di negatività: non c’è più la palude, non c’è più lo stagno, non ci sono più gli animali che ti vogliono mangiare.
Se ogni circostanza apparentemente negativa, se gli elementi che s’incontrano, anziché essere catalogati e classificati attraverso il criterio algebrico del positivo e del negativo, sono attraversati, gli steccati non ci sono più. Avviene un’altra cosa: l’idea che ho di me non c’è più e il progetto e il programma non dipendono più da questa idea. Se questa idea incontra l’analisi, ecco che importa l’occorrenza, ciò che il programma esige secondo il progetto. Allora non c’è più la stanchezza, il rilassamento, il cedimento, l’idea di sé, l’idea degli altri che vogliono, non vogliono, sono contro, dicono male, fanno peggio, con tutte le rivendicazioni e con quella litigiosità che questo comporta, che Machiavelli conosceva molto bene e da cui traeva spunto per il suo statuto di segretario fiorentino. Machiavelli s’intratteneva con i taglialegna che erano sempre pieni di guai e litigavano. Farsi vittima, credersi vittima, fatalismo: è la cappa della soggettività. Quella cappa che, diciamo pure, costituisce il regolatore dei rapporti sociali. I rapporti sociali si svolgono sotto questa cappa.
La questione intellettuale sfonda la cappa e esige l’analisi e la parola, non secondo i principi aristotelici, ma secondo il modo della parola; procedendo non dal principio di non contraddizione, ma dall’inconciliabile e dalla contraddizione, dalla contraddizione originaria, che non ha da essere risolta nell’alternativa. Allora interviene la chance di giungere al valore di ciascuna cosa, senza giustificazioni, senza credere che questo debba dipendere da una fatalità, da un destino già scritto.
Farsi vittima, cioè credere era già scritto che… Un esame va bene, un esame va male, “Eh! Era destino”. Qualcosa va bene, qualcosa va male, “Eh! Era destino”. Quale destino? Destino di chi, di che? La questione è quella del dispositivo, dove le cose si fanno.
Qual è il modo che ciascuna cosa esige per compiersi? Mica è lo stesso modo sempre, comunque, per tutti. Questa è la questione. Quindi, è anche questione temporale. Ciascuna circostanza esige il suo modo: come, più che che cosa. Come!
Come fare, come parlare, come scrivere, come leggere, come intendere, come capire? Eppure, quanti sono vittime del proprio sapere! “Ah, io so benissimo come sono fatto, so benissimo quello che penso, come la penso. Eh, so che io questo non lo posso fare, lo so benissimo, perché io sono così”. Farsi vittima di un’idea di sé, chiamata sapere. In quanti modi ognuno si fa vittima, si crede vittima, partecipa di un vittimismo, cioè di una rappresentazione geometrica o algebrica, nella alternativa fra sopra o sotto? “No, adesso tu sei sopra e io sono sotto, quindi adesso sono io che vado sopra e tu vai sotto”. Sopra, sotto, dentro, fuori, positivo, negativo, bene, male. Tutto giocato in una alternanza o in una alternativa, in un compromesso, in una sorta di conciliazione. E allora ognuno sta nella prigione, come diceva Platone.
Se questo è l’ambiente, cioè se l’apertura è tolta, il mondo diventa una prigione e non c’è più parola, c’è Babele, come dice il Papa. Siamo tornati a Babele, chiaro.
Ma quale Babele? Come leggiamo Babele? Babele, ossia il mito dove ognuno parla un’altra lingua e quindi non capisce. Altra lingua che esige l’ascolto, perché non si sa già cosa questa lingua dica. Babele o il mito della rimozione.
Allora – come giustamente accade – per capire la lingua di Babele occorre umiltà, indulgenza, intelligenza, ascolto, fino alla Pentecoste, dove giunge l’intendimento, perché dall’altra lingua si giunge alla lingua Altra.
Non è che tutti parlano la stessa lingua, no! Ciascuno parla un’altra lingua che non sa di parlare, perché non sa già ciò che dice. Può presumere di sapere cosa dice se partecipa dei pregiudizi, delle superstizioni, dei luoghi comuni, e si fa vittima dei luoghi comuni, delle superstizioni. Ma la parola esige un altro statuto, che è quello intellettuale, per cui nulla è scontato. Allora non c’è più vittima, non c’è più vittima di nulla e di nessuno, e nessuno può togliere la parola, nessuno è padrone della parola, nessuno può essere privato della parola. E dalla tentazione sostanziale giungiamo alla tentazione intellettuale, dove ciascuna cosa è pretesto per la ricerca, è pretesto per capire, è pretesto per intendere e è da indagare per come si combina con le altre, perché ciascuna combinatoria è nuova. Questa è la virtù che ci indica Maria nell’Annunciazione: “Non conosco”, “Avvenga di me secondo la parola”. È un’altra cosa questa parola.
Bene, verifichiamo se ci sono domande, notazioni, curiosità.
Pubblico Lei ha detto nell’incontro precedente che il tempo è infinito (questo lo dico solo come piccola cosa poi passiamo alla domanda), ma il tempo non è sempre infinito. Ho passato la settimana a considerare questa cosa. Volevo sapere se lei può aggiungere qualcosa, se a questo assunto il tempo è infinito, non ci sia per caso da tracciare una qualche condicio affinché si realizzi questo tempo non finito, perché ci troviamo con tante idee e c’è veramente da perdersi. Qualche scienziato dice che se tu viaggiassi al quadrato della velocità della luce (non prendete per oro colato), la distanza che c’è tra il tuo vissuto e questo tempo infinito si riduce. Cioè, non dipende dal tempo infinito, ma sono io che sono lento nella formulazione delle cose. Allora, a questo punto, tale concetto lo volevo avvicinare alla questione, che lei in più riprese puntualizza, del termine (come si chiama quel termine che a me non piace? Ossimoro? È bello, ma non mi piace), che dice praticamente: bene e male, dentro e fuori devono stare assieme. Questo avviene in un certo tempo…
R.C. Non è che debbano, non è una prescrizione.
Pubblico È qui che non ho capito, mi dica allora.
R.C. Non è una prescrizione!
Pubblico E cioè?
R.C. È così!
Pubblico Eh no, guardi, c’è una contraddizione, perché…
R.C. Esatto, è così! C’è contraddizione.
Pubblico Perché, nel momento in cui lei lo asserisce, diventa prescrizione. Cioè, la cifrematica (e questo è un altro pensiero non recondito, ma che avevo fatto in passato) diventa un modo di prescrivere, come qualsiasi altra ideologia. Il fatto che lei dica che non è una prescrizione non è vero, perché se noi diciamo che ci deve essere qualcosa che “non è”, cioè dobbiamo affidarci all’inconciliabilità per capire la sostanza e la qualità delle cose, alla lunga questa inconciliabilità porta a uno shock e alla fine la persona avrà bisogno di psicofarmaci. Nel senso che l’inconciliabilità deve essere comunque risolta. Questo salto deve essere fatto a piè pari, perché un margine d’inconciliabilità ci deve essere, però bisogna anche atrocemente lavorare, fortemente lavorare per andare a risolvere, a dipanare questa inconciliabilità, perché solo da ciò poi può emergere la questione della qualità.
R.C. Lei dice che il lavoro è atroce?
Pubblico È molto atroce, diventa un modo di destabilizzare una mente.
R.C. Così diceva quel monito, che prescriveva la valle di lacrime: “Lavorerai con il sudore della fronte, patirai i tormenti…”. Il lavoro atroce.
Pubblico Questa inconciliabilità è una cosa atroce. Secondo me, occorre quella umiltà che tante volte viene anche dal senso di preghiera, perché ci si affida; io sono scioccato, parlo in modo scioccato questa volta, perché ho incontrato una persona che mi ha scioccato ieri sera, e mi ha dato questa chiarezza d’idea. Perché si può tangere un qualsiasi percorso che porti alla pretesa di una conoscenza, però alla fine c’è un distacco tra questo tempo infinito, questa conoscenza che non matura, in quanto si affida esclusivamente a questo shock dell’inconciliabilità, e ciò diventa traumatico e drammatico, diventa una patologia.
R.C. Perfetto, bene, ho preso nota. Altri?
Pubblico Secondo me, il discorso dell’inconciliabilità è forse quello che muove l’uomo a andare avanti, a procedere, a evolversi, non la vedo così negativa.
R.C. Sì, perché dovrebbe essere così negativa?
Pubblico Il signore dice che comporta un lavoro atroce, penso a un impegno, ma…
Pubblico Posso permettermi? Quando ha finito, vorrei dire ancora una piccola cosa…
R.C. No, un momento, ci sono altre persone che vogliono parlare.
Pubblico Ho finito. Il bipolarismo delle cose non lo sento come una cosa negativa, ma vedo questa inconciliabilità come una cosa positiva, che mi consente di procedere nella conoscenza e nell’evoluzione.
R.C. Ecco, “bipolarismo” io non l’ho detto.
Pubblico L’inconciliabilità presuppone che ci siano almeno due elementi che…
R.C. No. La questione è: c’è il due che non si lascia rappresentare in due cose.
Pubblico Non si lascia rappresentare in due cose?
R.C. Dentro/fuori non sono due poli, due cose; c’è la contraddizione dentro/fuori, che però non è dicotomizzata, e quindi non si costituisce come bipolarismo. Allora qualcosa procede, altrimenti le due cose vengono messe in fila e siamo già nel discorso di padronanza. Proprio in quanto non sono due cose, ma è un ossimoro, è impossibile esercitare una padronanza.
È impossibile diventare vittima o padrone di questa cosa, che esige invece l’interrogazione, esige la domanda, perché non sappiamo già com’è, dove va, quali caratteristiche possa avere. Questo è, propriamente, il frutto della ricerca.
Elio Cecchetto Mi sono chiesto più volte se la cifrematica esclude la questione politica, cioè se non ha niente a che vedere con la politica. E mi sono risposto, diciamo così…
R.C. Ah, quindi lei se la fa e se la dice!
E.C. No, anzi ho scritto un testo che vorrei sottoporle. Posso?
R.C. Bene. Intanto, lei adesso formuli la domanda, poi vediamo.
E.C. La questione sarebbe questa. C’è la libertà da un lato e la democrazia dall’altro. Si potrebbe dire in questa sede che non sono due cose, ma sono un ossimoro. E la questione diventa politica. Libertà e democrazia come ossimoro, e quindi cade il comune discorso politico. Bisognerebbe creare, ritrovare un partito, che è stato soppresso da Mussolini perché proponeva la libertà di pensiero. La libertà di pensiero è stata abolita per legge circa ottanta, novant’anni fa. E, allora, ho fatto questa ricerca, ho sviluppato questa idea.
R.C. Bene, interessante. La leggerò volentieri. Altre domande?
Pubblico L’atteggiamento di vittima, da quello che ho capito, accomuna tantissime persone. Io mi chiedo: la persona nasce vittima, oppure è qualcosa che impara nel tempo? Forse da bambino impara dai genitori, dalla famiglia, dalla società stessa. Avviene nella stessa scuola, all’asilo, alle scuole elementari, quando gli insegnanti ti dicono: “Tu non ce la puoi fare a affrontare questo tipo di studio, tu non hai le capacità”. Allora, non è già quando la persona è piccola che cresce con questa idea di vittima? E ancora, l’atteggiamento di vittima è un atteggiamento sociale, che s’impara dall’esterno?
R.C. Questo l’ho già detto. È il regolatore dei rapporti sociali.
Pubblico Mi chiedo: c’è anche l’interesse a che l’uomo rimanga vittima, perché paralizza la capacità di governare la massa?
R.C. Lei ha messo il dito sulla questione che riguarda la seconda parte di questa conferenza, cioè le implicazioni pragmatiche a livello sociale. Effettivamente, come lei dice, questa diffusa pratica del vittimismo da dove viene? Sicuramente, la famiglia, la scuola, la politica sono implicate, certo, ma non come insiemi o apparati. La questione riguarda ciascuno. È la questione dello statuto intellettuale di ciascuno.
È chiaro che se lo statuto intellettuale è accantonato, abolito, è suscettibile di compromessi, per cui sono accettati cedimenti, relativismi e viene impartito un messaggio che indulge, invita, sollecita, prescrive il farsi vittima o credersi vittima, allora si capisce perché questo dilaghi.
E ciò dipende da come e da che cosa ciascuno dice, in famiglia, a scuola, sul lavoro.
Come ciascuno interviene? Se i genitori per primi invitano i figli a farsi vittima di qualcosa per giustificarsi, li invitano a dovere scegliere il da farsi, in assenza di autorità, in assenza di disciplina, in assenza delle virtù intellettuali, allora è chiaro che Babele impera. Impera non come mito dell’altra lingua, ma come disfattismo generale, dove ognuno può fare quello che pensa di volere, senza attenersi a nessun dispositivo, a nessun progetto, a nessun programma; nell’assenza di parola praticamente.
Questa è certamente una questione che riguarda ciascuno, rispetto alla formazione, all’insegnamento, allo statuto, perché nessuno è innocente rispetto ai cedimenti che accetta; ogni cedimento è un modo di accettare la morte.
La questione intellettuale è la non accettazione intellettuale della morte bianca, ossia delle superstizioni, dei luoghi comuni, di tutto ciò che conduce alla mitologia del farsi vittima.
Qui abbiamo solo cominciato, proprio alcuni accenni, è questione vasta, vastissima, ampia, ma possiamo anche ragionarci ulteriormente, cammin facendo.
Già la prossima settimana, l’incontro su Stress e relax ci offre lo spunto di proseguire l’indagine rispetto al farsi vittima, cogliendo qualcosa di specifico nella mitologia del relax, che ormai è imperante. Relax sarebbe il rilascio, il rilassamento che poi diventa svaccamento, cioè relax! Quindi il relax, a un certo punto, esige la vittima del relax: “Devo assolutamente rilassarmi, non ci riesco. Dov’è che ci si rilassa qui? Dove ci si può rilassare?”. È prescritto che dobbiamo rilassarci. Cosa vuole dire? La settimana prossima esploreremo questa faccenda: relax e stress.
Terza conferenza della serie La tentazione
