Primo capitolo del libro Luigi Pirandello L’amore e l’odio
Il modo dell’amore
Ruggero Chinaglia Non c’è serata migliore di questa sera di luna piena per inaugurare il laboratorio. Avendo anche la luna come ospite, cominciamo segnalando alcune pubblicazioni. È in libreria il bellissimo romanzo di Marek Halter La regina di Saba, un romanzo d’amore, d’avventura, di guerra, edito da Spirali. Un romanzo molto bello che riprende alcuni aspetti della mitica regina di Saba che incontrò re Salomone, ma che adesso non vi racconto, lasciando a ciascuno il piacere di leggere il libro.
Chi avesse già letto altri libri di Marek Halter si sarà accorto che è uno scrittore molto interessante, sia come saggista – ha scritto libri intorno alla questione ebraica, alla pace tra ebrei e palestinesi che più volte ha cercato di favorire – sia come romanziere, sia come narratore. Per esempio, Abraham è un romanzo che ha avuto successo negli anni scorsi e che narra la storia del popolo ebraico. Questo libro, La regina di Saba, è una novità editoriale.
Invece, il secondo numero della collana “La cifrematica”, intitolato L’intellettualità e il piacere, richiede una lettura un po’ più impegnativa. Verrà presentato in dettaglio giovedì prossimo, alla Sala Polivalente di Via Valeri, qui a Padova, con il dibattito intitolato, appunto, L’intellettualità e il piacere, con la partecipazione di due scrittori, Domenico Lavermicocca, giurista oltre che scrittore, e Michele Marin che è anche medico. Quindi, due angolature differenti, due contributi differenti per testimoniare la combinazione tra intellettualità e piacere.
“La cifrematica” è una collana nuova, giunta al suo sesto volume, che contiene articoli molto interessanti nel merito di queste questioni. Sono anche, ma non solo, testimonianze intorno all’esperienza della cifrematica, cioè all’esperienza della parola originaria, che è esperienza di ricerca scientifica, di clinica, di scrittura. Questo per avere ciascun giorno qualcosa da leggere, che è la cosa migliore.
Questa sera cominciamo il laboratorio della modernità. Perché laboratorio della modernità? Qualcuno se lo sarà chiesto. Perché la modernità è assolutamente essenziale. Come affrontare ciascuna cosa se non in termini di modernità? Il che non vuole dire nei termini dell’ultimo momento, dell’ultima moda, dell’ultima epoca, dell’epoca contemporanea, secondo il criterio dell’ultimo tempo, vigente nel discorso comune. Non è questa la modernità.
Chiamiamo modernità il modo che segue l’intervento del tempo, quindi il modo opportuno perché ciascuna cosa si qualifichi, per cui ciascuna cosa non è data per scontata ma interviene nella ricerca, nella scrittura, nel dispositivo in cui si tratta di cogliere qual è il modo opportuno. Questa è la modernità, che non è un’epoca contrapposta a un’altra con il criterio storicistico, per cui il moderno sarebbe contrapposto all’antico, oppure l’ultimo contrapposto al primo. Questo è il modo più comune d’intendere la modernità, cioè come l’ultimo, l’ultima epoca, l’ultima cosa, l’ultima versione dei fatti.
L’uomo moderno sarebbe l’ultimo uomo, infatti nel discorso comune, nel discorso storicistico che segue il criterio cronologico, per indicare la punta della cronologia è sorto il post-moderno. Finita la storia, finita la filosofia, finita l’arte, finita la musica, finita la pittura, finito tutto e però niente è finito, allora ecco il post-moderno. E poi cosa seguirà? Il post post-moderno, sempre all’inseguimento di quella fine che possa significare ciò che è avvenuto prima.
Noi puntiamo a un altro criterio, che non è il criterio dell’ultimo, dell’ultima cosa, il criterio della fine, ma è il criterio temporale, il criterio secondo l’occorrenza; non secondo questa o quella convenzione, secondo questa o quella morale, secondo questa o quella ideologia, ma secondo l’occorrenza. Solo così ciascuno può affrontare ciò che occorre in modo opportuno, senza seguire un’idea di fine nella sua doppia accezione, sia teleologica, secondo un fine sia secondo una fine. Perché è questo che ha regolato una certa impostazione pseudo scientifica, pseudo artistica, pseudo culturale da secoli a questa parte: l’idea di un fine prestabilito, comunemente un fine di bene, che deve presiedere e fare da timone al modo.
Però, il fine di bene è un fine immaginario. Chi può stabilire quale sia il bene? Se il criterio è religioso, allora una certa religione può stabilire che il bene è “questo”; cioè, una certa morale può stabilire il suo criterio di bene. Ma si tratta di convenzioni morali, religiose, ideologiche, superstiziose, dove il criterio non è più secondo l’occorrenza ma secondo la convenzione, secondo la prescrizione, secondo un luogo comune, secondo una credenza. Ecco, questo laboratorio si prefigge non tanto di seguire credenze, religioni, convenzioni, ideologie, superstizioni, ma di esplorare di volta in volta qual è il modo e in questo caso il modo dell’amore: l’amore e il suo modo.
Si tratta di soddisfare le esigenze e l’istanza di qualità. La curiosità è ciò che si rivolge alla qualità di ciascuna cosa, quindi esige la qualifica. La qualità non può soddisfare uno standard di genere, di modo o una sostanzialità. La curiosità è qualcosa di essenziale per ciascuno; senza la curiosità ognuno gira in tondo, resta, per così dire, al palo della tortura. Questa è la nostra offerta all’istanza di qualità di ciascuno e, nel titolo, accanto all’amore abbiamo posto la crisi. L’amore e la crisi, in una combinazione che può essere letta in tanti modi e che proviamo a precisare. Non si tratta della crisi dell’amore, ma della crisi; non l’amore e la sua crisi, ma l’amore e la crisi, l’amore e l’odio.
Il termine crisi in questo periodo è assolutamente in voga: crisi economica, crisi finanziaria, crisi dei mercati. Prima c’era la crisi dei valori, la crisi dei giovani, l’unità di crisi. Già l’unità di crisi, però, ha un’altra accezione. L’unità di crisi non è l’unità in crisi, è l’unità che viene attivata dalla crisi, cioè da qualcosa che interviene rispetto alla consuetudine e richiede un intervento straordinario per affrontarla. Quindi, l’unità di crisi è qualcosa che si avvicina all’accezione di crisi che indica, propriamente, il giudizio.
Crisis, il giudizio, la critica, quindi la valutazione, la variazione, la trasformazione. Crisi e il suo modo, crisi è ciò che è determinato dall’intervento del tempo.
Il modo più comune di utilizzare questo lessema è per indicare la crisi del sistema. C’è un sistema, qualcosa varia e il sistema va in crisi e ciò sarebbe il massimo guaio. Questa è la superstizione, perché il sistema non esiste: impossibile per la vita istituirsi in un sistema. La stessa legge della termodinamica lo asserisce. La seconda legge della termodinamica, o legge della degradazione dell’energia, dice che un sistema tende all’equilibrio, e quando l’equilibrio è raggiunto è la fine, il sistema muore; a entropia zero, sviluppo zero. Quindi, l’idea che un sistema possa istituirsi senza crisi è in realtà un’idea di morte, è un fantasma di morte.
La questione vitale sta nella crisi, la vita esige la crisi, esige cioè che ciascun atto sia attraversato dal tempo, per cui la stessa lettura, la stessa interpretazione, la valutazione di come fare di volta in volta è un atto critico, è un atto di crisi. Non necessariamente l’atto di crisi deve “mettere in crisi” nell’accezione negativa del termine, come se fosse un guaio, come se fosse qualcosa di negativo, perché la crisi è originaria. La crisi è costitutiva di ciascun atto. E siccome “atto” altro non è che la traduzione che Cicerone ha operato di ciò che Aristotele chiamava ἐνέργεια, enérgheia, allora voi capite che la stessa idea di crisi energetica è quanto meno curiosa.
La fine dell’energia è stato il fantasma che ha attraversato ogni epoca: la fine del combustibile, la fine dell’energia, la fine. È il fantasma che più frequentemente agisce per contenere gli umani in quella che viene ritenuta la loro prigione. Il mondo come prigione c’è solamente a condizione di credere nella fine, nella crisi come fine, nell’evitamento della crisi, nell’evitamento dello sforzo intellettuale che è necessario per affrontare ciascuna cosa, ciascuna occorrenza. Quindi, l’amore e la crisi.
Il cammino che ci accingiamo a fare è l’esplorazione di ciò che comunemente è chiamato amore e che ognuno crede di sapere cosa sia. Però non è proprio così, per cui si tratta d’indagare, di capire cosa sia o, meglio, come sia il suo modo. Perché chiedere cosa sia è già farne una sostanza, è già volgere l’indagine in termini filosofici. Il modo canonico dell’indagine filosofica risponde alla domanda ti estì? Che cos’è? Che cos’è questo? Questo è quello. Allora si crea una sostantificazione, una banalizzazione, una generalizzazione.
L’indagine analitica, clinica, intellettuale prova che è impossibile rispondere alla domanda ti estì? se non in modo filosofico, religioso, superstizioso, perché la questione della scienza, contrariamente a quanto è asserito disciplinarmente, non è quella di sapere le cose, ma quella del conto e del calcolo. Di cogliere il “come”, quindi di ragionare.
La scienza consente e esige il ragionamento, esige di capire come fare; anche cosa fare, ma sopra tutto come fare, non già di sapere. Chi presume di sapere sbaglia sicuramente. Non che sia un male sbagliare, anzi, non si può che sbagliare, ma c’è sbaglio e sbaglio. Affidarsi al sapere evita di considerare lo specifico che sta dinanzi. Capendo e cogliendo la sfumatura, la particolarità del caso, allora può seguire il dispositivo che è indispensabile al caso stesso e che non è già previsto dal sapere che si presume di avere.
È importante non affidarsi al sapere, che è sempre un ricordo del passato, un abbaglio, invece è importante capire. E capire esige l’analisi, non la sintesi. Capire è senza la sintesi. E anche per indagare sulla questione dell’amore importa il modo scientifico, che non è il metodo scientifico sperimentale, è il modo scientifico, il modo che procede dalla schisi, cioè il modo del tempo.
Dicevo prima dell’istanza di qualità. Soddisfarla non è la cosa più facile, apparentemente non è nemmeno comune, ma occorre dire che si tratta di cogliere l’istanza anche dove può sembrare che non ci sia. L’epoca, per esempio l’epoca televisiva, l’epoca mediatica, l’epoca delle risposte per tutti, contrasta con l’istanza di qualità. Ogni generalizzazione contravviene a questa istanza. Quando noi sentiamo dire “questa cosa è per tutti, tutti devono fare così”, attenzione: tutti chi? Tutti gli uomini? Tutte le donne? “Questa è un’esigenza di tutti”. È facile dire “tutti”, ma tutti nega propriamente il ciascuno, la singolarità e la specificità. E si tratta di andare proprio nella direzione della singolarità e della specificità; cosa non facile dato il prevalere della tendenza di andare verso la magia e l’ipnosi e il loro dilagare. La magia, ovvero la credenza di potere controllare e padroneggiare l’oggetto; l’ipnosi, ovvero la credenza di potere padroneggiare il cervello, abolita la parola. Senza più la parola tutti pensano la stessa cosa. Ma, “tutti” chi?
Oggi mi trovavo negli studi di una televisione e, mentre aspettavo che la giornalista si liberasse da un impegno, mi hanno fatto accomodare in un salottino dove c’era un televisore acceso che stava trasmettendo quello che era in onda in quel momento: si trattava di un cartomante, il quale riceveva delle telefonate e rispondeva, mescolava le carte e rispondeva. Stante ogni considerazione sulle domande e sulle risposte che questo cartomante dava a chi lo interpellava, la questione che mi si è posta era che cosa chiedesse ognuno che telefonava a questa persona. C’era chi chiedeva se avrebbe avuto la pensione, se il tizio che stava corteggiando sarebbe poi capitolato. E costui rispondeva “che bisognava avere pazienza, che non è così facile, però, vedrà, che poi sicuramente…”. Però, non si può fare un torto così smaccato all’intelligenza, se pure di tutti e non di ciascuno, per non capire che la domanda non verteva su ciò che sembrava porsi come tale. Quindi, che cosa chiedevano queste persone?
Mi è parso chiaro che ognuno di loro chiedesse un segno d’amore, un segno dell’amore di Dio, un segno che ognuno poteva essere scelto per la benevolenza di Dio. E le carte indicavano che sì, il suo desiderio sarebbe stato soddisfatto, che Dio era favorevole, che il destino era favorevole, che l’idolo, con cui ognuno si rappresenta Dio, era favorevole, lo amava. Ognuno chiedeva un segno d’amore e di benevolenza, che confermasse che era il prescelto da Dio o dall’idolo.
Quindi, tra le varie cose che in questo cammino ci aspettano, noi andremo a considerare anche l’amore di Dio o l’amore per Dio. Questa è una delle cose che saranno da indagare, perché oltre a indicare la complessità della questione, ciò indica qualcosa che è strutturale alla domanda, come domanda d’amore, ma che non può avere la risposta nei termini sostanziali o nei termini dell’alternativa fra il sì e il no.
La questione dell’amore è molto complessa e non si può ridurre all’ambito del sentimento, o dell’inclinazione, o dell’istinto. È una questione intellettuale molto complessa. Noi abbiamo indicato, nel nostro manifesto, una trentina di combinazioni dell’amore, con cui viene spesso definito: amore materno, amore del padre, amore sessuale, amore come ricerca, amore coniugale, amore erotico, ma giusto per indicare una complessità, per indicare come nei secoli e nei millenni, si è tentato di dare una risposta “per tutti” rispetto alla questione che l’amore pone.
L’amore è spesso indicato come ciò che dovrebbe consentire l’amicizia, la compagnia, l’unione, addirittura la fusione. Il vero amore è quello che consente la fusione, l’unione fra tizio e caia, tra caia e sempronio, cioè l’amore il cui fine sarebbe già dato, l’amore procreativo, l’amore erotico, l’amore per i soldi, l’amore per il lavoro, l’amore per la morte, l’amore “per”, l’amore “di”, il tutto condito da una sorta di reciprocità che dovrebbe garantire che quello è l’amore giusto; questa è una banalizzazione.
L’amore materno, l’amore filiale, l’amore coniugale, l’amore omosessuale, l’amore eterosessuale. Quanti amori ci sono? E se ne trascuriamo qualcuno? Non sia mai! L’idea di potere fare il catalogo degli amori è curiosa, però relativamente, nel senso che è stato il miraggio di ogni sistematica riuscire a fare il catalogo che contenga tutto ciò che serve, tutto ciò che deve soddisfare la curiosità. Il catalogo delle risposte per soddisfare tutte le domande, il catalogo previsto dalla conoscenza.
Ma è proprio qui che la conoscenza mostra la corda. Impossibile conoscere, se il tempo interviene e fa sì che ciascuna domanda sia specifica. Ciascuna domanda non rientra nel catalogo, non è assimilabile a un’altra e dunque occorre capire, ascoltare, intendere.
A indicare la complessità dell’amore basterebbe rilevare che per gli antichi non c’era un solo termine che qualificasse l’amore, ce n’era più d’uno. C’era filìa, che indicava l’amicizia, l’ospitalità; c’era agape, l’amore fraterno, l’amore filiale, l’amore disinteressato, anche il banchetto dell’ospitalità; poi c’era eros, l’amore sensuale, l’amore passionale, l’amore reciproco, l’amore erotico, l’eros, tanto più enigmatico di quanto si potrebbe pensare, tant’è vero che Eros, il dio dell’amore, non aveva un’origine ben nota, ben chiara e infatti era temuto da tutti gli altri dei perché la sua potenza era irrefrenabile e nessuno poteva ritenersi al riparo. Poi, erotismo è diventato l’amore che finisce, l’amore erotico, l’amore a termine. E, quindi, qual è l’amore per sempre? L’amore infinito? È l’amore senza l’idea di durata! Ma chi può dire di essere scevro dall’idea di durata, che è poi l’idea di fine?
La mitologia dell’amore che si è avviata con Platone – o meglio, con ciò che Platone fa dire a Socrate – indicherebbe il volere il bene, il possedere il bene, il tendere al bene. Quindi nell’amore ci sarebbe un fine di bene, una fine di bene: l’amore finisce nel bene e quindi finisce male. Finisce! Questa è l’idea platonica dell’amore, ossia che finisce. Allora ognuno cerca il suo rimedio alla fine dell’amore, per cui sorgono le varie prescrizioni, come l’amore paritetico, l’amore reciproco, l’amore che deve essere significato dalla prova d’amore, che è l’amore come ricatto. L’amore che debba essere significato dalla prova d’amore è esattamente il ricatto. “Provami il tuo amore!”. Forma preminente di ricatto che si formula come il culmine dell’amore: “Dimostrami che mi ami!”.
Freud ha introdotto qualcosa di nuovo al proposito, indicando che non si tratta della prova d’amore ma della dichiarazione. L’ha chiamato amore di transfert, l’amore che si dice nella parola, l’amore che risente della struttura della parola, l’amore che esige la sua sintassi, la sua frastica e che non può essere significato da nessuna prova, da nessun segno.
Ma l’idea di un amore che debba essere provato, garantito, certificato viene dalla sua animalizzazione, dall’idea che l’amore è ciò che lega, vincola, relaziona, unisce due esponenti dello stesso genere, cioè l’idea che l’amore sia umano, sia una caratteristica umana, una caratteristica degli esseri umani. Cioè che l’amore sia antropomorfo come la sua versione divina, l’amore di Dio, l’amore per Dio. Questo Dio che ama, questo Dio che dovrebbe amare, chi è? Dove sta? Come può Dio amare? E chi è quel Dio che ognuno può asserire di amare? Come? Quando?
Queste sono le questioni che l’amore evoca, le questioni che occorre attraversare, affrontare, per capire di cosa si tratta in ciò che viene chiamato facilmente amore, ma di cui spesso non è chiaro di cosa si tratti, talvolta addirittura confondendolo con la sessualità, come se l’amore fosse sovrapponibile alla sessualità. Come si distingue? Perché, certamente, non sono sovrapponibili.
Questo è un po’ il nostro programma, il nostro itinerario, queste sono alcune delle questioni che affronteremo, come anche l’idea che l’amore sia una tecnica, un’arte amatoria, un’arte da apprendere, un’arte da imparare, un’arte da padroneggiare. La stessa idea dell’oggetto d’amore è da chiarire. Qual è l’oggetto dell’amore? C’è chi pensa che il partner sia l’oggetto dell’amore. E questo sarebbe un guaio per chi lo pensasse perché, se l’amore coglie il suo oggetto, finisce!
L’amore esige l’astrazione. Qual è il mito dell’amore? Qual è il proverbio dell’amore? Qual è la struttura dell’amore? Qual è la particolarità? In nome dell’amore spesso accadono guerre, massacri, pulizie etniche. L’amore è senza fatalismo, senza naturalismo, senza predestinazione.
Nell’Amore e la crisi si tratta di questo. È l’esplorazione che si tratta di compiere per capire qualcosa di più, per capire come mai sono sorte specializzazioni che vorrebbero individuare i disturbi dell’amore e il modo corretto dell’amore. Resta la domanda: da dove viene l’amore?
C’è qualcuno che osi formulare qualche domanda, qualche risposta, qualche precisazione, qualche attesa rispetto alla questione, in modo da riprendere, mano a mano, le varie sfaccettature, angolature, sezioni?
Cecilia Maurantonio È proprio da dove viene, perché…
R.C. Lei vuole già rispondere da dove viene?
C.M. No. La domanda affiancava un’altra domanda, e cioè se l’amore è un’istanza, una necessità. Si avverte come mancanza e quindi si desidera.
R.C. Si avverte come mancanza?
C.M. Per esempio.
R.C. Chi lo avverte come mancanza?
C.M. Penso sia uno dei modi, non so. Anche questa sarà un’emulazione. Anche tra i giovanissimi, non tanto avere qualcuno per dire “questo è il mio ragazzo”, “questa è la mia fidanzata”, ma proprio perché diventa un segno, quindi può essere sia una mancanza di questo segno, sia una mancanza effettiva. Da dove viene?
E poi, questa è una mia idea, mi pare che l’amore non si possa quantificare. Quindi, la domanda è: c’è una misura nell’amore? Perché quantificandolo s’incorre in quello che poi diviene il ricatto o il confronto: “Io ti ho dato tanto”.
R.C. Esatto. È l’amore materno per eccellenza: “Io ti ho dato la vita!”, il merito supremo, il ricatto supremo, l’amore supremo. Perché qui si pone la metafora del dare, l’amore che dà. Ma che cosa dà? L’amore, che cosa dà per potere dire: “Io ti ho dato tanto”? Come può qualcuno asserire: “Io ti ho dato tanto”? Che cosa ha dato? Che cosa, qual è il dare che interviene nell’amore? In questo caso l’amore sarebbe la situazione di debito massimo, dove o c’è la parità o c’è il debito, quindi la rivendicazione, il ricatto. Cave amorem in questo caso! Come cave canem, una cosa da temere. Allora, in che termini interviene lo scambio nell’amore?
Pubblico Io l’amore lo intendo nel dare, un dare disinteressato; se ricevo, tanto meglio, altrimenti io nel momento in cui do, ricevo lo stesso, perché sento di fare una cosa buona. Può essere anche una risposta a quello che è un senso. Chi è che ci ha dato l’amore? Secondo me c’è una cosa che abbiamo dentro di noi, un bisogno intimo, più del mangiare, più di qualsiasi bisogno primordiale, fare del bene. E, infatti, a me succede quando faccio del bene, magari molte volte anche in forma egoistica, mi sento bene, perché sembra che stia facendo qualcosa per cui sono nato.
R.C. Quindi lei è predestinato all’amore?
Pubblico No, credo tutti quanti. Secondo me, se noi facciamo qualcosa contro l’amore poi ce lo risentiamo contro, almeno io credo.
R.C. Quindi è una dotazione naturale.
Pubblico Secondo me, sì.
R.C. E quindi è per tutti.
Pubblico Sì. Poi sta a noi cercare di coltivarlo e astrarlo da quelli che sono gli interessi materiali.
R.C. Allora c’è bisogno di astrarre?
Pubblico Beh, sì.
R.C. Allora non è qualcosa di naturale.
Pubblico Vabbè, diciamo naturale. Io credo che sia il modo di fare per esempio di un bambino che, il più delle volte, non ha un interesse, lo fa proprio in maniera disinteressata. Poi, quando una persona cresce c’è l’interesse economico, c’è l’interesse di amare una persona perché vuole entrare in una cerchia di relazioni, questo…
R.C. Già quello non è più amore, esatto. È chiaro che bisogna distinguere e qualificare. L’amore, però, come può avvenire senza scambio?
Pubblico Lo scambio dev’essere una conseguenza non calcolata, una cosa che non deve esserci per forza. Questo è intanto l’amore: un bene disinteressato. Lo scambio dev’essere nell’attivare un altro bene disinteressato, ma non per forza e non nella stessa misura. Può essere di diversa natura, diversa forma, maggiore o minore.
R.C. E chi stabilisce se è interessato o no?
Pubblico Beh, interessato… Se quella persona mi dà un certo tipo di relazione, se fa quello che io mi aspetto, allora io la continuo a amare, se invece non si muove secondo quello che io mi aspetto, allora io terminerò di amarla.
R.C. Quindi, è un amore interessato il suo.
Pubblico Interessato vuole dire che mi viene qualcosa in tasca, che può essere sia una relazione o tutto quanto. L’amore disinteressato è dire: “Io cerco di capire questa persona, starci vicino, dopo vediamo che succede”, non è detto che… E la stimo comunque.
R.C. Però, questo avverrebbe se lei avesse la completa padronanza e il pieno controllo di ciò che si scambia. Può accadere, tuttavia, che lei dia qualcosa senza rendersene conto, e può accadere che lei riceva qualcosa senza capire esattamente cosa sia e quindi fuori dal criterio dell’interesse, del tornaconto, della quantificazione. Quando dico scambio è sopra tutto questo, che non è lo scambio calcolato.
Pubblico Scambio inconscio, quindi.
R.C. Se vogliamo usare questo termine, sì, lo scambio inconscio. Uno scambio non sostanzializzabile, non immediatamente quantificabile o classificabile e che pure interviene, e che, però, forse è ancora più importante di quello di cui possiamo avere immediatamente coscienza; in questo senso dico scambio, di cui non possiamo preventivamente o anche successivamente dire se sia legato al bene o no, dato che non sappiamo prima di cosa è fatto. Per questo dico che la stessa idea di bene, usata per qualificare i termini dell’amore e dello scambio è in realtà fantastica, quanto meno aleatoria. C’è un’impostazione che spinge nella direzione di dire che bisogna scambiare ciò che è buono. Ma il fatto è che noi non sappiamo nemmeno che cosa ci scambiamo!
Questo è da indagare: come l’amore abbia a che fare con lo scambio, che c’è, ma che noi non sappiamo come avvenga e di cosa è fatto. Chiamiamolo, per il momento come lei suggeriva, lo scambio inconscio. Perché mi pare una formula aperta anche se non ancora precisa, aperta a possibili qualificazioni, a ulteriori precisazioni.
Mi pare molto interessante questo che lei dice. È chiaro che il termine scambio può avere varie accezioni, economico, finanziario, sostanzialistico, ma può averne anche altre, cioè molto più aperte, che vanno oltre.
Pubblico Oltre la materializzazione.
R.C. Esatto. Oltre la materializzazione. Prego, vuole aggiungere qualcosa?
Pubblico L’incomprensione dell’amore. A mio avviso è un travisamento che chi più dà è creditore. Invece, io penso il contrario, cioè, chi più dà non solo non è creditore, ma è ancora debitore perché il piacere di dare è grande. Uno che riceve amore, chi è innamorato dà, e dà con il sentimento, con l’animo, con tutte queste cose senza fare considerazioni di carattere economico o altro. Per me il piacere di dare è appagante, e cioè chi dà non è che dica “Io sono in credito”, è un assurdo.
R.C. Quindi lei lo fa per piacere, non per amore.
Pubblico Sì.
R.C. È un’altra cosa.
Pubblico Il discorso è che io sono stato innamorato tante volte nella mia lunga vita. Ho perso la testa per tantissime.
R.C. Dunque, ha perso la testa.
Pubblico Però, io ero fortunato, nel senso, a prescindere da quello che ricevevo dall’altra, per me era un momento infinito di esaltazione, di gioia, di felicità, e non mi ponevo tanto il problema se lei veramente corrispondeva. Fondamentalmente, m’interessava poco questa cosa, anche perché, nella maniera in cui mi innamoravo mi disinnamoravo velocemente, per cui…
R.C. Ah!
Pubblico Sì, perché sono infedele per natura, per cui accetto questa situazione e non ho sensi di colpa, insomma. Però, secondo me, il dare dell’amore è un vantaggio. Uno che dà, è sempre debitore; è un paradosso, probabilmente.
R.C. No, non è affatto paradossale, anzi, è conseguente. Se si tratta di uno scambio sostanziale, se si tratta di un così detto scambio economico, è chiaro che questo scambio è governato dal debito, e chi dà, dà perché è debitore. La questione sarebbe più interessante se intervenisse un dare senza debito e senza credito. Uno scambio al di là di un’algebra dello scambio, senza l’algebra.
Pubblico Sì, difatti io non mi sono mai posto il problema di ricevere. Io davo perché mi piaceva dare, poi pazienza.
R.C. Però, vede, è già uno scambio finalizzato al piacere.
Pubblico Il desiderio fa parte della vita.
R.C. Quindi lei ha introdotto due altri elementi nuovi che bisognerà considerare, l’innamoramento e il dare. Il dare per piacere, differentemente dal dare per amore.
Pubblico Ma sa, il confine tra… La spiegazione dell’amore è un po’ complicata, ce l’ha detto lei, non è che sia così semplice definire l’amore, e quindi è tutto un discorso aperto.
R.C. E quindi è da considerare se l’amore debba essere finalizzato al piacere. Finora io non l’avevo detto.
Pubblico Secondo quanto ha detto il signore qui davanti, l’amore è un dare per piacere, per la finalità del piacere, almeno da come ha esposto l’argomento o da come lo vive. Però, secondo me, ognuno ha la sua visione e comunque bisognerebbe distinguere l’amore rivolto a cosa,
perché, se lui si riferisce alla coppia, alla persona… Però, stasera mi pare che si parli di amore in senso generale. Potrebbe anche essere amore per la patria, per i cani, per gli animali; è sempre una forma d’amore per me, o no? Io dicevo che l’amore può esserci per stare bene, per un fine di bene, cioè che un sentimento che nasce è sempre, come diceva qualcuno prima, uno scambio inconscio. Potrebbe nascere amore anche guardando un albero, voglio dire.
R.C. Sarebbe l’amore platonico.
Pubblico Ma non stiamo parlando di vari amori, stasera?
R.C. No. Stiamo parlando per capire se si tratta di tanti amori, e quindi con caratteristiche e strutture differenti, o se la particolarità e la struttura dell’amore sia una e poi esistano tante fantasie in merito. Anche questo è da considerare.
Pubblico C’è di tutto e di più, penso. Guardando il mondo e anche l’arte e i libri di chi scrive…
R.C. Perché Platone era preoccupato da una certa visione del mondo. Era, diciamo così, orientato a finalizzare l’amore al bene; al bello e al bene. Però non siamo tenuti…
Pubblico Tutti a seguire la sua filosofia.
R.C. Esatto. È un ottimo motivo per indagarla, non per seguirla.
Pubblico Poi c’è chi vive l’amore geloso, allora uccide il partner. È un fin di bene che io non capisco, ma c’è anche quello.
R.C. Non è detto che sia un fine di bene.
Pubblico Un fine sì, per chi a cui tocca.
R.C. Certamente, per un certo modo di credere.
Pubblico Credere in quella visione dell’amore. In quel senso lì, siamo un oggetto.
R.C. Quante volte nei giornali viene titolato Delitto d’amore, Delitto passionale, Amante lasciato uccide per amore. “Uccidere per amore” mi sembra un ottimo materiale da indagare!
Pubblico Eh sì, se parliamo d’amore e di crisi.
R.C. Si tratta di capire se questo sbocco violento sia dovuto all’amore o alla crisi. Tutto ciò sembra cosa di adesso, di questi ultimi anni, invece è una cosa antica. Allora, occorre considerare l’amore e le reazioni all’amore. Questo è molto interessante.
Simone Barison E a proposito dell’abbinamento che leggo nel manifesto, amore e sesso, mi chiedevo perché nell’amore sponsale o da fidanzati, sia prevista o consigliata la fedeltà sessuale.
R.C. Consigliata da chi?
S.B. Dai preti o dal luogo comune. Fortemente voluta o data per scontata tra marito e moglie. È prevista anche dal Codice civile; quindi prevista oltre che dai preti anche dallo stato. È una questione seria, insomma.
R.C. L’adulterio come reato.
S.B. Io mi chiedo che cosa abbia a che fare il sesso, la prescrizione alla fedeltà sessuale, con un rapporto sponsale, con il così detto amore tra uomo e donna. Mi chiedo se non sia una furbizia sociale, nel senso che così è più facile mantenere l’ordine; per questo, probabilmente. Tuttavia, l’esclusività sessuale, chiamiamola così adesso perché non so precisarla meglio, sembra che per alcuni sia molto semplice. Statisticamente, forse per le donne è più facile mantenere una fedeltà sessuale, mentre per l’uomo diventa una cosa molto complicata. È più il gioco o la tentazione sessuale, o se non vogliamo divederla fra uomo e donna, per alcuni è così, per altri è cosà. Insomma, volevo indagare l’accostamento tra amore, sesso, fedeltà, esclusività.
R.C. Adesso lei introduce un altro termine, l’esclusività, quindi l’esclusione.
S.B. E la variazione, l’esigenza della variazione.
R.C. Esatto.
Pubblico Scusi se la precedo, le donne a chi si dovrebbero convertire? I maschi si dovrebbero convertire all’Islam; e le donne invece?
R.C. Non è una questione religiosa. Qui veniva posta una questione differente, non religiosa, per nulla religiosa. Cioè, che un fantasma venga codificato e legalizzato non è che dissipi la struttura fantasmatica, lo conferma, lo legalizza, lo autorizza, ma in termini clinici non dissipa la struttura fantasmatica, non è su questo che indaghiamo. Ci interessa capire, non prescrivere né rimediare, perché la questione è clinica.
Lucio Panizzo Spesso, la questione dell’amore è connessa a una richiesta, cioè a una domanda. Allora, la domanda d’amore a chi è rivolta? A un uomo? È rivolta a una donna? È rivolta a chi? E, quindi, il significante amore è connesso alla domanda. Allora, la domanda d’amore, la questione della domanda, a chi si rivolge? Si rivolge a un ascolto, a una provocazione?
Ci si innamora di una provocazione, di un qualcosa che non è sostanziale, soggettivo, ma che concerne la struttura della parola, quindi per un equivoco, per una provocazione. Ecco, allora io mi chiedo se la questione dell’amore sia direttamente connessa alla questione della domanda, e dove punta questa domanda che non è soggettiva.
R.C. Bene. Altri? Altre note?
Manuela Macario Una brevissima domanda. Cosa ha a che vedere l’amore con il matrimonio?
R.C. Ha un’ipotesi? Qual è la sua ipotesi?
M.M. La mia ipotesi è che sono due cose distinte. L’amore mi dà l’idea di essere come uno statuto, ma anche il matrimonio. Secondo me, non c’è un legame così stretto come si crede. C’è matrimonio perché c’è amore tra un uomo e una donna?
R.C. Lei dice: “Si sono sposati per amore”?
M.M. Esatto.
R.C. Contrariamente a altri che si sono sposati per interesse, per necessità.
Pubblico Per età.
R.C. Si sono sposati per età. Ci sono vari motivi. Lei dice che ci sono vari motivi, non è consequenziale.
M.M. Non voglio dire che ci può essere matrimonio senza amore, la mia domanda è un’altra. Ci può essere amore senza matrimonio? Come fare perché il matrimonio funzioni? Non è l’amore comune che lo fa funzionare, né l’esclusione di altri amori riallacciandomi al discorso che qualcuno aveva fatto prima.
R.C. Già lei è passata al plurale dell’amore.
M.M. Sì, perché abbiamo fatto un elenco di amori questa sera.
R.C. C’era una canzone che parlava di altri amori.
M.M. Pausini.
R.C. Pausini, dice la nostra esperta.
Pubblico Strani amori.
R.C. Mentre un altro diceva che non c’è sesso senza amore, no?
Pubblico Venditti.
R.C. Quindi, altri amori pure nel matrimonio.
M.M. Non parlo solo di amori nel senso di desiderio per altre persone che non sia il coniuge, non in quel senso.
R.C. Questo è differente dalla domanda precedente, non riguarda la fedeltà sessuale.
M.M. Il sesso è un’altra cosa. Quella domanda anch’io me la pongo, però questa è un’altra.
R.C. Che riguarda altri amori nel matrimonio.
M.M. No. Mi ponevo una domanda intorno alla questione matrimonio e che cosa abbia a che fare l’amore col matrimonio.
R.C. Quale amore nel matrimonio?
M.M. Sì.
Pubblico Il matrimonio è la tomba dell’amore.
R.C. Dicono così?
Pubblico Io sono più di quarant’anni che sono felicemente sposato.
R.C. Quindi era una battuta. Una battutaccia!
Pubblico Sarebbe interessante potere capire perché i giovani di adesso, anche i meno giovani, si mettono insieme ma non si sposano. Sì, certo, è una questione di probabilità, se va bene ci sposiamo, oppure continuiamo a stare assieme, se va male ci dividiamo. Ma perché succede questo? È solo una questione di comodità, una questione di facilità per sciogliere il rapporto, oppure c’è qualcos’altro che spinge i giovani a non legalizzare? Ai miei tempi, quand’ero giovane, tutti quanti si sposavano. Anzi, se una coppia si fosse messa insieme senza sposarsi sarebbe stato quasi uno scandalo, era qualcosa di diverso.
Pubblico Non potrebbe essere la difficoltà d’amare a impedire ai ragazzi di sposarsi?
R.C. Quindi, lei sposa la tesi del nostro amico.
Pubblico Nel senso che non parlavo più dell’amore come la prigionia dell’amore, in quei casi…
R.C. Adesso è intervenuto uno slittamento dall’amore alla sessualità.
Pubblico No, intendo dire la libertà d’amare, l’amore libero che i giovani identificano secondo un’altra visione, non platonica. Non saprei descrivere l’idea della prigionia, non le so dire una persona di riferimento; forse Otello? Però, adesso si segue un po’ quest’ondata di libertà, e quindi le chiedo se l’amore è libertà d’amare e non una cosa obbligata, una specie di scambio di sentimenti obbligati verso un’altra persona. Se c’è veramente amore non c’è bisogno per forza del matrimonio, di una cosa che sembra una forzatura, nel senso che l’amore deve arrivare al matrimonio. In questo modo c’è la coppia che si frequenta per un periodo di tempo e, per forza, in un altro periodo di tempo deve arrivare al matrimonio, perché altrimenti l’amore finisce; questo però solo nell’idealismo, nel concetto.
R.C. La questione è importantissima. Come lei nota, non c’è consequenzialità tra amore e matrimonio. Non è che uno sia la conseguenza dell’altro, lo sbocco uno nell’altro, però ciò può intervenire come fantasia come lei diceva, e cioè che l’amore debba sfociare nel matrimonio.
Pubblico Visto che hanno chiamato in causa i giovani, rispondo come giovane. Secondo me, e rispondo anche contro tendenza, il non giungere al matrimonio è una mancanza di responsabilità, non abbiamo il coraggio di fare certi passi; non nascondiamoci dietro a un dito. È troppo comodo cominciare una cosa già parandosi le spalle con qualcosa che andrà male, è già un passo fatto male. Perché è come dicevamo prima, cioè è già un amore pensato che finisce. Per me è questo che manca, il passo della responsabilità, giocarsi tutto. Manca il coraggio di farlo e basta! È la stessa cosa quando inizia un rapporto e si dice “ci frequentiamo”, e si fanno delle cose anche facendone altre, ma non è una responsabilità. Perché uno non decide di fare una cosa, la fa tanto per fare.
R.C. La questione, forse, non è di responsabilità ma di paura. Perché da quello che lei dice si tratta dell’idea che possa finire male.
Pubblico È troppo comodo fare una cosa e poi… È come prendere un’automobile in leasing invece di comprarla, è un mezzo passo.
R.C. La questione che si tratta di analizzare è come e perché l’epoca suggerisce che vada a finire male. Come e perché nell’epoca è così dilagante l’idea che vada a finire male, e questo nel matrimonio, nell’amore e quant’altro. Pare questa la questione: come e perché l’epoca indica, suggerisce, invita a credere che vada a finire male!
Pubblico Molte volte perché ci si arrende alle prime difficoltà, veramente molte volte. Quando c’è una paura che vada a finire male, oppure la paura che c’è da perdere troppo, allora alla fine c’è qualcosa di più comodo attorno e si lascia perdere.
Pubblico Tutto deve finire! Io credo che l’esperienza della vita sia fatta di dolore, di sacrificio sopra tutto e di morte. Io sono ottimista per questo, perché io credo in queste cose. Noi abbiamo un culmine e una discesa, io sono nella fase di discesa, nella discesa precipitosa. Siccome ho sempre vissuto in maniera attiva, ho vissuto parecchio, ho amato parecchio, adesso che sono vecchio mi sento fregato.
R.C. Adesso che è vecchio non vive più?
Pubblico Ero abituato bene e non posso più fare le cose che facevo prima, cioè volgarmente parlando, sesso in eccesso e con successo, non mi è più concesso, anche se qualche volta ci provo lo stesso. Però, siccome la casa va in rovina ogni giorno più di prima… Io gioco con le parole, è un mio vizio.
R.C. Bene. Mi pare che questo primo incontro abbia prodotto molte questioni, molta curiosità; io ho preso nota di tante cose. E quindi proseguiamo, la settimana prossima con l’appuntamento dal titolo L’intellettualità e il piacere, della serie La scienza e la crisi, in Via Valeri, mentre fra quindici giorni ci ritroviamo qui per proseguire e per provare a rispondere alle questioni formulate questa sera e che sono di notevole interesse.
Intanto, leggiamo La regina di Saba, di Marek Halter, e L’intellettualità e il piacere, della collana “La cifrematica”, così ci prepariamo ai prossimi incontri.
