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Quattordicesimo capitolo del libro Luigi Pirandello L’amore e l’odio

L’ascolto

Ruggero Chinaglia Ci sono domande? Qualcosa non è stato capito?

Patrizia Ercolani. Pensavo a Ebe. Ciascuno, cominciando dal padre, vede in lei una che non è: la madre, la figlia, la fidanzata, la vicina… Mi chiedevo se questo è per via dei ricordi di altri. Anche quando il padre ritorna ci vede ancora un’altra persona.

R.C. Un’altra persona?

P.E. La va a trovare a Roma e in quell’occasione ancora una volta ci vede la moglie morta, il ricordo di sua moglie, la mamma di lei. Ebe, rispetto a questi ricordi, a queste proiezioni di altri, cosa poteva fare?

R.C. Sono ricordi di altri o di Ebe?

P.E. A me è parso che i ricordi siano di altri.

R.C. E di chi sono i ricordi?

P.E. Del marito, dei nonni che in lei vedono la loro figlia morta, del padre che ci vede la moglie morta quando lei è nata, il cugino che ci vede l’amore non corrisposto della cugina. Ebe che ricordo ha?

R.C. Bebè che ricordo ha?

P.E. A me sembra che sia rimasta al gioco, in qualche modo, ha prestato il fianco. Sì, la vittima.

R.C. Quindi c’è una vittima.

P.E. Sì. Ma ho detto che non ho capito.

Pubblico Forse tutti credono di essere stati vittime, sopra tutto il padre si sente vittima: vittima delle circostanze, di essere stato costretto a fare il padre, non c’è dubbio. Adesso non ricordo bene il testo, perché lui non poteva fare diversamente da come ha fatto, però adesso sentiva la necessità.

R.C. È stato costretto dalle circostanze?

Pubblico Sì, è stato costretto dagli eventi, è stato vittima delle circostanze, è quello che si sente più vittima di tutti.

R.C. È autorizzato a fare la vittima?

Pubblico Sì, è autorizzato e anche poi è autorizzato a compiere il delitto perché lo vede come una necessità di agire in quel modo, non si sente colpevole.

R.C. Quale vittima non si sente autorizzata? Come ne usciamo?

Pubblico C’è questo racconto che si svolge. A me è parso che ci sia l’aspetto pulsionale di Ebe da cui parte…

R.C. Anche lei si appunta su Ebe.

Pubblico È la storia nel racconto. C’è l’aspetto pulsionale che viene raccontato già da quando Ebe accarezza la testa del cuginetto.

R.C. Mi sembra più complessa.

Pubblico Lo svolgimento è rispetto a una pulsione che non si può manifestare, non si può raccontare per il padre, per la questione del padre, per amore del padre, e quindi c’è sempre il matricidio che aleggia nel racconto. Però, in conclusione non c’è l’uccisione del padre da chi l’ha messa in atto. Mi è venuto in mente come mai si avvia il parricidio, invece, che è proprio verso la conclusione della storia.

R.C. C’è molto interesse per Ebe!

Pubblico Diciamo che è il personaggio protagonista.

R.C. Ebe è personaggio?

Pubblico Beh sì, è il personaggio protagonista, ma protagonista è la questione che si snoda.

R.C. E chi è il cifratore?

Pubblico Il cifratore? Eh, non ho scritto io quel testo. Non lo so. C’è l’autore?

R.C. C’è un cifratore o ci sono solo personaggi? Ci chiediamo se c’è, intanto. Poi ci porremo anche la questione se ci deve essere. Se ci deve essere allora lo troviamo per forza.

Pubblico Lo scrittore non è il cifratore? Che caratteristiche deve avere il cifratore?

R.C. Bella domanda. Chi è il cifratore? Il cifratore è il testimone degli effetti della parola, dell’esperienza della parola, il testimone dell’itinerario. C’è un itinerario, si sta svolgendo un itinerario e il cifratore è testimone di questo itinerario e in quanto testimone non crede ai guai, non crede al male o al bene, non crede alla fine del tempo, non crede a tutte le rappresentazioni del negativo che invece il personaggio assume e rappresenta. Brutta cosa il personaggio! Sono cose noiose queste, però…

Pubblico Volevo dire che non c’è un cifratore in questa novella.

R.C. Non c’è? Lei parte in quarta. Per quale ragionamento?

Pubblico Perché ciascuno dei personaggi, da Ebe agli altri, segue una certa fantasmatica che non viene mai elaborata né ascoltata.

R.C. Lei vuole proprio pane al pane e vino al vino.

Pubblico Da quello che ho ascoltato io dalla lettura. Può darsi che abbia ascoltato malissimo.

R.C. E quindi lei pone la questione dell’ascolto. Però lo pone in modo personalistico “Io ascolto”, “Io ho ascoltato”, il soggetto dell’ascolto. In effetti, la fiaba dell’ascolto è questa.

Pubblico Che il soggetto ascolta?

R.C. Sì. “Mi metto in ascolto”, “Sono in posizione di ascolto”. Qual è la posizione di ascolto? “Adesso mi concentro così ascolto proprio benissimo”. L’ascolto per lo più è frainteso e scambiato con lo stare a sentire, prestare orecchio, avere la pazienza di lasciare sfogare. “Lasciamo che si sfoghi”! E quello sarebbe l’ascolto? Questo non ha nulla a che vedere con l’ascolto: è origliare, non è l’ascolto. L’ascolto è senza soggetto, senza personaggio. Non è come l’auditel che è un indice di ascolto.

L’ascolto si situa nella procedura, nel processo di qualificazione, cioè nel dispositivo della parola e non ha agente, l’agente dell’ascolto. Altrimenti si crea immediatamente la rappresentazione della coppia: c’è chi parla e c’è chi ascolta, c’è chi parla e chi è ascoltato. E chi è ascoltato poi vorrà sapere cos’ha detto e pretenderà che glielo si dica visto che lui ha parlato e altri ha ascoltato. Cioè, siamo nella solita rappresentazione dicotomica dell’agente, agente attivo e agente passivo, l’agente che sa e l’agente che non sa, il trattante e il trattato; siamo nella coppia. L’ascolto è un frutto del dispositivo. Dove sta questo frutto? Sta nell’io, sta nel tu, sta nel lui, sta nell’Altro? Dove sta? Dove sta Zazà? Però, giustamente, lei dice che qualcosa ha capito.

Pubblico Non ho capito niente.

R.C. Non ha capito niente e quindi ci dà prova di non avere capito niente?

Pubblico No, lei dice che non è questione di soggetto, allora io dico che non ho capito niente.

R.C. Quindi lei dice che non c’è cifratore. Allora siamo a livello giudiziario: c’è un fatto, ci sono più fatti e le cose sono andate così. Questo è il resoconto dei fatti, punto!

Pubblico Non è proprio così.

R.C. Ci sono solo fatti?

Pubblico No, c’è un racconto.

R.C. Di fatti?

Pubblico Non è detto che siano fatti, c’è un racconto.

R.C. Ma lei dice che non c’è nessun cifratore. Quindi, il racconto da dove viene? Non c’è nessuna cifratura, ci sono solo fatti: Ebe ha ucciso la madre nascendo, il padre l’ha abbandonata, ha tradito il marito, ha lasciato che il marito venisse ucciso, una vita di merda. Proprio “una cosa” direbbero a Napoli. Una fetenzia! Quindi, è andata proprio così. Altro che vittimismo, qui siamo nel realismo apocalittico: non c’è parola e ci sono i fatti. Siamo sulla scena del realismo politico, quel che è detto è detto e non ci sono altre eventualità. E allora?

Pubblico Ci sono fatti interiori che hanno portato…

R.C. Ecco, i fatti interiori! Altra bella domanda, vediamo se riusciamo a rispondere a queste belle domande, ma intanto raccogliamo materiale, ipotesi. Ne abbiamo sentite alcune, sentiamone altre. Per esempio, Fornasier, lei cosa dice, che ipotesi fa?

Giorgio Fornasier Sono rimasto sorpreso a sentire le persone che si ricordano la trama. Non mi ricordo nulla del testo.

R.C. Ah, non l’ha letto? Noi siamo qui da un mese su questo testo e non l’abbiamo ancora convinta a leggerlo? Lei vuole trincerarsi dietro la sincerità. Crede di cavarsela così?

G.F. No, ero triste perché non ricordavo nulla. Chi ha ucciso chi?

R.C. Ecco, a pagina 109 c’è questo dettaglio:

Balenò a Ebe questo sospetto della truce decisione del padre, ma si vietò di assumerne coscienza. E lui le dice: “Sei libera, puoi vivere ora”. Ma ella sentì che non poteva più ora sapendo, e si appoggio a quel petto per non scorgere sul letto la vittima.

Ambientazione straordinaria, ma questo non basta a trovare il fatto. Bravo Fornasier! Forse un’idea più precisa ce l’ha Novaretti.

Fernanda Novaretti Mi viene in mente di avere letto della liberazione.

R.C. O riscatto o vendetta, queste sono le due facce della liberazione. Il soggetto liberato è il soggetto riscattato. Liberato da cosa? Ci sono tanti movimenti di liberazione: liberazione del paese, dall’oppressione, delle donne, Comunione e Liberazione, liberazione dalla schiavitù, teologia della liberazione, tante liberazioni. Un solo sport dice che la liberazione è vietata: nell’hockey si chiama liberazione vietata quando un giocatore dalla propria area manda il disco nell’area avversaria, ma non si può fare, non si può liberare così. Allora, Moda, lei che ha capito qualcosa d’importante, qui ci sono i personaggi? Ci sono i protagonisti? C’è il cifratore? Sono tutti personaggi? Sono tutti fatti? C’è una storia?

Fabrizio Moda Non ho individuato il cifratore.

R.C. Nessuno ha individuato il cifratore.

Pubblico Cosa ci interessa d’individuare il cifratore nella vicenda? È una provocazione. Il cifratore ce l’abbiamo, è lei.

R.C. Il cifratore è il testimone dell’esplorazione di una vicenda per cui non resta la mitologia del fatto ma c’è uno svolgimento.

Pubblico A me cosa interessa di trovare il cifratore?

R.C. Ma è decisivo!

Pubblico Dove lo dobbiamo cercare questo cifratore?

R.C. Nella storia, nella differenza tra fiaba, fabula e saga, quindi nella differenza tra la fiaba che rappresenta alcuni fatti, alcune cose date come fatti che sarebbero fondanti uno stato d’essere, mentre è una vicenda che risulta fantasmatica.

Pubblico Lei dice che questo c’è già in Pirandello o è una sua lettura? Perché questo cambia completamente le cose. Se lei mi dice che è nella sua lettura, ok, ma se c’è in Pirandello vuole dire che è un precursore.

R.C. Se c’è nella mia lettura c’è anche in Pirandello, lo attingiamo dal testo, la lettura è lettura del testo dove c’è una coerenza interessante. Noi facciamo una lettura cifrematica.

Pubblico La lettura cifrematica è una delle tante interpretazioni che penso sia senz’altro molto interessante ma…

R.C. Noi facciamo una lettura cifrematica, ossia una lettura clinica che indica qualcosa d’importante, indica che con la parola non si può assimilare l’idea di qualcosa a qualcosa. Qualcosa non è l’idea di qualcosa, mentre ognuno parla delle cose e dell’idea che ha delle cose come fosse la stessa cosa, ma non lo è, non è lo stesso registro. La questione clinica marca il varco tra quel che tizio, caio, sempronio crede di essere, crede di avere, crede di potere accampare con la giustificazione delle cose e ciò che, svolgendosi la qualifica di queste cose, si snoda come un’altra cosa, un’altra vicenda, un altro modo, un’altra storia.

Pubblico L’autore…

R.C. L’autore è nel testo e è proprio ciò che ci consente la lettura. Se non ci fosse autore nel testo non potremmo leggere, avremmo i fatti incontrovertibilmente tali, che noi leggiamo ‒ e lei dice “interpretare” ‒ perché nel testo c’è l’autore e ciò comporta equivoci. L’autore è ciò che introduce l’equivoco perché, funzionando l’autore, ci sono gli equivoci. È tra un equivoco e un altro equivoco che si pone l’interpretazione, così come la sfumatura sta tra una differenza e un’altra differenza. Allora, equivoci, differenze, malintesi. La lettura si avvale di questo. Occorre però capire, intendere che c’è il funzionamento: qualcosa introduce un equivoco per cui la cosa non è così; qualcos’altro introduce un malinteso per cui la cosa non è così. E nell’intreccio, nell’intersezione di equivoci, sfumature e malintesi avviene la lettura.

Pubblico E cosa ne fa della lettura…

R.C. Niente, la lettura consente d’intendere che la cosa non è così com’è, ma è altra, diviene altra cosa leggendo. Parlando c’è questa procedura, l’oralità introduce questa procedura della parola che non è tale ma si qualifica.

Pubblico Tanto per capire qualcosa, ma poco-poco, questo dovrebbe superare in qualche modo l’equivoco?

R.C. No, l’equivoco non può essere espulso e non c’è nemmeno la finalità di espellere l’equivoco per arrivare al nucleo solido. Questo è un miraggio. Il nucleo finale è un miraggio della filosofia, del discorso filosofico.

Pubblico Questo non significa che in realtà la storia non esiste e che ci sono solo gli equivoci e che sono proprio quelli che dobbiamo accettare.

R.C. Perfetto, ma gli equivoci introducono la vicenda, la vicenda pulsionale. Nessuno è vittima di un destino, nessuno è vittima di una predestinazione, nessuno è vittima della propria origine, ma c’è una vicenda. Certo, occorre non farsi vittima dell’idea di destino, dell’idea di predestinazione, dell’idea di origine, perché facendosi vittima non c’è più la vicenda.

Pubblico Riportando un fatto della così detta cronaca, della vicenda di cui si parla in questi giorni, quella di Cucchi che è morto in carcere pare per…

R.C. Il ragazzo che pare sia stato picchiato.

Pubblico Dov’è il racconto e dov’è la vicenda?

R.C. Intanto noi non abbiamo ancora il racconto della vicenda, abbiamo un caso giudiziario. Non è che dobbiamo sovrapporre i registri. Se tizio viene bastonato e muore, non è che allora facciamo l’analisi dell’avvenimento e tizio non muore più. Qui è una questione analitica, abbiamo un testo, una fiaba, il racconto di una vita, un’ipotesi di vita e chi si reca dallo psicanalista per affrontare questioni della sua vita, comincia raccontando episodi della sua vita, comincia a raccontare episodi dicendo che a lui è successo questo, ha fatto questo, ha fatto quell’altro, è andato tutto malissimo e che è stato disgraziato perché, se invece di nascere lì, nasceva là, sarebbe andato tutto in altro modo. Poi, pian piano, lungo il racconto qualcosa si articola, si aggancia differentemente, qualcosa di quello che sembrava proprio cristallino s’incrina perché interviene un equivoco, un altro episodio che sfalsa il ricordo, lo combina differentemente e in ogni caso incrina la credenza che quella cosa giustifichi il suo essere. C’è un’altra procedura che si avvia, per cui quello che sembrava assolutamente impossibile perfino da formulare, addirittura si enuncia come ipotesi e magari si avvia pragmaticamente perché è intervenuto un altro statuto, lo statuto intellettuale delle cose. La materia narrativa, la materia analitica non è più sostanziale, non è più quel che si riteneva una sostanza ma diviene materia intellettuale. È una sovversione di una credenza dell’idea di sé. Questo è frutto dell’itinerario analitico, è frutto delle acquisizioni che avvengono, è frutto dell’ascolto, è frutto dell’intendimento, è frutto di ciò che interviene nell’esperienza di parola. Solo così ci si accorge della parola, solo così la parola interviene. Prima c’è un’idea di discorso, un’idea sistematica. E è proprio la dissipazione del sistema, dell’idea sistematica che consente un altro modo. È qualcosa che può sembrare letteralmente assurdo, però è quel che accade con la parola che nessuno può padroneggiare. È solo con la parola che nessuno può dire “Io sono fatto così”. Perché con l’analisi questo enunciato si altera. “Io”, l’io dell’enunciato, non è più l’io di riferimento. Ci si accorge che c’è uno scarto, che c’è un varco, che nessuna parola è identica a sé e quel che interviene alimenta il cammino e il percorso, alimenta le acquisizioni, alimenta la trasformazione, che è intellettuale.

A un certo punto di questo percorso interviene quello che chiamiamo la clinica, cioè la piegatura che consente di fare altre ipotesi. Non c’è più la talità, ma l’intervento della piegatura apre a differenti sezioni, differenti lezioni, qualcosa produce un’eco, qualcosa si ode differentemente, la stessa storia che si racconta si ode in altro modo.

Si aprono dei varchi, c’è un’apertura e ciò ha conseguenze incalcolabili, imprevedibili sia sul registro narrativo sia su quello pragmatico. La stessa negatività di dire: “Questo non lo posso fare”, “Questo non potrò mai farlo”, a un certo punto svanisce e interviene un’altra domanda: “Come faccio a fare questa cosa?”. Anziché dire: “Io questa cosa non la posso fare, non la potrò mai fare”, a un certo punto interviene un altro modo, un’altra domanda: “Come fare questo?”. Prima era: “Questa cosa, no”, poi questo “no” trova una sospensione, questa rigidità e drasticità della negazione trovano una sospensione e allora: “Ma come si potrebbe fare questo, come posso fare, come fare per…”. Ben altro atteggiamento tra la negatività assoluta e formulare un’ipotesi per fare ciò che occorre fare. A un certo punto dico: “Questo è decisivo per me, questa cosa è decisiva, allora come faccio?”. Tra: “Impossibile fare questo, non lo voglio proprio fare”, e “Come fare per” è tutta un’altra posizione Sorgono ipotesi e dispositivi per fare, e questa è la questione della clinica.

Pubblico Non sarebbe bello riuscire a riconoscere che ciò che credevo fosse necessario non lo è affatto?

R.C. Oppure non lo è affatto, certo, ma questa è un’altra cosa.

Pubblico E quindi accetto che non posso farlo.

R.C. Un conto è stabilire una negatività su un pregiudizio e un altro conto è formulare un progetto, un programma e svolgerlo, compierlo perché è qualcosa di decisivo per la vita. È differente tra una posizione che dice: “Io ho determinati limiti e questa cosa non la posso fare”, e invece svolgere un’ipotesi, formulare un progetto di vita e poi trovare la direzione perché il progetto si compia; è un’altra cosa.

Pubblico È una cosa positiva.

R.C. È una cosa salutare!

Pubblico Può essere salutare cambiare i progetti anziché ostinarsi a fare ciò che uno…

R.C. Non ci sono tanti progetti. Il soggetto pensa di potere provare vari progetti, ma di progetti e programmi di vita non è che ce ne sono tanti. Non è che “Adesso provo questo, poi provo quello”.

Pubblico Può essere salutare cancellare un progetto.

R.C. Ma non si tratta di averli i progetti, io non so quale sia! A un certo punto si precisa, ma nell’itinerario, non nella farneticazione tra me e me: “Ora provo questo, ora provo quello”.

Pubblico Quindi, non siamo noi che li facciamo i progetti.

R.C. Esatto, non siamo noi che li facciamo, ma sorgono nel dispositivo intellettuale, nella traversata, nell’itinerario, nell’esperienza di parola. Se l’esperienza non c’è, non sorge neanche il progetto. Non è che sia una cosa immanente per cui ognuno ha il suo progetto in testa e a un certo punto gli cade addosso. Non è così, è un frutto dell’esperienza, altrimenti di cosa stiamo parlando?

Pubblico Volevo chiedere dell’equivoco, che è come una cosa negativa, perché non si capisce bene una cosa che invece si vorrebbe capire. Invece, non è per questa ragione ma perché l’equivoco produce qualcosa di settario, fa sì che la verità non sia riversata, ma a un certo punto si avverte che la verità non è universale.

R.C. C’è chi pretende di avere la verità in tasca e di dovere servirla, per cui quando questa verità fosse messa in pericolo da una qualche acquisizione, si allarma, si ritrae, non ne vuole sapere. La drasticità procede da questo, con le sue figure della rigidità e quant’altro.

Pubblico Quando lei prima ha detto che l’autore è nel testo, volevo chiederle di quale testo parla.

R.C. Del testo che stiamo leggendo, che stiamo considerando, di cui si sta dicendo.

Pubblico Quindi non è già stato scritto?

R.C. Eh no! Reperire l’autore è un primo passo, l’autore procede dall’autorità, tutto un altro capitolo che affronteremo un’altra volta. Adesso dicevamo dell’ascolto che s’instaura proprio perché c’è il funzionamento del nome, del significante e c’è anche, oltre al nome e al significante, l’Altro, la differenza assoluta, la funzione vuota; Altro, funzione di Altro. Non ci sono solo due funzioni, ce ne sono tre e questo introduce il tre, cosa che per il discorso occidentale è uno sconvolgimento: non c’è più da scegliere tra due possibilità! Non si può più scegliere. Impossibile scegliere. Il tre comporta che non si può più scegliere, che non c’è più il soggetto della scelta. E allora intervengono gli effetti della parola, il modo con cui la parola agisce: con il senso, con il sapere, con la verità e non con il proprio pregiudizio da affermare per padroneggiare le cose. E senza più questa idea di padronanza allora gli effetti, il cui ascolto procede dall’umiltà e non dalla soggettività. Questa è l’umiltà: la disposizione all’ascolto.

Sono tutte cose abbastanza incomprensibili ai più perché esigono la parola e la parola non è dappertutto; il discorso filosofico è senza parola, è un discorso, ha una verità da dimostrare e non da trovare. Nella parola la verità si produce come effetto. Dove la verità è già data non c’è parola, sembra che ci sia ma non c’è parola. La parola è il dispositivo in cui si tratta di capire e intendere quello che si dice perché ciò non è già chiaro prima.

Detto questo, che cosa è accaduto sulla scena di questa vicenda? Chi narra la storia? Chi sono i personaggi? Corrado Tranzi è personaggio o è il cifratore? E Marco Perla? E Ebe/Bebè? Corrado Tranzi, chi è e cosa fa? Lei ha letto la storia? Non ha letto, si è guardata bene dal farlo, era pericoloso! Quindi, Corrado Tranzi cosa fa? È un medico ma non è il medico di campagna di Kafka, è un medico, un personaggio che compie ogni sorta di orrendi crimini: abbandona la figlia e uccide Marco Perla. Un personaggio spregevole: abbandona la figlia e poi, appena torna, uccide il marito della figlia. E Marco Perla è personaggio o è cifratore? Cosa fa Marco Perla? Vede morire la madre, perde la fidanzata, perde la moglie e perde la vita. È proprio la vittima per antonomasia, perde tutto, è un disgraziato, ogni cosa che fa è un disastro. È una vittima eccellente. E Ebe? Ebe è abbandonata dal padre, poi uccide la madre nascendo, è tradita dalla nonna che mente a proposito del fidanzatino, del primo fidanzato, è costretta a sposare Marco Perla in clima d’incesto e poi rivede il padre che torna proprio per uccidere suo marito; quindi, rivede il padre che sta per compiere l’omicidio che la renderà libera, sta per compierlo. Ma questo misfatto avviene? C’è una fiaba in cui abbiamo l’assenza del padre e l’assenza della madre. La fiaba poggia su questo, il registro della fiaba poggia sulla negazione della famiglia, del padre, del figlio, dell’Altro e della madre. Solo così, con questa negazione, il fatto è tale e c’è il misfatto. Chi, tra questi personaggi, risponde a questi requisiti? È Ebe, questa è la fiaba di Ebe che nascendo uccide la madre e viene abbandonata dal padre. Questa è la fiaba di Ebe, ma nella fiaba di cosa si tratta in termini clinici? Perché è così importante l’espunzione del padre e della madre? Perché la fiaba si regge su questa espunzione? Consideriamo i termini clinici, logici.

Questa fiaba è senza amore e senza sessualità. Sì, c’è l’amore di Marco Perla ma è un ricordo che si protrae; lui pensava alla prima Ebe, poi ne vede un’altra e allora c’è questo ricordo. È invaghito, ma non c’è amore, l’amore è un’altra cosa, e non c’è neanche la sessualità, cioè la politica del tempo per cui le cose si fanno e si concludono, la politica del programma. Qui non c’è nessuna politica, c’è una serie di fatti che sembrano accadere per casualità.

Pubblico L’amore di Corrado per Ebe, per lei non esiste?

R.C. Amore? Quale amore? Lui era invaghito della mamma di Ebe, poi la rivede e dice “Ah, ma è lei, è uguale, guarda quanto ci somiglia!”.

Pubblico L’amore proprio per lei come madre, non era amore.

R.C. Era amore, poi lei si è sposata con Corrado Tranzi.

Pubblico Sì, con Corrado, amore per lo meno da parte di Corrado, l’autore ci dice che è stato così impetuoso.

R.C. Non era amore. L’autore dice che era “ingordo”, ingordo di lei, ma di amore qui non ce n’è, di amore che dà quel che non ha non c’è traccia. L’amore è la struttura in cui non c’è risparmio o sostanza da erogare, da elargire, perché l’amore dà quel che non ha. L’amore non è un’attività che dispensa e che dice: “Guarda, posso darti questo o quello”. No, non è amore, qui non c’è amore.

Pubblico Quando all’inizio dice che si è innamorato, che disprezzava le donne.

R.C. Bravo! Corrado Tranzi, disprezzatore di tutte le donne.

Pubblico Prima. Quindi non c’è stato, secondo lei, questo mutamento?

R.C. Sì, disprezzatore, questo è il suo statuto. Abbandona la figlia e la moglie muore.

Pubblico Ma l’abbandona dopo che è morta la moglie proprio per amore, per l’impossibilità di mantenere la figlia. Ciò che lo ha fatto scappare non può essere l’effetto dell’amore, di un grande amore che può anche giustificare la sua fuga?

R.C. La storia è la storia di Ebe, non è la storia di Corrado Tranzi.

Pubblico Perché lei la vuole vedere così. Che può essere interessante, basta che non sia una cosa categorica che lei dice che debba essere la storia di Ebe. No, la storia è di Corrado.

R.C. Ora, Freud lo aveva capito in maniera precisa, lo aveva capito perché lo aveva constatato, era un elemento della sua esperienza, com’è riscontrabile nelle conversazioni di analisi: “Per ognuno” diceva Freud “è più facile confessare una colpa, confessare un delitto, che non raccontare una fantasia”. E è così. La soggettività è la difesa che protegge e impedisce il racconto delle fantasie e preferisce confessare le colpe, anche quelle non commesse, anche quelle che sono fantastiche ma che sono raccontate come colpe. L’evitamento della supposizione, dell’ipotesi dell’elemento fantastico, viene giustificato come ricorso alla genealogia, all’origine, alla realtà dei fatti. Questo ci consente di dire che la fiaba è una fantasia di Ebe. Ebe, a un certo punto, ha una fantasia intorno all’origine, alla propria origine, alla propria famiglia di origine e fantastica di essere senza madre e di essere stata abbandonata dal padre. È una fantasia di origine, una fantasia di peccato che costituisce una macchia indelebile, una fantasia d’incesto, una fantasia di abbandono, una fantasia di vittimismo, una fantasia di assassinio. Tutto ciò ha una coerenza in termini fantasmatici, ha una coerenza che comporta per Ebe la negazione dell’avvenire, Ebe è senza avvenire. Ma, lungo questa fantasmatica, interviene a un certo punto il padre, cioè lo zero, e questa fantasmatica trova un’altra vicenda. Ebe non è più abbandonata, non è più senza madre, non è più nell’incesto, il padre non è più assassino, la fantasia si dissipa come i personaggi della fiaba che sono animali fantastici di Ebe, ideati da Ebe per reggere la fantasia grazie a cui l’origine e il destino sono segnati. Fino a che regge la fantasia in cui la madre è negata, il padre è negato, l’avvenire è negato, il tempo finisce, ci sono solo mali, eventi negativi, non ci sono dispositivi rivolti all’avvenire. Ma, appunto, la fiaba termina senza cadaveri, senza morti, con un’ipotesi di avvenire “Puoi vivere ora”, sapendo che non potrebbe, “sapendo”; se l’impalcatura del fantasma creasse una conoscenza di sé, lei non potrebbe vivere e ci sarebbe per sempre il marchio della vittima. Ma proprio perché la conoscenza non può instaurarsi, il tempo non finisce, l’itinerario prosegue, da cui l’ipotesi di vita.

Pubblico Questo condizionale non c’è nel testo, ce lo mette lei.

R.C. Noi lo leggiamo.

Pubblico Questo ce lo mette lei, questa qui non è la parola, ma la sua parola, perché lei è psicanalista.

R.C. Benissimo.

Pubblico Ah ecco, non è l’analisi del testo, non mi dica che questa è un’analisi del testo per questo motivo. Vabbè, è veramente…

R.C. Questa è la mia analisi del testo.

Pubblico Ecco, è la “sua” analisi del testo, un’analisi estremamente soggettiva come quando…

R.C. La vedo molto accalorato, ha qualcosa da difendere?

Pubblico Eh sì!

R.C. Che cosa ha da difendere?

Pubblico Il buonsenso.

R.C. Ah ecco, il buonsenso. Certo!

Pubblico E poi mi piace interrogarmi per mio gusto. L’analisi del testo che lei ha svolto stasera è anche…

R.C. È una ipotesi che è sorta nel nostro dispositivo. Ora, questa ipotesi che è sorta non è negabile e non è l’unica ipotesi. Noi accogliamo volentieri altre ipotesi, ma questa intanto è una ipotesi, una lettura.

Pubblico Non mi sembra che venga dal testo.

R.C. Perbacco, viene proprio dal testo. Ma la chicca di Pirandello è di dare questo titolo al testo, Superior stabat lupus, a indicare il materiale fantastico, fiabesco. Qui c’è una fiaba, ma la fiaba non finisce qui, non finisce mai; la fiaba è da svolgere e da leggere. Noi non creiamo la morale dal testo, facciamo una lettura che è senza morale. Ciò può risultare inquietante, certamente può anche contraddire il buonsenso, ma questo non c’impedisce di farlo.

Pubblico È lo spunto che si complica: cos’è che abbiamo ascoltato?

R.C. Sopra tutto è impossibile dire che cosa abbiamo ascoltato, impossibile elencare le pieghe che si producono parlando, però, accanto a questa domanda possiamo dire perché abbiamo ascoltato, com’è accaduto che abbiamo ascoltato, che qualcosa ha rilasciato un’eco per cui il testo conclude a Altro. Perché? Perché possiamo farne la lettura e coglierne varie sezioni, vari aspetti? Più che “che cosa” chiediamoci “perché”. Perché, Novaretti? Se lo sta chiedendo, perché? Qual è quel dispositivo in cui c’è la libertà che Altro intervenga? Certamente non nell’apparato disciplinare, dove se qualcosa d’Altro interviene c’è l’eresia, c’è l’espulsione, c’è la bollatura perché contraddice la linea, la norma, il buonsenso. Dove qualcosa d’Altro può intervenire liberamente senza che questo evento debba essere sanzionato?

Pubblico Nel sogno.

R.C. Nel sogno, benissimo. Dunque, nella struttura della parola. Dunque, parlando! E questo ci pare prezioso; dirò di più, salutare.

Provi ciascuno a leggere senza dovere consacrare nessun personaggio, e provi a scrivere qualcosa, un’altra storia che vada oltre la fiaba.


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  • Come combattere per la salute
  • Un vaccino per il linfoma follicolare
  • Con la crisi non c'è più sistema
  • Dove cogliere i frutti del tempo
  • Il criterio dell'ascolto
  • La forza del progetto e dell'ingegno
  • La scuola e l’abuso di sostanze
  • L'amore senza fine, l'odio senza rimando
  • La medicina e la cura. Non c'è rivoluzione transumanista
  • Noi, l’infinito e il gerundio della psicanalisi
  • L’istante della clinica
  • Il gerundio, la complessità, la lettura
  • Come ciascuno diviene art ambassador
  • Libertà originaria o libertà possibile?
  • Integrità e annunciazione
  • Come leggere le fiabe
  • L’inconscio trascorre in un film
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  • Il delirio e la clinica
  • La famiglia. L’amore, l’odio e il fantasma d’incesto.
  • La famiglia, il diritto, la sessualità
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  • La morsa dello psichismo tra demonologia e organicismo. Ma c’è la parola, che non si può togliere.
  • La madre, il suo mito, la sua rappresentazione
  • Sessualità e mimetismo
  • La famiglia. L’idea di Dio e l’idea del padre
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