Dodicesimo capitolo del libro La lampada di Aladino
Mamma la paura: il matricidio, l’aborto, l’infanticidio
Ruggero Chinaglia Ci sono domande rispetto alla volta scorsa, o alle volte precedenti, o rispetto alla lettura in corso? Perché è in corso la lettura, vero? Chi non ha in corso la lettura ha assolutamente torto. Provi a giustificarsi con se stesso, se riesce, ma sappia che ha torto. Perché noi, leggendo questa storia stiamo facendo acquisizioni incredibili, cose che non avevamo previsto di acquisire. Quindi, noi che leggiamo, acquisiamo, e chi non legge ha torto, ha torto a non leggere. D’altronde, abbiamo accennato giovedì scorso perché il canone occidentale è contrario alla lettura. E così, giustamente, ognuno si attiene al canone; ossequioso, ossequiante, osservante, si attiene e non legge.
La lettura non è cosa facile, certamente, per la lettura è essenziale l’analisi e poi la clinica. Avvenuta l’analisi, con la clinica e con la scrittura, la lettura consente di capire e d’intendere di cosa si tratti nel testo. Senza questo dispositivo, chi può capire e chi può intendere? L’esperienza cifrematica è un’esperienza testuale, in quanto di ciò che entra nell’esperienza, importa appunto il testo, la sua analisi, la sua lettura. Anche la memoria è testuale. La memoria è testo, testo di ciò che tende a scriversi e si scrive.
Per non vivere di ricordi, per non vivere di impressioni, di rimemorazioni, per non vivere di passatismi, occorre che la memoria si scriva e, mentre si scrive, esige la lettura. La memoria non è un deposito, un recipiente, un calderone o un pozzo; la memoria sta nel processo intellettuale che esige l’analisi, la lettura, la scrittura, l’intendimento, la cifratura, la comunicazione.
Il testo è lì per leggerlo, perché sia letto, perché ne avvenga la lettura, perché così facendo entri nella memoria. Non per essere ricordato, né per essere consacrato. Quando dico testo, non alludo a un testo sacro, ma al testo di ciascuna conversazione, di ciascun incontro, di ciascun avvenimento; è il testo di quel che accade per ciascuno, il testo di ciascun racconto. Come intendere quel che si dice, quel che ciascuno dice e quel che altri dice senza questo processo? Come leggere il testo di chi narra, di chi racconta?
Non si tratta di mettersi nei panni altrui per immaginare quel che può essere accaduto. Così non si capisce niente e si fa un torto al racconto e al testo. Già ognuno fatica a stare nei propri panni, figuriamoci mettersi in quelli altrui; proprio un assurdo, sempre che si tratti di panni. Ma si tratta, invece, del testo, quindi della parola, del modo in cui le cose si dicono e si scrivono. Non si tratta tanto di chiedersi cosa avrà voluto dire, perché nessuno dice quello che vuole dire, e quello che importa non è ciò che x vuole dire, ma quello che si dice, qual è il racconto, qual è il testo del racconto oltre le intenzioni, oltre le buone o le cattive intenzioni.
È chiaro che la lettura del testo, anche del testo di ciò che si dice, avviene nel malinteso. Per questo il canone occidentale aborrisce la lettura, perché, leggendo, ciascuna cosa si espone al malinteso. Ma è proprio lì che sta la questione della verità, che procede dal malinteso!
Pubblico Non è un malinteso, è un modo per esprimere una verità da più punti di vista, perché io posso intendere una cosa e un altro ne intende un’altra, però l’oggetto di discussione è quello. Quindi, non è un malinteso, è un esprimere una propria verità. Se io leggo Shakespeare, per esempio l’Amleto, per me Amleto in qualche modo rappresenta lo stesso Shakespeare, è una trasposizione dello stesso Shakespeare. Però, mi dà anche altre cose che mi fanno riflettere e che, in qualche modo, assomigliano a me. E quindi non si espone al malinteso per me, perché quella verità, che Shakespeare ha espresso attraverso Amleto, corrisponde a quello che penso io.
R.C. Sì, questo può essere un aspetto accomodante.
Pubblico È un modo per leggere.
R.C. Perché è ancora più inquietante trovare qualcosa che non ci si aspetta di trovare, che non sta nella “nostra” verità.
Pubblico Sicuramente. Quando Amleto dice “Essere o non essere”, io non mi aspetto quelle parole, però le trovo e rifletto. Mi inquietano queste parole, perché mi fanno pensare alla morte. Qui ritorniamo al viaggio di cui si parlava qualche tempo fa. Io non mi aspetto di trovare quelle parole, però ci sono e devo analizzarle. Quelle parole mi costringono a vedere com’è la realtà che Shakespeare ha rappresentato, perché in qualche modo è quello che vedo io. È questo il motivo per cui si predilige un autore piuttosto che un altro, perché in qualche modo ci assomiglia quello che dice.
R.C. Sì, ma questa non è ancora la lettura.
Pubblico E qual è?
R.C. Non bisogna avere fretta.
Pubblico Per me la lettura è anche riuscire a leggere tra le righe.
R.C. Esatto, è questo sopra tutto. Allora, leggendo tra le righe il testo, e anche Amleto non è più il testo di Shakespeare.
Pubblico È il mio. Sarà presuntuoso, però è il mio.
R.C. È il suo testo.
Pubblico Perché, come diceva Troisi, la poesia non è del poeta ma è di chi la dice.
R.C. Vede che anche Troisi diceva qualcosa di interessante? Ma prima di lui, altri, no? La questione è proprio così. È per questo che il testo non appartiene a qualcuno, nemmeno a chi lo legge. Nemmeno il “proprio” testo è proprio, nel senso che, a un’ulteriore lettura, è un altro testo ancora. Questo è il processo intellettuale, dove il testo, leggendolo, analizzandolo è sempre Altro.
Pubblico Dipende dallo stato d’animo che si ha nel momento in cui si legge se si vedono le cose in maniera diversa. Se io leggo Leopardi adesso, a questa età, non mi dà più l’effetto che mi dava quando ero adolescente, anzi, lo critico pure perché non mi piacciono le sue idee. Mi piacciono le sue poesie, sono belle, però io non sono più quella di prima per cui non posso viverle […]. Quindi, c’è anche il tempo, oltre allo stato d’animo, che ci permette di vedere le cose e di leggere la stessa frase, lo stesso verso in maniera diversa.
R.C. Chiaro, ma se lei lo leggesse con lo stesso stato d’animo, per dire così, potrebbe accadere d’incontrare Altro. Perché è una questione di tempo. Per cui lo stato d’animo non è mai “stato” e, intervenendo il tempo, la lettura, quello che io leggo, quello che lei legge, quello che si legge, differisce e varia. Ma non automaticamente, bensì nel processo di cifratura, nel processo d’intendimento, di qualifica delle cose che si leggono; sopra tutto se ciascuna cosa viene colta nella sua particolarità e nella sua qualità. Particolarità e qualità.
Quel che lei dice parlando, cos’ha da invidiare a Shakespeare o a Leopardi se lei non si lascia andare al gergo? Anche ciò che lei dice è poetico. Però questo è scarsamente praticato, perché il gergo per lo più prevale, c’è una prevalenza del gergo, di quella che viene ritenuta una lingua comune per capirsi e per comprendersi meglio. Allora accade che, con questo miraggio di capirsi, di comprendersi e di comunicare tra noi, ognuno parla facile, parla gergalmente, si lascia andare al gergo. E in questo caso veramente la comunicazione è tolta, il testo è tolto, perché il gergo cancella il testo, toglie la poesia, toglie il colore, la sfumatura, toglie la particolarità a favore dello slogan, della frase facile, del senso comune. Il senso comune, il luogo comune, sono fatti di gergalità.
Pubblico Una lettura di superficie.
R.C. No, la superficie è qualcosa di straordinario. Che cosa avrebbe la superficie di negativo? Dove dovrebbero stare le cose se non sulla superficie?
Pubblico Ma se la superficie è vuota.
R.C. No, perché la superficie dovrebbe essere vuota? Questo, per esempio, è un luogo comune: che ci sia la superficie come indice della banalità, e il profondo come indice di qualcosa di importante. La contrapposizione tra superficie e profondità da dove viene? È stata analizzata? L’idea di profondità è stata analizzata? Questa sorta di sinonimia tra profondo e importante, significativo, è stata analizzata? Perché spesso accade di udire “Ha detto delle cose profonde”, “Nutre un sentimento profondo”, “È una verità profonda”. Perché la profondità sarebbe rafforzativa del valore?
Pubblico Perché secondo me lì c’è il mistero. Mi fa pensare al mare, alla superficie del mare e a tutto quello che c’è dentro. Noi vediamo solo la superficie, e solo i subacquei possono vedere quello che c’è in fondo al mare, nel profondo. E quindi, ciò che non vediamo è profondo e misterioso, e è affascinante per questo.
R.C. È affascinante la profondità?
Pubblico Sì.
R.C. Perché consente di fare un fascio: o di ogni erba un fascio o di ogni fascio un’erba. Questa è la fascinazione, il fascino, il fascio. Ma, il fascino viene dal fascio, il fascino è un modo del fascio. Fascio di cose. Il fascio impedisce di cogliere ciascuna cosa nel suo valore.
L’idea di profondità è un’idea romantica, un’idea gnostica. Jung era amante della profondità, la profondità dell’inconscio, la profondità del pensiero, i pensieri profondi. Ciascuna questione è questione di superficie, superficie come apertura e superficie come squarcio. È questione di relazione e di tempo. E non c’è profondità nel tempo!
L’idea di profondità è un’idea d’origine. Quanto più profonda tanto più la cosa sarebbe vicina all’origine, alla sua vera origine! E questa è la questione gnostica. È la questione della localizzazione, della ricerca dell’origine che dovrebbe rivelare la verità sul destino. Una volta chiarita l’origine, risulterebbe chiaro anche il destino.
Ma questa è una superstizione che ha origine nella gnosi ebraica, cristiana, islamica; varie forme di gnosi che concorrono a mantenere questa superstizione che è, a un tempo, superstizione dell’origine e superstizione della fine. L’idea è che, chiarita l’origine, si chiarirà anche il destino, cioè verrà istituito il cerchio totalmente chiaro. E questa è una superstizione.
Pubblico Può essere anche un credo.
R.C. Sì, è la stessa cosa.
Pubblico Un punto di vista.
R.C. Sì, avere punti di vista è una superstizione, è un modo di affezionarsi a qualcosa ritenuta positiva, tale da costituire un postulato, cioè un fondamento. Il logos come discorso di padronanza, il canone occidentale sorge stabilendo alcuni postulati, dichiarandoli i migliori che ci siano, affezionandocisi, e partendo da lì per stabilire che cosa è vero e che cosa è falso. È questo il canone occidentale, e è importante che sia emerso con questa chiarezza, perché magari può sembrare una cosa difficilissima, astrusa, che riguarda solo gli altri, o solo i filosofi, o solo i matematici, o chissà chi. No, riguarda ognuno che si affeziona a uno o più postulati, ossia a un credo. Che lo chiamiamo credo, che lo chiamiamo punto di vista, è la stessa cosa.
Pubblico Scusi, è anche la necessità di mettere ordine nel caos. L’uomo ha sempre avuto bisogno di ordinare per, in un certo senso, non essere vittima, per dare a qualcosa un senso e quindi chiamare le cose con il loro giusto nome, e mettere ordine nelle cose.
R.C. Quindi siamo a Platone. Il caos era l’ossessione di Platone. Ma noi dobbiamo adeguarci a Platone? Anche perché caos è ordine, il temine caos indica l’ordine.
Pubblico Cioè, se noi diamo tesi, antitesi, sintesi…
R.C. Ecco, se noi entriamo in questa gabbia siamo nella gnosi!
Pubblico La filosofia hegeliana ha dato un significato, una svolta sicuramente.
R.C. E siamo proprio nella gabbia, no?
Pubblico Tesi, antitesi e sintesi per cui tutto o niente, niente o tutto, cioè si torna al circolo.
R.C. Non si tratta di ordinare l’ordine, ma d’intenderlo. Lei dice che c’è il caos originario dove le cose accadono e si dispongono, e noi dobbiamo ordinarle. No, noi dobbiamo leggerle, dobbiamo intendere l’ordine che c’è già. È impossibile ordinare l’ordine, a meno d’istituire un meta-ordine, cioè un canone con il quale impedirsi d’intendere ciò che c’è di originario in quel che accade.
La difficoltà è proprio l’ascolto secondo l’ordine originario, senza pretendere di “ordinare l’ordine originario” in un ordine convenzionale, gergale, canonico, ma che non è più l’ordine originario, che non è più l’ordine della parola, per un’intesa, una relazione tra persone dove ci deve essere un canone comune, un codice al quale fare riferimento che deve essere oggettivo, deve essere quello.
Pubblico Ma per una così detta interpretazione, per un’intesa nel linguaggio della comunicazione, per una relazione tra le persone, ci deve essere un canone, ci deve essere un comune canone, appunto un codice al quale fare riferimento che deve essere oggettivo, che deve essere quello, se no, uno può interpretare soggettivamente.
R.C. No, non soggettivamente. Se accadesse come dice lei…
Pubblico Se io sono italiana e parlo con un italiano, abbiamo un linguaggio comune che è la lingua italiana a cui fare riferimento, mentre se io parlassi con un inglese e non sapessi una parola d’inglese…
R.C. Restiamo all’italiano.
Pubblico Se abbiamo una lingua comune…
R.C. Ecco, non è in comune!
Pubblico Non è in comune, dice?
R.C. Per nulla! Infatti, se lei legge un testo può fare un’interpretazione di ciò che ha letto, letterale o secondo determinati riscontri, poi confrontare con la lettura di altri e constatare che non c’è nulla di comune, che lei ha inteso alcune cose in un modo, altri in un altro e che non concordano in niente. Eppure, si tratta sempre dell’italiano, si tratta sempre dello stesso testo, però lei ha inteso una cosa, altri un’altra. E questo è quel che accade parlando in una lingua che non è per nulla comune. Viene presunta comune ma non lo è. E ciò che lei chiama soggettivo – prima diceva che ci sarebbe il rischio di un’interpretazione soggettiva – è un’interpretazione libera, non soggettiva. L’interpretazione soggettiva sarebbe quella accomunante, cioè quella che prescrive che parliamo tutti la stessa lingua. Questa è l’ipostasi soggettiva, assoggettivante. Ma la parola non è soggettiva, è libera.
Questa è la questione straordinaria come questione intellettuale. L’ordine della parola è che la parola è libera e si tratta d’intendere quello che si dice nel suo testo e nel testo di altri, quello che liberamente si dice. È questa libertà che esula dal canone e che il canone cerca di espellere.
Pubblico Sì, ma ci vuole la volontà di comunicazione per cui, se io ho voglia di farti capire, comunicherò in maniera chiara, distinta, o leggerò un testo insieme a un’altra persona, cercherò qualcosa in comune, una lettura comune, cioè la volontà di capirsi, di relazionarsi; sicuramente. Diversamente diventa ermetica, cioè potrei essere un tipo ermetico e fare una lettura tutto sommato nascosta. Interpretare e non volerlo comunicare, insomma, dipende dalla volontà. Penso di leggere in comune con altri, di leggere la stessa cosa, di capire la stessa cosa. In questo ci può aiutare la critica, perché se io mi affido a un libro, leggo una poesia con il suggerimento che la critica mi fa, sicuramente sono un po’ schiava, cioè come diceva lei prima, devo per forza affidarmi a quello che mi suggerisce e non ho una mia giusta lettura del testo, sono per così dire forzata nell’interpretare quella poesia, quel testo.
R.C. Ma perché lei dice che la comunicazione esige la volontà, che sarebbe una conseguenza della volontà di comunicare? In che senso ci sarebbe questa volontà prima, come volontà di comunicare, come volontà, lei diceva, di leggere tutti la stessa cosa?
Pubblico A meno che non vi sia qualche patologia, nel linguaggio…
R.C. Ecco la questione: la patologia! Cosa sarebbe, secondo lei, la patologia?
Pubblico Sicuramente, nelle afasie, si può avere una comprensione, una espressione diversa dalla maggioranza delle persone, perché, avendo una lesione nei centri del linguaggio, sicuramente la decifrazione, quel processo che ci sta dietro, può essere distorto.
R.C. Eppure questa tesi, che risale al periodo tra la seconda metà e la fine dell’Ottocento, è stata contraddetta già nel 1889 da Freud, quando ancora faceva il ricercatore in un istituto di anatomia, e ha scritto un opuscoletto confutando la tesi di quelli che allora erano i luminari dell’epoca, Meynert, Charcot e altri che avevano formulato questa tesi dell’origine focale dell’afasia.
Freud ha constatato, con studi appropriati, citando casi specifici, che l’afasia non segue la teoria dell’origine che “a lesione uguale corrisponde afasia uguale”. Cita il caso di afasie senza lesione, di afasie di un tipo mentre se ne aspetterebbe di un altro, perché c’è la lesione di un centro che dovrebbe dare un’afasia o una parafasia di un certo tipo, e invece si riscontra un sintomo di tutt’altro genere. Quindi, già da allora noi possiamo constatare che non è così, che il rapporto positivista causa-effetto non può costituire il fondamento del discorso così detto scientifico, e che anche la così detta patologia, che talvolta viene citata per introdurre il limite del discorso, il limite della logica, non tiene. E è proprio quello che accade in ogni settore.
In ogni settore è introdotto il “patologico” per indicare il limite entro cui bisogna stare! Ma questa non è la prova della validità o della veridicità del metodo, è solamente la prova dell’adesione alla finitezza del metodo per cui, al di là di un certo limite è posta l’eventualità dell’anormale, dell’anomalo, del patologico. Il patologico sarebbe ciò che farebbe eccezione all’ordine costituito preso a canone, a esempio. Ma non avendo noi un ordine da difendere, possiamo indagare il “patologico”, l’anomalo, e intendere l’ordine dell’anomalo senza dovere classificarlo come patologico e respingerlo, bensì intendendo qual è in quel caso, la logica secondo cui le cose si dispongono.
Chiaro che è un’indagine difficile, ma è proprio lì, nelle pieghe dell’ordine che sta la questione clinica e anche la questione poetica come questione non canonica. Perché una tale paura di ciò che esula dal canone? Perché una tale paura dell’anomalia da dovere costruire tutta questa serie di luoghi comuni, di punti di vista, di ipostasi, di steccati, per bandire tutto ciò che sarebbe indice di anomalia? Perché questa paura? Ognuno può anche provare a interrogarsi e a rispondere.
Pubblico Se non ci fossero dei punti di vista, delle opinioni, saremmo degli animali, saremmo puro istinto.
R.C. Puro istinto. E che cos’è il puro istinto?
Pubblico Quello dell’animale. Reagisce, cioè pensa e agisce senza riflettere.
R.C. Cosa fa l’animale?
Pubblico L’animale in genere pensa e poi agisce senza riflettere.
R.C. Quindi pensa.
Pubblico Agisce direttamente, aggredisce se è il caso.
R.C. Quindi lei teme di essere confusa con un animale?
Pubblico Sì.
R.C. Da parte di chi?
Pubblico In base a quello che lei sta dicendo.
R.C. Dunque, per differenziarsi e distinguersi dall’animale, lei che cosa deve fare? Avere punti di vista?
Pubblico Sì, certo. Ragionare.
R.C. Ah, ragionare!
Pubblico Esprimere il proprio punto di vista, esprimere delle idee, perché è con le idee che uno va avanti, secondo me, per cui differisce dall’animale. Ma sono mie idee.
R.C. È curioso, io non ho mai seguito la discriminante di dovere aderire a qualcosa per distinguermi dall’animale. È una cosa che mi devo impegnare molto per capirla. Lei dice che, intellettualmente, c’è questo pericolo?
Pubblico Quella è l’essenza di quello che lei sta dicendo.
R.C. Quindi, noi abbiamo come missione quella di distinguerci dagli animali?
Pubblico Non so se è una missione o no, però…
R.C. Perché ci sarebbe il pericolo di essere animali.
Pubblico Gli eventi forse ci danno delle dimostrazioni che ci avviciniamo troppo agli animali.
R.C. Dunque, l’animalità. Si tratta di evitare l’animalità.
Pubblico Perché no?
R.C. Lei come qualificherebbe l’animalità?
Pubblico La guerra è animalità.
R.C. La guerra? Lei ha visto un esercito di animali?
Pubblico Sì.
R.C. Dove?
Pubblico In guerra.
R.C. No, sono uomini. Non si è mai visto, a parte in qualche poema, un esercito di animali. Solo gli uomini istituiscono gli eserciti.
Pubblico Secondo certe teorie evoluzionistiche, sicuramente noi abbiamo un minimo di origine comune se è vero che deriviamo dalla scimmia, ciò più o meno, perché c’è chi lo contesta e chi sicuramente ha altre teorie. Ma se badiamo a Darwin, allora partiamo dall’idea di un comune antenato, e progredendo, evolvendo, se pensiamo al sommarsi delle esperienze e del progresso, da quello arriviamo all’uomo.
R.C. Perché dovremmo badare a Darwin?
Pubblico Per l’origine. Se non possiamo pensare che siamo tanto diversi, la base sicuramente, il substrato comune c’è.
R.C. Substrato comune?
Pubblico Non per questo dobbiamo regredire e ritornare…
R.C. No, dobbiamo sempre progredire, no?
Pubblico Dobbiamo, speriamo almeno di andare il più possibile avanti.
R.C. Quindi, lei sostiene che l’idea di progresso comprende quella di animalità?
Pubblico Sicuramente la comprende e, se possiamo dire, la supera e predomina.
R.C. La supera?
Pubblico La supera, sicuramente. Se noi guardiamo nell’evoluzione, dalla scimmia in progressione arriviamo poi al bambino, all’uomo. In tutto c’è una progressione, quindi un aumento, sotto tutti i punti di vista, di sviluppo, di progresso. Insomma, c’è un filo conduttore che però va più avanti e progredisce.
R.C. C’è un’altra mano alzata, prego.
Pubblico Volevo dire che, in un certo senso, io da una parte invidio gli animali, perché, nella loro semplicità, penso siano gli esseri più liberi che ci possano essere, pure nella loro schiavitù, perché nel loro “puro istinto” non hanno freno alle loro pulsioni, agiscono in base alla loro pulsione. Diversamente, l’uomo è dotato di un’infinita rete di apparati nervosi e ha sviluppato un’intelligenza che gli ha permesso, a differenza dell’animale, di avere la capacità di scoprire i vari processi naturali che, seppur visibili agli occhi di tutti, però non tutti riescono a capirne il senso e, scoprendo man mano i vari processi naturali, di diminuire la nostra dipendenza dai fattori naturali. Per esempio, in caso di cataclisma l’animale è completamente soggetto a questo, mentre l’uomo, avendo scoperto cosa lo può causare, sapendosi regolare, può intervenire per salvarsi la pelle. Ecco, chiamiamolo progresso.
R.C. Mi sembra che lei abbia toccato effettivamente la questione nodale. L’uomo, lei dice, può attuare accorgimenti per salvarsi la pelle. Quindi, quello che caratterizza l’uomo rispetto all’animale è l’idea di mortalità. L’animale ignora la mortalità, l’uomo invece ne è schiavo. Questo mi pare che lei dica, no?
Pubblico Non penso che ci possa essere un paragone.
R.C. Non è un paragone, è una precisazione. Lei dice che l’uomo può, differentemente dall’animale e grazie all’intelligenza, attuare accorgimenti per salvarsi la pelle.
Pubblico Ma è quello che avviene.
R.C. Dunque, questo avviene in quanto c’è l’idea che la pelle sia in pericolo, no? Se vive nel pericolo di morte c’è l’idea di mortalità, giusto?
Pubblico Evidentemente sì.
R.C. Che non c’è per l’animale. Questa è la schiavitù umana!
Pubblico Non intendevo dire proprio questo.
R.C. No, lei non intendeva dire questo, però, tra le altre cose, ha detto anche questo. Lei non intendeva dirlo, non lo avrebbe mai ammesso, nemmeno sotto tortura, però così ha detto, suo malgrado. Contrariamente al canone cui lei si ispira, questo ha detto.
Pubblico Allora faccio delle precisazioni.
R.C. Questo è un esempio indicativo di quanto dicevamo poco fa, e cioè che non parliamo né la stessa lingua, né la lingua comune, né parliamo per volontà, né seguendo le intenzioni. L’ordine della parola contraddice anche le migliori intenzioni umane a tal punto che, parlando, contraddiciamo l’idea da cui siamo partiti e affermiamo qualcosa che era al di fuori della previsione. Questo avviene parlando, che lo ammettiamo o no. Può accadere, dunque, di decidere di ascoltare quel che si dice nostro malgrado, oppure di fare orecchie da mercante. Allora, facendo orecchie da mercante, lei può correggersi e precisare. Prego.
Pubblico Precisavo che, mentre l’animale occupa gran parte del suo tempo esistenziale a soddisfare le sue pulsioni principali, quindi a procurarsi il cibo e un posto dove stare, l’uomo, grazie indubbiamente alla sua intelligenza, è riuscito a ovviare a certi bisogni primari, per esempio quello di procurarsi il cibo.
R.C. Lei non si procura il cibo?
Pubblico Io sì, ma non devo lottare.
R.C. Non deve lottare?
Pubblico Non come un animale. Il tempo che l’animale dedica ogni giorno a procacciarsi il cibo, io posso impiegarlo, grazie al progresso che la civiltà umana mi offre oggi, per altre cose.
R.C. Lei dice “oggi” per dire quando?
Pubblico Adesso, qui e adesso. Perché, indubbiamente, trecento anni fa non poteva essere come qui e adesso.
R.C. E tremila anni fa?
Pubblico Men che meno.
R.C. Perché?
Pubblico Perché le condizioni sociali, storiche, ambientali di tremila anni fa non possono minimamente essere paragonate con quelle di oggi.
R.C. E perché, scusi? Erano peggiori?
Pubblico Diciamo che la civiltà umana era meno libera di quella che può essere oggi, era più soggetta alla natura. La società di tremila anni fa non era ricca, progredita e avanzata come quella di oggi, la qualità di vita sociale era nettamente inferiore.
R.C. Cioè, Lucrezio scriveva tra gli stenti?
Pubblico Non ho detto questo.
R.C. Catullo era nelle caverne?
Pubblico Io non ho assolutamente detto questo.
R.C. Platone viveva tra gli sterpi, nella caverna?
Pubblico Non lo so, ma magari Platone è morto a trentacinque anni. Magari se Platone ci fosse adesso, fino a settant’anni potrebbe fare dell’altro. Questo avviene e non l’ha deciso lui sicuramente.
R.C. Ah, lei dice qualità della vita nel senso della durata?
Pubblico Nel senso di avere più libertà a disposizione, individualmente, da impiegare come l’individuo decide di fare. Questo intendo, niente di più, né di meno. L’animale non può farlo, non può deciderlo se non si è prima accaparrato il cibo e un posto dove ripararsi.
R.C. Quindi, anche per lei c’è la priorità di distinguere tra quel che è umano e quel che è animale.
Pubblico No, assolutamente, è solo una constatazione, non è che metto l’animale su un piano e l’uomo su un altro.
R.C. Sì, certo. Questa è razionalmente la giustificazione, ma ritengo più interessante, molto più interessante, ciò che le è sfuggito tra le maglie della sua giustificazione, ossia la questione dell’idea di mortalità che è ciò attorno a cui l’uomo si attorciglia.
Vedo un’altra mano alzata, prego.
Gregorio Gigante Si è passati da una qualificazione negativa dell’animale per cui si dice “Mi ha dato dell’animale”, a una connotazione di tipo positivo, cioè che gli animali vivono nel loro sistema, sono guidati dall’impulso e così via. Allora, io mi stavo chiedendo qual è il fine della conoscenza. La conoscenza non mira alla padronanza? Questo è il punto. Prima si diceva come, attraverso la conoscenza, si riesce a gestire, a avere delle risorse per controllare una situazione e avere possibilità di sopravvivenza. Cioè, il fine della conoscenza.
R.C. Il fine? Anche lei avalla e conferma le tesi di coloro che l’hanno preceduta?
G.G. No, io facevo riferimento al patologico. Perché dobbiamo definire il patologico? Prima di tutto per difendere noi stessi dal patologico, per dare un senso. È come se prendessimo le distanze da ciò che è patologico, che è malato. Lui è malato, io no. Perché? Penso che tutto questo nasce da un bisogno di rassicurazione.
R.C. Certo, quindi dalla paura. La rassicurazione rispetto alla paura.
Pubblico Quindi, la conoscenza padroneggia.
R.C. Padroneggia. Appunto, padroneggia! Ma dovrebbe servire a padroneggiare che cosa? Che cosa si potrebbe padroneggiare con la conoscenza?
Pubblico Il negativo.
R.C. Il negativo, certo. Qual è proprio il massimo del negativo?
Pubblico La morte.
R.C. Ecco, siamo tornati lì. Qual è il fine della conoscenza? Adesso risponda: il fine della conoscenza è padroneggiare?
Pubblico La morte!
R.C. La morte. È un fine ideale poiché non c’è conoscenza che possa padroneggiare la morte. Ma questa è l’idea. Questa è l’idea che guida la conoscenza.
Pubblico Ma io volevo considerare anche la questione della responsabilità, il concetto di responsabilità. Ossia, quando uno si ritiene responsabile? Una persona si ritiene responsabile nel momento in cui riesce a padroneggiare una certa situazione, cioè è il concetto stesso di padronanza.
R.C. Il concetto stesso di padronanza è il concetto stesso di morte! Questa è la questione. Poi, uno tenta di giustificarsi come può, perché nessuno ammette di avere paura della morte, nessuno sa che ha paura della morte, capisce? Se lei avesse questa coscienza non dormirebbe neanche la notte. Invece lei, magari, la notte dorme. Se ha proprio la coscienza della morte allora non dorme, è sicuro. Impossibile dormire con la coscienza della morte, infatti l’insonnia sfiora questa questione qui. L’insonnia, ciò che impedisce di dormire, è proprio questo, è la coscienza della mortalità. Allora, uno s’impasticca perché non deve pensare, ma non può impedirsi di pensare, sopra tutto se il suo pensiero è assolutamente cosciente e orientato verso questo destino. E non può dormire, chiaro, è impossibile.
Ma, “fortunatamente”, per lo più, ognuno ignora questa paura. Ce l’ha, ma la ignora, cioè non ne ha la coscienza ossessivante, la ignora perché si sposta su altre cose. Avete presente la metafora, la metonimia? Processi di condensazione e di spostamento. Ecco, si sposta. Canonicamente e anche non canonicamente si sposta. C’è chi magari ha altri tic o altri toc, e non sa perché li ha, ma li ha e se li porta appresso, e per lo più ruotano attorno a questa questione, ma in che modo non lo sa, né lo saprà mai per via del canone. Solamente mettendo in questione il canone potrà intendere qualcosa, ma non lo sa.
C’era un’altra mano alzata, prego.
Pubblico Perché la morte è negativa? Perché la morte ci fa così paura? Poi, non è vero che gli animali non hanno coscienza della morte, gli animali seguono molto il loro istinto, solo che non hanno paura, forse non hanno questo senso di negatività. Perché per noi invece sì?
R.C. Per noi?
Pubblico Per gli uomini.
R.C. Per gli uomini? No, la questione non è comune per quanto Aristotele abbia cercato di renderla tale. La questione non è comune, ma ognuno se la rappresenta a modo suo e fa i conti con una serie di rappresentazioni che per lo più ignora. Ignora il perché e il percome, ma ci crede e ci pensa, tanto ci crede quanto ci pensa. Per altro, tanto più aderisce al canone, ai luoghi comuni, tanto più ci crede. Quanto più partecipa del discorso canonico, tanto più questa cosa gli è prescritta dall’ordine del discorso, che è un ordine finito.
Qual è il fine? Qual è il senso? Sono queste le domande comuni. Qual è il senso della mia vita? Qual è il fine per cui…? Quanto dura? Qual è la mia origine? Tutti modi di somministrarsi l’idea della fine. Ognuno non sa perché non ha indagato e non ha analizzato, ma si nutre di questo e pensa che la sua salvezza stia qui o lì. Ma già chi pensa alla salvezza pensa alla fine.
L’idea di salvezza, come quella di liberazione, presuppongono il loro contrario come riferimento assoluto. Allora, chi vuole salvarsi ha come riferimento la dannazione, cioè una fine non gradita, e ognuno se la rappresenta. Chi vuole liberarsi ha come riferimento assoluto il padrone, la schiavitù. Questo è il suo habitat, però lo ignora. Dice che vuole liberarsi perché è libero, e vuole liberarsi sempre di più, e sempre di più l’ideologia della liberazione istituisce la gabbia dell’antintellettualità o dell’intellettualismo, cioè del canone da condividere, ma senza analizzare, per carità.
Accettare o respingere, condividere o espellere. Il canone comune funziona così, per antitesi, per alternative, tutti insieme oppure tutti per conto proprio, cioè con immagini fosche, antitetiche, senza sfumature, senza analizzare. “L’analisi? Per carità. Io ho i miei capisaldi, ho le mie idee, i miei punti di vista perbacco, e quelli mi guidano”. Ecco il canone. Da cosa vuole liberarsi il soggetto se non dai punti di vista che lo vincolano, che lo obbligano a una prescrizione di cui talvolta ignora le ragioni perché sono postulate, non sono indagate, non sono analizzate. Allora, l’applicazione del canone porta alla paura.
Pubblico La risposta sicuramente potrebbe essere che, visto che c’è un limite, c’è la fine del fisico, allora vado sopra, nel metafisico, per trovare la via di salvezza con il ricorso a dei credi, alle religioni. L’uomo trova la salvezza attraverso ciò che gli sta sopra, che si erge al di sopra di tutto, che non viene dalla limitazione del fisico. La morte è qualcosa di reale, concreto, fisico; è un limite, è la fine. E quindi cerco una soluzione andando a credere a qualcosa che la possa superare, quindi la religione, penso.
R.C. Superare?
Pubblico Presumo che possa essere credere in Dio, credere in un assoluto, credere in assoluto a qualcosa che sta al di sopra di tutto e che, quindi, supera il concetto limitato della morte, della fine, dell’aldilà.
R.C. Supera o accetta?
Pubblico Tutte e due, cioè accetta e nello stesso tempo va oltre, quindi la supera, la sublima, si trasforma, trasformare il cerchio finito del seme che diventa pianta. La morte del seme dà origine alla nuova vita, le foglie che cadono in autunno danno quella rinascita in primavera ecc. Così è un modo di superare.
R.C. Superare?
Pubblico Diciamo, dalla morte vedere la vita nuova, in un certo senso. L’immagine classica del cristianesimo è che dalla croce c’è poi la resurrezione, quindi la vita nuova, c’è la speranza della trasformazione e quindi la sopravvivenza. L’uomo non finisce ma sopravvive, trasformandosi in una natura nuova, l’uomo nuovo.
R.C. Non mi pare che questo conduca a una dissoluzione dell’idea di mortalità, ma a una rassegnazione in vista di un premio che ci sarà più avanti. Però, la questione è come ognuno vive giorno per giorno l’incombenza dell’idea di fine se quest’idea non è dissipata? Quali sono le incombenze note e ignote che l’idea di mortalità procura? Questa è la questione. E, se vogliamo porla in termini più espliciti, come mai in quest’epoca che si ispira al benessere, in cui la distrazione dovrebbe essere garantita facilmente, l’industria che vanta il maggior numero di fatturato dopo quella delle armi è l’industria che produce psicofarmaci? Come mai? Se nessuno risente intellettualmente di questo problema, come mai l’industria più fiorente è quella che produce psicofarmaci?
Ma prima di rispondervi ho visto un’altra mano alzata, che era precedente a questa questione, anche se magari si collega.
Sabrina Resoli Lei diceva che è un’invenzione questa che si ha della morte, però non è così. Lei ha detto prima che la morte è un credo che deriva dal canone e, quindi, può essere una superstizione perché può essere vista come un passaggio. Abbiamo visto nella favola di Aladino, che Aladino non era morto, era solo sepolto, e quell’idea della morte deriva dai nostri canoni, dal nostro modo di concepire la vita secondo i condizionamenti che abbiamo, ma potrebbe essere un credo, quindi una superstizione.
Pubblico Cambiando riferimento, sicuramente la morte fa parte di un processo vitale, come per le piante e i vegetali. Il principio vitale che poi ritorna, che ritorna in vita, è un passaggio sicuramente circolare. Il riferimento alla morte non è in se stessa ma alla vita, fa parte della vita. Quindi, già questo spostamento potrebbe dare una speranza o una soluzione: non avere paura, c’è vita lo stesso, anche nella morte. Dalla morte si passa alla vita e viceversa, si ritorna alla morte. Come nel ciclo delle stagioni: primavera è vita, inverno è morte, completamente.
Bruna Milesi Io volevo dire una cosa.
R.C. Sentiamo.
B.M. Sembra che non abbia molta attinenza, però è una questione che mi frulla in capo da diverso tempo e questa settimana volevo proporla. Tante parole che sono intervenute stasera con la mia questione si trovano, quindi la propongo in quanto il tema della morte trova in un testo, il Vangelo, una elaborazione articolata. La domanda è questa. Prima si parlava di testi e quindi vorrei attenermi al testo scritto. C’è un libro dove c’è un gergo e un libro dove c’è un testo. Cioè, ci sono testi molto particolari che sono scritti dalla mano dell’artista, e poi ci sono testi ancora più particolari che rientrano nei testi sacri e che sono le Sacre Scritture. Ora, i Vangeli sono tornati spesso nelle nostre conversazioni e si dice che vanno letti perché non c’è una chiave di lettura particolare. Ecco, la mia domanda è questa. La Chiesa sostiene che questi testi sono ispirati da Dio, ma la Chiesa attualmente si sta interrogando su come leggerli. Fino al Concilio Vaticano II c’era una lettura molto particolare, poi, dal Concilio Vaticano II ci si sta interrogando in modo diverso rispetto all’origine del testo. Quindi, chiedo, che cosa significa in tutto il discorso cifrematico l’ispirazione divina? Trova una sua collocazione? Perché se la morte, la resurrezione è vista come superamento della morte, quel discorso chiuso trova l’apertura, il cerchio trova la sua spirale.
Non so se ho formulato la domanda in modo chiaro, io volevo dire che la paura della morte ce l’ha anche Gesù, anche Gesù ha paura della morte e dice “Dio se puoi aiutami”. Ci sono quattro Vangeli, però ciascuno usa parole completamente diverse, per cui questa paura va letta anche rispetto alla comunità cui il Vangelo è indirizzato. È un testo, quindi va letto. Se in un verso dice “Allontana da me la paura” in un altro lo dice in modo diverso, quindi ci sono varie letture di questa presunta paura. E poi da là bisognerebbe un attimo vedere Cristo “vero Dio, vero uomo”. Noi vediamo l’umanità di Cristo secondo parametri umani. Cristo ha trovato la soluzione dicendo: “Però non sia fatta la mia volontà”, si è affidato completamente, si è abbandonato alla decisione del Padre, c’è stato l’abbandono fiducioso di trovare una soluzione, la soluzione migliore che lasciava nelle mani del Padre. Quindi, si è lasciato andare alla morte, non ha più avuto paura. Superare la paura significa fidarsi di qualcuno. Questo in un Vangelo, però in un altro Vangelo si legge: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”. Sono due letture e comunque è la lettura della paura di Cristo come noi la leggiamo, secondo i nostri parametri umani. Quindi, attribuire a Cristo la paura… Il Vangelo non è la cronaca diretta, è un testo.
R.C. Capisco che si potrebbe andare avanti molto a lungo e ognuno troverebbe molte giustificazioni a tutte le proprie fantasie e a quelle altrui, ma non ci interessa né giustificare, né accettare, né pacificare le coscienze, ci interessa ragionare.
Allora, per concludere temporaneamente, perché la cosa è piuttosto ampia e noi proseguiamo anche la settimana prossima, per tranquillizzare ognuno dico questo con chiarezza e semplicità: scegliendo il canone occidentale, seguendo ciò che ognuno crede sia il suo ben fondato punto di vista, non c’è ragionamento. Per questa via nessuno ragiona, ma solamente accetta e giustifica la sua accettazione della normalità. Lungo questa accettazione non c’è ragionamento. Il ragionamento è un’altra cosa, esige un’altra logica che non è quella del canone. Dico questo perché sia chiaro e perché ognuno questa notte possa dormire.
