Dodicesimo capitolo del libro Luigi Pirandello L’amore e l’odio
L’abbandono (Superior stabat lupus Novella di Luigi Pirandello)
Ruggero Chinaglia Il 5 novembre, alle 20.45, nella Sala Anziani di Palazzo Moroni si svolgerà il dibattito con Ruggero Guarini dal titolo Il giornalismo, la satira, la politica, in presentazione del suo libro Fisimario 2008. Letture immaginarie edito da Spirali. Ruggero Guarini è giornalista, scrittore, personaggio poco televisivo ma assolutamente interessante. Ha collaborato con i più importanti quotidiani, ha diretto a lungo le pagine culturali del “Messaggero” di Roma, collabora con varie agenzie di stampa e in questo libro pubblica alcune lettere immaginarie che personaggi dell’antichità, da Platone, a Hegel, a Hitler scrivono a personaggi attuali della politica, della cultura, del costume e in cui espone le proprie notazioni. È un bel libro scritto con stile giornalistico, che illustra in modo molto preciso vari aspetti di quello che succede, che spesso non vengono sottolineati. È un libro che vi segnalo; lo trovate sicuramente in libreria e anche la sera stessa in Sala Anziani.
Ci sono domande, notazioni rispetto alla novella Superior stabat lupus che abbiamo letto e ascoltato la settimana scorsa? C’è qualcosa che ha suggerito un ragionamento o una curiosità?
Pubblico Lei come inserisce Pirandello nel contesto cifrematico? Lo ritiene funzionale oppure…
R.C. Funzionale? No, pretestuale. Non è che debba essere inserito nella cifrematica, così come nessun autore può essere inserito da qualche parte, però diciamo che il suo testo è interessante e, come altri testi, ci fornisce spunti per indagare su varie questioni. Non è che tutto quello che ha scritto Pirandello possa essere considerato omogeneo, ma noi ci siamo imbattuti, leggendo, in alcune sue opere e abbiamo riscontrato…
Pubblico Non conoscevo le Novelle, solo le opere teatrali, ma sono veramente interessanti.
R.C. Sì, occorre dire che Pirandello compie una certa elaborazione intorno a tante cose e scrive di varie faccende e vicende, anche perché non crede nella rappresentazione dei fatti. Nelle sue opere presenta, in molti casi, varie angolature della stessa questione, in modo che la “stessa” questione non è più tale, ma non perché è vista da destra, da sinistra, da sopra o da sotto, ma proprio perché non è vista, cioè non c’è la visione. Quello che risalta in molte sue opere è che non c’è una visione delle cose, ma c’è il racconto, c’è lo svolgimento e questo differisce a mano a mano che le cose entrano nel racconto.
Pubblico Non c’è una presa di posizione.
R.C. Esatto. C’è la posizione dei vari elementi, delle varie cose, ma non c’è modo di prendere posizione. A mano a mano che le cose entrano nel racconto svolgono varie fantasie. Per noi è interessante la constatazione che non c’è il fatto. Il fatto giudiziario non esiste, è una rappresentazione e, non a caso, ciò emerge dal testo di Pirandello, che era uno che frequentava proprio le aule dei tribunali. Molte delle vicende che traspone nelle sue opere sono rielaborazioni di vicende processuali che lui ascoltava nelle aule dei tribunali. Di questi processi, che si svolgevano con una metodologia giudiziaria, inquisitoriale, ci restituisce tutt’altro dall’inquisizione, tutt’altro dal modo giudiziario: ci restituisce racconti, vicende che risultano una proposta per la clinica.
Cosa vuole dire “per la clinica”? Non essere definiti con delle etichette, ma cogliere una traiettoria verso lo specifico che quel dettaglio propone e che non può essere sommato a altri. C’è una specificità che risalta, e è proprio su ciò che si basa la clinica. La questione psicanalitica, cifrematica, verte non sulla riconduzione a un elenco di etichette, ma sull’indicazione verso qualcosa di specifico che riguarda quella piega, la piega di quel dettaglio.
Clinica, dal greco clinein, piegare, è l’arte della piega, riuscire a individuare la piega di un caso, di un dettaglio. Questo importa, questo è il modo della clinica. Non ci interessa fare l’analisi di Pirandello per inserirlo in un qualsivoglia contesto e tanto meno dargli un’etichetta, ma leggiamo il suo testo perché presenta molte sfumature e molti pretesti per ragionare.
Ci sono altre domande per indicare a che punto ci troviamo nella lettura di questa novella? Lei c’era l’altra volta? Ah, non c’era, mi pareva infatti. Quindi lei ha perso una parte importante della novella, ma l’ha letta per conto suo? C’è chi ha qualche elemento per dire a che punto ci troviamo nella lettura della novella? Nessuno osa? Nessuno ha letto la novella? Nessuno ritiene sia il caso di fare una panoramica? Nemmeno Maddalena? Si ricorda a che punto siamo e cos’è accaduto nella puntata precedente?
La fiaba inizia, come quasi ogni fiaba, con qualcuno che muore e da questo “deriva che”. Avete presente la fiaba del Gatto con gli stivali? Muore il mugnaio e da questo incomincia la fiaba e così tante altre. Qui, per esempio, muore una signora e prima di morire viene visitata da un medico, il quale, arrivato per curarla, invece s’innamora della fanciulla. Quale fanciulla? Ebe, che viveva con i genitori.
Pubblico Lei ha dimenticato un passaggio,
però: manca la parte iniziale dove Corrado Tranzi detestava le donne.
R.C. Adesso non possiamo ripetere tutto quanto. Corrado Tranzi disprezza le donne, questo è proprio l’avvio della fiaba. Corrado Tranzi, in breve, sposa la ragazza che dopo un anno ha una bambina, ma muore di parto e Corrado Tranzi, appena lo sa, fugge. La bambina cresce con i nonni e con il cugino Marco il quale, essendo innamorato della mamma di Bebè, poi s’innamora anche di lei. Non è altrettanto per Bebè. Bebè non è innamorata del cugino, però la nonna dice che deve sposarlo perché lui ha fatto tanto per lei. Dinanzi a questo annuncio, Bebè pone delle questioni e ritiene praticamente che lei ha ucciso la mamma e ha fatto fuggire il papà. Lei è responsabile di questi misfatti e, al contempo, è vittima del fatto che, essendosene il papà andato, l’ha lasciata in balia di questi avvenimenti. Quindi è un turbinio di pensieri.
Pubblico Si considera responsabile.
R.C. Dice ripetutamente che ha ucciso la mamma, così dice il testo.
Pubblico Lo dice lei che ha ucciso la mamma?
R.C. Così dice il testo in un primo momento: Senza voler neanche vedere la bambina che, nascendo, aveva ucciso la madre. È un primo riferimento all’idea di avere ucciso la madre. Poi c’è un secondo riferimento più esplicito: Solo perché lei, senza sua colpa, nascendo, aveva ucciso la madre, e questo è proprio il suo pensiero. C’è l’idea di avere ucciso la madre nascendo e di essere stata abbandonata dal padre. Ha questi pensieri che non sono così strani, come vedremo.
Per la violenza di questi pensieri e di questi sentimenti, Bebè affogata di tristezza, con lo spirito sconvolto dalla iniquità della sua sorte, quindi ha una sorte iniqua, ammalò subito e così gravemente, che per parecchi giorni fu in pericolo di vita. Già qui c’è un aspetto interessante: Bebè si ammala per la violenza dei pensieri. È già un modo di annunciare – e sì che Pirandello non era medico, ma tuttavia coglie questo aspetto molto interessante – che la salute dipende dal dispositivo immunitario, cioè dal dispositivo intellettuale. Abbiamo avuto notizie in molti casi di persone che, magari accusate ingiustamente di qualcosa o condannate ingiustamente per qualcosa, si ammalano, oppure, a fronte di una cattiva notizia, tizio si ammala, c’è un cedimento, qualcosa cede in quello che riguarda la salute, e così capita a Bebè, affogata di tristezza.
Lottarono a lungo e senza tregua la sua volontà di morire e l’amore di Marco Perla, che le si espandeva attorno, vigile, fervido a trattenerla, a sostenerla, con insistenti, ininterrotte premure, pronto sempre a dare il proprio alito per ogni respiro che ella non volesse più trarre, e la propria vita per nutrire quell’atroce volontà di morte.
Qui Pirandello accentua la questione della “volontà di morire”, ma nessuno vuole morire! Ci può essere l’idea di morte, l’idea di cedimento, ma nessuno vuole morire. Per intenderlo basta parlare con i così detti malati terminali o in persone in cui risalta che c’è una certa prossimità alla fine: ebbene, non c’è nessuna volontà di morire. Nessuno vuole morire, nemmeno chi tenta il suicidio vuole morire.
Pubblico Da cosa si evince che nessuno vuole morire, perché sembra a prima vista molto strano.
R.C. Qui si apre un capitolo piuttosto ampio, che riguarda il fantasma di assassinio più che il fantasma di morte. Occorre considerare che il suicidio è un modo dell’omicidio, è un modo di negare l’Altro assumendo il posto dell’Altro. È una questione abbastanza complessa, però il suicidio è un modo di portare a compimento un fantasma di assassinio, e solamente in una certa struttura di discorso questo può essere portato fino al suo gesto estremo, altrimenti si tratta per lo più di promuovere una prova d’amore.
Sono rari i suicidi che vengono attuati con lo scopo effettivo di farla finita, sono rari e rientrano nella mitologia della sparizione, che è una fantasmatica specifica propria a un certo discorso. Negli altri casi c’è una variegatura di questioni, ma si tratta sempre d’inscenare un’idea di vittimismo che abbia lo scopo di sollecitare l’attenzione e l’amore verso chi compie il gesto. Si tratta sempre e comunque di un’idea di vittimismo che viene posta innanzi, e vediamo che siamo nella questione.
Pubblico Il vittimismo è incapace di partorire la morte?
R.C. Esatto. Occorre tenere conto che l’idea non è la volontà. Idea e volontà sono due questioni tra loro distinte!
Pubblico Distinte d’accordo, ma non è che dall’idea necessariamente procede poi l’azione?
R.C. Ecco, questa è un’idea!
Pubblico Certo.
R.C. Secondo quest’idea, all’idea segue l’azione. Non è così! L’idea opera perché qualcosa si scriva. L’idea opera sempre in direzione della vita, non della morte. L’idea opera perché qualcosa si scriva in direzione della qualità, quindi l’idea opera anche per la salute.
Se noi teniamo conto di questo, allora cominciamo a distinguere tra l’idea e ciò che qualcuno può asserire come sua volontà. “Voglio morire!”, è una bella frase a effetto, ma non è l’idea. “Voglio morire” è un enunciato. Qual è l’idea di questo enunciato? Non è necessariamente l’idea di morire! Qui sta la questione dell’analisi e della clinica che, in un’enunciazione di questo tipo, distingue l’idea che opera da ciò che viene addotto come significato.
L’ascolto consente di distinguere questi due registri e di non prendere in maniera realistica la minaccia. Sta qui un aspetto della questione intellettuale. La questione dell’ascolto è esattamente in questa faglia tra l’idea e ciò che è addotto come volontà.
Lottarono a lungo e senza tregua la sua volontà di morire e l’amore di Marco Perla…
potremmo anche dire “lottarono a lungo la sua volontà di morire e la sua idea”. Diciamo che una questione d’amore c’è, occorre poi verificare come si svolge.
…e alla fine vinse l’amore. Ora sarebbe bello se questa frase fosse terminata lì, invece Pirandello aggiunge “di lui”! Alla fine vinse l’amore di lui.
In questa rappresentazione di lotta tra la volontà di morire e l’amore di lui, vinse l’amore di lui. In realtà, la questione è che vinse l’amore, ma lo capiremo più avanti:
…ed ella nel languido intenerimento e nell’abbandono della convalescenza, per gratitudine e per pietà, alla fine cedette e s’indusse a sposarlo.
Questa sembra una cosa messa lì interlocutoriamente, ma è un brano in effetti ricchissimo: c’è la materia dell’abbandono, l’abbandono transitivo, e del cedimento. Il vittimismo è cedere all’idea che c’è la colpa, la responsabilità, che c’è il carnefice. L’abbandono transitivo è l’abbandono della vittima alla negatività, abbandonarsi alla negatività, è il cedimento! E s’indusse a sposarlo, come dire lei non lo sposa, ma cede, cede e lo sposa. È ben differente dire: “Mi sposo, la sposo, lo sposo”, oppure: “Devo sposarmi, cedo e mi sposo”! Cioè, io non sono responsabile di questo gesto, ne sono vittima e in quanto vittima compio questo gesto. Quindi, il vittimismo c’è già e il gesto è il frutto dello statuto di vittima.
Ogni gesto improntato alla negatività si compie in una connotazione vittimistica. Bebè compie questo gesto per quanto abbiamo potuto apprendere prima: orfana, senza padre, senza madre, aveva ucciso la madre, era stata abbandonata dal padre, e tutto ciò giustificherebbe la negatività cui si abbandona. Ma ogni giustificazione è la giustificazione della vittima. Chi si giustifica è già vittima. Giustificarsi è già l’indice del vittimismo, è già indice che non c’è la lotta per svolgere il cammino in direzione del compimento e lo sbarramento non è dato dalla difficoltà, ma la difficoltà è già una giustificazione. Quando uno dice: “Ma purtroppo non è facile fare questo, anzi è difficile, questa cosa è troppo difficile, quindi non posso farla”, è già vittimismo. Cosa vuole dire facile o difficile? Difficile rispetto a cosa? Rispetto a me? Rispetto all’idea che io ho di me? Certo, ma l’idea che io ho di me è già un’idea vittimista. Ognuno può pensarsi solamente in quanto vittima, altrimenti è impossibile pensarsi, perché c’è da fare, ciascuno ha da fare, ha da fare quel che occorre fare per la sua vita, per il suo itinerario, per il suo compito. L’unico modo di frapporsi a questo fare, a questo compito, è quello di pensarsi: pensarsi inadeguato, debole, incapace, vittima. Pensarsi è già pensarsi vittima.
Pubblico E chi si pensa vincitore?
R.C. Chi si pensa vincitore è vittima, è vittima della vittoria, cioè, è già vittima di una scena che finisce. Come posso pensarmi vincitore se non ammettendo che il tempo finisca? “Ho vinto”, ma allora il tempo finisce lì! Ho vinto cosa? La vittoria è un elemento sintattico, cioè è qualcosa che esige il proseguimento, non è l’elemento conclusivo di qualcosa. La vittoria è un elemento sintattico nel cammino che esige il proseguimento, è vittoria che non è mai definitiva, è vittoria in un dettaglio, in un frangente. Ma l’idea “ho vinto, sono il vincitore” è un’idea problematica, è già un’idea di fine e, come tale, è già un’idea vittimista. Non basta suddividere positivo e negativo per dire che qui c’è la vittima e qui no, che il negativo è vittimista e il positivo invece no.
Pubblico Mi pare da quello che lei dice, che in realtà uno possa non pensarsi vittima, anche se poi di fatto lo è. Forse non ci si pensa, ma ci si crede vincitori.
R.C. Certo, conta l’idea. Il pensarsi vincitori, questa sorta di esigenza di pensarsi, di pensare a sé, quindi di rappresentarsi, è già un modo di contenersi, di porre un’idea di fine, ossia è un tentativo di fare coincidere l’idea di sé con l’essere. Il vittimismo punta a questo, cioè a potere compiere questa sorta di sovrapposizione, e pensarsi è il modo di dare per avvenuta questa sovrapposizione.
Pubblico Insomma, per non fare le vittime dobbiamo accuratamente cercare di non pensarci.
R.C. È impossibile evitare alcunché.
Pubblico Siamo messi un po’ maluccio, mi sembra…
R.C. No, anzi! Perché quello che importa non è evitare. Non si tratta né di prescrivere né di vietare, che sono due modi di costringersi a ciò che si vuole evitare o prescrivere. La questione è l’occorrenza: cosa è necessario fare in questa circostanza? La questione è quella del progetto e del programma, quindi del modo del tempo, si tratta dell’analisi e del modo del tempo.
Pensarsi è una sospensione dell’analisi e del modo del tempo, perché pensarsi è un modo di “fermare il tempo”. Pensarsi è un modo per dire “io sono così” ma, se io sono così, il tempo è barrato. Il tempo è ciò che impedisce di dire “io sono così”, perché è impossibile abitare il tempo, in quanto il tempo è il taglio in atto. La questione del tempo è la questione del divenire, dell’avvenire, dell’evento, non dell’essere! Il tempo non ha bisogno di nulla, non è soggetto a questo o a quello. Il tempo non dipende da altre cose, il tempo è taglio, ciò che interviene a marcare la differenza parlando, facendo. È questo il tempo, non la durata di qualcosa che è la sua rappresentazione spaziale. Il tempo è impensabile. È impossibile pensare al tempo, alla divisione. Uno può anche provare, ma non può riuscirci perché è impossibile pensare al tempo. Contro questa impossibilità gli umani si pensano: “Vedi, io sono più forte del tempo, mi penso e, pensandomi, il tempo è sconfitto perché l’ho tolto di mezzo”.
Se mi penso, il tempo è abolito e allora le cose sono difficili, sono impossibili, intervengono in un’anfibologia, in una possibile divisione fra il bene e il male, fra il fattibile e il non fattibile. Pensarsi è un modo per sospendere l’analisi. Si pensa chi è nella paralisi. Basta pensarsi; pensandosi, il tempo è sbaragliato. Effettivamente, Cartesio non aveva torto: mi penso e quindi entro in una ontologia; così sono in un contesto che non è più un contesto operativo, pragmatico e che va in direzione dell’avvenire, ma sono in un contesto che riguarda una circolarità tra l’origine e il destino.
Pensarsi è farsi segno dell’origine e far sì che questo segno diriga anche il destino. Qui entriamo nella questione che riguarda il mimetismo, che è più noto con il nome di ereditarietà, ma ne parleremo in un altro momento.
Quindi, Bebè ha un cedimento, ma che non è il cedimento di sposarlo! Apparentemente il cedimento è questo, ma in realtà è di essersi pensata e di rappresentarsi come vittima, di rappresentarsi vittima della sua origine, nata senza padre, uccidendo la madre! Questo è il vittimismo di Bebè, la quale dunque guarisce.
Guarita, già donna, mirandosi il corpo fiorente, le carni ancor quasi acerbe e già offese e condannate a rimanere per sempre ignare d’ogni gioja d’amore.
È un quadro che più fosco non si può. Bebè è senza l’avvenire? Si pensa, e come si pensa? Senza avvenire. E così, pensandosi:
…non poté sottrarsi alla riflessione che la misera, magra bruttezza di lui, già quasi vecchio, dava un valore inestimabile a quel suo corpo, e che perciò il pagamento che di esso egli aveva voluto farsi, rappresentava quasi un patto d’usura, solo in parte mitigato dall’adorazione di cui la circondava.
Sarebbe stata quest’adorazione, simile in tutto a quella dell’avaro per il suo tesoro, se egli non si fosse poi dimostrato tanto ingordo di lei; oh sì, come se su lei volesse saziare una lunghissima fame, di cui ella sentiva orrore, ripensando ai baci che le aveva dato da bambina.
Origine e destino, la circolarità, vittima dell’origine, vittima del destino. Emerge qui l’idea del pagamento di un debito: lei lo sposa per pagare il suo debito. E come viene pagato il debito? Viene pagato con la carne:
…le carni ancor quasi acerbe e già offese e condannate a rimanere per sempre ignare...
Sembra quasi la riedizione di Shakespeare nel Mercante di Venezia.
Mentre Bebè è presa da questi pensieri foschi e torvi, il marito lavora, lavora sempre di più per assicurare condizioni economiche migliori, perché attualmente le condizioni finanziarie non sono laute e cosa succede? Decide di partecipare a un concorso a Roma, vince e deve trasferirsi a Roma per un corso di perfezionamento. Quindi, si comincia a preparare il trasloco, le varie cose vengono messe in ordine, chiuse nelle casse e mentre rimette in ordine la casa, cosa trova Bebè in una cassetta? Trova le lettere di quel ragazzo di cui si era innamorata e che aveva dovuto partire per Roma per perfezionarsi nell’arte della pittura, lettere che mai le erano giunte a destinazione, perché la nonna le aveva requisite. Ebbene sono lì, custodite in una cassettina.
A questa scoperta, Bebè sentì strapparsi le viscere e il cuore. Allibì dapprima, poi l’ira, lo sdegno le fecero un tale impeto nello spirito ch’ella, con le mani tra i capelli e gli occhi sbarrati e ferocemente fissi, si vide quasi impazzita nello specchio di quello stipetto.
Quindi, Bebè si vede quasi impazzita. Prima si pensa e poi si vede, c’è una rappresentazione insistente che Bebè ha di sé.
Come, con quelle lettere sottratte, aveva potuto la nonna assicurarla che quel giovine, appena arrivato a Roma, s’era dimenticato di lei? Quelle lettere riboccavano di passione, gridavano e piangevano e scongiuravano. Ed ella aveva creduto alla nonna! E quel giovine aveva potuto pensar di lei tutto il male che ella aveva pensato di lui! Ma sì, ecco, nell’ultima lettera disperata, la dichiarava indegna del suo amore, e fatua e spergiura e civetta e senza cuore.
Ah, che infamia! che infamia! Si erano dunque messi d’accordo la nonna e Marco; d’accordo avevano commesso un tradimento così vile? Ma già! Non doveva pagare? Non doveva pagare? Il sacrifizio della sua persona non bastava; anche con il sacrifizio di quell’amore doveva pagare le cure, il mantenimento che le avevano dato.
Questa è la rappresentazione di Bebè: ha ricevuto la vita, ha ricevuto il mantenimento, ora deve pagare; quel che le sta accadendo è il pagamento di quel che ha ricevuto. Cioè, Bebè ritiene di potere pareggiare i conti, questo è il punto. Bebè ritiene che ci sia un atto tale per cui possa pareggiare i conti, ha ricevuto e ora deve espiare e espiando pareggia i conti.
Ma a Roma – ah! a Roma, adesso, si sarebbe vendicata. Ecco come pareggiare i conti: la vendetta! Il modo più comune di ritenere che si possano pareggiare i conti, fare pari, è la vendetta.
Avrebbe rintracciato quell’altro, a ogni costo. Anche a costo di perdersi si sarebbe vendicata.
Dunque, importa non tanto il valore di quello che fa, ma importa la vendetta. Ma per chi può porsi la rappresentazione in cui non conta quel che si fa, ma la vendetta? Per chi si crede vittima.
Vediamo intanto se ci sono domande intorno a quanto abbiamo detto questa sera, perché la cosa prosegue, però, per andare avanti bisogna capire che lo svolgimento della novella non è lo svolgimento dei fatti. Non c’è nessun fatto! Per apprezzare veramente questo testo occorre procedere da questo: non ci sono fatti! È questa la coerenza che collega lo svolgimento della vicenda e che indica il valore del testo. Non è unicamente un testo di fantasia, c’è una coerenza logica straordinaria.
Cecilia Maurantonio C’è anche l’elemento della conoscenza, perché Bebè quando viene a sapere dalla nonna in punto di morte, e le racconta…
R.C. Questo non l’abbiamo letto adesso.
C.M. Come no?
R.C. La nonna in punto di morte era prima.
C.M. Lì interviene un’idea di tempo come durata. Bebè diviene vittima conoscendo, per un pensiero retroattivo, e pensa di giustificare e di pareggiare con la vendetta.
R.C. Quindi, qual è la domanda?
C.M. Quindi, c’è il sapere che va avanti e indietro, e il sapere la rende vittima o c’è la probabile soddisfazione del pareggiamento con la vendetta. C’è questa sua apparente capacità che determina il fatto, pensando a ciò che era avvenuto, ma che lei non aveva vissuto, dei baci di bambina e…
R.C. Non ci sono baci. Non c’è nessun fatto.
C.M. Appunto, è quello che sto dicendo.
R.C. La questione che lei solleva è importante, perché pensarsi non comporta conoscersi. Pensarsi non comporta conoscersi e conoscersi è impossibile.
Maria Antonietta Viero L’espiazione è l’espiazione di una colpa. Qual è la colpa che avrebbe innescato il debito? Perché, se l’espiazione è il modo della vendetta per pareggiare i conti, c’è una colpa che non ha nome, per così dire.
R.C. Certo, la questione della vendetta presuppone la colpa e la pena. La vendetta è l’amministrazione personale della colpa e della pena. Come gestire la colpa e la pena? Con la vendetta!
M.A.V. Questa colpa sembrerebbe essere uguale a ciò che ha ricevuto. E ciò che ha ricevuto è la colpa che deve espiare.
R.C. No, la colpa è stata commessa.
M.A.V. Ma in che modo viene assunta la colpa? Se è stata commessa, come viene assunta e pensata e fatta propria per pareggiare i conti?
R.C. L’idea di colpa è la stessa idea d’origine. E non è una questione così straordinaria. Aristotele dice che noi siamo tutti mortali, mentre la Bibbia dice che noi siamo tutti morti, nasciamo morti perché nasciamo macchiati e possiamo solo salvarci! Avete mai sentito parlare del peccato originale? Ognuno nasce macchiato, ognuno nasce colpevole. E ognuno questa colpa, questa macchia, se la può rappresentare in svariati modi.
Pubblico Ma c’è questa macchia, è un fatto per chi ci crede.
R.C. Per chi ci crede è un fatto! Senza analisi diventa un fatto. Ecco, allora, che la credenza nella colpa avvia il sistema della colpa e della pena, dunque il sistema della vendetta. Per chi ci crede c’è una coerenza assoluta. Però, come notavo prima, non basta dire “voglio morire” perché ci sia l’idea di morire; così noi potremmo anche dire che non basta dire “non ci credo, io non la sento”, per scongiurare l’ipotesi che quest’idea agisca. Non lo sappiamo, non è così scontato.
Pubblico Ma questo solo se non ci sono i fatti! Lei si sente di respingere l’idea dell’assenza del fatto? Lei crede che il padre fuggito in America non sia un fatto? Che la ragazza abbia sposato poi lo zio non sia un fatto? Indipendentemente da come ciascuno lo vive.
R.C. Certamente, altrimenti non avrebbe scritto una novella.
Pubblico Perché è interessante come ciascuno lo vive, ma questo non vuole dire che il fatto non esista, che non sia stato celebrato il matrimonio. È un modo soggettivo d’interpretare il fatto.
R.C. Lei sta convertendo il fatto nell’evento. Invece, l’evento non è l’altro nome del fatto. Qualcosa giunge all’evento proprio in quanto non c’è fatto. L’evento è il compimento di qualcosa, cioè come la qualità si scrive. Non è il fatto. L’evento si attua sulla dissipazione del fatto, dell’idea del fatto e della fattualità.
Pubblico Non sono in grado di distinguere il fatto dall’evento. Ci sono tante differenze sfuggenti. Quello che io riesco a capire è che ci può essere una differenza tra ciò che può essere considerato lo stesso evento. Ciò che accade ciascuno lo vive a modo suo, nella relatività del modo di viverlo, chiamiamolo fatto o evento.
R.C. È un’ipotesi che mi sentirei di dire un po’ riduttiva, perché “ciascuno a suo modo” non vuole dire che tutto è relativo, cioè non è un modo del relativismo, anzi, è un modo che marca la questione dell’assoluto! Questa formula, se vogliamo, è indicativa della logica, non del soggetto. Se noi traduciamo “ciascuno a suo modo” nella libera soggettività di viverla e sentirla, noi facciamo una traduzione soggettivistica dove si tratta del soggetto che vive a suo modo. Se facciamo un passo in più, senza soggetto, quindi cogliendo la particolarità e la struttura di quel che accade, allora possiamo cogliere l’evento. L’evento è senza soggetto, per questo non è un fatto. Nel momento in cui viene soggettivizzato diventa un fatto. Non abbiamo questa necessità di soggettivarci, cioè di trovare il soggetto a fondamento di quel che accade. Non è una questione percettiva è una questione narrativa, è una questione di avvenimento, di divenire, di evento, non di soggettività. La soggettività che qui ci viene narrata è quella che produce la vendetta, la colpa e la pena: questa è la soggettività! Ma neanche questo giunge a diventare fatto, non è necessario.
Pubblico La vendetta non è un fatto?
R.C. Se la vendetta giunge al punto di effettuarsi, siamo in assenza totale d’analisi, siamo in presenza della soggettività e allora può darsi che lì ci sia un fatto. Ma noi leggiamo non per consacrare il fatto, bensì per cogliere la logica e la struttura narrativa per cui non c’è il fatto. Per esempio, prendiamo il testo di una fantasia, il testo di un sogno. C’è una struttura narrativa, ci sono nomi, significanti, immagini, scene per cui sembra che accada un fatto, ma non è accaduto.
Pubblico È immaginato.
R.C. Sì, e logicamente è uguale! Nel senso che, parlando e facendo, la struttura è onirica.
Pubblico. Dove lo trova lei questo assoluto dell’onirico?
R.C. Nella parola.
Pubblico Io non ci credo alla virtù magica della parola.
R.C. Infatti, non è magia, è parola. Occorre avere l’umiltà d’indagare la parola. L’indagine sulla parola non è l’indagine sul discorso, non è l’indagine sulla filosofia, sulla sociologia, sulla psicologia; è un’altra cosa. L’indagine disciplinare è un’indagine che pone al suo fondamento il soggetto e tutto ciò che può consentire al soggetto di esercitare la sua padronanza. Per ciò la logica della disciplinarizzazione è binaria, perché sembra consentire l’esercizio della scelta. Ma l’onirico esige un’altra logica che non è più binaria, è singolare-triale e non consente più di esercitare una scelta alternativa o esclusiva, perché non c’è più da scegliere tra due, ma c’è la molteplicità, dove nulla resta escluso.
È un’altra scena, un altro panorama, un’altra materia: è la parola che non conosciamo! Questo è il terreno della nostra ricerca. Quando diciamo analisi, è analisi che procede dalla constatazione della particolarità della parola che mette in questione la soggettività, il soggetto, non per magia, ma perché riguarda il modo del due, il modo del tre, il modo del tempo. Allora, da quest’integrazione, la parola.
È chiaro che può intervenire uno smarrimento: “Ma allora non ci raccapezziamo più, non abbiamo più un fondamento a cui aggrapparci”. Certo, è per questo che è sorta la filosofia, è per questo che sono sorte le discipline, per dare un fondamento, per consentire il governo delle cose. Però la parola è un’altra cosa.
Pubblico Ha un significato la parola o è una cosa puramente sintattica? […] La parola che ci scambiamo tra di noi?
R.C. Ebbene sì.
Pubblico. Adesso c’è la proliferazione delle logiche, anche nel campo delle logiche matematiche.
R.C. Quello che conta è l’esperienza della parola, fare l’esperienza della parola.
Pubblico L’esperienza è qualcosa di soggettivo, sembra che anche gli esperimenti scientifici non riescano a esulare da questa soggettività.
R.C. Sì, questa resta una scommessa, è la scommessa. Noi la chiamiamo la scommessa intellettuale perché non pone la conoscenza di un limite. Lei sa che ogni consesso umanistico, scientifico, consente di dire: “Noi sappiamo che”. Come “noi sappiamo”? Ecco, con la parola, noi non sappiamo già, però si produce sapere, c’è produzione di sapere. Noi non sappiamo già, ma c’è sapere effettuale che ci sorprende talvolta e questo è il bello dell’esperienza della parola. C’è produzione di sapere e di senso, effetti di verità, cioè non ci sono verità già date, ma c’è effetto di verità e questo è lo straordinario della cosa.
M.A.V. Riflettevo sul “richiamo al programma”. Ritengo che è il pensarsi che, sospendendo il tempo, avvia la rappresentazione. Perché, se ci fosse il fatto, questo non raccoglierebbe nessun racconto e non ci sarebbe modo di parlare. Non ci sarebbe modo, per così dire, di accedere al racconto. Il passo mi sembra che sia l’attenersi o l’enunciare il programma che, facendo, scioglie la fantasmatica, attraversa la fantasmatica, attraversa questo “non fatto”.
Già il pensarsi, in ogni caso, ha esigenza della parola nella sua descrizione rappresentativa. Se accedesse al fatto, il fatto non coglie la parola, il fatto non ha bisogno della parola. Se c’è parola è perché del fatto non c’è fatto. Ciascuno si coglie nel tempo in cui si trova nella sua indagine, nella sua ricerca, nella sua vita, nel suo modo. Altrimenti avremmo il fatto consacrato e non avremmo accesso alla parola. Quindi, pensavo che il passo successivo è l’esigenza, parlando, del programma, perché solo attenendosi al programma e ai suoi appuntamenti c’è modo, facendo, di non accedere al fatto, di non consentire al fatto d’attuarsi nella sua rappresentazione estrema.
R.C. Ma non c’è da evitare nulla, neanche il fatto.
M.A.V. Ma non era in questo senso, dicevo che se il fatto esistesse in quanto tale…
R.C. Ma non esiste.
M.A.V. Appunto, non ci sarebbe parola.
R.C. La constatazione che c’è l’esigenza di parola indica anche l’esigenza dell’ascolto, dell’intendimento, di capire, perché non sappiamo già. Capire è un seguito della complessità e occorre giungere a constatare la complessità per capire, perché fino a che si pensa e si crede che le cose “sono”, cosa c’è da capire? Non c’è nulla da capire, ma già il “come” dissipa l’ontologia.
Pubblico Le cose sono, ma poi c’è il problema di come sono.
M.A.V. C’è un’ulteriore cosa che mi veniva in mente. L’esigenza di parola attua ciò che non è ancora avvenuto, ciò che non è mai stato, l’esigenza di parola indica che il tempo la fa da padrone per così dire.
R.C. Neanche il tempo è padrone perché, se c’è padrone, c’è sempre chi si dà come schiavo.
M.A.V. Con il tempo…
R.C. Neanche il tempo è padrone, nessuno è schiavo del tempo.
M.A.V. Non era in questo senso, è che l’esigenza di parola avvia…
R.C. Non voleva essere in questo senso, ma talvolta la volontà s’incrina nel lapsus.
C.M. C’è solo l’evento.
R.C. Non c’è la padella o le braci. Abbiamo appena detto che ciascuna cosa esige l’integrazione. C’è la complessità. Lei dice che c’è solo l’evento. No! Le cose sono tante, innumerevoli, le pare che ci sia solo quello?
C.M. Rispetto all’idea del fatto. Era perché uno che pensa…
R.C. Non c’è l’uno che pensa se c’è analisi. Però, per capire come ciò avvenga bisogna proseguire la lettura della novella, che noi speriamo di concludere la settimana prossima.
