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La lettura delle fiabe

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Corso di cifrematica

La lettura delle fiabe

Quale ambiente, quale educazione

La lettura delle fiabe

Ruggero Chinaglia Il materiale di questo corso proviene da oltre vent’anni di ricerca intorno alla scienza della parola, praticando anche la psicanalisi che è l’esperienza della parola originaria, indagando intorno all’analisi e alla clinica della parola. Gli scopi del corso sono molteplici, sia in direzione della formazione sia dell’insegnamento dell’esperienza della parola originaria. Il corso si propone di fornire indicazioni per l’itinerario di ciascuno e per l’esperienza in corso per ciascuno, nel suo specifico; non tanto di fornire una tecnologia, ma di fornire i termini per l’esperienza di ciascuno. Questo corso, in particolare, insiste sulla lettura di alcune fiabe da intendersi come materiale clinico, per cogliere le indicazioni, le sezioni che da ciascuna fiaba provengono, per verificare quale sia il messaggio di queste fiabe che, molto frequentemente, sono entrate ed entrano nella pedagogia. È consuetudine raccontare le fiabe ai bambini. Quale messaggio procede esse? Qual è la lezione che ne viene? Come leggerle? Come raccontarle? Perché raccontarle? Qual è l’importanza del racconto? Non tutto ciò che si dice è racconto.

Il racconto ha uno statuto particolare. Perché qualcosa entri nel racconto occorre un dispositivo particolare, il dispositivo intellettuale, il modo particolare, uno sforzo particolare. Dire qualunque cosa in qualunque modo non è racconto, non è raccontare. Nella mia esperienza di psicanalista si tratta proprio di questo: del racconto e di come ascoltare il racconto che altri fa; come fare perché vi sia racconto, perché vi sia chi non si accontenti di dire qualunque cosa, di sciorinare “i panni sporchi in Arno”, come diceva Manzoni, che non sarebbe racconto. Occorre distinguere il racconto dal pettegolezzo, dal lamento, insomma dalla lingua comune. La lingua del racconto non è la lingua comune. E quindi si tratta di giungere al racconto; perché vi sia racconto, occorre l’itinerario.

È questa anche la questione dell’educazione, che vi sia itinerario per

ché Tizio o Caia, non siano l’uomo comune o la donna comune, ma perché ciascuno divenga uomo o donna, come statuti intellettuali e non solo come ruoli sociali. Nessuno nasce già uomo o nasce già donna, se non nel senso naturalistico del termine. Si tratta di divenire donna, di divenire uomo, ossia di divenire intellettuale, di divenire artista, di divenire educatore, di divenire insegnante, di divenire statuto intellettuale. Questa è la scommessa che lo psicanalista compie, con ciascuno che scommetta con lui; questa è anche la scommessa dell’educatore, dell’insegnante, perché chi si trovi nella sua esperienza non abbia come destino quello animale, ossia la morte, come sostanza, come destino comune, come sorte. Insomma, in particolare per l’insegnante, per l’educatore, per il genitore, per i genitori, si tratta di non trovarsi a fare dell’allevamento, ma di impartire effettivamente l’educazione, cosa piuttosto difficile.

Intorno all’educazione sono fiorite molte teorie, è sorta una disciplina, la disciplina della pedagogia, che si è prefissa il compito di creare il bambino ideale, il bambino buono, bravo e bello. Qual è il bambino della pedagogia, il bambino bravo, bello e buono? È il bambino morto. L’unico modo di incarnare l’ideale pedagogico è il bambino morto. Ogni altro bambino esige invece intendimento, attenzione, ascolto, per intendere quel che si dice nel suo percorso e per non impartire luoghi comuni, superstizioni, moralismi, personalismi, credenze e via dicendo. Alcuni hanno creduto che, per parlare ai bambini, occorresse rivolgersi nella loro lingua.

Ma qual è la lingua dei bambini? Esiste una lingua che sia esente dalla parola, dai modi della parola, dalla procedura della parola? Esiste una lingua che sia priva di quello che Freud chiamava il lavoro onirico? Ebbene, la risposta è no. Non c’è questa lingua naturale che i bambini potrebbero o dovrebbero parlare, perché anche i bambini parlano nella lingua artificiale che è la lingua della parola originaria, di cui si tratta di intendere e di cogliere la logica, la particolarità e la qualità. Come ascoltare, per esempio, il racconto che un bambino fa, le cose che un bambino dice? Occorre innanzitutto ascoltare i termini, i modi della parola. Occorre non ignorare in che modo la parola agisca, in che modo la parola funzioni, in che modo la parola si disponga nel discorso, perché è il discorso effetto della parola e non viceversa.

Non c’è il discorso già confezionato, il discorso già costituito, quindi il discorso del bambino, il discorso dell’adulto, il discorso di Tizio o il discorso di Caio, ma c’è la parola con i suoi modi, la sua logica, e il discorso è l’effetto della combinazione della logica e della qualità della parola. Bisogna dunque intendere che il racconto è qualcosa che accade: non è il racconto di ciò che è accaduto, non è il racconto di ciò che è stato; insomma il racconto non è un necrologio, non riguarda il passato, non riguarda il fatto.

Anche il cosiddetto accaduto, anche ciò che viene chiamato il vissuto, entra nei giri e nei raggiri della parola, e dunque si espone a una trasformazione, a un’altra cosa, a un’effettualità che consente al fatto di dissiparsi, se c’è un dispositivo linguistico, un dispositivo di ascolto, un dispositivo di parola. Quindi non si tratta di accordare al vissuto una grande importanza. Il vissuto altro non è che una fantasia, una fantasia personalistica dove domina il soggetto, la soggettività, quindi una certa idea di sé o dell’Altro, un certo modello di sé o dell’Altro, modello che comunemente risente di un animale fantastico, si ispira a un animale fantastico, riproduce un animale fantastico.

Le caratteristiche di ciò che la psicologia chiama il vissuto sono la drammatizzazione, la personalizzazione, la sentimentalizzazione, la mentalizzazione, quindi la mentalità, la riproduzione di una mentalità. Mentalità, intendo, come modo dell’animalizzazione, dell’adeguamento a quell’animale che Aristotele ha sancito essere la forma eminente di uomo comune, con il suo motto, con il suo sillogismo. Quando dico che la forma eminente di personalizzazione è la soggettività, intendo dire che la soggettività è un modo di abolire la logica della parola, di togliere la particolarità da quel che si dice per inscriverla in un luogo comune, in un discorso comune, quindi in forma di animalità, di animale senza parola. La soggettività è una forma di autonomia, autonomia dalla parola, dalla logica, un modo di riaffermare, insomma, la propria animalità. Questa è la soggettività. Dunque l’educazione non deve mirare a riprodurre o a istituire un soggetto autonomo dalla logica, ma propriamente il contrario: deve mirare a formare uno statuto intellettuale, ad avviare un itinerario di ricerca, deve mirare a fornire un messaggio che resti, con i criteri che valgano per la vita, non già per la trasformazione dell’animaletto in animale adulto, da animale piccolo a animale grande.

Si tratta, per cominciare, della tensione linguistica, tensione intellettuale, quella che Freud chiamava la pulsione. Tensione linguistica, ossia anche istanza di qualità, perché ciascuna cosa non esiste in quanto tale, ma ciascuna cosa, ciascuna parola tende a qualificarsi, tende alla qualità, tende a divenire caso di qualità. Ma, perché questo avvenga, occorre un dispositivo. Non è automatico. Senza la tensione linguistica domina la preoccupazione, domina l’affanno, domina il malumore, domina il fastidio, domina la sintomatologia, domina la psicopatologia, insomma domina la mentalità. Cioè, senza tensione linguistica, ciascuna cosa diventa malattia o psicofarmaco. Cosa vuol dire? Che ciascuna cosa è ritenuta in grado di portare bene o di portare male, di fare bene o di fare male. Senza la tensione linguistica domina cioè la farmacopea del bene o del male. “Questo mi farà bene?” “No, ti farà male, non farlo! Fai invece questo, che ti farà bene”. E sorge così la paura, la paura del bene o la paura del male; sorgono così le prescrizioni e i divieti, sorge così l’abolizione dell’educazione a favore del catalogo delle prescrizioni e dei divieti, a favore del catalogo degli psicofarmaci della mentalità.

Una volta instaurata questa mentalità sorge un certo economicismo mentale, all’insegna del non fare questo o quello, in nome del bene o in nome del male. Questo è lo spreco, lo spreco della vita. Lo spreco della vita, quindi, lo possiamo anche chiamare il risparmio mentale, ossia l’adeguamento a una mentalità, in nome del bene o in nome del male, e, detto in altro modo, in nome dell’origine, in nome della presunta propria origine. Spreco, spreco intellettuale, spreco della vita, è l’altro nome della predestinazione. Dice un proverbio siciliano che chi nasce tondo non può morire quadrato. Ecco, chi aderisce a questo proverbio ha fatto spreco della vita, ossia vive in nome della morte, della predestinazione, di una sorte che ritiene sia già segnata. La credenza nella predestinazione, checché se ne possa dire, è diffusissima. Contrariamente a quanto ciascuno possa asserire, è la credenza più condivisa e trova molte vie, molti modi per affermarsi.

Quando qualcuno dice che non può fare una cosa, che non è in grado, che non è all’altezza, che non se la sente, che non sa come fare, che non può fare, che non deve fare, è perché ha aderito alla predestinazione, che gli impone di non fare, in quanto soggetto predestinato. Predestinato da che cosa? Dall’origine che crede di avere. Per ciascuno la questione non è di saper già fare, di poter fare o di dover fare, ma di fare. Fare che cosa? Ecco, che cosa fare? E fare come? Che cosa fare è la prima questione, come fare è la seconda. E, per stabilire cosa fare e come fare, occorre un dispositivo, un dispositivo per fare. Quindi un itinerario e, nell’itinerario, dispositivi.

Questo è il modo, per mettere in questione le credenze, le fantasie, le fantasticherie, soprattutto i ricordi, i ricordi dell’origine, i ricordi del passato come ricordi dell’origine, come ricordi di copertura dell’animalità, ossia dell’origine comune con qualcuno. “Ma mio padre era così!” “No, mio padre non era così!” “Io questo lo posso fare, perché mio padre era così.” “Questo non lo posso fare, perché mio padre non era così. Mia madre, invece, era così. Dato che mia madre era così, io questo lo posso fare o non lo posso fare.” “Dato che mio padre è morto di quella malattia, anch’io morirò di quella malattia, quindi questo non lo posso fare”. Oppure: “devo fare questo per dimostrare…”, eccetera eccetera. Tutti modi con cui si realizza il cerchio, il cerchio della morte, in nome dell’origine e della sua riproduzione. E mantenere questa credenza diventa, per taluni, l’impegno di tutta la vita.

Anziché mettere in questione questa credenza, c’è chi profonde la sua vita per dimostrare che, no, è proprio così, che, essendo nato in quelle condizioni, da quella famiglia, ebbene, deve anche morire in quelle condizioni, in quella famiglia. Questo è il naturalismo, dove non c’è parola, dove non ci sono effetti di parola, dove non c’è tensione linguistica, dove le cose sono “tali”. Così erano, così sono e così saranno, senza dispositivo, senza itinerario, senza tempo. Se togliamo l’itinerario, se togliamo il tempo, se togliamo il dispositivo abbiamo la soggettività, il soggetto immutabile, ossia l’animale predestinato alla morte, pari pari. Questo è il modo più comune di pensare: non è il caso particolare, questo questo è il modo comune di pensare. Un’indicazione che viene dall’esperienza analitica è che l’esperienza intellettuale, l’esperienza della parola, è l’esperienza dell’inesauribilità del racconto.

Dato che le cose non sono “tali”, non c’è modo al racconto di esaurirsi, perché il processo di qualificazione non è mai finito. Ma questa è un’esperienza che pochissimi hanno la fortuna di fare. Pochissimi. Rarissimi casi. Perché tutta l’impostazione del discorso occidentale va in direzione della realizzazione dell’essere, della realizzazione. “Io mi sento realizzato da questo.” “Io non mi sento realizzato da questo. Devo cercare di realizzarmi.” “Devi cercare di realizzarti.” “Vedi di realizzarti! Non mi sembri ancora realizzato”. Ma che cos’è questa realizzazione? Non c’è chi si possa realizzare se non immobilizzandosi. Realizzarsi, cosa vuol dire? Rendersi reali. Ma la stessa realtà è fantasmatica. E il reale è l’impossibile dell’avere e l’impossibile dell’essere. Come potere realizzarsi? Forse animalizzandosi, compiendo il cerchio della morte, del ritorno al punto di partenza, cosa possibile solo in una necropoli, cioè in abolizione del tempo. E qual è la mitologia massima di chi persegue questo ideale di realizzarsi? Stare bene. “Devo realizzarmi per stare bene”.

E stare bene per fare cosa? Rilassarsi. “Devo stare rilassato, morto, rilassatissimo, inerte”. Benessere, benessere assoluto, la morte. Si sente un sospiro in sala. C’è proprio da sospirare, infatti, perché ognuno ha la sua ricetta. Poco fa ero al bar a prendere un caffè: arriva una signora, amica della barista, la quale aveva non si sa bene quale acciacco, l’amica le ha subito suggerito la tecnica per stare bene, una procedura di massaggi di sua conoscenza, per stare bene. “Ma no, guarda, io non è che proprio…” “No, no, questo ti fa bene. Questo ti fa bene, così ti rilassi”. Perfetto, il rilassamento per stare bene. I giovani di oggi in che direzione vanno? In direzione di fare che cosa? Prima di tutto stare bene; poi, una volta che starò bene, potrò decidere cosa fare. Benissimo! E quando starai bene? Mai! Cosa vuol dire stare bene? Essere privi di inquietudine? Privi di tensione linguistica intellettuale? Benissimo! Allora è proprio la morte, la morte bianca. Questo è il messaggio dell’educazione di oggi? Il benessere? Stare rilassati? È questa la questione che l’educatore, l’insegnante, l’intellettuale, oggi non può non porsi, se non a condizione di fare l’allevatore di animali, animali fantastici, cioè di zombies, di morti viventi.

Si tratta quindi di reinventare oggi la pedagogia, in nome non di un discorso come causa, di un discorso preconfezionato che sancisca sulla base della predestinazione come dover essere, ma sulla base della parola, della logica della parola e della qualità della parola. Vuole dire, quindi, anche reinventare lo statuto di insegnante, lo statuto di educatore, lo statuto di genitore, perché, chiaramente, non si tratta di riversare su chi ci sta dinanzi le proprie angosce, i propri moralismi, i propri tic, i propri fastidi, le proprie superstizioni e religiosità, ma di attraversarle, di trovare lo statuto intellettuale di questi cosiddetti vissuti, che dovrebbero orientare il cammino in direzione del cerchio: occorre, per chi ci si trova, uscire dal cerchio. E, per uscire dal cerchio, non ci sono tanti modi, c’è il modo della parola.

Non è vero che, come affermato dal business del benessere, vivere è uguale a stare bene. Per nulla. Chi si impegna a stare bene non vive, non vive affatto: riproduce giorno per giorno la morte che ha in mente, la sua mentalità rispetto alla morte, cioè muore ciascun giorno. Non c’è vita possibile per chi si impegna a stare bene, perché stare bene non è che l’altra faccia dello stare male, e tra le due cose non c’è molta differenza: prevale lo stare, prevale un’idea di morte. Che sia buona o no, sempre morte è. C’è differenza tra l’eutanasia e un’altra morte? C’è differenza tra la buona morte e la cattiva morte? No, non c’è nessuna differenza: è morte, una volta accettata la quale, non c’è vita. Si tratta invece di trovare i termini e i modi della vita. Questa sì è un’impresa, lì sta la difficoltà, e questo non è per tutti, non è facile.

Chi pensa che debba essere facile, si frega, perché vive nelle recriminazioni, nei ricatti, nelle rivendicazioni, quindi nella vendetta, nell’ideologia della vendetta, della colpa e della pena, che sono sempre modi della morte, modi di negazione dell’istanza intellettuale, della tensione linguistica. Sono sempre modi della riproduzione dell’animale fantastico chiamato soggetto, soggetto autonomo: “Io rivendico la mia autonomia, io devo fare quello che voglio. Sono io a decidere!” Io chi? Con quale criterio? In base a che cosa? Con quali norme, regole, motivi? In direzione di che? Con quale progetto? Senza progetto la stessa educazione come può stabilirsi? Diventa un prontuario di comportamenti. In nome di che cosa? In vista di che cosa? In direzione di che cosa? Anche ai bambini, se viene tolto il progetto, il progetto di vita, in direzione di che cosa dovrebbero vivere? Per riprodurre papà e mamma? Per riprodurre la loro idea di origine? È una questione.




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