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Undicesimo capitolo del libro La lampada di Aladino

Aladino, la principessa, la sessualità

 Ruggero Chinaglia A proposito di quanto andiamo dicendo, quali domande, quali notazioni, quali proposte? Ormai, la fiaba Storia di Aladino e della lampada meravigliosa è chiarissima, no? Chi ha capito di cosa si tratta? E chi non ha capito proprio niente?

Silvio M. Tutti gli altri!

R.C. Se nessuno capisce niente, cosa facciamo noi qui? Nessuna questione è rimasta in sospeso al punto da meritare una ripresa, una ulteriore indagine?

S.M. Io sono fermo a tre volte fa, perché non sono potuto venire.

R.C. È fermo lì.

S.M. Eh sì, a quando parlava del viaggio e avevo scritto un appunto. Dato che il viaggio non è di gruppo, che parte avrebbe nel viaggio la così detta solidarietà di cui tanto si parla ai nostri giorni?

R.C. La solidarietà nel viaggio?

S.M. Sì. Se c’è, cosa potrebbe significare?

R.C. Lei ha un’ipotesi in merito?

S.M. Un grosso punto di domanda, perché molto spesso ci si lascia incantare dall’idea di solidarietà.

È una strada, forse facile, per rappresentare l’Altro e per riempirlo di così detti doni, di cui certamente non ha bisogno. Solidarietà… Parto spesso da un preconcetto e da un’idea dell’Altro rappresentato. E allora dico che solidarietà è una bella parola, fa piacere sentirsi dire che c’è solidarietà. Uno si sente parte. Nel viaggio non mi sembra che ci sia parte per nessun altro, se non per chi lo sta facendo.

R.C. Come le si è posta la questione della solidarietà nel viaggio?

S.M. Così, sentendo parlare di viaggio mi è venuta in mente la tanto decantata società e anche le esigenze personali, di ricerca personale. Mischiare il proprio viaggio con quello degli altri, andando o anche partecipando alle varie iniziative – io sono stato un paio di volte in Africa – si gira, si parla, si allarga il proprio spazio.

R.C. Certo. Quindi lei dice solidarietà in quale accezione?

S.M. Siccome tutti i partiti, i sindacati, adesso parlano spesso di iniziative di solidarietà e dicono che occorre essere tutti solidali, allora mi chiedo, rispetto al viaggio vero che uno fa, quanto questa parola sia una preclusione al viaggio.

R.C. Sì. Bella domanda. Ce ne sono altre?

Cecilia Maurantonio Siccome è stato posto come titolo La lampada di Aladino e il Grande Fratello, mi sono interrogata intorno alla questione che pone, a proposito del grande pubblico che lo segue, di quali sono gli elementi che…

R.C. Ma noi non siamo ancora giunti a qualificare con precisione i termini della storia di Aladino e lei vuole già scantonare verso il Grande Fratello!

C.M. No. Non è così. È solo fortuito questo accostamento?

R.C. Potrebbe anche essere fortuito. Se non sappiamo ancora nulla di Aladino, come possiamo dire che l’accostamento con il Grande Fratello sia o non sia fortuito?

C.M. Proprio perché sto indagando intorno alla questione della lampada di Aladino…

R.C. Ah, sta indagando!

C.M. Certamente. Per esempio, questi tre termini, realtà, simultaneità e spettacolo potrebbero trovare una connessione.

R.C. Ma la fiaba di Aladino, cosa racconta al lettore?

C.M. La cosa interessante è che c’è proprio la questione del lettore. C’è una direzione. È una direzione anche questa.

R.C. Sì, ma questa fiaba, lei l’ha letta?

C.M. Sì. Ho incominciato con…

R.C. E cosa ha letto nel testo?

C.M. Avevo già riscontrato alcune cose che lei magistralmente ha svolto.

R.C. Cosa ha letto lei in questi ultimi giorni, tenendo conto delle acquisizioni degli incontri precedenti?

C.M. Incomincia qualcosa proprio con l’ultima lettura che lei ha fatto. C’è tutto un fare che si avvia da parte di Aladino. Anche l’aspetto così dettagliato del suo modo di incontrare i vari bottegai e commercianti, dei materiali che compra: tutto ciò che non aveva mai fatto né mai pensato di fare, si trova, a un tratto, a fare. Si trova in un lavoro, in un lavoro anche specifico, perché è simultanea la cosa che interviene. C’è il lavoro…

R.C. Aladino lavora?

C.M. È in un progetto.

R.C. Non si può dire che lavori. Aladino non lavora.

C.M. Non lavora, però c’è l’incontrare il bottegaio e vendere. Vende, vende.

R.C. Aladino vende? Cosa vende?

C.M. Cose di cui lui non sa già qual è il valore.

R.C. E le vende! A chi le vende?

C.M. C’è il mercante imbroglione e c’è quell’altro più onesto…

R.C. Ah, dice dei piatti.

C.M. Sì.

R.C. Mica li vende, anzi. Li svende! La svendita non è vendere. Li dà via, li butta.

C.M. Però, Aladino non sa qual è il loro valore.

R.C. Appunto. E nemmeno li valorizza. Non è vendita quella. La vendita esige il processo di valorizzazione, quindi svendere non è vendere. Anzi, si tratta proprio di un evitamento sia della vendita sia del processo di valorizzazione che la vendita esige, perché, per vendere, occorre la valorizzazione. Non la denigrazione, non l’idea di prostituzione, ma l’idea di valorizzazione. Anzi, non solo l’idea: il processo. La vendita è una cosa interessantissima se è nel dispositivo.

C.M. Non si può mai sapere cosa si vende.

R.C. No. Praticamente, no.

C.M. Quindi c’è la questione del fantasma, perché nella lettura lei era partito con il fantasma del padre. Però, mi chiedevo se si tratta sempre dello stesso fantasma, perché c’è un percorso e c’è un viaggio. E il fantasma giunge anche alla scrittura. C’è la scrittura perché ci sono delle operazioni, ci sono i tre operatori. La mia curiosità verte intorno a questo: come approda e accoglie il fantasma? Quale fantasma e, addirittura, secondo quale logica? Grazie.

R.C. Ma quindi qui non ci sono lettori della storia di Aladino, non c’è nessun lettore!

S.M. Non hanno il libro!

R.C. Non hanno il libro. Per quello! Lei è troppo buono, è solidale! Nell’accezione però di complicità, mentre la solidarietà mai è complicità.

È un peccato che ci sia questa indifferenza verso Aladino, perché è una storia molto interessante. Capire qualcosa della storia di Aladino è un contributo al proprio viaggio, perché la fiaba, e ogni fiaba, sorge e si formula a partire dall’istanza del viaggio. Certo, rispetto al viaggio la fiaba espone le riserve, le remore, le paure, i presunti impedimenti al viaggio e tenta di giustificare queste riserve, paure e remore. Così prende il via il racconto della fiaba, ma, appunto, procedendo dall’istanza del viaggio. È questa la questione interessante, perché annuncia qualcosa di originario. Certo, occorre leggerla questa fiaba, non prenderla così com’è, non convertirla in un senso comune, non convertirla in qualcosa su cui essere d’accordo o discordi, partecipi o critici. No, occorre leggerla!

Gregorio Gigante Il Vangelo, per di più, non è una fiaba.

R.C. Il Vangelo non è una fiaba. Lei dice “per di più”, però io non ho mai detto che il Vangelo è una fiaba.

G.G. Però, ogni volta è stato fatto un accostamento tra Aladino e Cristo.

R.C. Sì, un accostamento.

G.G. Beh, non si può certo trascurare l’elemento fantastico della fiaba.

R.C. Abbiamo detto che per leggere Aladino occorre non trascurare l’atto di Cristo, quindi che occorre leggere Aladino con Cristo, non che Aladino sia Cristo. Non abbiamo detto questo.

G.G. Beh, in un certo senso abbiamo fatto degli accostamenti.

R.C. Degli accostamenti, certo.

G.G. Per esempio, abbiamo detto che nella fiaba Aladino va a finire sotto terra e che poi c’è la sua rinascita. Anche di Gesù c’è la resurrezione, poi il desiderio.

R.C. Il desiderio?

G.G. Cioè, non c’entra il desiderio, ma Gesù è comunque esposto…

R.C. Un momento, un momento! Lei dice il desiderio. Se consideriamo la tentazione di Cristo come tentazione intellettuale, cioè insostanziale, questa tentazione ci dice che il desiderio non è transitivo. Come dire che Cristo non desidera. Cristo non desidera. Si può arguire dal racconto evangelico delle tentazioni che Cristo desidera?

G.G. Veramente, viene tentato.

R.C. Sì. Ma la tentazione che cosa ha a che vedere con il desiderio?

G.G. Certamente la tentazione infrange un accordo.

R.C. Come infrange? Quindi lei dà un’accezione negativa di tentazione. Perché?

G.G. Bisogna vedere da che cosa si viene tentati.

R.C. Beh, certo.

G.G. Perché si è concluso il discorso parlando dell’eternità, e poi abbiamo parlato di nome, significante e Altro.

R.C. Sì.

G.G. Quindi c’è stato un accostamento in questo senso, per cui il problema non è solo un dogma religioso, ma è linguistico. A me sfugge come dal Vangelo, che è la storia di Gesù, si riesca a arrivare attraverso una fiaba a conclusioni di questo genere, cioè a problemi che esistono su un altro piano.

R.C. Un altro piano, eh! Un altro pianeta. Qual è il piano? Qual è il piano su cui considerare le cose? Le cose devono stare sullo stesso piano? C’è un piano su cui le cose devono stare?

G.G. Esiste un ordine.

R.C. Ecco, l’ordine. Bravissimo. L’ordine non è un piano. Allora, secondo quale ordine occorre considerare le cose? C’è un ordine prestabilito? Non c’è.

G.G. La maggior parte degli ordini sono convenzionali.

R.C. Ecco, c’è un ordine convenzionale. Ma ci sono solo ordini convenzionali?

G.G. Alla fine si scelgono quelli più rispondenti.

R.C. Ah, si scelgono. E con quale criterio?

G.G. Il criterio come limite. Il più adeguato, il più aderente.

R.C. Il più aderente a cosa?

G.G. Alla realtà.

R.C. Realtà? Quale realtà?

G.G. Del mondo, la realtà individuale, sociale. I piani sono diversi.

R.C. Dunque, anche la realtà non è una sola? Più realtà, più piani, più ordini. E allora, in questa molteplicità, come stabilire quale sia l’ordine e quale sia il piano per considerare una cosa o un’altra? Cioè, se, come dice lei, non c’è un ordine canonico e non c’è un piano prestabilito, anche il Vangelo è da leggere, non è un testo sacrale, è un testo da leggere.

G.G. Da interpretare.

R.C. Non diffonde una verità già data, è un testo da leggere e, leggendo, può darsi il caso di trovare qualcosa.

G.G. Il senso.

R.C. Perché è un testo, è testo. Un testo fatto di frasi, di parole il cui ordine non è già dato, perché l’ordine non dipende dal testo, dipende dalla lettura “secondo” la logica. È questa la questione. Se l’ordine dipendesse dal testo, impossibile leggerlo; non è da leggere, ma da mantenere nel suo ordine e nella sua verità data. Ma, se invece l’ordine è dato dalla lettura, noi ci possiamo trovare tante cose leggendo. Sta qui l’interesse della cosa, sta qui la tentazione come tentazione intellettuale, tentazione da cui procede la lettura, dunque tentazione che non comporta nulla di negativo, né di per sé significa il desiderio. Ma questo lo vediamo magari fra poco.

Prego.

Pubblico Io non mi sono iscritto a questa serie di incontri. Ho visto il manifesto stasera e sono entrato subito. Siccome ho sentito puntare l’attenzione sul rapporto fra tentazione e desiderio, ho pensato a questo: si può concepire una tentazione associata al desiderio, che è in un certo senso conseguente al desiderio, così come mi sembra che lei abbia accennato alla tentazione senza desiderio. Io, personalmente, credo che Cristo, nel deserto, il desiderio di alimentarsi e di mangiare l’abbia provato. E quando il diavolo, Satana, si è avvicinato promettendogli di potere mangiare del pane, se avesse acconsentito alla trasformazione dei sassi in pane, è come se lui, in quel momento, lo stesse già provando il desiderio o comunque, anche per un solo momento, lo ha provato. Quindi, la sua, in quel momento, è stata una tentazione conseguente, strettamente associata a un desiderio, almeno in parte. Poi, credo che Cristo abbia potuto concepire altre tentazioni, dissociate dal desiderio.

R.C. Questo, però, è visto dalla parte di Satana.

Pubblico Anche dalla parte dell’uomo, dalla parte dell’umanità imparentata con quella di Cristo, perché Cristo è già Dio e anche un altro uomo, secondo la fede, se si ha fede. Comunque, questo è quanto vorrei sapere. Cosa ne pensa lei? Sicuramente Cristo ha affrontato tentazioni senza desiderio, ma, nel caso del deserto, il desiderio di rifocillarsi, di mangiare, c’era.

R.C. Qui, intanto, si tratta di stabilire se la fame possa qualificarsi come desiderio, il desiderio di mangiare. La fame è il desiderio di mangiare?

Pubblico No. Però, in conseguenza della fame è giocoforza concepire e sperimentare fisiologicamente il desiderio di mangiare, perché non è un’aspirazione soltanto mentale o culturale, ma è qualcosa di più. In definitiva, bisogna stare attenti a affermare che Cristo ha avuto solo tentazioni senza desideri, in quanto è molto più facile resistere alla tentazione senza desiderio, mentre è molto difficile resistere alla tentazione che si associ al desiderio. Per tanto, nel caso della tentazione associata al desiderio di mangiare, l’avere resistito a una tale tentazione, associata a non così poco desiderio, ha un grande valore, mentre resistere a una tentazione non associata al desiderio ha molto meno valore.

R.C. Se fosse vero che il desiderio è una proprietà della coscienza, cioè se fosse possibile sapere ciò che si desidera. Allora, sapendo ciò che si desidera, è possibile una gestione molto controllata delle cose.

G.G. Si desidera la felicità assoluta.

R.C. Chi? Tutti? Questo dovrebbe valere per tutti?

G.G. Quasi. In pratica, ci si accontenta anche di poco.

R.C. No! Non è vero. Nessuno si accontenta di poco, anzi. Ciò non vuole dire che questo sia il desiderio universale. La questione è che, innanzi tutto, noi non sappiamo. Non sappiamo! Non sappiamo nemmeno ciò che desideriamo, perché la struttura del desiderio non è data dall’enunciare: “Io desidero”. La formula “Io desidero” è quasi una negazione della struttura del desiderio, che è radicalmente inconscia, mentre l’enunciato “Io desidero”, vorrebbe imporsi come qualcosa che è controllato dalla coscienza.

G.G. La finalità del desiderio è il piacere.

R.C. Chi lo ha detto?

G.G. Si può desiderare qualcosa che non sia piacevole?

R.C. Un momento. Lei dice “La finalità del desiderio è il piacere” e poi anche “Non si può desiderare qualcosa che non sia piacevole”, mentre in precedenza ci siamo soffermati proprio su questa distinzione tra il piacere e il piacevole, perché il piacevole non è una proprietà del piacer. Il piacevole è una sorta di ricordo che dovrebbe consentire la riproduzione di qualcosa che c’è stato e che si vorrebbe fare ritornare. E il piacevole non è assolutamente detto che garantisca il piacere. Il piacevole non fonda il piacere e il piacere non è fondato sul piacevole. Lei può dire che qualcosa di cui ha fatto esperienza è risultato piacevole, ma nulla garantisce che quell’esperienza possa essere riprodotta. Chiaro? Come per altro è constatabile da ciascun gesto, da ciascun atto, da ciascuna cosa.

G.G. Allora cosa intende Lacan per “non cedere sul desiderio”?

R.C. “Non cedere sul desiderio”? Lacan? Bisognerebbe interrogarlo. Ma sa, come disse quel tale: “Il morto, interrogato, non rispose”.

Non cedere sul desiderio! Certo, occorre distinguere tra il piacevole e il piacere, tra il desiderio e il desiderabile. Occorre molta umiltà per non rischiare di costituire un ordine generale delle cose fondato su un animale fantastico creato sulla base di categorie preordinate che dovrebbero consentire di fare, di questo animale fantastico, l’esempio positivo, l’esempio cui dovere assomigliare, cui dovere ispirarsi, quasi da riprodurre. Questo animale fantastico cui ispirarsi, a cui ricondursi, nega il viaggio, toglie proprio l’istanza stessa del viaggio, perché sarebbe un viaggio a destinazione nota, a destinazione assegnata, a destinazione prescritta. È una variante del viaggio verso la morte, cioè del viaggio a destinazione nota, a destinazione comune, il viaggio “umano” per eccellenza, dove l’uomo è questo animale fantastico caratterizzato dalla morte certa.

Invece no, il viaggio non ha destinazione certa, come già ha indicato Ulisse.

G.G. Ma anche Gesù dice: “Io sono la via, la verità, la vita”.

R.C. Sì, ma con questo non dice che il viaggio deve rispondere a determinate modalità. Sì, dice che c’è la via, che c’è la vita, certo, che c’è la verità, d’accordo, ma non risultano prescritte. In ogni caso, anche questa formula è da leggere, non può essere presa e applicata. La questione clinica sta nel “noi leggiamo”, in ciò che noi leggiamo. La lettura, la lettura clinica, fa sì che il viaggio si svolga lungo vicende che non sono già stabilite e consente per altro al viaggio di svolgersi non secondo il canone convenzionale, ma secondo l’originario, secondo la particolarità di ciò che entra nel viaggio.

Sì, quest’accezione di viaggio è qualcosa che non è comune alla vulgata disciplinare, per esempio religiosa o civile.

C.M. Questo scarto è la differenza, la distinzione che c’è tra esempio e modello?

R.C. Sì, adesso atteniamoci a quanto si sta dicendo. Attenersi a quanto si sta dicendo, difficilissimo! Attenersi a quel che si dice, straordinario! Chi effettivamente riesce a attenersi, quindi a cogliere e a obbedire a ciò che si dice, a quel che si dice, alla notizia, alla novità che giunge dicendosi, in quel che si dice? Chi? Certo, non chi s’ispira a un ordine convenzionale o a un ordine prestabilito, perché non giunge nemmeno a ascoltare quel che si dice, tutto preso com’è dall’osservanza del canone. Tutto preso dall’osservanza del canone, chi ascolta quel che si dice? Figuriamoci, potrebbe addirittura contraddire il canone! Ci mettiamo a ascoltare? E se ciò che ascoltiamo è in contraddizione? No, no! Quest’osservanza è una cappa micidiale. Ma, dunque, l’attenersi a quel che si dice è qualcosa di originario che noi possiamo cogliere proprio leggendo il Vangelo.

Mi pare che la settimana scorsa parlassimo dell’annunciazione. Come viene intesa comunemente l’annunciazione? La struttura dell’annunciazione, come viene divulgata? L’angelo va da Maria e dice: “Avrai un figlio”. “Oh” – dice Maria – “non conosco uomo”. “Ebbene, avrai un figlio perché è opera dello Spirito”. “Ah, va bene” – dice Maria – “sia fatta la volontà di Dio” o meglio, precisa – e qui sarebbe da verificare bene il testo, perché è a questo che ci atteniamo, non al senso, ma al testo – “Avvenga di me ciò che si dice”. “Avvenga di me ciò che si dice”: eccola, l’annunciazione!

La struttura dell’annunciazione è questa, non già l’angelo che annuncia a Maria il suo destino. No, l’annunciazione sta in queste parole di Maria: “Avvenga di me ciò che si dice”. Questa è la struttura dell’annunciazione, una struttura non religiosa, ma la struttura logica dell’annunciazione. Struttura che è per ciascuno, non più solo per Maria. Per ciascuno che si trovi nel viaggio si tratta di questa annunciazione: “Avvenga di me ciò che si dice”, cioè l’avvenire. L’avvenire sta nell’ascolto di quel che si dice, quindi occorre l’ascolto. Occorre che le cose si dicano e che quel che si dice giunga fino all’ascolto, e oltre ancora. Intanto, fino all’ascolto.

G.G. È possibile l’ascolto passivo?

R.C. Passivo? L’ascolto non è che passivo.

G.G. Non è passivo l’ascolto?

R.C. Sì, è passivo. Come non è passivo? Lei prima dice “È possibile un ascolto che sia passivo?”. Io le dico di sì, e lei adesso dice di no!

G.G. Quando in natura bisogna misurare un fenomeno, la misura interferisce col fenomeno stesso.

R.C. Ecco, ma lei che accezione dà al termine passivo?

G.G. L’ascolto senza schemi.

R.C. Senza schemi, già…

G.G. Senza schemi preordinati, un ascolto che coglie la realtà nel suo svolgimento.

R.C. Quindi passivo! Senza schemi, cioè passivo.

G.G. Nell’annunciazione, quel che si dice fa riferimento a un plurale, quel che noi diciamo.

R.C. Sì, noi come indice dell’infinito, “noi” che mai è “noi due”. Noi.

G.G. Ma anche l’analista con l’analizzante.

R.C. L’analista con l’analizzante, ebbene, non sono “noi due”, non sono due, non fanno coppia. No. È importante, è importantissimo questo, perché nel dispositivo analitico non c’è coppia. Non c’è la coppia maestro e allievo, medico e paziente, sano e malato, servo e padrone. No! Questo schema nega ogni eventualità di analisi. Allora, una questione importantissima è il dispositivo. Ma il dispositivo della parola, come s’instaura? Quando? Lei dice, analista analizzante, ma questa è una formula lacaniana. Noi diciamo cifratore e cifrante, perché analista ha acquisito uno statuto sociale e non intellettuale, è diventato un termine professionale, dove, proprio in virtù dell’accezione professionale del termine, si riproduce la coppia servo e padrone nella varietà del medico e paziente. Lì dove l’ossimoro, cioè la contraddizione originaria si rappresenta in una coppia di contrari, in una coppia che fonda un’alternativa e che diventa il modello della relazione sociale, lì siamo assolutamente fuori dall’eventualità che avvenga l’analisi, che avvenga l’assoluzione.

Assoluzione! Analisi vuole dire assoluzione, scioglimento. È a partire dallo statuto dell’assoluzione che può instaurarsi l’ascolto, che qualcosa può giungere come novità, secondo una piega per cui quella cosa non significa il senso comune, il luogo comune, l’accezione comune, ma assume quella caratteristica, quella sfumatura che è propria in quel caso, in quel dettaglio, in quella circostanza e non partecipa di un dettato comune, del sapere comune, di una morale, di un canone, di un ordine prestabilito. Dunque, l’ascolto giunge a avere questo requisito per astrazione, ma non va da sé, non avviene per buona volontà.

G.G. Visto che siamo sull’argomento, in che cosa la cifrematica si distingue da quello che ha detto Lacan? In che cosa va oltre?

R.C. A lei coglierlo. Dovrei dirglielo io? Sta a lei coglierlo. Perché io dovrei vincolare la novità della cifrematica a qualcosa quando lei può coglierla in un’altra cosa? Perché dovrei io riassumere, localizzare, sostantificare qual è l’apporto, il contributo, la novità?

G.G. È una tentazione.

R.C. Esatto, certo. Sta a lei coglierla, sta a lei la lettura di questa scienza nuova, di questa esperienza nuova, di questa procedura nuova che si annuncia con la cifrematica. Certamente, ci sono molte differenze e distinzioni che si possono fare rispetto a quanto è stato già detto o scritto, cioè rispetto a ogni altro discorso che si ispiri a un principio di gestione e di controllo, ossia di padronanza dell’ordine delle cose, perché il viaggio si svolge e avviene secondo la logica particolare. L’ordine del viaggio è secondo la logica particolare! Non è che non ci sia l’ordine; l’ordine c’è, è secondo la logica particolare, secondo la particolarità della parola, che però non è già stabilito quale sia. Non sta a me dire quale sia. Occorre intendere procedendo dalla tentazione intellettuale e non da una morale, da una religione o da una superstizione da applicare. Possiamo dire che l’interesse del viaggio sta lì, procede secondo quest’ordine. Perché di un viaggio di cui si sanno tappe, modalità, destinazione, ebbene, quale sarebbe l’interesse? Sì, giusto come vacanza, giusto come alternativa a qualcosa, perché il viaggio, invece, è senza alternativa. Il viaggio originario procede senza alternativa, in direzione della qualità, in direzione, se vogliamo, anche del piacere, ma di cui ignoriamo le prerogative se non dopo averlo incontrato, non prima. Quindi, non secondo la tentazione diabolica: “Vai lì, fai questo! Il piacere è lì, è piacevole. Fai!” Questa è la tentazione sostanziale, la tentazione gnostica, la tentazione secondo il prevedibile, il calcolabile, il probabile, secondo la morte. No, la tentazione intellettuale è differente, cioè è tentazione che procede dall’ignoranza.

Mentre la fiaba sa, conosce e giustifica gli impedimenti, le remore e le riserve, il viaggio originario si svolge senza impedimenti, senza remore, senza riserve, dunque anche senza paura, ma a condizione di analizzare il materiale fiabesco, cioè il materiale che si pone come alternativa. Alternativa fra il bene e il male, fra il buono e il cattivo, fra la vita e la morte.

Ogni alternativa che si ponga, è l’indice del fiabesco, è l’indice che siamo nella fiaba, cioè nella presentazione, quella che Charcot chiamava la presentazione del malato e che, sulla scia di Charcot, Lacan ha proseguito con la presentazione del caso. Sia la presentazione del malato, sia la presentazione del caso indicano il fiabesco.

Il caso è impresentabile, perché non è mai risolto il caso. Il “caso” è caso di cifra, caso di qualità e può essere presentato solo secondo la modalità dell’anatomia patologica, come cadavere. La presentazione del caso è la presentazione del cadavere. L’unico caso presentabile è quello del cadavere, dove nulla può più avvenire. Ecco, può essere presentato il caso dove nulla può più avvenire, con il cadavere. Ma se noi abbiamo un testo, come quel testo può diventare cadavere, se lo leggiamo? Se noi ascoltiamo, come quel testo può essere cadaverizzato? Come può essere limitato nel suo contributo, nel suo apporto, nella sua tentazione, nella sua annunciazione?

Questa è la questione dell’analisi, e questa è la questione del primo colloquio analitico, dove avviene la presentazione del materiale fiabesco e dove si tratta, già nel primo colloquio, della dissipazione della superstizione gnostica, cioè della dissipazione dell’arroganza in base a cui ognuno si presenta come caso conosciuto, cioè si presenta come cadavere.

La chance del primo colloquio sta nella dissipazione di questa arroganza e nell’instaurazione dell’autenticità della domanda. Qualcosa prosegue se l’arroganza, non dico è totalmente dissipata, ma almeno incrinata; l’arroganza per cui ognuno si presenta come soggetto con le sue soggettività, con le sue consapevolezze, con i suoi convincimenti, con le sue superstizioni come irrinunciabili, negando dunque l’annunciazione.

Con la domanda, con l’annunciazione, può instaurarsi il dispositivo della ricerca, dell’analisi, del viaggio, anche dispositivo dell’impresa, dove si tratta del cifratore e del cifrante; ma non come statuti sociali, bensì come statuti logici, statuti intellettuali per cui può avvenire qualcosa d’originario, d’impensabile, d’imprevedibile, d’incalcolabile. Non possibile o probabile: incalcolabile!

La portata di Maria sta propriamente in questo. Maria, con l’annunciazione, inaugura lo statuto del cifratore: “Avvenga di me ciò che sta nella parola”, ciò che sta in quel che si dice. Ossia, è il cifratore che si dispone alla cifratura, alla ricerca, all’obbedienza. Obbedienza nella sua accezione clinica, cioè come disposizione all’ascolto. Questo indica l’obbedienza. Obbedire vuole dire udire innanzi tutto ciò che viene contro: contro ogni aspettativa, contro ogni previsione, contro voglia. Contro, ossia non padroneggiato. Questa è l’obbedienza che procede dall’udire. Occorre innanzi tutto udire per obbedire, e poi ascoltare. Ma perché ci sia udire occorre non ci sia sordità, arroganza, soggettività. Occorre vi sia l’angelo come condizione del dispositivo, l’angelo nell’accezione logica, non l’angelo con le ali.

Effettivamente, come lei aveva modo di precisare prima, la questione del dispositivo viene volta invece nella coppia. Ogni cosa viene accoppiata: servo e padrone, medico e paziente, maestro e allievo, marito e moglie. Le coppie. Ma, l’idea della coppia da dove viene? Da dove viene la prima coppia che poi dà modo a tante altre di seguirla? La coppia è già un’idea di alternativa. Se voi aveste letto la storia di Aladino, potremmo parlarne in modo più preciso, cioè risulterebbe chiaro come l’idea di coppia sia un corollario dell’idea di origine, che è l’altra faccia della fine.

L’alternativa è sempre fra l’origine e la fine, tra l’inizio e la fine. L’alternativa è sempre pensata rispetto alla fine, ogni alternativa si formula rispetto alla fine. Che cosa vuole dire questo? Che ognuno ha dinanzi a sé, costantemente, come suo destino la fine, e rispetto a questo si orienta. E ogni decisione, ogni scelta che viene presa è sempre come evitamento di una presunta fine, perché crede fermamente che ci sia la fine, che sia prescritta, ma che sia però evitabile. Evitabile! Ecco allora l’alternativa, la serie delle alternative, l’alternativa che procede dalla certezza della fine rispetto a cui viene scelto il male minore. L’alternativa è sempre fondata sull’idea del male da economizzare per potere scegliere il male minore, e questo è il fondamento psicoterapeutico.

Pubblico Un po’ come quando si va a votare.

R.C. Secondo l’ordine, secondo il canone di quel giornalista, Montanelli, che diceva che “Occorreva turarsi il naso”. No, noi possiamo andare a votare senza questo canone, senza questo principio del male minore, oppure anche non andare a votare. Non è mica obbligatorio. Se lei è convinto che deve scegliere il male minore, è sempre un male. Dunque, perché lei deve sempre indirizzarsi verso il male, se pure minore? Perché deve obbedire al principio psicoterapico dove si tratta sempre di conformarsi, adattarsi al male minore per risultare funzionali all’ordine costituito? No, non si può accettare la morte, non si può morire vivendo. Occorre vivere, occorre sbarazzare l’orizzonte da questo costante riferimento al male. Ma non è che ciò possa avvenire per volontà “Adesso decido che non credo più nel male”. No! Se questa credenza è instaurata, o è analizzata, dissipata, trova assoluzione, oppure si ripete. Si ripete, perché è chiaro che il canone ha una sua presa, fatta di fantasie, superstizioni, paure, riserve, remore.

Dicevamo anche della negazione della solidarietà. L’alternativa sorge negando la solidarietà, cioè negando la relazione originaria, che è la solidarietà. Quindi, non è la solidarietà con qualcuno o con qualcosa, perché allora diventerebbe complicità, accondiscendenza all’erotismo, accoppiamento. Instaurando la coppia diabolica vittima e carnefice, servo e padrone, medico e paziente, maestro e allievo non c’è l’approdo da nessuna parte. Ma se maestro e allievo e quant’altro giungono al dispositivo, alla struttura del dispositivo, allora giungono a instaurare l’interlocuzione lungo cui può svolgersi il viaggio. È un’altra cosa, è uno scenario senza alternativa, senza riferimento alla morte.

Ma come può avvenire ciò? Con il dispositivo della parola originaria. Questo è, se lei proprio vuole, il contributo, lo specifico della cifrematica: l’instaurazione del dispositivo della parola originaria, dove si tratta dell’idioma per ciascuno. Non dell’idiozia, ma dell’idioma, della lingua particolare. Ora, il bello è che il materiale della nostra conversazione di questa sera è vero che viene da trent’anni di esperienza cifrematica, però viene anche dal testo della storia di Aladino. È un vero peccato che non ci sia chi intenda leggerla per trarne indicazioni inimmaginabili. Certo, non fermandosi al fiabesco, ma questo in ciascuna conversazione. Se ci fermiamo al fiabesco, allora siamo nel pettegolezzo, a sentire i mali, le disgrazie, i consigli di come evitare questo, di come evitare quello. Non è facilissimo non rimanere invischiati nei pettegolezzi.

Volevo parlarvi questa sera del matricidio, del parricidio e di altre cose, però qualcosa abbiamo pure affrontato. Ci sono altre domande?

C.M. La volta scorsa lei ha letto un capitolo del Genesi e ha parlato del figlio genito; poi ha posto la questione di cos’è la nascita. Penso che la nascita sia un proseguimento di questo…

R.C. Sì, altre domande? Abbiamo parlato un’ora questa sera, ci sono domande sullo specifico di questa sera senza dovere andare in cerca di quello detto un secolo fa? Se ne ha le faccia, altrimenti lasciamo che facciano altri. C’è un testo. Questa sera c’è un testo. Leggiamolo! Questa idiosincrasia per la lettura si può affrontare! Intellettualmente, si può affrontare, perché è chiaro che c’è un’idiosincrasia per la lettura, è evidente. Tutto il discorso occidentale è un’idiosincrasia per la lettura e tutto ciò che ne segue è il corollario di questa idiosincrasia, che è a favore del conformismo. Ora, non è mica una novità, si tratta solo di non accettarla, intellettualmente dico: la non accettazione intellettuale. Questo è importante, che quindi non vuole dire la lotta armata. La non accettazione intellettuale vuole dire l’indagine intellettuale, la ricerca, l’analisi, l’assoluzione in direzione della qualità per non fare della vita un matricidio perenne, un infanticidio costante. Eppure, ce l’abbiamo dinanzi agli occhi che cosa vuole dire l’osservanza del canone occidentale.

C’è giorno in cui i giornali, le radio, le televisioni non ci presentino il caso dell’infanticidio? Passa giorno? No, non passa, perché questo è il paradigma del discorso occidentale, è il memento del discorso occidentale, per cui, pure nell’esecrazione, nella mortificazione, nell’avvilimento, nell’abbattimento, tuttavia occorre che venga presentato, perché è il paradigma. Sarebbe da sorprendersi se ci fosse un giorno senza il caso del matricidio, senza il caso dell’infanticidio, senza il caso dell’omicidio o senza il caso del suicidio, che è sempre la stessa cosa presentata in modi differenti! È sempre la stessa cosa. A alcuni dà fastidio, a altri un po’ di più, a altri un po’ di meno, uno non capisce come mai a alcuni evoca paure e a altri no. Ma chi fa l’analisi di ciò per non aderire a questo canone, anche nella formula dell’anticonformismo che è l’altra faccia dell’adesione? Perché è sempre adesione.

Dunque, non si tratta né di conformarsi né di anti conformarsi, ma di capire, d’intendere intellettualmente. Intellettualmente, cioè secondo la particolarità. La particolarità sta in ciascun atto, però occorre accorgersene e non rimanere adesi al fiabesco, alla presentazione di sé come di un caso conosciuto. Ogni presentazione di sé o dell’Altro è la presentazione del malato di Charcot, che per quell’epoca era una cosa clamorosa, sensazionale, sfatava alcune superstizioni. Ma oggi, attenersi a quel modello, oggi che non siamo più in quell’epoca… Oppure siamo in quell’epoca? Questa è la questione. Ma vi vedo provati, molto provati!

Pubblico Posso dire una cosa?

R.C. Prego.

Pubblico Lei ha affermato che essere in viaggio verso una meta conosciuta equivale all’essere in viaggio verso la morte. È vero?

R.C. Sì.

Pubblico Non c’è soltanto questa valenza, secondo me, perché non è detto che il fatto di conoscere la meta voglia dire che la meta è una meta di morte. Può essere anche una meta di vita.

R.C. Sì, questa è la doratura della pillola. La doratura della pillola passa attraverso questa considerazione, nel senso che mantiene l’alternativa fra il bene e il male e volge la fine come fine rivolta al bene. Ma è la doratura della pillola, nel senso che non incrina di niente la logica dell’alternativa. Il finalismo positivo non è per nulla differente dal finalismo negativo, è sempre finalismo, cioè è sempre qualcosa che accetta la fine. La finalizzazione è una forma di accettazione della fine. Che poi questa fine si presuma di rivolgerla al bene piuttosto che al male…

Pubblico Sempre fine è.

R.C. Certo, perché il principio della dicotomia, cioè della dicotomia fra il bene e il male è mantenuto, questa è la questione. Allora, o effettivamente s’instaura l’apertura, l’apertura senza alternativa, l’apertura da cui le cose procedono – e allora la direzione non è verso il bene o verso il male, ma è direzione verso la qualità del viaggio – oppure si tratta sempre del cerchio che deve ritornare al punto di partenza, che deve volgersi verso il bene, il bene conosciuto. Ma l’unica cosa conosciuta è la fine, e allora è il cerchio tra l’origine e la fine, è il cerchio della destinazione conosciuta.

Pubblico Quindi l’alternativa, secondo quello che lei afferma, non procede verso la fine, ma è superare la dicotomia fra il bene e il male?

R.C. Certo.

Pubblico E dunque bisogna andare al di là del bene e del male, come proponeva Nietzsche, in un certo senso? Qualcosa di simile?

R.C. Non al di là del bene e del male, ma dell’alternativa fra il bene e il male; che poi non è neanche un al di là, nel senso che bene o male non stanno davanti a noi, perché se stanno davanti a noi sono sempre indice del finalismo. Cioè, bene-male è un ossimoro, è una contraddizione. Questa contraddizione è intoglibile e è proprio perché c’è che può avvenire l’annunciazione e può avvenire il viaggio! A partire dal bene-male come apertura, qualcosa può cominciare a qualificarsi. Questa è la questione: non si può scegliere tra bene e male.

Bene e male non sono oggetto di scelta, ma il canone occidentale ha fatto del bene e del male qualcosa che si può scegliere, anzi, addirittura un titolo di merito nello scinderli, togliere il male e ammantarsi di tutto il bene, come se fosse noto, conosciuto, come se ci fosse la conoscenza del bene. Ma allora il mito della cacciata non vi ha detto niente. Non lo avete letto! La conoscenza del bene e del male comporta la cacciata dal giardino! Cioè che non c’è più il viaggio, che la conoscenza, la presunta conoscenza, l’idea di conoscere il bene e il male toglie il viaggio; è già la morte. Questo dice il mito della cacciata. La presunzione di conoscenza nega il viaggio, impedisce il viaggio. Postulare la conoscenza toglie il viaggio.

Pubblico Sì, perché sarebbe equivalso per l’uomo a elevarsi, a diventare come Dio, simile a Dio. Mangiare dall’albero del bene e del male avrebbe comportato sfidare Dio.

R.C. Sì, ma la lezione è che questa conoscenza presuntamente acquisita comporta che il giardino, il giardino dell’occorrenza, il giardino del viaggio non c’è più.

Pubblico C’è una caduta, una conseguenza.

R.C. Sì. Poi, sono metafore.

Pubblico Volevo aggiungere che, forse, andando avanti si potrà sempre più abbandonare l’idea del perdente che va giù, l’alternativa tra il bene e il male, e si potrebbe sempre più parlare di morte-vita o potremo sempre più parlare di morte-vita. Forse è più congruo con la nostra realtà.

R.C. Ecco, morte-vita, esatto. Questo è molto interessante, perché la questione è proprio la questione di vita o di morte: per ciascuno, la questione è la questione di vita o di morte rispetto a cui non si può mica scegliere! A partire dalla questione di vita o di morte c’è da andare, c’è da fare, c’è da vivere.

Pubblico Sperando che proceda verso…

R.C. Non sperando! Se lei già dice sperando, ecco allora che la riserva, la remora, la superstizione hanno già messo un piede dentro al viaggio, perché vuole dire che la questione di vita o di morte è già nel compromesso. “Speriamo che” è già nel compromesso, abbiamo già il male davanti, un orizzonte fosco in cui bisogna “sperare che”, e allora, ecco il compromesso, l’evitamento, l’apparato di contenzione. Occorre analizzare le riserve perché il viaggio non risulti contenuto tra le maglie delle riserve o delle remore o delle superstizioni, perché, apparentemente, nessuno o pochi ammettono di avere qualche superstizione, qualche riserva. Ma anche chi ammette di avere una superstizione o una riserva, la sua superstizione non sta dove crede che stia.

Pubblico Sant’Agostino quando ha detto “Ama e fa ciò che vuoi” ha detto una cosa molto grande e molto bella, se riuscissimo a farla. O no? Perché in quel “fa ciò che vuoi” ha eliminato completamente ogni apparato, ogni regola.

R.C. Ecco. Però dobbiamo leggere in questo caso Sant’Agostino con Machiavelli, quando dice che “Il popolo che fa ciò che vuole è pazzo, il principe che fa ciò che vuole non è savio”.

Pubblico Adesso è tardi…

R.C. Esatto. Quindi lo riprendiamo la settimana prossima.

 


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