Terzo capitolo del libro L’educazione
Il narcisismo
Ruggero Chinaglia C’è chi ha da porre qualche domanda o questione in merito alle cose dette sin qui?
Nadia Vidale Io avrei da porre due questioni. Due o tre settimane fa, in una classe, una studentessa di seconda superiore dice che il libro Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, letto peraltro da tutta la classe, l’ha trovato brutto, bruttissimo, illeggibile, che ha fatto fatica a leggerlo. Richiesta di spiegare i motivi dice: “Perché parla male del padre”.
Allora in classe c’è stata una certa discussione, e in genere le è stato ribattuto nel merito, indicando i passi in cui si vede il padre sollecito. Ma io ritengo che la ragazza avesse proprio ragione, il padre in Lessico famigliare, secondo le convenzioni sociali, è messo in cattiva luce, è un grande scienziato, ma nei confronti della moglie e dei figli è quello che una volta si sarebbe detto un nevrotico, uno che nei suoi interventi considera sempre moglie e figli non all’altezza della situazione, li chiama asini, sempi, e è così per tutta la storia. Perfino nelle scene in cui c’è una certa sollecitudine, in realtà questa è basata sulla convinzione che la moglie e i figli non ce la faranno mai. Oramai hanno quaranta, cinquanta anni, sono sposati, hanno dei figli, ma questo padre li ritiene sempre non autonomi e non capaci di dirigere la propria vita. Allora, a me è venuto in mente un passo del libro bellissimo di Cristina Frua De Angeli Ma chi è questa bella principessa, dove racconta della madre che incontrava i tre figli di tanto in tanto, e poi dice: “Per mesi si dimenticava di noi”.
Ora, questa ragazza, tra le altre cose, diceva: “Io potrei scrivere una autobiografia, ma non potrei mai pubblicarla, potrei scriverla solo per me”. Questo mi incuriosiva e mi chiedevo: “Di che cosa si scrive?”.
Sono due libri molto diversi, anche se, per una certa leggerezza di scrittura, qualche contatto c’è. La Ginzburg parla di suo padre in termini non edificanti e così pure, quando parla della sua migliore amica, narra che quando le era possibile sganciava i figli da qualche parte, perché evidentemente le davano fastidio, non voleva occuparsene.
Ecco, come accade che nella scrittura si riesca a superare l’obiezione che la ragazza faceva “Sono fatti miei, di casa mia, sono cose che in pubblico non vanno dette perché si tratta di difendere una certa idea della famiglia”? Perché c’è qualcuno che dà testimonianza in tutt’altra direzione e che, evidentemente, non si arresta di fronte a questa obiezione, non la teme.
Lì per lì, ho detto che l’affetto, l’ho chiamato così, è quella cosa che regge alla storia, per cui io posso raccontare di un padre burbero come quello, o di un padre violento, oppure di una madre negligente, senza che questo rappresenti un azzeramento di quello che io ho chiamato l’affetto. Mi rimaneva la curiosità, mi sembrava che fosse stato colto qualcosa in quel giudizio, e avrei piacere di sentire qualcosa.
La seconda domanda è breve. Sto correggendo i compiti e mi accorgo che comincio dai voti bassi e arrivo a quelli alti, come tendenza.
R.C. Ciascuna volta?
N.V. Sì.
R.C. E poi li rivede o li lascia così?
N.V. Poi li lascio così perché c’è una verità in una correzione o nell’altra, c’è della verità in una valutazione e nell’altra.
R.C. Ma lei dice che questo andamento è indipendente dal valore dei compiti che corregge?
N.V. No, io credo che nel proseguire a correggere, intervengano altri elementi di giudizio rispetto a quelli che valevano all’inizio e quindi a un altro criterio di valutazione.
R.C. Esatto, non è lo stesso criterio. I compiti riguardano i ragazzi di che età?
N.V. Di quindici, sedici anni.
R.C. Quindi provi a fare l’operazione di rilettura, cioè, una volta corretti li rilegga per vedere se conferma la valutazione, oppure se per caso non ci sia della severità all’inizio, se lei incominciando non ritenga di correggere un suo compito.
R.C. Ci sono altre testimonianze?
Luigina Corsatto Riguardo all’autobiografia, Demetrio prende in esame molti aspetti dell’autobiografia come cura di sé, le motivazioni per cui, a un certo punto, uno può sentire il bisogno, come riflessione su se stesso, di dedicarsi all’autobiografia. È una cura di sé perché è una riflessione a posteriori, un’analisi interiore e un distacco da quello che si è vissuto, e nello stesso tempo è una rielaborazione in parte anche fantastica, ma fantastica non nel senso di fantasia, ma che entrano altri elementi non reali.
R.C. Quindi, l’autobiografia quasi come scrittura dell’esperienza. La scrittura dell’esperienza non appartiene a nessuno, non appartiene allo scrittore, non appartiene all’autore, ma appartiene alla letteratura e non tratta questioni personali; ciò che si scrive non è più cosa personale. Scrivendosi diviene altra cosa, diviene un caso letterario, un caso clinico, un caso di cifra, per cui non è più la scrittura del ricordo che, invece, la così detta autobiografia potrebbe rappresentare.
In questo senso, nella scrittura dell’esperienza non si tratta più dei fatti propri o delle fantasie proprie, ma della logica e della struttura che si scrivono in un’altra lingua, per questo risulta interessante, risulta “scrittura”.
Nella scrittura del ricordo, invece, è un po’ come parlare la propria lingua, è un po’ parlare come si mangia. Si dice “Posso parlarti francamente?”. Meglio di no, perché quando due persone credono di parlarsi francamente, si dicono le cose peggiori, senza nessuna elaborazione, così come vengono, in quella che Machiavelli chiamava la lingua dei litiganti, la lingua che viene ritenuta propria, personale.
La scrittura dell’esperienza è una scrittura che travolge la propria lingua, travolge la lingua personale, la scrittura personale e giunge alla qualità, alla qualifica delle cose che si scrivono, che non sono più cose qualunque, ma indicano una traiettoria, un percorso, un tragitto e portano al romanzo, che non è mai personale.
L.C. L’autore diceva che con l’autobiografia si arriva alla scoperta dell’adultità.
R.C. Bisognerebbe qualificare l’adultità. Certo, come divenire “adulto”, cioè come divenire qualità. Potrebbe intendersi così.
Cecilia Maurantonio A proposito dell’autobiografia è stato precisato che si tratterebbe del distacco. La questione è come possa avvenire il distacco. L’autobiografia può avere a che fare con l’autoritratto.
R.C. E cosa sarebbe l’autoritratto?
C.M. Un’impresa impossibile.
R.C. Perché?
C.M. Perché c’è appunto la riflessione. È impossibile guardare il guardatore, quello che procede da sé e giunge differente. L’autoritratto implicherebbe l’idea dell’inidentità.
R.C. Ah, del guardarsi guardato, bene interessante. È chiaro che non c’è autobiografia, così come non c’è autoritratto, c’è biografia e c’è ritratto.
L’idea dell’autobiografia è un’impresa impossibile dello scrivere i fatti propri, i ricordi propri. Certo, se l’impresa riuscisse sarebbe illeggibile, non ci sarebbe alcunché da leggere nell’autobiografia. Cioè, l’autobiografia trascorre nella scrittura dell’esperienza, è scrittura di un’altra cosa e in ciò sta il suo valore.
Nadia Vidale poneva l’accento sull’importanza dell’appuntamento e dell’incontro. Può accadere che genitori e figli stiano insieme tantissime ore tutti i giorni e non si incontrino mai, né abbiano mai appuntamento, per cui sono invisibili gli uni rispetto agli altri. Mentre può accadere che alcuni si incontrino per pochi momenti durante il giorno o durante la settimana, ma che quei momenti qualifichino una conversazione, uno scambio e abbiano effetti di comunicazione, di educazione.
Questa è proprio la questione “di base”, tra virgolette, del dispositivo dell’educazione il quale poggia sull’appuntamento e sull’incontro. Non è che le due cose coincidono, c’è l’appuntamento e c’è l’incontro. Cosa accade, per far sì che avvenga l’incontro, non va da sé. Ci può essere appuntamento senza nessun incontro. Perché all’appuntamento segua l’incontro, occorre che intervenga qualcosa di imprevisto, di inimmaginabile, di irrapresentabile, cioè che ci sia “il terzo”, che la cosa non si riduca a un duello, a uno scontro.
Come dicevamo, la questione è quella della terzietà, della struttura triale, dove ci sono tu, io ma c’è anche lui, dove c’è nome, significante e c’è anche Altro. L’incontro è caratterizzato dall’instaurazione dell’Altro.
C.M. Il fatto che ci sia appuntamento, anche se non c’è incontro, è già importante, perché per lo meno, indica che c’è chi si è accorto che c’è occorrenza e c’è domanda.
R.C. A maggior ragione se non c’è domanda! Cioè, l’appuntamento promuove la domanda, non è che occorre seguire la domanda, sarebbe il modo attendista. Occorre, soprattutto in una questione di educazione, che la domanda venga provocata, venga promossa, che si instauri. Allora un appuntamento è ciò che può far sì che si instauri la domanda, che si instauri un dispositivo.
C.M. Allora, anche la domanda si instaura, non è sufficiente solo formularla?
R.C. La domanda non è la richiesta, abbiamo insistito molto su questo aspetto la settimana scorsa mi pare. La domanda l’abbiamo definita come spinta, come pulsione, come ciò che va in direzione della qualità.
La richiesta è un pretesto per la domanda, è qualcosa che si enuncia ma che non necessariamente è la domanda. Per cui si tratta di intendere quel che si dice della richiesta, perché soddisfare la richiesta può equivalere a togliere la domanda, impedire alla domanda di svolgersi, di articolarsi in direzione della sua soddisfazione. La soddisfazione di una richiesta non corrisponde necessariamente alla soddisfazione della domanda, in quanto la soddisfazione della domanda sta nella qualità, nella qualifica, nella cifra.
C.M. La questione che mi ponevo è se vi sia modo di promuovere un appuntamento evitando però l’incontro. Questo modo indica cosa?
R.C. Quale sarebbe il caso?
C.M. Il caso in cui avviene di constatare un’esigenza, un’occorrenza, una domanda di precisazione, di elaborazione, nel quale però, nel momento dell’appuntamento, venga evitato l’incontro, vuoi perché non c’è ascolto, vuoi perché c’è angoscia, terrore, rispetto a certe questioni.
La domanda che mi pongo, e ciò che vorrei intendere, è come si articola questo modo, che a un certo punto diventa sistema se non trova una variazione.
R.C. Certo, è importante che cosa fa appuntamento, da dove giunge un appuntamento.
C.M. Certe volte c’è chi vuole un appuntamento ma non accoglie l’appuntamento.
R.C. È un caso provato? Non è chiaro a cosa si riferisca. A scuola dice?
C.M. Non necessariamente a scuola.
R.C. A casa? Per strada?
C.M. Ma che importanza ha?
R.C. Per intendere di cosa stiamo parlando.
C.M. Si tratta di un caso, ritengo sia un caso. È un caso? Non so neanche se si tratta di un caso, se si pone la questione di un caso.
R.C. Sono questioni importanti che riguardano propriamente la materia del corso: amore, innamoramento, narcisismo. Sono cose che ruotano attorno a questi elementi.
C.M. Lei mi ha chiesto prima se mi riferivo alla scuola. Anche lì si pone la questione dell’autorità, dell’appuntamento e dell’incontro, ma la scuola è solo un pretesto, in quanto ciò può avvenire in ciascun momento della vita, anzi è la questione della vita.
R.C. Peraltro, in che modo ciascuno può cogliere la questione del tempo e dell’oggetto, se non attraverso la serie e il ritmo delle cose che si fanno di incontro in incontro? Se noi togliamo l’appuntamento e l’incontro, noi togliamo alle cose l’oggetto e il tempo, cioè togliamo l’innamoramento e togliamo l’amore, e abbiamo l’eternità.
L’eternità è una situazione paradossale, in cui non esiste né l’appuntamento, né la scadenza. Se riuscissimo a immaginare di vivere senza appuntamento e senza scadenza, saremmo nell’eternità, cioè senza tempo e senza oggetto. La questione del tempo sembra più facile da capire, rispetto a quella dell’oggetto, però ritengo sia il caso di addentrarci nella questione.
Quella che comunemente viene chiamata l’attesa, non è una questione temporale, è una questione oggettuale. Molto spesso si dice “L’ora dell’appuntamento”, “L’appuntamento alla tal data e ora”, oppure “Sono in ritardo all’appuntamento”, e questo fa sì che venga ritenuta una questione di tempo. No, il ritardo, così come l’anticipazione, non è una questione temporale, ma oggettuale. Riguarda l’appuntamento, dunque riguarda il modo con cui interviene il punto, il puntamento, ossia l’istanza promossa dall’oggetto in quanto punto, che può essere punto di distrazione, punto di sottrazione, punto di astrazione, cioè può essere causa di desiderio, causa di godimento, causa di verità.
Si tratta del punto, si tratta cioè dell’oggetto, di ciò che causa il godimento, il dispendio, il desiderio, il sapere oppure la verità. L’appuntamento è ciascuna volta con l’oggetto, con la causa, di cui questa o quella cosa fungono da schermo. Per cui io so con chi e dove ho appuntamento, apparentemente; so qualche cosa dello schermo del punto, ma non quale sia il punto. Il punto è irrapresentabile, è qualcosa che sfugge alla presa, è invisibile. Il punto è ciò che in cifrematica viene chiamato il sembiante, ossia qualcosa che è singolare.
Sembiante, simulante, semen, uno nel senso del singolo, della singolarità, qualcosa di assolutamente singolare, ma anche triale: singolare e triale, e la trialità è simultanea.
Singolare in tre aspetti che riguardano la causa di godimento, la causa di sapere, la causa di verità. La resistenza del sembiante comporta la simultaneità e non la coincidenza. Non c’è coincidenza delle cose, le cose non coincidono ma sono simultanee. Non c’è cosa che possa avvenire nello stesso tempo, nello stesso modo, nello stesso punto di un’altra cosa, ma le cose esistono, avvengono nella simultaneità.
Simultaneità significa che ciascuna cosa esige la sua causa, la sua provocazione, la sua promozione, la sua identificazione. Importa l’identificazione con la causa; qui sta l’appuntamento. L’appuntamento esiste per l’identificazione con il punto.
Mentre il discorso occidentale insiste molto sulla identità del soggetto, la questione effettivamente importante è l’identificazione con l’oggetto. Senza l’identificazione non avviene nulla, sarebbe una forma di inerzia, ma nulla avviene per inerzia, e ciascuna cosa avviene secondo la sua logica.
Il primo passo della logica è l’identificazione con il sembiante, con il punto, con il punto di provocazione, con il punto da cui ci sentiamo tratti, provocati. Un punto vidi che radiava luce, dice Dante. Un punto lo trae, lo spinge nel cammino. È il punto che è imprescindibile nella parola, nella logica particolare di ciascuno.
L’identificazione con il punto è ciò che caratterizza l’innamoramento. Quindi, non è solamente un caso particolare che coinvolge due persone, ma è la condizione essenziale per ciascuno, per dire, per fare, per parlare, per situarsi in un itinerario, in un cammino, in un percorso, nell’esperienza. Cioè, se lei dà un appuntamento a x, l’appuntamento non è con lei, lei è lo schermo dell’oggetto, non è lei in quanto tale a costituire l’oggetto dell’appuntamento.
Questa è radicalmente la questione, in particolare nel dispositivo analitico che ha trovato elaborazione in Freud e dopo Freud. E questa è la struttura di ciascun dispositivo di parola, di ciascun atto di parola. Ciò che è essenziale è l’oggetto, un oggetto invisibile, inconoscibile, imprendibile che tuttavia esiste e funziona come provocazione, come promozione, come proposta.
Ciascun progetto prende avvio dall’esistenza di questo punto e va in direzione del compimento, della cifra, della conclusione. In questo tragitto sta il piacere, sta la soddisfazione che culmina nella cifra, nell’approdo alla qualità. Piacere che si distingue in gioia, gloria, felicità, fama, come dicevamo due incontri fa.
N.V. Freud, a proposito dell’identificazione, parla di moltiplicazione delle personalità psichiche, e dice che ci sono delle persone che assumono un comportamento per cui vengono identificate con un’altra persona. Vorrei sapere come la proposta di identificazione che fa lei sta in rapporto con quella di Freud, poiché mi sembrano cose completamente diverse.
R.C. Occorre che Freud sia letto, cioè si tratta di leggere Freud anche fra le righe, anche dove talvolta la lettura sembra facile perché noi la facciamo con il senso già dato delle nostre conoscenze. Occorre interrogare il testo più che la conoscenza.
Nella Metapsicologia c’è un passo assolutamente importante intorno alla questione dell’oggetto e della pulsione. Freud scrive che la struttura della pulsione richiede quattro cose: la fonte, la spinta, la meta e l’oggetto. L’oggetto, dice, è la cosa più variabile della pulsione, cioè la cosa di cui sappiamo meno, però è la cosa essenziale perché la pulsione è causata dall’oggetto. Dando questa struttura della pulsione, dice una cosa che ancora oggi non è stata accolta e, cioè che oggetto e meta della pulsione non coincidono: c’è l’oggetto e c’è la meta!
Oggi, la distinzione tra oggetto e meta non è accolta dal discorso gnostico, cioè dalle varie discipline e dalle rappresentazioni che dalle discipline derivano. Per esempio, basta parlare d’amore e dell’oggetto d’amore per accorgersi che ciò che viene inteso è che la pulsione va in direzione dell’oggetto, va verso il suo oggetto da amare. Così intende la psicologia: la pulsione andrebbe in cerca del suo oggetto. Errore. È proprio il contrario invece! La pulsione procede dall’oggetto e va in direzione della meta!
Questa pare una banalità, ma è essenziale perché, senza questo fraintendimento, non esisterebbe la fobia per esempio, la quale sorge ritenendo che la pulsione sfoci nell’oggetto e quindi finisca. Ecco la fobia: impedire alla pulsione di raggiungere l’oggetto, mantenere l’oggetto a distanza, ritenendo di potere padroneggiare l’oggetto, di conoscerlo, di sapere quale sia e, di conseguenza, di potere mantenere le distanze. La fobia non è altro che un modo della padronanza, un esercizio della padronanza allo scopo di evitare un male peggiore. La fobia è la rappresentazione dell’oggetto come oggetto amabile, come oggetto da amare, come oggetto da potere prendere, come oggetto da cui deriverebbe il piacere, la soddisfazione. Questa è la nevrosi.
La nevrosi è credere che la soddisfazione venga dall’oggetto, che l’oggetto sia buono o, se nega la soddisfazione, sia cattivo. Oggetto buono o oggetto cattivo introdotti dal kleinismo, come se l’oggetto fosse diadico. No, la diade è un’altra cosa, l’oggetto non ha nulla a che vedere con la diade, per cui non è né buono, né cattivo, ma è singolare e triale. L’oggetto non dà nessuna soddisfazione, è causa, è ciò per cui ciascuno avverte una spinta in direzione della soddisfazione, una spinta in direzione della ricerca, dell’itinerario, della qualità. La soddisfazione viene dalla cifra, dalla meta. La nevrosi si rappresenta l’oggetto per riuscire a prenderlo o per attuare una serie di accorgimenti, per evitare di raggiungerlo, come se fosse raggiungibile.
Questo è ciò che Freud elabora e di cui scrive attorno alla nevrosi da transfert e all’amore di transfert. Dunque, dato che l’amore non raggiunge mai il suo oggetto, non c’è amore se non di transfert, dove si tratta del dispositivo che trascorre di appuntamento in incontro, dove si tratta del dare e dell’avere, del lasciare e dell’essere, ossia del modo dello scambio, del modo in cui lo scambio funziona. Questa è la struttura dell’amore come amore di transfert, e non ce ne sono altri, cioè è amore lungo il funzionamento delle cose, lungo il modo con cui le cose si rivolgono alla loro qualità. Quindi, non c’è l’oggetto d’amore, se non come oggetto che causa, ma che non soddisfa l’amore.
L’innamorato non è l’oggetto dell’amore, l’amante non è l’oggetto dell’amore, l’amante eventualmente è protagonista dell’incontro, dove si tratta dell’Altro, non dell’oggetto, dell’Altro, cioè di ciò che avviene. Nell’incontro qualcosa avviene, questo importa nell’incontro, non è incontro con qualcuno, ma è incontro dove qualcosa si effettua. La portata dell’incontro sta lì, il valore dell’incontro sta in ciò che si effettua, in ciò che vi accade, avviene e diviene.
Per questo un incontro può risultare memorabile, può scriversi come contributo all’esperienza, come acquisizione, perché qualcosa accade come effetto di sapere, di senso, di verità, come effetto pragmatico. L’incontro, quindi, non è con qualcuno, ma con l’effetto temporale, con l’evento. Ciò che qualifica l’incontro è l’evento, il compimento dell’accadimento. Senza evento è la noia. La noia è un accento posto sul desiderio presunto dell’Altro, dove non accade nulla, dove non c’è incontro.
Importa, assolutamente, che per ciascuno vi sia un dispositivo dove, invece, c’è incontro, dove le cose accadono e si scrivono come scrittura dell’esperienza, come acquisizione che comporta la qualità, che comporta che prima e dopo l’incontro non siamo più gli stessi. Ecco perché l’identità, come dicevo la settimana scorsa, è una prigione, perché nega l’evento. La prescrizione di dovere rispondere a una identità è una sorta di divieto all’incontro, cioè di divieto a incontrare effetti temporali di trasformazione.
Ciò che risulta vitale è la trasformazione, non l’identità, non la stessità, perché è lì che il piacere si scrive come scrittura dell’esperienza, come lingua dell’esperienza, come qualità dell’esperienza, dove si coglie il caso di qualità, il caso di cifra, la logica e la struttura di ciò che è in atto. Lì c’è educazione, lungo la serie, diciamo così, delle trasformazioni avviene l’educazione, la quale si scrive come trasformazione.
Ecco che non basta dire come bisogna fare, come bisogna essere, come bisogna diventare attraverso la via positiva, o come non bisogna fare, essere, dire attraverso la via negativa, ma si tratta dell’esperienza. In ciascun momento, in ciascun settore, in ciascun caso si tratta dell’esperienza: come fare qui, ora, come affrontare in questo caso la così detta situazione.
Se incontro una difficoltà e penso che la difficoltà mi soverchia, è troppo grande, questa è la resa preliminare, è la cura di sé, è il pensarsi con limitazioni di varia natura. Rispettare questo pensiero, questa idea di sé o dell’Altro equivale a una messa a morte, equivale a impedire e a eludere la trasformazione e l’incontro. L’incontro, ciascuna volta, avviene per l’attraversamento della difficoltà. Con l’elusione della difficoltà non c’è incontro.
I soggetti non si incontrano mai, né incontrano alcunché, perché il soggetto, nella sua premessa, è l’antidoto all’incontro. Cioè, l’incontro non è tra Tizio e Caio, ma è l’incontro con l’Altro, con l’evento, e esige l’Altro che non è un altro qualsiasi, ma è l’Altro, che noi scriviamo con A maiuscola, che riguarda l’irrappresentabilità, l’alterità, la novità.
Senza l’instaurazione dell’Altro non c’è la novità, ma tutto viene ricondotto al ricordo, al noto, alla conoscenza. L’Altro è ciò che ci sta dinanzi. Se noi togliamo l’Altro abbiamo dinanzi il nulla, e abbiamo lo spavento, il panico, cioè l’emergenza dell’assenza dell’Altro. La stessa angoscia procede dalla strettoia che si produce nel momento in cui non c’è Altro. Ogni rassicurazione in direzione del sapere già come andranno le cose, è un contributo all’angoscia, alla paura, al terrore.
Ci sono vari modi con cui l’Altro viene rappresentato e, molto spesso, si incomincia a “aiutare” i bambini piccoli a rappresentarselo “Non fare questo altrimenti viene l’uomo nero, incontri l’uomo nero, incontri qualcuno che ti mangia”, come se noi sapessimo già quello che ci sarà. E, quindi, cosa sarà l’incontro? Con “l’uomo nero”! Con il “lupo cattivo”! E con i vari modi di porre una rappresentazione di ciò che è irrappresentabile. Così quando, rispetto all’annuncio di qualcosa che fa paura, si dice “Ah sì, è perché hai detto la tal cosa, perché hai fatto così, sei andato lì”, cioè, non viene ascoltato nulla e viene subita proposta una rappresentazione che giustifichi, che confermi la rappresentazione negativa; viene confermata la paura.
Non so se sono riuscito a comunicare l’importanza della questione dell’appuntamento e dell’incontro, quale sia la struttura dell’appuntamento e dell’incontro.
Vincenzina Carbone Da quello che è stato detto, mi sembra di avere capito che l’incontro crea novità, oppure è novità, giusto? Se l’incontro è novità in quanto alterità, la novità a un certo punto è panico, paura, oppure ho capito male?
R.C. È il contrario. Perché panico?
V.C. Ah giusto, è vero, stavo collegando male io. Ha detto che il panico è l’emergenza dovuta all’assenza dell’Altro. Quindi, l’incontro, in quanto crea alterità, toglie la paura, toglie il panico, giusto?
R.C. Diciamo che non alimenta l’ideologia della paura, nel senso che non è che la paura sia da togliere, perché non è che prima ci sia. Cioè, la paura non è originaria. La paura è la conseguenza di una fantasmatica, di una credenza, di una ideologia.
Nel momento in cui si afferma una certa impostazione, per cui l’incontro viene prescritto come pericoloso, da evitare, vietato, come qualcosa rispetto a cui bisogna usare delle precauzioni, delle riserve, dei preservativi, siamo sempre nell’ambito delle cautele da usare nei confronti dell’evento, come se occorresse guardarsi dall’incontro.
Pubblico Come liberarsi dalle fantasmatiche e lasciarsi andare all’incontro, e educare e educarsi all’incontro? Non so, ma io mi sento dentro alle paure, al panico, allora come imparare, lasciarsi andare?
R.C. C’è un solo modo, che è analizzare, articolare, svolgere la gnosi, cioè l’idea che le cose finiscano, l’idea che la soddisfazione si abbia quando la pulsione incontra l’oggetto, ossia tutto ciò su cui si regge la moderna psicopatologia. L’ideologia della paura, del contenimento, della precauzione ha un solo nome: la conoscenza! La conoscenza, ossia anche la coscienza.
B.V. Mi sembra che questo implicherebbe che ormai a ogni stimolo c’è una risposta. Ormai siamo in una condizione…
R.C. Siamo chi?
B.V. Noi.
R.C. Ma qui non c’è nessuno che sia d’accordo con lei!
B.V. Ma io devo ancora incominciare a parlare! Allora, io sento che sono sempre d’accordo con lei, seguendo il suo ragionamento lo sento esatto, di qualità, poi, nelle situazioni pratiche, immediate, non viene fuori questo ragionamento. Viene fuori la mia storia, la storia con i miei genitori, la mia fantasmatica. Se la strada è quella di filtrare sempre qualsiasi moto che venga da dentro, attraverso questa forma di razionalità, io avverto dei dubbi che esprimo per essere rassicurata.
Pubblico C’è una bella frase di Platone che dice: “Il destino dell’uomo è essere come può, non come vorrebbe”.
R.C. Sì, nel senso che fa entrare dalla finestra quello che manda fuori dalla porta. Cioè, potere, volere, sapere, essere, sono delle modalità che possono funzionare come sbarramenti, demarcazioni, restringimenti. Certo, è una bella frase, nel senso che mette in questione il volere essere, ma lo è ancora di più, perché mette in questione anche il potere essere, che è parente stretto.
Il contributo che noi possiamo restituire a Platone, da questo aforisma, è che volere essere e potere essere non danno nessuna soddisfazione. Certo, nemmeno il dovere essere o il sapere essere, proprio perché la questione non è quella dell’essere, cioè del modello da rappresentare, o da essere in conformità a qualcosa. Com’è esattamente la citazione?
Pubblico Mi collegavo al discorso che faceva Barbara Valerio quando diceva di essere d’accordo su tutti i passaggi che, però, poi si scontrava con una realtà, con i ricordi, con i limiti. Allora, mi è venuta in mente questa frase di Platone: “Il destino dell’uomo è essere come può e non come vorrebbe”. Non nel senso della predestinazione, non in questo senso.
R.C. Esatto, c’è un’apertura. Dice, infatti, che non si tratta di essere predestinati, né in una predestinazione positiva, né in una predestinazione negativa. In questo senso la citazione è interessante.
B.V. Vorrei precisare una cosa. Il mio dubbio riguarda il fatto che io posso essere due cose: posso seguire un po’ il mio istinto e essere fedele a me stessa, oppure posso usare costantemente tra me e l’evento, tra me e l’Altro, un filtro che mi impedisce. Queste sono le due possibilità.
R.C. Il filtro è una questione antica, il filtro magico, il filtro amoroso.
B.V. Sì, ma non quello, è un filtro come diaframma, non come ampliamento ma come ostacolo.
R.C. Beh, che noi lo rappresentiamo come diaframma o come sostanza che possa consentire un determinato avvenimento, si tratta sempre di una mediazione.
B.V. Il filtro cui mi riferisco significherebbe un allontanamento da se stessi, in pratica. Allora, nella clinica, l’allontanamento da se stessi ha un costo, secondo me. Il mettersi sempre davanti questa forma di razionalità è un costo, conveniente?
R.C. Perché lei lo mette in una partita doppia, costi-ricavi, dare-avere!
B.V. No, non è che lo metto in costi-ricavi. Ma vedo che in ogni scelta ci si porta dietro un bagaglio, so che con la scelta mi porto dietro il bagaglio e cerco di valutarlo.
R.C. Perché, cos’è che può capitare?
B.V. Quello che io temo? Il fantasma del momento è la perdita della spontaneità.
R.C. Esatto, quello è il punto, e va a finire che resta con il bagaglio! Ciò che lei teme di perdere è ciò che lei ritiene di avere come bagaglio e dice, però, che teme di perdere la spontaneità. Il fatto è che la spontaneità è impossibile perderla, perché si può solo acquisire!
B.V. E una volta acquisita?
R.C. Se ne acquisisce dell’altra, perché non è mai acquisita una volta per tutte. La spontaneità è virtù intellettuale per eccellenza, segue all’acquisizione e si avvale della ratio, della razionalità. La spontaneità segue la razionalità, non sta al posto della razionalità, né sta prima della razionalità. La spontaneità si instaura con l’esperienza della parola originaria.
La gnosi bandisce la spontaneità nel momento in cui ne fa l’elogio come naturalità, come qualcosa che dovrebbe stare al di qua della ragione. Invece, la spontaneità è effetto del dispositivo intellettuale, effetto della ricerca, dell’indagine, della qualifica. Allora si instaura la spontaneità, nel senso che ciascuna cosa trova il suo modo per compiersi.
È importante quello che lei dice sulla spontaneità, che però è impossibile perdere, si tratta di acquisire.
Gianfranco Dalle Fratte Esiste l’essere? Perché, per esempio, se non esistesse l’essere, non esisterebbe neanche l’essere soggetti. Come si fa per risolvere la questione? Lei dice che bisogna esplorare la gnosi, la conoscenza. Oltre a esplorarla teoricamente, c’è anche una pragmatica?
R.C. Sì, esiste e si chiama cifrematica, scienza e esperienza della parola originaria, questa esiste.
Giustamente, lei pone l’accento sulla distinzione tra teoria e pragmatica. Certo, non si tratta di imparare la teoria per applicarla, occorre fare l’esperienza della parola originaria. Senza l’esperienza, come può scriversi l’acquisizione? L’acquisizione è acquisizione nell’esperienza della parola originaria, cioè della parola che si rivolge alla qualità. E ciò non in astratto, ma nell’itinerario di ciascuno.
Si tratta di mettere in atto dispositivi dove possa avvenire l’esperienza della parola originaria, dispositivi dove sia analizzata, elaborata la gnosi, ossia la conoscenza soggettiva, l’idea della conoscenza, perché l’idea della conoscenza è l’idea della morte, della morte in quanto tale. La conoscenza è conoscenza della morte, cioè esige la fine del tempo, che è come dire che la fine del tempo è un postulato della conoscenza. Nell’infinito, nel dispositivo delle cose infinite, non c’è conoscenza, c’è indagine, ricerca, c’è acquisizione infinita, ma non conoscenza.
La volta scorsa avevo fatto un accenno alla questione della conoscenza come questione della cacciata. La gnosi è la credenza nella cacciata dal paradiso terrestre, è la credenza nella fine delle cose. Come ciascuno si trova soggetto a questa credenza, ciò è materia di indagine, di scrittura, della clinica.
Fernanda Novaretti Nell’imprevisto c’è un contributo all’angoscia o alla noia?
R.C. All’angoscia. Lei propone che sia anche un contributo alla noia? La noia sul versante del desiderio e l’angoscia su quello del godimento, sono parenti stretti.
F.N. Bisogna vedere dove si colloca l’imprevisto.
R.C. L’imprevisto, per essere tale, è inimmaginabile, imprevedibile, irrappresentabile. Ciò che viene chiamato imprevisto, il più delle volte è il previsto, il previsto negativo, il previsto o il prevedibile negativo, ciò che viene rappresentato come imprevisto nella sua variabile negativa, ma non è l’imprevisto. Quel che viene chiamato imprevisto, nel senso che viene già rappresentato, è tutt’altro che l’imprevisto. È una rappresentazione dell’Altro come uomo nero, come evento negativo, come incidente negativo. Ma l’imprevisto negativo è una rappresentazione dell’imprevisto, non è l’imprevisto, il quale, quando accade, è fonte di soddisfazione.
Perché l’imprevisto accada occorre vi sia programma, calcolo, progetto. Dopo avere calcolato e programmato, quello che accade che non si poteva prevedere è l’imprevisto. “Ho calcolato tutto, ho previsto tutto, deve avvenire così e così”, e allora può accadere l’imprevisto importante, ciò che qualifica, che dà l’aspetto artistico, culturale a quello che sta per accadere. Artistico e culturale, cioè la variazione e la differenza. Certo, occorre ci sia “calcolo”, tra virgolette, previsione. Ma non la previsione negativa, per cui uno dice “Ho previsto che andrà male, per cui non faccio nulla”! Quello non è il calcolo, ma è cedere a una rappresentazione negativa.
La previsione e il calcolo non sono né buoni né cattivi, né positivi, né negativi. Il calcolo è in direzione di ciò che accadrà proprio perché, quel che accadrà, non sia ciò che io so già che accadrà. In questo caso saremmo nella gnosi.
Capisco che è una cosa difficile, però è importante porre l’accento sui modi molteplici e vari con cui la rappresentazione interviene in vario modo, in vario grado e in varie misure a determinare, il più delle volte, una paralisi dove si tratta invece dell’incontro con l’irrappresentabile, con l’insignificabile, con qualcosa di differente e Altro.
C.M. Chiedo se la pianificazione può essere il modo di fare un calcolo che evita il rilievo e l’imprevisto, un modo di calcolare, un fare che ci garantisca che non c’è l’imprevisto.
R.C. Sì, pianificazione non è un termine molto interessante. Peraltro, noi non demonizziamo nessun termine, quindi nemmeno questo, nel senso che nemmeno la pianificazione può padroneggiare la parola.
Questo termine evoca un’idea della cosa piana, senza increspatura, senza piega, senza clinica, come se ci fosse qualcosa che possa poi procedere per automaticismo, liscia come l’olio. Invece, la questione è quella della clinica, cioè della piega che s’incontra. Non c’è cosa che non possa incontrare la piega e la clinica sta proprio nel non togliere la piega; non è un processo di stiratura delle pieghe, ma è un processo di accoglimento e di elaborazione della piega. Per cui, con la clinica ciascuna cosa trova il suo compimento, senza la clinica no. Senza la clinica, se ci troviamo di fronte a un caso particolare, dobbiamo decidere se è bene o se è male. Invece, non è né bene e né male, ma si tratta di lasciare che si volga alla sua conclusione. Come? Ciascuna volta il come è da trovare con la clinica.
Qual è la differenza tra clinica e psicopatologia? La psicopatologia è l’elenco di ciò che non va bene e che viene chiamato disagio, disturbo, malattia. La clinica è il modo, l’istanza con cui quella particolarità trova la via per procedere. Quindi, è essenziale la clinica, perché è con la clinica che le cose si scrivono. La scrittura segue la clinica.
Tutto ciò era per leggervi un passo dalla Metamorfosi di Ovidio. Quanto detto sin qui, introduce la questione del narcisismo che, purtroppo, spesso ha una connotazione negativa. Il narcisismo nella gnosi, nella ideologia gnostica ha una connotazione negativa, addirittura ci sono le psicosi narcisistiche, le nevrosi e i disturbi narcisistici, vari disturbi narcisistici.
Come mai attorno a questo termine è fiorita tutta una vegetazione negativa, mortifera? È vero che tra narciso e narcosi non c’è molta distanza ma, appunto, la narcosi è una rappresentazione di narciso, del narcisismo, non è il narcisismo. Narcosi sta per torpore, ma il narcisismo non è il torpore. Non ve lo leggo tutto, magari ciascuno, a casa, può leggersi il libro terzo delle Metamorfosi, dal verso 320 in avanti fino al 500 circa. Vi leggo due o tre cose.
Ma mentre spegnere vuole la sete, altra sete gli cresce, perché nel bere, sorpreso dal volto riflesso nell’onda, arde d’un’ombra, dell’ombra di sé che scambiò per un corpo. Di sé stupisce ed immobile pende dal viso ch’è suo, come di pario marmo una statua. Postosi in terra gli occhi contempla che sembrano stelle, contempla le chiome degne di Bacco e d’Apollo e l’impuberi guance e le rosse labbra ed il collo d’avorio e il candore vermiglio del volto: tutti quei pregi rimira pei quali è mirabile desso. Senza saperlo desidera sé: mentre loda, è lodato; chiede ed è chiesto; e nel tempo medesimo brucia e accende. Oh quanti inutili baci non diede alla fonte bugiarda! Oh quante volte nell’acqua per prendere il collo fallace porse le braccia, ma non poté stringere sé dentro l’onde! Quello che vede non sa che cos’è, ma di quello che vede arde, e l’inganna l’errore medesimo che affascina gli occhi. Perché mai, credulo, tenti di prendere un’ombra fugace inutilmente? Quel che tu desideri, punto non vive! Vòltati indietro e sarà dileguata l’immagine cara. Altro non è quel che miri che l’ombra riflessa dal corpo, che non ha niente di proprio, che venne con te, con te resta, ma che con te se n’andrà, se tu pure potessi partire! E poi prosegue, dice Narciso Io sono te, me n’accorgo: l’immagine mia non m’inganna. Io di me brucio d’amore ed accendo la fiamma che m’arde. E che farò? Debbo chiedere od essere richiesto? E che cosa poi chiederò? Quel che voglio è con me: la soverchia ricchezza m’impoverisce. Potessi staccarmi dal corpo! Or un voto nuovo farò per gli amanti: vorrei che mi stesse lontano quel che vagheggio! Ma già mi rapisce il dolore le forze e non mi resta da vivere molto: mi spengo fanciullo! Disse, e tornò forsennato alla solita faccia riflessa e, intorbidando col pianto dirotto lo specchio dell’acqua, pel movimento dell’onde divenne l’immagine scura. Come s’accorse che il volto svaniva, gridò: Dove fuggi? Resta crudele, non abbandonare chi t’ama. Deh lascia, lascia che guardi l’aspetto, poiché non ti posso toccare! Porgimi tu l’alimento per questa infelice follia!
Mi sembra che non ci sia traccia di perversione o di psicosi in questi versi, anzi, una serie di questioni di grande, grandissimo interesse che chiedono di venire lette.
Pubblico Pensando a quello che ha detto prima, mi viene da dire che, nell’appuntamento di Narciso, c’è una identificazione con il sembiante.
R.C. Sì, e poi c’è la questione dell’immagine semovente, l’immagine altra. C’è un passo veramente interessante E, intorbidando col pianto dirotto lo specchio dell’acqua, pel movimento dell’onde divenne l’immagine scura. Quindi l’acqua, come ciò per cui l’immagine è altra, non è l’immagine di sé, è l’immagine altra, è l’immagine semovente, l’immagine scura, cioè inidentica. Poi c’è la questione del corpo, della domanda. Nel tempo medesimo brucia e accende, chiede ed è chiesto. Quello che vede non sa che cos’è, l’immagine non è la visione, non è il visibile, non vede l’oggetto, l’immagine stessa è altra da ciò che si vede. Altro che la gnosi con la conoscenza!
Ovidio! Non uno psicologo, Ovidio, un poeta. Quello che vede non sa che cos’è, ma di quello che vede, arde, brucia. Il fuoco come fuoco fatuo, come fuoco dell’identificazione, il fuoco fatuo da cui procede l’immagine come immagine semovente. Quello che tu desideri, punto non dire, perché mai credulo, gnostico, tenti di prendere un’ombra fugace inutilmente? Il mito di Narciso, come mito del narcisismo, dice che Narciso non si innamora della propria immagine e non muore. Leggetelo fino in fondo, dice proprio che non muore, perché l’immagine divenne scura, altra, un’altra immagine, un’altra cosa.
Certo, la mitologia dice che cade nell’acqua, muore e nasce un fiore. Come nel caso di Edipo, non c’è il cadavere che prova la morte, non c’è il cadavere, c’è un fiore. Cade nell’acqua. L’acqua è la materia dove l’immagine risulta altra.
Il narcisismo ha qui materia per ben altra lettura, come pure il testo di Freud Introduzione al narcisismo, che pur risentendo di una mitologia dell’epoca, pone questioni che imbarazzarono moltissimo gli psicanalisti dell’epoca. Infatti, proprio a partire dalla struttura del narcisismo, Freud si trova a dare un’altra struttura della psiche, un’altra struttura della pulsione, introduce la questione dell’oggetto e dell’identificazione dove, prima, c’era solamente il cerchio rappresentato dall’amore di sé e dal così detto egoismo. Occorre intendere quello che Freud chiama l’Io, che non è l’Io della coscienza, l’Io del soggetto.
È un testo difficile, ma molto interessante, come peraltro quello di Ovidio, che a leggerlo propone un’altra logica dell’immagine, un altro statuto dell’immagine, un altro statuto dell’acqua e dell’amore rispetto alla gnosi. Quindi, occorre leggerlo non secondo la gnosi, ma secondo la logica della parola.
C.M. Come qualifica l’acqua? Come si pone nel racconto di Ovidio la superficie dell’acqua?
R.C. Come ciò che rende semovente l’immagine, come alterità dell’immagine. È un pretesto per dire che l’immagine è semovente e altra. Non è l’acqua in quanto tale, anche se l’acqua evoca l’increspatura, si tratta dell’inidentità a sé dell’immagine, della non corrispondenza tra l’immagine e la visione, è ciò che si vede, il visibile.
