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Nono capitolo del libro La lampada di Aladino

Di una lampada che non illumina. Ovvero come l’ingenuità e la sessualità procedono dall’ignoranza

 Ruggero Chinaglia Questa sera il riscaldamento non funziona? Allora cominciamo la lezione di questa sera come Via Crucis, come espiazione pasquale, quaresimale!

Chi ha da porre proposte, questioni, domande per scaldare un po’ l’ambiente?

Gregorio G. Una domanda che riguarda l’ultimo incontro, una cosa che non mi è chiara riguardo al concetto di piacere, di dolore e dell’inizio e della fine del viaggio. Ho letto un libro che s’intitola Lo zen e il tiro con l’arco, e a un certo punto si parla di come riuscire a colpire il bersaglio non concentrandosi sul bersaglio, ma su altro, da cui il processo stesso procede. L’inizio e la fine del viaggio. Poi lei ha detto che c’è “un’economia della fine”, quasi come se la fine avesse un aspetto negativo, come se si volesse evitare la fine. Però, per chi ha avuto un’esperienza di dolore per esempio, più che un’economia della fine c’è un’accelerazione verso la fine, cioè il dolore deve finire; è evidente questo. Magari se uno vive un’esperienza piacevole, la fine di quell’esperienza non c’è. Nel caso di un’esperienza di sofferenza, di dolore io non penso a un’economia della fine. Grazie.

R.C. Grazie a lei. Altri che osino esporsi a una domanda?

Cecilia Maurantonio La volta scorsa lei ha detto: “La salute è aleatoria, non è uno stato, un modo di essere, ma è un’esigenza, è un’istanza che trova soddisfazione nel viaggio”. A questo proposito è essenziale come intervengono, rispetto alla salute, la condizione e l’Altro.

R.C. Mi rendo conto che, ancora, questa fiaba di Aladino e la lampada meravigliosa non è stata letta da nessuno.

Pubblico Certo che l’ho letta. È anche molto interessante, molto sibillina per l’analogia con un minimo fenomeno contingente che potrebbe dare un feedback mediatico nel mondo. Molto interessante per le implicazioni pedagogiche.

R.C. Cosa c’è di pedagogico nella fiaba di Aladino, a suo avviso?

Pubblico Enfatizzando un particolare, il genio che viene sprigionato dalla lampada occupa talmente la fantasia del proprietario della lampada, che gli sfugge il controllo del fenomeno.

R.C. E questo sarebbe pedagogico?

Pubblico Non so se questo è pedagogico, bisognerebbe rifletterci. Anche la tecnica dell’intreccio è molto interessante.

R.C. Ma l’ha letta di recente?

Pubblico No, dieci anni fa, circa.

R.C. Non basta. Non c’è chi abbia deciso di leggerla tenendo conto di ciò che andiamo dicendo? Ciò che andiamo dicendo è la lettura della fiaba, ma non c’è chi se ne sia accorto, sin qui. Nessuno se ne è accorto. E, per non accorgersene, ha evitato di rileggere la fiaba, per non correre il rischio di accorgersene. Chi ha visto il film Passion di Mel Gibson? Lei l’ha visto? E come l’ha trovato?

G.G. Io l’ho trovato abbastanza spettacolare.

R.C. Spettacolare?

G.G. Come un’americanata.

R.C. Cruento.

G.G. Un’americanata.

R.C. Che cos’è un’americanata? Perché il portavoce del Vaticano dice che il film narra effettivamente quel che è accaduto. Quindi lei è rimasto impressionato?

G.G. Lo scopo del film era anche quello.

R.C. Certo, infatti. Curioso che abbia suscitato tutto questo dibattito.

Pubblico Sì. C’è da dire che è anche sadico, però.

R.C. Non è propriamente sadico.

Pubblico Probabilmente qualche sadico in sala c’era.

R.C. Non le pare che il film metta in risalto che i Vangeli siano poco letti? È un’ipotesi.

Pubblico Probabilmente sì. Ma perché ci vengono spesso raccontati, e ognuno fa una lettura diversa. Come per la Lampada di Aladino. È noto che è stato fatto un libro, ma pochissimi l’hanno letto o riletto.

R.C. Lei si chiede perché mai dovrebbe leggere la Lampada di Aladino, giustamente! Dato che ne parliamo, è un testo che può costituire un’occasione per intendere di cosa si tratti nella lettura. Una lettura che non risulti moralistica o pedagogica, cioè scontata, ma che sia clinica. La lettura clinica è assai poco praticata, perché comporta innanzi tutto l’analisi e poi anche la messa in questione dei pregiudizi, della morale, della conoscenza, la messa in questione della “chiave di lettura”. Perché avvenga la lettura clinica occorre innanzitutto non utilizzare, se si presume di possederla, la chiave di lettura, in funzione della quale la fiaba, il testo in questione, dovrebbe risultare funzionale a una morale, a una verità prestabilita, a una verità data come causa e, per di più, da condividere.

Non si tratta di leggere “alla luce” di qualcosa, “alla luce delle più moderne o recenti acquisizioni”, “alla luce delle acquisizioni scientifiche” o quant’altro, ma si tratta di leggere con la scommessa che leggendo si produca la luce. Presumere che la luce ci sia prima della lettura, ebbene, nega la Pentecoste, nega il viaggio intellettuale nel cui corso può accadere, appunto, la Pentecoste.

Non è che nel viaggio la Pentecoste sia già scontata, acquisita, perché la Pentecoste è ciò per cui avviene l’intendimento. Se l’intendimento è dato già per acquisito, già avvenuto prima del viaggio, allora di che viaggio si tratta? Un viaggio del tutto inutile se l’intendimento c’è già. Perché viaggiare? Perché il viaggio intellettuale?

Alcuni ritengono che la luce sia da vedere o serva per vedere. Fare luce per vedere quando, piuttosto, la luce è indispensabile per udire e dunque è indispensabile per la clinica. La clinica giunge con la piegatura, con l’altra piega di ciascuna cosa. Mentre la luce s’instaura con la divisione. Ciascuna cosa, dicendosi, si divide e con la divisione s’instaura la luce. La luce è nel processo di automazione, nel processo temporale, essenziale perché le cose si odano e per l’ascolto clinico.

Non è una luce da vedere né si tratta di vedere la luce. Vedere la luce è il modo usato spesso per indicare la nascita, il venire al mondo. “Venne al mondo” e poi “vide la luce”, come se la nascita comportasse il mondo. Questo, come minimo, è avvolto in un’idea naturalistica delle cose e l’idea naturalistica comporta l’inizio e la fine. Già l’inizio esige la fine, si presume che qualcosa inizi e finisca. L’idea dell’inizio e della fine contrasta il viaggio perché, presumendo che finisca, il viaggio è impossibile. L’idea della fine del viaggio abolisce il viaggio, è un’economia del viaggio, fino a abolirlo. E che il viaggio avvenga non va da sé.

Che il viaggio intellettuale avvenga non è scontato, la questione intellettuale sta qui. Fare il viaggio comporta la dissipazione dell’idea di essere pro o contro qualcosa. Eventualmente, sono le cose che vengono contro il viandante, ma il viandante non è pro o contro le cose, perché ignora, ignora le cose, ignora di cosa si tratti.

Sembra una brutta cosa l’ignoranza e ognuno si premura di dimostrare di sapere già tutto o, quanto meno, di sapere abbastanza per applicare la sufficienza a sé e agli altri. Saperne abbastanza è l’espressione più comune dell’antintellettualità. Chi può saperne abbastanza di qualcosa se ciascun atto è originario? Saperne abbastanza dell’atto indica avere abolito l’Altro, averlo inscritto in un ricordo e quindi vivere di ricordi.

Abolire l’incontro che ciascun atto propone a favore della rappresentazione di un atto ideale che si dovrebbe ripresentare è la presentificazione, vivere del presente, vivere di ricordi, vivere di rappresentazioni. Vivere di ricordi è vivere di rappresentazioni o vivere nel presente. Vivere nel presente indica vivere di ricordi. C’è chi può credere di essere “all’avanguardia” affermando di vivere nel presente. Ebbene, egli afferma di vivere di ricordi.

Dove vive Aladino con la sua lampada meravigliosa? Lampada che, com’è noto, non fa luce, non illumina; non è un lume e dunque non è finalizzata a fare luce, a illuminare, a dare l’illuminazione. A questa condizione è lampada meravigliosa, lampada da cui procedono cose meravigliose, che destano meraviglia, cose non già sapute, cose sorprendenti. Qual è dunque la natura, la caratteristica meravigliosa di questa lampada, se non fa luce?

C’è chi potrebbe credere che la lampada sia per Aladino il supporto della delega, nel senso che Aladino non sa fare e dunque delega alla lampada di fare al posto suo, ma questa è una lettura gnostica, una lettura drogologica, una lettura pedagogica, che intenderebbe il genio della lampada come l’agente salvifico che toglie a Aladino le castagne dal fuoco. Il genio sarebbe un dio agente, il dio che accoglie le suppliche, il dio che accoglie le richieste e le soddisfa, e Aladino sarebbe un idolatra ricompensato della sua idolatria. Questa è la vera lettura pedagogica. Bisogna essere buoni idolatri e allora ognuno sarà ricompensato.

Ma è un po’ facile così, e per intenderla in questo modo occorrerebbe leggere Aladino senza l’atto di Cristo, senza il Vangelo, in maniera illuministica, con la luce della ragionevolezza, cioè con l’idiozia. Sarebbe molto ragionevole intenderla così; ragionevole, cioè idiota. Quello che è ragionevole è per lo più idiota, cioè non giunge alla ragione dell’Altro, ma si ferma alla ragionevolezza, a ciò che soddisfa o dovrebbe soddisfare il rapporto sociale, cioè la genealogia, il fantasma materno, ovvero l’idea di mortalità. È molto ragionevole l’idea di mortalità, è così ragionevole da risultare idiota, nel senso che non dà nessun contributo al viaggio.

Se questa fosse la lettura della fiaba, non si capirebbe perché questa fiaba è nelle Mille e una notte, cioè nell’itinerario intellettuale di Shahrazàd. Che ci starebbe a fare l’istanza dell’idiozia nel viaggio di Shahrazàd? Occorre pure chiedersi questo dato che Le mille e una notte sono il viaggio di Shahrazàd, almeno una parte del viaggio, quella parte che giunge a instaurare per Shahrazàd la sessualità e il dispositivo del matrimonio, a dissipare l’idea d’incesto, a dissipare l’idea di mortalità legata all’incesto.

Perché leggere Aladino e la lampada meravigliosa? Per capire qual è il contributo che la fiaba reca a Shahrazàd, cioè al lettore, che non sia pedagogo, moralista o amante dell’idiozia. In quel caso il contributo potrebbe essere nullo, perché questo lettore, che non è lettore, troverebbe che la fiaba conferma tutte le sue credenze, va in direzione di tutte le sue convinzioni. Troverebbe che è una bella fiaba per bambini, bla bla bla. Invece no, non si rivolge ai bambini, si rivolge al lettore. Come divenire lettore? Visto che dobbiamo fare lectio brevis per non congelare, veniamo subito al dunque.

Di che cosa si tratta quanto al genio della lampada? Si tratta dell’angelo dell’annunciazione! Solo che la variante islamica dell’angelo comporta non già che l’angelo annunci ciò che sta per accadere ma che ubbidisca, che sia servo in conformità al dettato coranico in cui c’è un solo padrone, Allah, e tutti gli altri sono servi. Quindi, anche l’angelo, l’angelo coranico, si sottopone alla formula del servizio: “Cosa vuoi, cosa comandi?”. Non ancora servizio intellettuale che procede dalla profezia, ma servizio al padrone.

Ma, sia pure nella variante islamica, con il genio le cose si dicono, con l’annunciazione le cose si dicono, non possono non dirsi e dicendosi si fanno. Con l’annunciazione le cose entrano nel loro processo di qualificazione, entrano nel loro funzionamento e si avviano i dispositivi pragmatici in cui le cose avvengono e divengono. Il soggetto illuminista, il soggetto della lampada, non ha nemmeno bisogno della lampada, sa già cosa lo interessi e cosa non lo interessi. Aladino, invece, si avvale della lampada ciascuna volta, perché ignora di cosa si tratti, ignora come fare, ignora il da farsi. E l’annunciazione, il genio, l’angelo, intervengono a avviare il processo, la processione. Aladino si avvale dell’ingenuità. Aladino è ingenuo? Cosa vuole dire che è ingenuo?

Per Aladino non c’è un sapere innato, Aladino stesso non è innato, non è generato, è genitus nec generatus. Genito, ossia senza genealogia. Voi sapete chi è genitus, nec generatus? Cristo, ma Cristo in quanto filius. In quanto filius, Cristo è genitus, ossia procede dal padre, non è figlio del padre, ma è figlio che procede dal padre. Rispetto al padre non è generato, non è nella genealogia, ma è nella processione, è nell’ingenuità.

Questa è la proprietà della processione: il figlio procede dal padre, e proprietà della processione è l’ingenuità.

Pubblico Figlio del padre, quindi?

R.C. No, non è figlio del padre.

Pubblico Cosa intende quando dice che non è generato?

R.C. Genito, non creato, “della stessa sostanza del padre”. Dunque, per dir così, senza sostanza.

Pubblico È un’altra cosa dire che Gesù è figlio dell’uomo?

R.C. Tutta un’altra cosa. Non c’è genealogia. Cristo indica l’assenza di genealogia, indica la funzione di figlio, ossia che il figlio si divide da sé, è senza identità e procede dal padre, così come l’Altro procede dal padre e dal figlio. Questa è la processione funzionale della parola. Senza genealogia senza innatismo, senza mortalità. È solo così che Cristo risorge, perché procede dal padre, ma non è generato dal padre.

E qui siamo a Sant’Agostino, che indica la questione intellettuale. Sant’Agostino prima di essere teologo è linguista e ciò attorno a cui indaga è la parola, la parola nella sua tripartizione: il padre, il figlio, l’Altro. Il padre, funzione di zero, il figlio, funzione di uno e l’Altro, funzione di altro dallo zero e dall’uno. Questo dice anche Aladino con la sua lampada, ossia che non c’è genealogia, non c’è innatismo, che le cose non sono tali ma procedendo dall’annunciazione, si qualificano. Esigono il genio, l’angelo, l’annunciazione perché entrino nel processo di qualificazione, perché entrino nel viaggio.

Aladino non partecipa del fantasma materno, non partecipa dell’idealità della nevrosi. Qual è l’idealità della nevrosi? Che debba esserci qualcuno che faccia al posto nostro, di avere diritto all’intervento salvifico come prova d’amore, questa è l’idealità nevrotica: la prova d’amore. Questa prova d’amore è inseguita nell’intervento salvifico, cioè nell’intervento di chi debba intervenire dato che “non so, non posso, non voglio, non devo fare”. E perché non so, non posso, non voglio, non devo fare? Perché “non ho chiesto io di venire al mondo, di nascere”.

E in questa “genealogia coatta” nessuna missione è ammessa, se non quella di partecipare della genealogia, ossia di andare verso la fine del viaggio, senza nessun viaggio, perché “non l’ho chiesto io di fare il viaggio”. Questa è la forma eminente di rivendicazione nevrotica, che si compie con la paralisi in assenza di domanda, rappresentando l’assenza di pulsione, rappresentando il destino dato per certo, ossia la mortalità.

Aladino, dacché risorge, affronta la sua missione. Perché Aladino risorge? Se aveste letto la fiaba vi sareste accorti che non si può leggere Aladino senza Cristo, e che Aladino è una interessantissima allegoria dell’atto di Cristo. Certo, senza la cifrematica è quasi impossibile capire ciò, così come senza la cifrematica è impossibile fare l’analisi della nevrosi, ossia dell’idealità che ognuno ha della propria fine.

Questa è la nevrosi: l’idealità della propria fine, dovuta alla presunta appartenenza alla genealogia e ribadita dal motto proprio al generatus per eccellenza, ossia al figlio generato, al figlio che si situa nella discendenza, al figlio che crede nell’incesto, motto di ribellione all’incesto e che lo conferma, motto che afferma: “Non ho chiesto io di nascere”, e che quindi invoca il dio agente o quanto meno l’agente, anche senza dio, riparatore dell’ingiustizia della nascita non invocata, non richiesta, addirittura subita. Torto, violenza, ingiustizia da ribadire giorno per giorno, con la propria rappresentazione, con la propria ripresentazione, con il proprio ricordo.

Quindi, ciascuna cosa, ciascun gesto è l’occasione per ribadire che “no, non l’ho mica chiesto io”, e dunque “non posso, non voglio, non so, non devo fare nulla, perché sono figlio, figlio tuo”, la prova evidente dell’incesto, perbacco. Quindi non c’è alternativa: o c’è la questione intellettuale con la sua ingenuità, o c’è l’infernale, ossia la riproposta quotidiana del presunto sopruso per cui ognuno è stato generato.

Ci sono domande adesso che abbiamo dissipato il torpore delle coscienze tranquille?

Pubblico Mi sembra che si possano associare in qualche modo Cristo e Adamo. Anche Adamo non era generato, bensì creato.

R.C. No, lei crede alle fiabe, cioè non le legge. Lei si fa raccontare le fiabe e non le legge, quindi vive di queste fiabe, nel fiabesco. La mitologia sta lì per essere letta, per trarne il messaggio, le indicazioni, non per mandare giù di tutto. Sia che Cristo sia il secondo Adamo, il nuovo Adamo, o che Cristo sia Adamo o non lo sia, né Adamo né Cristo sono creati, meno che meno se Cristo è il secondo Adamo.

Ora, se lei pone questa eventualità, poi non può introdurre la creazione. Cristo non è creato, né generato, ma è genitus. Qui entriamo nella questione intellettuale. Non è questione di catechismo spicciolo, è questione intellettuale, di clinica, di logica, di intellettualità, su cui non c’è pace possibile, non c’è accordo possibile con la coscienza, non è compatibile con la nevrosi ideale e nemmeno con la psicosi ideale, è questione intellettuale. Ora, la questione intellettuale procede dall’inconciliabile, procede dalla lampada di Aladino.

Pubblico Questo lo pensano gli gnostici.

R.C. Non credo proprio. Se c’è un presupposto gnostico è che le cose si concilino, perché, altrimenti, la ricomposizione cosa sarebbe? La sintesi cosa sarebbe se non la conciliazione? Non litighi con se stesso, si metta d’accordo.

Pubblico A proposito del film, c’è una scena particolare in cui la Madonna si avvicina al figlio che non riesce a portare la croce. E allora lei risponde: “Era bambino”. E lui dice: “Vedi, io ho il potere di rendere nuovo…”. Non ricordo più le parole.

R.C. Il testo è quello del Vangelo, non una sceneggiatura adattata. Il Vangelo pone un’altra sceneggiatura della cosa, in particolare il Vangelo di Giovanni. Ai piedi della croce Cristo dice a Maria: “Donna, questo è tuo figlio”, e indica Giovanni. E a Giovanni dice: “Uomo, questa è tua madre”. Senza genealogia! Totale dissipazione della genealogia! Ironia assoluta, senza ricordi, senza presentificazioni, istanza della famiglia come traccia dell’interdizione e non già come linea genealogica. E nel film Passion questo non c’è, perché è difficile da intendere.

È da leggere il dettaglio di cui lei parla, perché il Vangelo dice del Cireneo che aiuta Cristo a portare la croce.

Chi può dire che l’esperienza originaria sia piacevole o dolorosa, chi può dirlo? Nell’esperienza c’è il dolore, c’è la gioia, c’è il piacere, ma questo non vale a rendere l’esperienza dolorosa, gioiosa o piacevole. L’esperienza è originaria, non risponde alle categorie mentali della rappresentazione, cioè del ricordo, di un atto ideale che è già stato e che dovrebbe ripetersi, perpetuarsi, per rendere l’esperienza conforme. Non c’è conformità dell’esperienza. Si parla non di un’esperienza qualsiasi, bensì parliamo dell’esperienza originaria, dell’esperienza della parola, dell’esperienza del viaggio intellettuale, non della gita in barca o dal dentista; non è questa l’esperienza.

Cecilia Maurantonio A proposito dell’angelo come annunciazione, anche il sogno può essere un modo dell’annunciazione, o il racconto stesso?

R.C. Che ne sarebbe dell’annunciazione senza il sogno?

C.M. Appunto, c’è anche questo aspetto del sogno nell’annunciazione.

R.C. Certo, altrimenti sarebbe l’annuncio funebre, senza il sogno e la dimenticanza. Sogno e dimenticanza.

C.M. Si può parlare di un dispositivo nuovo, allora. Siccome c’è questa introduzione al viaggio…

R.C. Dove?

C.M. Attraverso l’annunciazione incomincia il viaggio. L’annunciazione annuncia il viaggio.

R.C. L’annunciazione è già nel viaggio.

C.M. E l’introduzione al viaggio allora non c’entra con l’annunciazione?

R.C. Eh già!

C.M. Un’altra domanda è rispetto all’autenticità; se essa ha una connessione con l’acquisizione di qualcosa lungo il viaggio, o se la constatazione segue all’acquisizione lungo il viaggio e l’autenticità può in un certo qual modo perpetuarsi.

R.C. È un effetto che segue all’acquisizione. Altre domande?

Concetta Ardito Che cosa intende per atto di Cristo?

R.C. L’atto che procede dall’apertura originaria. Atto senza genealogia, atto sessuale, atto che va in direzione della qualità. Atto che non deve purgarsi da nessun male, che non deve liberarsi da nessuna macchia e che va in direzione della cifra, della qualità. Questo è l’atto di Cristo.

Sabrina Resoli Dire che il figlio procede dal padre, cioè, la processione s’intende che prima c’è il padre e poi c’è il figlio?

R.C. No, non s’intende che prima c’è il padre e poi c’è il figlio, perché allora il figlio sarebbe il successore, sarebbe il discendente, sarebbe la genealogia. E, dunque, se non s’intende così?

S.R. Pensavo a nome e significante. Se funzione di figlio è il significante preso nella funzione di resistenza, il figlio che procede dal padre indica che il significante procede dal nome?

R.C. Il significante che funziona procede dal nome. Infatti, un significante rimosso funziona come nome adiacente a un altro significante. La processione.

S.R. Ma è il significante rimosso che funziona da nome?

R.C. Funziona come nome, sì.

S.R. La processione è questa?

R.C. Esatto, che il filius procede dal pater. Il significante che funziona procede dal nome che funziona e l’Altro procede dal significante e dal nome.

Questa è la tripartizione del segno: nome, significante, Altro. Tripartizione senza successione, per cui, stante questa processione, il dire non si volge mai nel detto e il fare non si volge mai nel fatto e ciascun atto è originario. Non c’è sapere sul dire e sul fare.

Chi è che si riserva l’ultima domanda, molto impegnativa? L’ultima domanda. Qualcuno che non si sia ancora esposto. Lei? Ma come. Se era così distratto! Dica.

Alessio Menegazzo Lei, la volta scorsa ha parlato di norme, regole e motivi. Che cosa riguardano? Riguardano la condizione dell’analisi?

R.C. Non solo l’analisi. Norme regole e motivi riguardano…

A.M. O riguardano quello che avviene nel dispositivo?

R.C. Bravo, esatto. Riguardano l’instaurazione del dispositivo, certo.

A.M. Chi le stabilisce queste norme, regole e motivi?

R.C. Chi le stabilisce? Dipende. Dipende dal dispositivo.

Questa era l’ultima domanda o c’è l’ultima domanda prima della passione in vista della resurrezione? Nessuno osa fare questa domanda così impegnativa? O c’è l’audacia? Non c’è? Ma come, voi accettate che non ci sia l’ultima domanda? Allora vuole dire che questo incontro non finisce e prosegue la settimana prossima.


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