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Settimo capitolo del libro La lampada di Aladino

Come il fantasma di morte fonda la nosologia e si dilegua all’orlo della vita

 Ruggero Chinaglia Comincia questa sera una nuova serie di dibattiti, che prosegue quella precedente e quella ancora prima, e il pretesto è La lampada di Aladino e il Grande Fratello. I giovani, la sessualità, la comunicazione. Ma il titolo vero e proprio del dibattito di questa sera è ancora differente: Come il fantasma di morte fonda la nosologia e si dilegua all’orlo della vita. Chi ne era al corrente? Dato che il titolo è questo, quali sono le domande? Eccone una.

Graziella G. Volevo dire che il titolo l’ho letto sul quotidiano, ma non me lo ricordavo più.

R.C. Ah, lei l’ha letto.

G.G. Sì, ma non mi ricordavo più il titolo.

R.C. L’ha letto e se l’è dimenticato. Quindi, grazie a questa dimenticanza lei si trova qui. E cosa ha pensato leggendolo?

G.G. Non ho pensato a niente. Mi ha incuriosito il fatto di trovare la morte e ho detto “Boh”.

R.C. Ah, davanti alla morte lei dice boh?

G.G. Ecco, non ci penso mai, io, alla morte. Perché devo pensare alla morte?

R.C. Infatti è addirittura impensabile.

G.G. Esattamente.

R.C. Ma lei è proprio sicura di non pensarci mai?

G.G. Mi sono trovata una volta in pericolo di vita, però non ho mai pensato di morire. L’unica cosa che veramente non ho pensato è stata proprio che non morivo. Ma neanche mi ha sfiorato minimamente l’idea di morire.

R.C. Però ha pensato che non moriva.

G.G. Minimamente pensato. Ho saputo poi che potevo morire, però io non l’ho mai pensato.

R.C. E da chi l’ha saputo?

G.G. Poi, da un’amica. Ma davvero io sono restata tranquilla, non so perché. Lo dico col cuore, ma io non ho mai pensato un attimo che potevo morire.

R.C. E già! Ma infatti. Bene. Quindi il titolo l’ha incuriosita al punto da dimenticarsene subito. Questo è interessante.

G.G. Può essere che l’ho cancellato, così. Sapevo che c’era questa conferenza, ma dopo non ci ho più pensato.

R.C. Infatti noi non parliamo mica della morte, perché è impossibile parlare della morte.

G.G. Anche perché non la conosce nessuno.

R.C. Esatto.

G.G. Si può fare un’ipotesi.

R.C. Sì, sì, già.

G.G. Per sentito dire si dice che può essere così, ma poi…

R.C. Nessuno è tornato a dirlo, finora.

G.G. Esattamente. E quindi per me è un mistero.

R.C. Per lei è un mistero?

G.G. Qualcosa che non si conosce.

R.C. Ci sono altri che non pensano mai alla morte? Che con certezza possono dire di non pensarci mai? Nessuno. Quindi, ogni altro ci pensa. E come fa a esserne così sicuro?

Pubblico Sicuro di che? Di pensarci?

R.C. Di pensarci. Qual è l’elemento che può garantire con sicurezza che x sta pensando alla morte?

Mauro R. Diciamo che si pensa all’idea di morire.

R.C. Come?

M.R. Che è più presumibile pensare all’idea di morire. Cioè, io almeno ho notato che da quando si affronta qui l’argomento della morte, penso più spesso a cercare di raffigurarmi la morte. Cioè, “A come sarebbe se…”. Quindi, automaticamente, è già un’idea, una rappresentazione del morire che non ha nulla a che vedere col morire in sé, però l’unica cosa che posso pensare è questa.

R.C. “Come sarebbe se”? Se che cosa?

M.R. Se io morissi.

R.C. Ah ecco. Quindi, non lo dà nemmeno per certo!

M.R. Ma io non posso darlo per certo!

R.C. È una mera ipotesi! E quindi come facciamo a dire che questo è un pensiero di morte?

M.R. No, infatti, non è un pensiero di morte, è una raffigurazione, non voglio dire un esorcismo, ma comunque è un pensiero ideale che in sé non ha la morte.

R.C. Esatto. Perché, di che cosa si tratta quanto a ciò che comunemente viene chiamata morte? Dato che della morte non c’è esperienza, di che cosa si tratta quanto a ciò che comunemente viene chiamata morte? Lei giustamente dice che è un’idea, una rappresentazione, una raffigurazione. Di che cosa? Chi è che azzarda una risposta? Perché sembra che siamo tutti d’accordo, diciamo morte e tutti abbiamo capito. Ma di cosa si tratta in effetti?

Pubblico Un sacco di barzellette possono venire fuori, ma dopo si fa sacrilegio.

R.C. Ma dato che non c’è idolo non c’è nemmeno profanazione.

Pubblico Perfetto! Senta, la domanda è un dubbio conseguente a un altro, secondo me notevole: per che cosa viviamo?

R.C. Ripeta.

Pubblico Per che cosa vivo?

R.C. Ah, per che cosa?

Pubblico O viviamo. Per me è consequenziale.

R.C. Non “perché”, ma “per che cosa”.

Pubblico Per che cosa vivo o viviamo? La storia, o comunque quello che io o noi abbiamo riscontrato o percepito, è la fine di uno stato fisico, di una situazione fisica, fisiologica, conseguente al deperimento della nostra macchina nella quale è racchiusa, praticamente, la nostra essenza della vita. Questa macchina è destinata a deperire. Quindi, a un certo momento, è la fine di una parabola, la fine di questo ciclo. Dopo, non essendoci esperienza, non avendolo mai provato, riferisco quanto diceva Gioacchino Belli: “’N altro è parlar de la morte e ‘n altro è morir”.

R.C. Eh già.

Pubblico A volte, certe situazioni si vedono rinviate in chi in quel momento è più vicino, perché questo sfortunatamente è più vicino di te attore, rispetto a un’altra persona malauguratamente più sfortunata.

R.C. Però, ancora non ha proprio risposto alla questione. Di cosa si tratta? Perché, giustamente, lei ha dato un contributo importante. Un conto è parlare della morte, un conto è morire. E quindi, possiamo aggiungere, un conto è pensarci. Però lei ha aggiunto qualcos’altro: la fine. E quindi noi possiamo dire che un conto è la morte e un conto è la fine.

Pubblico Clinicamente parlando, la morte ha una sua dimensione che viene accettata praticamente da tutti. Se pensiamo ai soggetti eventuali candidati all’espianto − parlo di interventi comuni − la morte ha una sua dimensione.

R.C. Sì, quella è la morte secondo il discorso medico. È la certificazione. Vabbè, c’è anche quella. Ecco, c’era lì una mano, poi un’altra.

Gregorio G. Io volevo ritornare a un argomento affrontato forse da poco. Cioè, se si possa parlare di morte senza eros.

R.C. Senza eros. In che senso?

G.G. Anche nel linguaggio comune si usa.

R.C. Noi, fin qui, ne stavamo parlando senza eros.

G.G. Io volevo sapere se si può parlare di morte senza eros. Nel linguaggio comune, per esempio, si usano certe espressioni come “ti amo da morire”, oppure “i signori della morte”, ossia i terroristi; oppure “l’amore è una causa”, oppure certi dicevano “l’orgasmo, piccola morte”. Anche Aladino, per esempio. Aladino è un adolescente che non sa morire, non sa passare alla fase adulta. Quindi, perché c’è questo intreccio continuo tra eros e morte?

Cecilia Maurantonio La mia domanda è se c’è un autismo connesso al tempo e un autismo connesso all’oggetto, e quindi se anche il fantasma di morte può avere una connessione rispetto a questo. Può precisare qualcosa?

R.C. Bene. Altri? Ecco un’altra mano.

Pubblico I maestri orientali, per esempio Osho e molti altri, affermano che la morte si può conoscere. Infatti, loro distinguono quattro stadi, e dicono che si tratta…

R.C. Bhagwan, si chiamava Bhagwan.

Pubblico Come?

R.C. Non si chiamava Bhagwan?

Pubblico Osho Rajneesh.

R.C. Ma Osho non era un soprannome?

Pubblico Non credo.

R.C. Per gli amici era Osho. Per la confraternita era Osho. Ma si chiama Bhagwan Rajneesh.

Pubblico Sì, può darsi. E comunque è uno dei tanti maestri orientali indiani. L’ho citato così, perché è stato il primo che mi è venuto in mente. Ecco, questi affermano che la morte si può conoscere. A parte il discorso per cui siamo morti migliaia e migliaia di volte e si potrebbe rivivere la morte attraverso il sonno ipnotico, loro affermano che la morte è il distacco del corpo eterico e fisico dal corpo astrale e dal corpo mentale. L’incarnazione si distinguerebbe proprio per questo, cioè che il nuovo corpo astrale e mentale si unirebbe a un nuovo corpo eterico e fisico. E la morte sarebbe questo distacco, che loro descrivono in quattro fasi che il guru indiano sa benissimo padroneggiare e sa quando dare inizio al distacco. Poi, ci sarebbe da citare Il libro tibetano dei morti, in cui si danno dei consigli su che cosa avviene attraverso questo passaggio, come avviene, che cosa succede, quali sono le proiezioni mentali che avvengono e a che cosa bisogna fare attenzione, che cosa bisogna evitare, su che cosa bisogna concentrarsi nell’ultimo minuto prima del distacco, come i sensi ti abbandonano. L’udito, per esempio, è l’ultimo senso che ci abbandona. E allora bisogna stare attenti, per esempio, che si debba morire in una stanza con poca luce, perché la luce schiaccia l’uscita della così detta anima.

R.C. Questo, per una buona reincarnazione?

Pubblico Non necessariamente reincarnazione, perché potrebbe essere che uno non si reincarni più. Infatti, Il libro tibetano dei morti tende a dare tutti i consigli necessari, utili perché uno…

R.C. Sarebbe la tanto agognata ricongiunzione.

Pubblico Sì, cioè finire con il ciclo delle nascite e delle morti che riguarda questa terra, cioè questo pianeta.

R.C. Esatto.

Pubblico Per esempio, Osho Rajneesh ha messo sulla sua tomba: “Mai nato e mai morto. Ho soltanto visitato questo pianeta”. Interessante questa epigrafe. Lui dice: “Non dovete mai piangermi, perché io vivo ancora dopo. Non è niente”. Ha scritto tantissime pagine su questo, proprio per rassicurare i suoi adepti, i suoi seguaci che la morte non è niente. È questo distacco che è fatale, ma è necessario se si vuole progredire, se si vuole evolvere. Altrimenti non si può evolvere. È nella natura delle cose e, appunto, uno può scegliere il momento in cui morire, in cui lasciare avvenire questo distacco, che è consapevole.

R.C. Secondo lei, perché si è sentito in dovere di rassicurare i confratelli?

Pubblico Perché loro hanno paura, cioè la paura è una reazione normale, è una reazione del “sé inferiore”, come dicono loro, è l’attaccamento necessario, come l’egoismo, d’altra parte.

R.C. Un sé pavido, quindi.

Pubblico Penso di sì. È questo nucleo che è attaccato alla dimensione terrestre, perché altrimenti non ci sarebbe nessun desiderio di vivere.

R.C. Esatto. Questa è la questione: il desiderio di vivere. Molti si preoccupano del desiderio di morire, e allora scatta la prevenzione verso chi avrebbe questo desiderio di morire. Altri ritengono possa accadere che tizio non abbia più il desiderio di vivere, allora dicono: “Non desidera più vivere”, dando per scontato che possa esserci il desiderio di vivere o il desiderio di morire. Ma perché dovrebbe esserci il desiderio di vivere? Perché vivere dovrebbe essere nell’ordine del desiderabile? E chi potrebbe asserire di desiderare o non desiderare di vivere?

Freud ha parlato della pulsione di morte e molti hanno capito che si trattava del desiderio di morire. Poi ha parlato della pulsione di distruzione e allora molti hanno capito che si trattava dell’autolesionismo, cioè sempre facendo come se l’uomo fosse padrone, padrone per non essere schiavo. Padrone sulla morte o padrone sulla vita per non essere schiavo della morte o schiavo della vita. Padrone o schiavo considerati in un’alternativa che fonda anche l’alternativa fra la vita o la morte. Ma perché dovrebbe esserci questa alternativa? È un’alternativa?

O la vita o la morte. Questione di vita o di morte non è un’alternativa, ma è proprio l’assenza di alternativa. Fra la vita e la morte non si tratta di scegliere. È propriamente la questione aperta. Questione di vita o di morte, questione aperta, cioè senza alternativa, senza scelta, senza padronanza. Proprio da questa questione, che è senza padronanza, procede il vivere, procede il fare, procedono l’arte e la cultura, procede la scienza. Cioè, non si tratta di scegliere fra la vita e la morte, ma, procedendo dalla questione di vita o di morte, si tratta di decidere il da farsi. Assolutamente impossibile scegliere fra la vita e la morte. Si tratta di stabilire il da farsi: che fare, come fare. E invece, comunemente, in termini di discorso di padronanza, la questione aperta viene capita come possibilità di scegliere fra due eventualità che sono assolutamente escluse dalla scelta.

Certo che, per giungere a questa formula, ci voleva la cifrematica e, occorre dire, ci voleva Armando Verdiglione, perché nemmeno Freud era giunto a formularla in termini così precisi. Lacan si era avvicinato dicendo che è indecidibile l’alternativa che si formula con “O la borsa o la vita!”, nel senso che non è data la vita senza la borsa o la borsa senza la vita, ma sempre mantenendo la questione di una relazione fra le due cose, mentre la questione è proprio quella della relazione. La questione aperta è la relazione, la relazione originaria che non è relazione fra, ma è relazione, dunque apertura. Apertura a partire da cui non c’è più l’alternativa esclusiva, non c’è più la possibilità di scegliere fra positivo e negativo. Bene e male, giuntura e separazione, armonia e disarmonia non sono tra le possibilità della scelta. La scelta, eventualmente, riguarda altro. Non è l’alternativa, cioè la scelta non sta nella dicotomia, né istituisce la dicotomia, non sta nell’esclusione. La scelta non fonda nessuna esclusione né toglie qualcosa, né va a scapito di qualcosa o di qualcuno. Il fantasma di morte comunemente inteso è questa idea di alternativa, di scelta fra, l’idea che ci sia un bivio e io debba scegliere fra le due possibilità che il bivio offre. Ecco, questa è l’idea di morte! Chi può dire di non averci mai pensato? Quindi, è una cosa che non necessariamente riguarda l’idea di morire, ma questa poi arriva in seguito, perché se la questione di vita o di morte, anziché nei termini dell’apertura, è intesa come alternativa, è chiaro che alla fine dell’alternativa c’è la fine delle cose e questa giunge magari a rappresentarsi. Cioè, senza la questione aperta siamo nel fantasma di morte, siamo nell’idea di fine, siamo nella predestinazione alla fine.

Magari uno la parola morte non la pensa mai, la parola fine nemmeno, ma, vivendo nell’alternativa, questa alternativa è la rappresentazione della morte, è la rappresentazione della fine, è la paralisi. Perché si tratta di questo, della paralisi. Dato il fantasma di fine, ognuno vive nella paralisi, cioè vive nella sostanza, vive nell’idea che ogni cosa debba trovare la sua soluzione.

Qual è la soluzione di questa cosa? Cioè, qual è la fine? Ogni cosa è sostanza. Qual è il fine o la fine di questa sostanza? Ognuno, quindi, vive nel finalismo e si domanda: “A che pro? A che fine? Con quale fine? Dove andrà a finire? Ma questa cosa quando finirà? Come va a finire?”, e ritiene che, per stabilire se farla o non farla, occorra sapere dove va a finire, quando andrà a finire, perché, cosa e come finirà, e allora potrà stabilire se farla o non farla. Questo finalismo è la paralisi, ossia la decisione non è in direzione del programma. Perché è il programma a decidere che quella cosa è indispensabile; lo esige il programma per via dell’analisi, senza soluzione e senza alternativa, perché queste sono alcune delle prerogative dell’analisi. È la caratteristica stessa dell’analisi che non vi sia soluzione. Analisi vuole dire proprio questo: senza soluzione. Senza soluzione, senza finalismo, senza fine. Dunque, per via di analisi le cose non finiscono ma trovano il modo di rivolgersi alla qualità, secondo l’occorrenza che lo esige.

Non sono io a esigerlo, non è l’altro a esigerlo, non è qualcuno, non è il padrone, né lo schiavo, né la vita, né la morte. È l’occorrenza. L’occorrenza lo esige. Mentre il padrone si paralizza. Il padrone, per contrapporsi alla sostanza, istituisce l’alternativa, l’idea del controllo, della padronanza, della sufficienza, l’idea del fine necessario per stabilire se fare o non fare. “A quale fine dovrei io…?”. Ecco già il servo. “A quale fine dovrei io fare questo?”. E già sorge l’idea dell’alternativa e dell’alternanza fra servo e padrone, nell’idea di padronanza.

La questione aperta introduce al servizio intellettuale, che non è il servizio dello schiavo a favore del padrone, ma è il servizio intellettuale senza alternativa fra servo e padrone perché è questione di vita o di morte.

C.M. Scusi, lei dice questione di vita o di morte, non questione di vita e di morte.

R.C. E no, questione di vita o di morte.

C.M. Però pone l’alternativa.

R.C. Per lei! Per lei si pone l’alternativa. Ma quell’o è un vel, non è un aut aut. Questione di vita o di morte, non alternativa. Un’adiacenza.

C.M. Quando dice relazione, intende anche ossimoro?

R.C. L’ossimoro è modo della relazione, dunque assenza di alternativa. Chi può dire con certezza che mai ci pensa all’alternativa? Ecco, pensare all’alternativa è un fantasma materno, fantasma di morte, fantasma che comporta l’abolizione dell’apertura, del due, dell’infinito. È la paralisi intellettuale. Allora niente più deve accadere, ma ogni cosa deve rientrare nell’ambito del possibile o del probabile, ogni cosa deve rientrare nell’ambito della probabilità, della possibilità. Quante possibilità ho io che mi vada bene? Di farcela? L’alternativa. Dunque, quella cosa non ha più nessuna eventualità di accadere, diventa un fatto nell’ambito della possibilità, della probabilità, cioè del previsto, del già previsto, cioè della predestinazione. Così nulla più accade. Pensando all’alternativa niente più accade, tutto è già previsto nel bene e nel male, tutto deve rientrare nell’ambito delle previsioni, nella statistica delle previsioni, quindi nel finibile, nel finito.

Questo toglimento dell’accadere comporta l’assenza di miracolo. Il miracolo è ciò che sorprende perché non segue le leggi del possibile e del probabile, non segue le leggi della natura. Ma quali sono le leggi della natura? Di quale natura si tratta? La natura del possibile e del probabile, la natura dell’umano, cioè la natura che segue i principi deterministici e causalistici. Il miracolo non segue questi principi e è per questo che sorprende, perché segue l’occorrenza, l’esigenza; non già perché è qualcosa di divino, ma perché non segue la via, il criterio del possibile e del probabile.

Per il miracolo non si tratta di appellarsi a un ente superiore, a una divinità o a un dio agente, questa è la superstizione più comune. Il miracolo è ciò che non segue la presunta necessità del sistema, il criterio della necessità del possibile e del probabile. In questo senso il miracolo è l’esigenza di ciascuno. Ciascuno vive per il miracolo. Potremo dire per fare i miracoli. Già Dante lo aveva detto a suo modo, già Dante dà l’indicazione: “Fatti non foste a viver come bruti”, ma per il miracolo, perché qualcosa accada d’imprevisto, di sorprendente. Il miracolo va in direzione della qualità, ma una volta sgombrato il campo dal fantasma di morte, dal fantasma di alternativa, dall’idea di predestinazione, dall’idea di conoscenza di sé, dell’origine e della propria meta, del proprio destino, dei propri mezzi, delle proprie risorse, dei propri limiti. Tutta questa conoscenza è la paralisi, ossia è un’idea di morte. Non è data la conoscenza di sé, la conoscenza dei propri limiti, la conoscenza delle proprie risorse, la conoscenza del proprio avvenire, che sono idee, fantasie, fantasmi di fine; perché ognuno si rappresenta assolutamente peggio di quel che “può fare”, assolutamente peggio, e si rappresenta gli altri assolutamente peggio di quel che sono, e si rappresenta l’avvenire assolutamente peggio, perché se lo rappresenta secondo la paralisi, secondo l’alternativa, secondo la via rettilinea che dovrebbe condurlo… Dove?

Presupporre la via come rettilinea è già la morte, è già l’alternativa, è già la spazializzazione, è già una geometrizzazione della via, è già una geometria dell’apertura, è già un toglimento del due in direzione dell’universalità. Allora, chi può dire di non averci mai pensato? Ma il problema non sta se ci ha mai pensato o no. Il problema è che chi ci pensa si lascia andare, si paralizza, si sostanzializza, si localizza, si sofferma a pensare se desidera vivere o morire. “Ma io desidero veramente vivere o desidero morire?”. E allora si sofferma a pensare alla morte. Ma come pensare alla morte? Perché la morte è impensabile, lo abbiamo già detto. Come pensare alla morte? Attraverso la sua economia, per esempio per la via delle malattie, per cui nessuno pensa alla morte, ma ognuno ci pensa attraverso le malattie.

Pubblico Ma la vita è una malattia, è una malattia come un’altra.

R.C. Sì, questo lo diceva già… Era Mark Twain o George Bernard Shaw?

Pubblico Era un medico.

R.C. Era un medico? Ma lo diceva perché l’aveva letto. Chi lo diceva, secondo lei? Chi era a dirlo? Lo dicevano in tanti pensando di essere originali, ma in realtà dimostrando che ognuno ci pensa.  “La malattia chiamata uomo”, “La vita è una malattia mortale”, cioè in assenza totale di fantasia.

Pubblico Ognuno fa quel che può.

R.C. Esatto, “Ognuno fa quel che può” è proprio la formula matematica del toglimento del miracolo! “Ognuno fa quel che può”, ossia conserva e mantiene i presunti limiti, le presunte pecche, le presunte impossibilità, secondo il criterio del possibile e del probabile. “Ognuno fa quel che può”, ossia ognuno si paralizza. Fare quel che si può è paralizzarsi, è vivere nella paralisi. Perché, che cosa posso fare io? Che cosa posso veramente fare? Nella migliore delle ipotesi, poco o nulla. Che cosa posso fare? Perché, nel momento in cui la questione entra nella possibilità, il negativo, la predestinazione negativa prevale. E se anche prevalesse la predestinazione positiva, è una predestinazione, per cui questo toglie l’ingegno, toglie l’instaurazione del dispositivo, perché tanto la predestinazione è positiva e posso fare qualunque cosa.

Allora, da una parte il principio dell’impossibilità, dall’altra il n’import quoi, posso fare qualunque cosa, senza criterio, senza discernimento, senza direzione. Ognuno si lascia andare sia nella predestinazione positiva sia nella predestinazione negativa. È un lasciarsi andare. Ognuno ci pensa e si lascia andare. Ma questa non è la malattia. Questa è già la morte, la somministrazione della morte attuata solamente pensando di padroneggiarla, pensando di potere esercitarne il controllo e la padronanza, cioè di diventare l’autore, il somministratore del male e facendo dell’economia del male la propria mentalità, cioè il proprio recinto.

Pubblico Questo succede anche a chi ha talento? Visto che il genio si limita a quello che può fare.

R.C. Visto che?

Pubblico Il genio è misurato, ha la sua misura, ha il suo limite.

R.C. Non ho capito. Può dargli il microfono?

Pubblico Se questo succede anche a chi ha del talento. Mi pare di potere dire che il genio è uno che possiede doti particolari. Non saprei come altro definirlo.

R.C. Ma la questione non è questa, non è chi ha talento. La questione è chi non ne ha? Chi non ha talenti? Chi non ne ha?

Pubblico Magari non li usa. Anch’io vado sempre in giro a dire che ho la coscienza a posto, perché non la uso mai, è sempre pulita come la camicia.

R.C. La questione non è chi ha il talento, ma chi non ha talenti? Perché i talenti non stanno nella conoscenza. Chi sa, chi conosce quanti e quali sono i talenti se non corre il rischio di vita? Già il Vangelo ci pone la questione in questi termini. E per chi non li usa, dice Cristo: “Sangue e stridor di denti”, come dire di non andare a protestare poi, a lamentarsi.

C.M. Anche per i talenti c’è il valore assoluto?

R.C. In che senso?

C.M. Che non sono misurabili qualitativamente, cioè non c’è un talento che vale di più rispetto a un altro, perché non so qual è esattamente la specificità del talento, rispetto a che cosa.

R.C. Ah, sì, certo. Non c’è la classificazione dei talenti. Ci sono i talenti.

C.M. Quindi il valore di vita.

R.C. C’è il talento, è chiaro.

C.M. Il talento ha una sua caratteristica.

R.C. I talenti stanno nei mezzi e nei modi della parola. Lì stanno i talenti.

Gregorio G. Secondo lei chi è il più forte, chi arriva prima, chi vince tra Eros e Thanatos?

R.C. Chi vince o chi arriva primo? Cioè, è una gara di corsa?

G.G. Mettiamola così.

R.C. Perché, se fosse una lotta, non ci sarebbe nemmeno chi arriva secondo.

G.G. Beh, ma nell’arco dell’esperienza, l’ultima è Thanatos. O no? Non è il finale?

R.C. No. Nell’ambito dell’esperienza, no.

G.G. Nel ciclo esistenziale.

R.C. Ah, nel ciclo esistenziale! Non lo sappiamo. Non ne sappiamo niente del ciclo esistenziale perché non abbiamo − come dicevamo prima − esperienza della morte in quella direzione; però abbiamo esperienza di altre cose. Perché a lei interessava in questa combinazione?

G.G. Non per un particolare motivo, era uno sviluppo, una riflessione. Sono due totem, chiamiamoli così, di cui ho sentito parlare, di cui ogni tanto sento parlare e che non riesco da solo a sintetizzare e a sviluppare.

R.C. Esatto, ecco un’altra questione. Abbiamo visto l’alternativa, la scelta esclusiva, la dicotomia, la contrapposizione. Lei ci dà un’altra indicazione della fantasmatica gnostica, la sintesi, che è un altro modo della paralisi. Come fare la sintesi è l’ideale gnostico. Fare la sintesi, cioè la ricomposizione. Ma se non c’è frattura, non c’è nemmeno ricomposizione. Se non c’è dicotomia, non c’è nemmeno l’esigenza della ricomposizione. L’idea della ricomposizione, da dove viene? Che cosa c’è da ricomporre o da comporre?

G.G. Può darsi che dipenda dall’incertezza.

R.C. No, dipende sempre dalla formula che dicevamo prima, che il vel viene inteso come alternativa, come contrapposizione, come aut-aut, per cui o l’uno o l’altro. Questa è la sintesi. L’estrema sintesi è questa: o l’uno o l’altro, mi sbarazzo dell’uno e ho l’altro come sintesi del tutto, mi sbarazzo dell’altro e ho l’uno come sintesi. L’idea della sintesi è sempre all’insegna della linearizzazione o dell’algebra, dove cioè le cose sono segnate, hanno un segno, il segno del positivo o del negativo. Segno che dovremmo individuare perché sta dappertutto. Allora, l’importante sarebbe cogliere il segno delle cose, perché quel segno ci dovrebbe dire se fare o non fare quelle cose, se hanno una predestinazione buona o una predestinazione negativa. Questo è il criterio della sintesi, un criterio che toglie l’analisi. Il criterio della sintesi è il criterio della sostanza, è il criterio della drogologia. L’estrema sintesi dell’epoca contemporanea è lo psicofarmaco, è la droga; questa è la sintesi dell’epoca. Tolta l’apertura, tolta l’analisi, tolta la transustanziazione, resta la sostanza buona o malvagia, la droga o lo psicofarmaco. Cosa scelgo? “Devo fare questa cosa, ma ne sarò capace? Forse è meglio se mi carico un po’. Come mi carico? Prendo un caffè. È poco! Ne prendo due. Due adesso e due dopo! Mi fumo anche qualche sigaretta. Però, tutti questi caffè mi fanno male. E se mi facessi un po’ di…? Una volta, anche due! Solo quando ne ho bisogno per fare quella cosa. Perché io non ho i mezzi, sento che da solo non ce la faccio. Mi carico un po’. Ma adesso sono così carico che non riesco più a scaricarmi. Che faccio? Beh, mi faccio una camomilla. Una camomilla da sola non basta. Me ne faccio due! Mi prendo anche una tisana. Beh, però, magari, un piccolo tranquillante… Poco, una volta. Una volta? Quando ne ho bisogno”!

Allora, prima mi carico, poi mi scarico. Questa è la sintesi: vivere di sostanza, vivere di droga. La sintesi. Che bella cosa! No, la questione è quella dell’analisi, non della sintesi. L’analisi senza la sintesi, perché nell’infinito non c’è possibilità di sintesi. L’infinito è senza sintesi.

Pubblico Pazienza!

R.C. Non pazienza. Per fortuna!

Pubblico Sto pensando di farmi ricoverare, ma ho disdetto la prenotazione.

R.C. Ha disdetto la prenotazione?

Pubblico C’è per caso qualche scorciatoia per fare un po’ di felicità, ammesso che…

R.C. Ecco. “Ammesso che…”. La felicità è senza scorciatoie, la felicità è un istante, è ciascun istante nell’itinerario della vita a condizione di non inseguirla come fine, perché se noi facciamo della felicità il fine, quello è il modo migliore per escluderla, in quanto non c’è la padronanza sulla felicità, non c’è il controllo. La felicità partecipa del miracolo, cioè di quanto di meraviglioso e sorprendente accade. Accade! L’accadimento è senza controllo, è senza padronanza, è senza previsione e senza finalismo. Prevederla, calcolarla, stabilirla, inseguirla è il modo migliore per abolirla.

Pubblico Mi viene il nervoso.

R.C. Le viene il nervoso?

Pubblico Se vado in cerca.

R.C. Ah ecco, andando in cerca della felicità, sì, certo, può venire il nervoso.

G.G. Prima si è parlato di talenti. Il concetto stesso di talento già fa riferimento a qualche cosa che preesiste, a cui segue uno sviluppo. Ognuno di noi nasce con dei talenti.

R.C. Ecco, questo è totalmente da mettere in discussione. Abbiamo detto prima che non sono innati, non c’è il talento innato. Adesso lei dice che invece sono innati. No!

G.G. Veramente, prima di sostenere questo, sono partito dal fatto che esistono dei talenti. Il problema è che non vengono scoperti.

R.C. E no, c’è un equivoco. Non è che non vengono scoperti! Ho detto che non c’è chi possa conoscere i suoi talenti. Se ne può avvalere secondo l’occorrenza, ma questo non vuole dire sapere o conoscere quali sono e quanti sono i talenti, perché i talenti sono pulsionali. Il talento esige la pulsione, la domanda, il progetto, il programma, l’occorrenza. Nell’occorrenza, il talento. Però ciò esige che ci sia il dispositivo intellettuale in atto, non il bagaglio.

Non c’è nessun bagaglio e io non so quali sono i miei talenti, per questo accade il miracolo; per cui, all’occorrenza, non devo stabilire se fare o non fare: faccio secondo l’occorrenza. Questa è la questione dei talenti, talenti pulsionali. Pulsionale, cioè che esige la domanda in atto, la forza, la forza in atto in quanto domanda e, ovviamente, il progetto e il programma di vita.

G.G. Guardando il regno animale, però, le cose sembrano funzionare diversamente.

R.C. E beh, ma noi che ce ne facciamo del regno animale? Dobbiamo modellarci sul regno animale?

G.G. Per l’uomo c’è un modello di società che insegna la competizione.

R.C. Può darsi. E allora?

G.G. La competizione è un’idea che ci consente di sopravvivere.

R.C. Ah sì! Esatto, un’idea.

G.G. Le cose sembrano funzionare così.

R.C. No, no, non sembrano.

G.G. La lotta di classe non l’ho inventata io.

R.C. È vero, l’ha inventata Platone, in effetti. Nessuno addebita a lei l’invenzione della lotta di classe, ci ha già pensato Platone. Ma, appunto, si tratta di analizzare l’idea platonica della lotta di classe, mica di realizzarla. Analizzarla, svolgerla, senza parteciparvi. È una fantasia. “Sembra che nella società…”, sembra! Ma se noi questa idea la analizziamo, non è detto che dobbiamo seguirla, obbedirvi, dipendervi. Analizziamola. Analizzandola si dilegua. Però occorre trovarsi all’orlo della vita.

Noi abbiamo cominciato a farlo, e proseguiamo.

 

 

 


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