Telefono: 049 8759300
Facebookgoogle_pluslinkedinyoutube

La tentazione del cibo

/Cibo e erotismo

Estratto dalla dispensa La tentazione (disponibile su richiesta)

La tentazione del cibo

Cibo e erotismo

la-tentazione

Cibo e erotismo è il primo titolo di una serie di quattro incontri, per affrontare alcune questioni che ruotano attorno a ciò che possiamo chiamare la tentazione.

La tentazione attorno a cui abbiamo pensato di convocare, per indagare, è la tentazione del cibo connessa al modo di pensare la vita. Modo con cui, talvolta, di fronte a determinate imprese, difficoltà, vicissitudini, molto spesso si è indotti – anziché a trovare la forza – a cedere, a giustificarsi e a farsi vittima. Poi a una delle mitologie più in voga e diffuse di questa epoca, che riguarda l’alternativa fra lo stress e il relax. Verificheremo, analizzando la questione, qual è un modo intellettuale di considerare ciò che viene chiamato comunemente stress e che indurrebbe a trovare come suo rimedio il relax.

Questa è un’occasione, un pretesto, un modo per indagare attorno a credenze, idee, mitologie, modo di pensare, per discuterne e verificare se queste credenze possono trovare un altro sbocco, un’altra articolazione, un altro modo, per indicare qualcosa che – più che alla mitologia o all’ideologia – possa trarre verso un’ipotesi di qualità, un’ipotesi di valore.

Tentazione è un termine che evoca qualcosa di proibito, qualcosa di negativo, qualcosa che dev’essere negato, vietato, qualcosa che avrebbe a che fare con il male, e che negherebbe il bene verso cui ogni cosa dovrebbe essere orientata, secondo quella che è la concezione politica. Ma, il termine tentazione, originariamente, ha questo significato negativo? Se noi esploriamo il termine greco tentazione, peirasmos, indica prova, esperienza; anche tentativo, sforzo, tensione. Originariamente, questo termine non ha l’accezione che le viene attribuita oggi, qualcosa che avrebbe a che fare con il proibito, con il negativo, con qualcosa che dovrebbe essere vietato. Accanto a peirasmos abbiamo altri termini peiras, peirasis, sempre in questa costellazione, che indica qualcosa della tensione, della tendenza, del tentativo, dell’impresa. Una tensione a intraprendere. Questa è la tentazione: tentazione è ciò che risulta necessario per la curiosità e per svolgere una ricerca.

È in questa accezione che noi ci muoviamo per svolgere questa indagine, avvalendoci anche di ciò che nel corso di secoli e millenni è andato affermandosi.

La tentazione che noi abbiamo come vocazione immediata, la più nota, è la tentazione di Adamo e Eva nel giardino dell’Eden. Questa tentazione è una tentazione che sorge per un divieto che sarebbe stato impartito a Adamo e Eva. La Bibbia dice: “Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino ma, dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiarne, perché quando tu ne mangiassi, certamente moriresti”. Abbiamo un divieto e una minaccia di morte. Qui, come interviene la tentazione? Interviene con il serpente che dice alla donna: “Non morirete affatto, anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”. A fianco di questo divieto, di questa minaccia di morte, c’è la promessa, la promessa di diventare come Dio, la promessa di sapere, di conoscere il bene e il male. Una promessa di conoscenza. È curioso che da questa promessa, da questa trasgressione sorge la vergogna: “Si accorsero di essere nudi e provarono vergogna”. Sorge la coscienza come coscienza di colpa.

Accanto a questa tentazione, ne conosciamo almeno altre tre, che riguardano Cristo. Le tre tentazioni di Cristo nel deserto.

Cristo, dopo il battesimo, è nel deserto. È a digiuno e la prima tentazione riguarda il cibo. Il tentatore lo avvicina e gli dice: “Se sei veramente il figlio di Dio comanda, dì a queste pietre, dì a questi sassi di diventare pane”. C’è la premessa della tentazione che non può essere trascurata: “Se sei, allora fai!”. C’è una sorta d’istigazione a dimostrare l’identità, a dimostrare chi sei, e se veramente sei quello che dici, allora fai questo.

Quello che ci interessa nella combinazione con la questione del cibo, è questa prossimità fra questa sorta d’esigenza di mangiare, questa indicazione a far sì che ciò che sta dinanzi divenga cibo, con la dichiarazione d’identità e la giustificazione: “Dai la prova che sei ciò che dici di essere”. C’è una sfida a dimostrare di essere per poter fare. Quante volte accade di sentire qualcuno che si giustifica rispetto a qualcosa che ritiene di non potere, di non dovere, di non sapere fare, dicendo che non è all’altezza, non è in grado e quindi non può: “Non sono, quindi non posso”.

In altri casi può intervenire l’altra ipotesi, di non avere e quindi di non potere. Ma, in questo caso, consideriamo l’ipotesi del non essere: “Non sono, non sei. Quindi non puoi o puoi”. Dimostrami! “Dimostrami se sei, dimostrami se puoi”. C’è una sfida e un appello a una presunta identità che dovrebbe dimostrare l’origine, la genealogia, l’appartenenza come elementi di ricatto. Di ricatto da una parte e di giustificazione dall’altra, in quanto l’origine non sarebbe una certa origine, la genealogia non sarebbe una certa genealogia, l’appartenenza non sarebbe una certa appartenenza: allora neanche tentare! Questo è quanto spesso accade.

È da considerare in che modo quest’idea dell’origine, dell’appartenenza, della genealogia possa incidere per quanto attiene al cibo e ciò che ruota attorno al cibo. Cibo che può risultare gradito o sgradito, commestibile o non commestibile, buono o cattivo, positivo o negativo, con tutto ciò che gli va attorno come disturbo. Ma, perché il cibo, giusto perché siamo attorno alla questione cibo, dovrebbe avere questa oscillazione, questa sorta di alternativa fra il positivo e il negativo? Perché il cibo dovrebbe partecipare di quella virtù dell’alternativa tra il rimedio e il veleno? Perché il cibo dovrebbe essere buono o cattivo? Che cosa chiamiamo cibo? Di cosa si tratta in quanto al cibo?

Cibo è un termine curioso, che non ha niente a che vedere con ciò che si mangia. Cibo, indica ciò che si prende con la mano. Il cibo è ciò che è a portata di mano, ciò che la mano prende. Che cosa prende e che cosa resta nella presa della mano? Con quale mano prendere il cibo?

Leonardo da Vinci diceva che la mano è mano intellettuale. Tanto è vero che Leonardo pone fine alla polemica tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, perché, essendo che la mano è mano intellettuale, non c’è lavoro servile e lavoro intellettuale, non c’è cosa che possa risultare degradata e cosa che possa risultare intellettuale. Ciascuna cosa, in quanto partecipa della mano intellettuale, è cosa che tende al valore, è cosa che esige di trovare la qualificazione. Non è qualcosa che ha già un valore in sé. Questo valore occorre trovarlo, e è il frutto della ricerca, il frutto della qualificazione.

Che il cibo sia qualcosa che, eminentemente, esige la ricerca, l’indagine, il lavoro di analisi e di qualificazione, ce lo dice ancora una volta la Bibbia, testo antico, testo che contiene numerosi risvolti di saggezza, quando ci dice che, per quarant’anni, gli ebrei, che andavano vagando in direzione della cosiddetta terra promessa, si nutrono di qualcosa che viene dal cielo e che non sanno di cosa si tratta. Tanto è vero che, a fronte di questa cosa che viene dal cielo, si chiedono Man hu? Che i greci poi rimandano con Ti es ti? Che cos’è?

Ma, mentre il greco punta a rispondere in termini sostanziali, come il tentatore nel deserto che dice: “Fai diventare queste pietre pane”, ebbene, la domanda Man hu? non esige un’unica risposta, ma lascia a ciascuno la libertà, il modo della risposta. E, infatti, dice la Bibbia, questo cibo, questo cibo sconosciuto, resta sconosciuto! Nessuno sa di cosa si tratta, eppure se ne nutrono per quarant’anni e ciascuna volta è differente: mai lo stesso. Mai tale per cui potrebbe dirsi: “È la stessa cosa di ieri”. È la stessa cosa di prima? No. È sempre un’altra cosa. Man hu? Che cos’è? Di cosa si tratta?

È la stessa questione alimentare. Di cosa si tratta, quanto al cibo? In che modo l’idea che il cibo che abbiamo dinanzi è lo stesso cibo che abbiamo già mangiato? In che modo questo comporta che, anziché trovarci dinanzi a qualcosa di nuovo, di sconosciuto, questo fa sì che riteniamo di trovarci al cospetto di qualcosa di noto, rispetto a cui abbiamo un ricordo, ricordo che può essere sgradevole o gradevole? E è proprio questo ricordo che viene a sostituire il cibo nella sua originarietà, e farà in modo che attorno a questo cibo sorga qualche problema. Se il cibo ha come sua natura una combinatoria che non può essere prevedibile, questo ci induce all’assaggio. Non sappiamo di cosa si tratta, lo assaggeremo, lo proveremo. Costituirà una tentazione per capire, per capire di cosa si tratta, perché non so. Se, invece, presumo di saperlo già, mi preserverà dalla prova, dal tentativo, dal provare a capire, presumendo di saperlo già. È questa presunzione che costituisce il peso. È la presunzione di sapere già cosa ho davanti che costituisce l’impedimento, cioè toglie la manna. Non c’è più la manna, c’è il ricordo della manna. E questo ricordo viene a trovarsi in un’alternativa, buoni o cattivi ricordi. Ricordi positivi, esperienze positive, cattivi ricordi, esperienze negative. Ricordi. Ricordi che tolgono la manna, tolgono l’originarietà del cibo, tolgono la domanda, quella domanda ingenua, originaria, curiosa, da cui muove e procede la ricerca.

La questione è questa: come fare a trovarsi al cospetto della manna e non già dei ricordi? Come istituire il dispositivo alimentare, il dispositivo della nutrizione che risponda in termini originari alla fame, alla curiosità, a ciò che Freud chiamava pulsione e non istituisca quella sorta di cappa che è la presunzione di conoscenza?

Se togliamo questa caratteristica originaria del cibo, togliamo al dispositivo alimentare il suo aspetto immunitario.

Di cosa si tratta nell’immunità? Si tratta propriamente dell’assenza di peso, dell’assenza di mortalità. Si tratta della leggerezza e di ciò che consente di accogliere la novità in ciò che abbiamo dinanzi. È questa caratteristica, di questo cibo, che può costituire l’alimento, il nutrimento. Non solamente in termini di apporto calorico – come se il corpo fosse meramente una macchina termodinamica – ma come apporto pulsionale, di ciò che ciascuno esige in termini pulsionali rispetto alla domanda, alla domanda di vita, alla domanda Come vivere?

È questo che fa sì che ciascuno proceda in direzione della soddisfazione della domanda. È questo che fa si che ciascuno trovi il modo, non tanto di vivere nell’accezione di vita comune – che è quella che a un certo punto terminerà per un destino comune – ma nell’accezione di vivenza, cioè nel gerundio in atto. Gerundio per cui, ciascun istante, per ciascuno, si tratta della vivenza: come fare vivendo?

Allora è un altro tempo che s’instaura, per ciascuno, rispetto alle cose che ha da fare, rispetto a un progetto e a un programma di vita. E il cibo diventa non solamente ciò che s’introduce per acquisire le calorie necessarie, ma il cibo è ciò che occorre in ciascuna direzione.

Per capire meglio questa accezione di cibo, possiamo ricorrere a una lettera di Niccolò Machiavelli. Nel 1513 si trovava in una sorta di esilio – e non era proprio contento di essere lì – mentre puntava a trovarsi a Firenze a curare affari di stato, e scrive al suo protettore, in Vaticano, e gli racconta come vive questo suo esilio. Dice che al mattino si leva presto con il sole e si dirige nel bosco, dove ha una tenuta, e per due ore si dedica alla sorveglianza dei tagliatori, perché questi taglialegna hanno sempre qualcosa da raccontare, hanno sempre delle beghe tra loro, hanno sempre qualche guaio. Lui sta a ascoltare e ne ricava elementi utili. Dopo di che si diparte dal bosco e si reca a una fonte, dove legge Petrarca, poeti latini, poeti “minori” e ne ricava molto conforto. Poi arriva l’ora del pranzo e si dirige verso l’osteria. Dirigendosi verso l’osteria incontra persone. Lungo la strada, incontrando queste persone, si sofferma a parlare con loro. Ascolta, dispensa consigli e ne riceve. Poi, all’osteria dice: “M’ingaglioffo e per quattro ore giochiamo a carte, a Tric e trac, e volano le parole che ci sentono fino a chissà dove, e per un quattrino succede il finimondo, e non me ne vergogno affatto”. Poi dice, ultimo dispositivo della giornata: “Torno a casa, e sulla soglia mi spoglio di questi abiti quotidiani, vesto abiti reali et curiali e mi rivolgo agli antichi, e gli interrogo attorno a varie questione e loro hanno la compiacenza di rispondermi. Così trascorro quattro ore senza nessun affanno, dove non sento alcuna noia, dimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte e tutto mi trasferisco in loro”. E ancora: “In queste quattro ore io mi pasco di quel cibo che solum è mio e che io nacqui per lui”!

Nella giornata di Machiavelli ci sono tante cose e queste cose costituiscono il suo cibo. Eminentemente la sera, dove, scrivendo, leggendo, raccontando, scrivendo i suoi libri, le cose terrene restano dimenticate. Acquistano valore altre cose e da questo valore lui ricava la forza. La forza per andare avanti, per proseguire, per non lamentarsi del suo esilio, per procedere perché le cose non finiscono lì. Perché questa difficoltà è transitoria e c’è da andare oltre: si pasce di quel cibo che solum è suo.

Quindi si avvale di un dispositivo. Dispositivo immunitario che è anche dispositivo alimentare, che è anche dispositivo pulsionale, che è anche dispositivo intellettuale, che è dispositivo di vita.

Questa è la questione effettiva. Non dispositivo fra la vita e la morte, fra il male e il bene, fra il positivo e il negativo, dove si tratterebbe di scegliere il male minore o ciò che rende possibile l’economia del male, puntando al bene. No! È un altro modo.

È un dispositivo da cui trarre la forza, perché la vivenza esige la forza, e senza la forza ognuno è disposto a cedere alle difficoltà. Ritiene di non essere in grado, di non essere all’altezza, di dover ricorrere a determinati aiuti, a determinate sostanze che possono aiutarlo a affrontare le cose.

Sorge così la fantasmagoria delle sostanze, per così dire, di conforto: chi deve fumare, chi deve bere, chi deve drogarsi, chi deve assumere farmaci per trovare la forza.

No! La sostanza non dà la forza. La forza è forza intellettuale. Viene dall’immunità, cioè dall’assenza di peso, dall’assenza dell’idea di mortalità, dall’assenza del fantasma di origine, dall’assenza del fantasma di appartenenza, che sono elementi vincolanti e che impediscono di procedere.

Concludo questa introduzione con un riferimento alla seconda parte del titolo di oggi, l’erotismo. Abbiamo indicato alcuni criteri per indicare il cibo. Ora, che cosa intendere in quanto all’erotismo? In che modo il cibo può combinarsi con l’erotismo? Questo per dare delle indicazioni, per capire quali sono le conseguenze.

In parte, qualche indicazione l’ho già data e, cioè, che nel momento in cui, anziché la manna, noi abbiamo dinanzi l’idea di sapere già di cosa si tratti, ebbene, abbiamo già introdotto un aspetto erotico.

Presumendo di sapere di cosa si tratta, presumiamo di sapere anche a cosa serva.

La questione dell’erotismo è connessa con il piacere e con l’idea che ognuno può avere del piacere ma, soprattutto, con l’idea che ognuno può avere di come riprodurlo! Come riprodurre il piacere di cui ho bisogno? Ecco, l’erotismo è questo: l’idea di poter replicare, riprodurre qualcosa che è già avvenuto e di poterlo anche padroneggiare, riprodurre a piacimento, non tenendo conto che il piacere è un effetto imprevisto, imprevedibile, sorprendente, che non risponde alle caratteristiche sperimentali. Un esperimento si ripete in maniera rigorosa nelle stesse condizioni di temperatura, pressione e quant’altro. Questo è il cosiddetto metodo sperimentale.

La pulsione e il piacere, invece, non seguono né il criterio né il metodo sperimentale. Seguono un altro modo.

È proprio per questo che Freud, a suo tempo, ha dedicato un saggio alla questione, dal titolo Oltre il principio del piacere[1], proprio per indicare che è vano prefigurarsi un finalismo per cui le cose si fanno per piacere: “Lo faccio perché mi piace”; “So che mi piace”.

È un abbaglio, è un’ipotesi, è un’idea. Sarebbe una forma economica per cui il fare dovrebbe approdare sempre allo stesso risultato. Ma, ciascuno può provare per verificare che non è così. Molto spesso, quel che è atteso non si verifica. C’è uno scarto tra ciò che accade e ciò che era atteso accadesse. Ebbene, questo scarto viene assunto in termini di mancanza: “Ecco, vedi, è colpa mia: non sono in grado, non sono capace”. Doveva accadere questo e è accaduto un’altra cosa.

È chiaro che questo scarto viene inteso come il segno della mia mancanza. In altro modo, questo scarto, invece di venire assunto, viene attribuito in termini di malevolenza: “Ecco, vedi, sei tu che non vuoi, non puoi o mi vuoi male”. Si apre la ridda delle rivendicazioni, dei lamenti, dei rifiuti. Si tratta, per lo più, come notava Machiavelli per i taglialegna, dei loro guai, quei guai cui i taglialegna erano piuttosto votati.

Questa è materia di ciò che viene definito – in maniera facilona e approssimativa – “disturbi dell’alimentazione”.

Per il momento lascio la cosa a questo livello, poi la chiariamo più avanti.

Pubblico Nessuna sintesi allora. Il cibo non come apporto calorico ma come apporto pulsionale e si giustifica tutto?

R.C. In che senso si giustifica?

Pubblico Tutto torna, no?

R.C. Non si giustifica e niente torna. Ciascuna cosa va, procede. Dove vada non è già noto e ciascuna cosa costituisce la tentazione per indagare, per capire. Quindi, niente torna.

Perché quest’idea del ritorno, in realtà, è un’idea di morte, è un’idea che nega il cammino e il percorso. Niente torna, ma ciascuna volta va. Va, ma non ritorna mai. Sopra tutto non ritorna indietro, non ritorna mai al punto di partenza.

L’interessante della questione è che non c’è cerchio. Per questo non c’è conoscenza del bene e del male, come diceva il tentatore. Non c’è conoscenza che possa chiudersi in un sapere definitivo.

La questione è quella d’insistere nella ricerca che non ha da finire e in nessun caso può prestare il fianco al cedimento erotico. C’è una differenza essenziale per la questione alimentare, fra erotismo e sessualità.

Per intanto mi fermo qui. Verifichiamo se ci sono domande e poi vediamo se ci sono punti che esigono chiarimento.

Enrico. Cosa intende lei per dispositivo? È una cosa nuova per me. Mi sembra di aver capito, ma non sono sicuro che sia qualcosa che distingue il bene dal male. Non mi è chiaro questo termine, non afferro il concetto. Il dispositivo è un meccanismo, un concetto, un sistema di organizzazione? Cosa significa?

R.C. Il dispositivo non è né un concetto, né un sistema, né un meccanismo. È chiaro che è una nozione nuova, differente da quelli che sono i termini comunemente usati. Perché, nel modo comune di parlare, viene indicato il concetto della cosa, più che la cosa. Un sistema in cui questo concetto valga per tutti e, magari, un meccanismo messo in moto nel sistema e che sia chiaro come funziona. Proviamo a ipotizzare l’inesistenza del sistema, ossia, che cosa…

Pubblico Mi scusi se la interrompo. Il concetto della cosa è una cosa aristotelica?

R.C. No. Il concetto sarebbe qualcosa che è comprensibile comunemente a tutti: un valore standard.

Se noi ci imbattiamo in una questione, per esempio abbiamo un problema digestivo rispetto a un cibo, e c’è chi dice: “Io non posso mangiare quel cibo”, allora questo diventerebbe un concetto: quel cibo in quanto tale, non è commestibile. Ma se proviamo a riflettere sulla circostanza in cui quel cibo è stato mangiato, il modo, l’ambiente, può accadere che scopriamo che non era il che cosa è stato mangiato, ma il come è stato mangiato e le connessioni con altre cose, dove il cibo non centra nulla e, che, però, hanno fatto sì che la sua digestione ne risultasse rallentata se non impedita. “Qualcosa mi è rimasto qui”. Quel qualcosa non è la bistecca, non è la verdura. È altro. Ma per riuscire a cogliere questo qualcosa, che non è una sostanza, ma viene da una particolare combinatoria, occorre un dispositivo dove gli elementi si dispongano, non già come elementi conosciuti, ma come del tutto sconosciuti. Allora può avvenire l’analisi di questi elementi e capire qualcosa di più, del perché, lì, qualcosa si è incagliato. Questo processo, che consente di capire e di restituire la leggerezza a qualcosa che l’ha perso, necessita non già di un concetto, non già di un sistema, ma di un dispositivo, in cui viga l’ipotesi di combinatorie infinite.

Un sistema è caratterizzato da che cosa? Dalla sua finitezza. Altrimenti non può darsi come sistema. Qualcosa risulterebbe non previsto né prevedibile. Ciò che caratterizza il sistema è che le operazioni, nel sistema, devono essere finite.

Un dispositivo, invece, è un qualcosa dove le combinazioni sono infinite. L’ambiente è un ambiente infinito. Che cosa caratterizza questo? Che risulta impensabile, sfugge alla pensabilità, alla probabilità, alla calcolabilità. Sfugge a ogni ipotesi superstiziosa. E questo ne dà già un aspetto di valore.

La superstizione, che è l’idea di qualcosa che sta sopra e che governa quello che sta sotto, si afferma in una sistematica: se il sistema non c’è, anche la superstizione non può affermarsi.

Questa è la parola! Questo è l’ambiente della parola, rispetto a una sistematica che possiamo chiamare il discorso, come discorso filosofico, per esempio.

Ecco, non so se sono riuscito a dare qualche elemento.

Pubblico Si potrebbe dire che questo dispositivo sarebbe un insieme di variabili che si comportano in maniera caotica?

R.C. Non si comportano: accadono!

Viene meno la nozione di comportamento, ma interviene quella di accadimento. Ciascuna cosa accade e questo accadere non è regolato da un criterio probabilistico e possibilistico; e questo ha una portata straordinaria.

Se, invece, credo che il mio fare, il mio ambiente, le cose che mi stanno attorno, rispondono a un criterio probabilistico e possibilistico, allora sono piuttosto ancorato, piuttosto rallentato, impedito nel procedere, perché sono preso e occupato da questa idea di probabilità, che è un’idea superstiziosa. Questo è il punto.

Bene. Adesso vediamo se con altre domande riusciamo a chiarire ulteriori aspetti. Ci sono altre domande? Si, prego.

Pubblico Un sistema come lo descrive lei, senza relazione, come ha detto l’altra volta? È un sistema che non ha regole?

R.C. Questo non è detto.

Pubblico È un sistema che evolve nel suo opposto. Trova solo nel suo opposto il suo limite, mi sembra. E poi c’è un problema di significazione. Perché ogni significante potrebbe avere un’infinità di significati?

R.C. Questo sarebbe un guaio?

Pubblico Se non ci sono le regole. Come in grammatica. La grammatica, in un certo senso, limita il numero dei possibili significati che ogni significante potrebbe avere.

Pubblico Come dice il signore, non essendoci regole, tutto è soggettivo, ambiguo.

R.C. Soggettivo o ambiguo?

Pubblico Per me hanno lo stesso significato. Non c’è l’oggettività allora?

R.C. Non ci sarebbe l’oggettività? Però questo non è un problema. Lei, come qualifica l’oggettività?

Pubblico L’opposto della soggettività. Universale, diciamo. L’oggettività.

R.C. Se noi pensiamo che la cucina sorge proprio perché non c’è questa alternativa tra soggettività e oggettività, ma perché esiste una gamma infinita di combinazioni, noi possiamo considerare la cosa di un certo interesse e possiamo qualificarla come l’arte della combinatoria del cibo. Il cibo non ha già assegnato un significato e un valore ma, proprio per via della combinatoria, acquisisce un aspetto nuovo e differente.

Pubblico Non si torna al Man hu?

R.C. Man hu? Sì, certo. È una chance potere trovarsi al cospetto della manna.

Qual è l’altra faccia dell’idea di conoscenza? È l’idea di fine del tempo. Noi possiamo presumere di conoscere qualcosa solo presumendo che, per quella cosa, sia finito il tempo. Allora quella cosa resta tale. Ma se il tempo non finisce, quella cosa è mobile e, di volta in volta, possiamo chiederci: come interviene? Come interviene quella cosa che non è conosciuta, ma è un’altra? Questo processo per cui le cose in cui ci imbattiamo non siano già qualificate, non va da sé; è qualcosa che esige umiltà e la necessità di capire. Non la presunzione di sapere, ma di capire. Se si stabilisce questa istanza, che è istanza per ciascuno, la vita cambia aspetto.

Per riprendere la questione del cibo, vi sarà capitato di sentire una mamma che dice al suo bambino: “Mangia. Fallo per me!”; “Se non mangi tutto mi dai un dolore”. Allora, il pasto, per quel bambino, diventa un pasto d’amore, perché o mangia l’amore della mamma, e il cibo diventa il segno dell’amore o arrecherà un dolore. Sarà combattuto di fronte a questo appello, tra pasto d’amore e pasto d’odio.

In quante forme, in quanti modi può istaurarsi questa significazione del cibo, come significazione dell’amore o dell’odio? O come significazione del cannibalismo?

Vi sarà capitato di sentire da un ragazzo a una ragazza: “Uh, che bel bocconcino”, oppure la mamma che dice: “Io ti mangerei”. Tutto ciò, al di fuori di un’elaborazione, può diventare significazione. Può diventare cannibalismo bianco.

Voi non ignorate che le forme cannibaliche cruente, riguardavano il pasteggiare col corpo del nemico vinto, per acquisire le caratteristiche positive di quel nemico: la forza, l’audacia, il vigore. Ebbene, se viene posto in una sostanza – in un cibo che viene considerato sostanza – una certa significazione, assumere quel cibo vuol dire assumere quella significazione; e se questo non entra in una elaborazione, può produrre delle conseguenze in termini di rifiuto: rifiuto del cibo, rifiuto di ciò che sta attorno. Oppure, al contrario, può indurre nel cercare nell’assunzione di quella significazione, una significazione ampia di sé, cioè una forma d’identità, quella stessa identità che Satana chiede a Cristo, dove dice: “Se sei veramente il figlio di Dio, fai così; se non lo sei non lo potrai fare”. Ecco la prova! La promessa, la minaccia, il ricatto, tutte figure rispetto a cui, in assenza di ricognizione e d’indagine, possono produrre titubanze, incagliamenti, cedimenti. L’idea di un limite che, assunto, porta a dire: “Io non posso”; “Non posso farlo”; “Comunque non posso”; “Non potrò mai”; “Non sono all’altezza”.

Questo può avere dei risvolti nella scuola, nell’università, rispetto a un’ipotesi di relazione, ipotesi di lavoro. Rispetto alla salute può compromettere l’ipotesi di salute. Questa è la questione. Perché, se non si stabilisce il dispositivo immunitario, pure la salute risulta compromessa.

Nadia Vidale. Qual è la differenza tra la significazione e la metafora? La significazione la metterei in relazione alla sostanza, della cosa in sé, della cosa stabile. Apparentemente, potrei sovrapporre le due strutture, dire cioè, che c’è significazione rispetto a “Mangia. Fallo per me!”, come significante e come significato “Un gesto d’amore”. Si stabilisce un nesso per cui l’assunzione del cibo diventa il segno, la prova dell’amore, e la metafora, dove io dico qualcosa che rimanda a qualcos’altro (ma questo è in qualche modo necessario), cioè, io non potrei dire qualcos’altro. Parlo per metafora, perché è la via con cui posso giungere a intendere una cosa che forse non sarà mai saputa ma, che, forse, non c’era prima.

R.C. Il principio della significazione abolisce e nega l’intervento della metafora. Attribuire a qualcosa un segno, positivo o negativo, in qualche modo nega la possibilità che questo qualcosa possa acquisire un altro senso per via metaforica, nel momento in cui interviene – nella concatenazione – una sostituzione che produce un’alterazione del senso. Ecco, se vige il principio della significazione, il senso è bloccato e non interviene l’ipotesi di una possibile elaborazione di quel termine, di quella cosa, almeno come premessa. Se poi accade che si avvii un dispositivo di parola, ebbene, anche la credenza più radicata in una significazione può trovare l’intervento di un altro senso e dissipare quella credenza, quella fantasia monolitica. È questa la chance della parola!

Francesca. Volevo chiederle, cos’è che dovrebbe spingermi a riconoscere il fatto che, vivere secondo un dispositivo, sia meglio che vivere all’interno di determinati schemi? Se quegli schemi sono l’unica mia salvezza e l’unico modo per ottenere la felicità, perché no? Cos’è che mi spinge a modificare il mio pensiero se, effettivamente, la mia felicità è data da quelli stessi fallimenti a cui mi portano i miei schemi? Cos’è che dovrebbe spingere una persona a modificare una sua credenza, cioè eliminare la presunzione di sapere il significato di ogni sua azione? Come può una persona accorgersene se è convinta dei suoi schemi? E chi mi dice che sia meglio eliminare questi schemi, queste finite possibilità? Non so se si è capito cosa ho detto.

R.C. Perfettamente. Cosa fa nella vita?

Francesca Studio filosofia, sono al primo anno e prima ho fatto il liceo classico.

R.C. Se non sono indiscreto, perché ha scelto filosofia.

Francesca La risposta non è scontata, non posso dirlo in pubblico.

Pubblico Evidentemente Francesca non conosce il detto latino primum vivere, deinde filosofare.

R.C. Se i latini avevano questo vezzo di classificare le cose in una successione, è perché numeravano partendo dall’uno. I latini avevano una numerazione finita, non conoscevano lo zero. Ignorando lo zero, ignoravano anche l’infinito e pensavano che ci fosse un prima e un dopo tra il vivere e il filosofare, cioè ignoravano l’ipotesi dell’integrazione e della simultaneità.

Ma non possiamo assumere questo motto latino per giustificarlo; tra l’altro, Francesca dice che la questione si pone in altri termini: vivere e filosofare, non secondo i latini ma secondo un’altra esigenza.

La questione non è che si tratta di stabilire qualcosa secondo il criterio del meglio e del peggio, tantomeno secondo quello della salvezza. Se noi ipotizziamo di fare una cosa perché questo potrebbe salvarci da qualcosa, quella cosa è gravata dalla minaccia: ogni ipotesi di salvezza è gravata da una minaccia!

Francesca C’è la possibilità che ci crolli addosso?

R.C. Più di una possibilità che ci si sbatta contro. Cioè, diventa quasi il timone, quella cosa.

Francesca Ma se riesco a gestirla, non c’è più la possibilità che ci si sbatta contro?

R.C. Certo, se lei riesce a gestirla! È qui che si gioca la partita, attorno al fantasma di padronanza. Padronanza della salvezza? Padronanza sulla felicità? Felicità. È una questione importante la felicità, no? Ma, la felicità, è l’altra faccia della salvezza?

Francesca Per me no!

R.C. Lei sarà felice quando sarà salva?

Francesca Anche, sia quando salvo sia quando sono salvata.

R.C. Perché, lei ipotizza che può salvare?

Francesca Mi sento un po’ impotente in questa sua descrizione.

R.C. Finora noi non abbiamo avuto tante testimonianze di salvatori.

La questione che lei pone è interessantissima, ne teniamo conto per l’argomento della prossima settimana. La sua domanda è importante, perché allude a un’esigenza assoluta di quale sia il criterio rispetto a cui, per esempio, istaurare un programma di vita. Quale criterio?

Ci sono altre domande?

Pubblico. Secondo il suo suggerimento, con umiltà, si tratta di far emergere lo spirito. Però, prima di questa cosa, se ci mettiamo l’istanza di ricerca di una qualificazione, questo può cozzare contro la domanda pulsionale? Qui ci vuole un’altra mente che governa queste due (noi ne abbiamo una che si divide in due), insomma un’altra mente che deve governare questa drammatica vicenda, cioè andiamo a cercare la domanda, però andiamo anche a infrangere lo spirito della domanda. Ma, in mezzo a tutto questo, c’è la realtà che, purtroppo, non trova spazio per la qualificazione.

Enrico. Volevo fare un’osservazione riguardo all’identificazione fra la salvezza e la felicità. Quando si parla di salvezza si parla di salvezza morale, perché tira in ballo la questione del comportarsi bene o male, cioè la morale. Ora, può essere che noi consideriamo la felicità allo stesso livello della salvezza, se noi pensiamo che l’unico modo per ottenerla sia comportarsi bene. Ma ne risulta che abbiamo bisogno di un metro per giudicare cosa sia bene e cosa sia male. Se, invece, consideriamo la felicità come il compimento, l’intraprendere un percorso per la realizzazione di sé e diventare quello che si è, questo non tira più in ballo la salvezza.

R.C. Questo è un contributo in vista della settimana prossima.

Maria Antonietta Viero. Una considerazione. Mi veniva in mente, a proposito del cannibalismo bianco, la bulimia e l’anoressia, che sono considerate patologie. Credo, invece, affondino le radici proprio lì, in questo pasto d’amore e pasto d’odio.

Ciò potrebbe dirsi anche per quanto riguarda l’alcolismo. A esempio in Veneto, nel detto genitoriale: “Sì, un litro di vino fa sangue, fa bene”. Non è detto che non abbia radici, in questo senso, anche un certo modo dell’alcolismo?

Un’ultima questione. Qualcosa che riguarda il dispositivo d’immunità. La domanda è: per ragioni di salute, come acquisire questo statuto d’immunità?

Sabrina Resoli. Il termine dispositivo allude a disposizione, il disporsi, cioè, dove le cose si dispongono rispetto all’infinito e sono libere di qualificarsi. Possiamo chiamare ambiente intellettuale, un dispositivo intellettuale che s’instaura lì, proprio quando non c’è significazione?

R.C. Bene. Questo è un contributo importante.

Allora concludiamo qui questo incontro e ci diamo appuntamento a mercoledì della settimana prossima, sempre alle 17,45, per proseguire questa ricognizione attorno al modo della tentazione. Il titolo della prossima settimana è La vita come reality, in cui ci saranno delle ipotesi di articolazione rispetto alle proposte che sono sorte questa sera.

 

 

[1] S. Freud: Al di là del principio del piacere. Bollati Boringhieri. Opere


 



Condividi
Facebooktwittergoogle_pluslinkedin