• RCH
  • Biografia
  • Il disagio e la cura
    • Ascoltare il sintomo
    • Clinica e terapia
    • La logica inconscia
    • La ricerca del modo opportuno
  • Psicanalisi e cifrematica
    • Amore e sessualità
    • L’analisi
    • L’analisi e la formazione
    • La domanda l’amore il transfert
  • Video
  • Sezioni
    • Conferenze
    • Edizione
    • Glossario e Dizionario
    • Video Interviste
    • Materiali multimediali
    • Mostre
    • Recensioni
    • Oralità e Scrittura
  • Blog
  • Comunica
  • RCH
  • Biografia
  • Il disagio e la cura
    • Ascoltare il sintomo
    • Clinica e terapia
    • La logica inconscia
    • La ricerca del modo opportuno
  • Psicanalisi e cifrematica
    • Amore e sessualità
    • L’analisi
    • L’analisi e la formazione
    • La domanda l’amore il transfert
  • Video
  • Sezioni
    • Conferenze
    • Edizione
    • Glossario e Dizionario
    • Video Interviste
    • Materiali multimediali
    • Mostre
    • Recensioni
    • Oralità e Scrittura
  • Blog
  • Comunica

Quindicesimo capitolo del libro La lampada di Aladino

Il caso clinico della Storia di Aladino e della lampada meravigliosa

Ruggero Chinaglia Alla villa San Carlo Borromeo, a Senago, il 28, 29 e 30 maggio si tiene il Congresso mondiale di cifrematica dal titolo Il secondo rinascimento nel pianeta. Un appuntamento straordinario dove sono stati invitati cifrematici, psicanalisti, matematici, scrittori, poeti, artisti, teologi, giuristi, filosofi, imprenditori, medici, biologi, scienziati, banchieri, studenti, finanzieri, amministratori pubblici, ricercatori. Ci sono molti intellettuali da vari paesi d’Europa, dagli Stati Uniti, dalla Cina, dal Giappone. È un appuntamento per verificare a che punto si trova il secondo rinascimento nel pianeta. E nessuno di noi è estraneo al secondo rinascimento, no? Cosa dice? Lei si sente estraneo al secondo rinascimento?

Gregorio Gigante Guardando la situazione economica e finanziaria dubito che siamo nel rinascimento, guardando la situazione individuale, probabilmente sì. Immagino che lei badi molto di più a quella culturale.

R.C. Ma quella culturale non prescinde da un tessuto che investe pure l’economia, la finanza, l’impresa, l’industria.

G.G. Ecco, allora se parliamo di impresa, finanza e industria io sono assolutamente pessimista.

R.C. Al di là di quello che può costituire uno “sguardo d’insieme”, si tratta di verificare i contributi, le istanze, gli avvenimenti e i dispositivi in atto nel pianeta che non concorrono alla visione generale, ma che danno indicazioni per il secondo rinascimento nel pianeta, perché è questo che importa. Importa non la visione del mondo ma quei contributi, quegli avvenimenti, quelle istanze che sono qua e là, e che magari possono anche sfuggire ai più, ma che tuttavia sono essenziali per il secondo rinascimento.

G.G. Speriamo che sia così.

R.C. Ma non è che dobbiamo sperare e basta. Sperando, occorre che ciascuno faccia la sua parte.

G.G. Però ciascuno è sempre un granello di sabbia all’interno…

R.C. Ma di granelli di sabbia è fatto il deserto, così come di gocce d’acqua è fatto l’oceano.

G.G. Questo è vero, però, se io prelevo una goccia dall’oceano oppure la immetto, non se ne accorge nessuno.

R.C. Questo è vero pessimismo.

G.G. Il vero pessimismo viene dai dati dei distretti industriali italiani che stanno scendendo, uno dopo l’altro, in modo catastrofico. La competitività cinese, l’aggressività del mercato asiatico e il numero di ditte che in Italia sta chiudendo.

R.C. Quindi occorre leggere questi dati, occorre farne una lettura non catastrofista, non ottimista né pessimista, perché c’è sempre stata l’idea che ogni variazione e ogni novità concorressero alla fine del pianeta. Perché? Perché il pianeta è valutato per lo più con l’occhio dell’abitudine, quindi con il ricordo del passato. E questo non aiuta a valutare come una novità possa invece concorrere, chiaramente lungo una trasformazione, a un altro modo, e è questo di cui si tratta: un altro modo delle cose.

Dunque, è un’occasione unica, unica e irripetibile per fare una lettura differente dalla vulgata che, appunto, è sempre o catastrofista o sensazionalista, per cui tutto deve cambiare, oppure nulla deve cambiare, ma sempre in una concezione legata ai ricordi. Invece, ben altro è il contributo che può dare questo congresso, e noi auspichiamo che lo dia, partendo dalla constatazione che non si tratta di sperare che avvenga chissà cosa, ma che bisogna dare il proprio contributo.

Dicevamo anche di alcuni libri. C’è un libro in particolare che, data la situazione – direbbe il nostro amico – planetaria, è il caso di leggere, e si intitola La guerra. È un romanzo scritto qualche anno fa, quindi non certamente in relazione alla guerra dell’Irak o alle ultime guerre, ma La guerra è un romanzo che può dare un contributo alla lettura della guerra in corso e anche di alte. La guerra è un romanzo molto bello di Francesco Saverio Alonzo, e è lì a disposizione. Basta rivolgersi alla dottoressa Novaretti che può indicare come fare per acquistarlo. Poi ce ne sono anche altri, ma questo mi sembra particolarmente indicato come lettura, accanto alla bellissima Storia di Aladino e della lampada meravigliosa.

Allora, vi siete preparati per l’incontro di questa sera? Chi ha preparato una domanda, una considerazione, una notazione?

Bruna Milesi Giovedì scorso mi era stata prospettata una cosa molto interessante. Io ho riletto la fiaba e, apparentemente, avevo letto una cosa per un’altra.

R.C. Apparentemente.

B.M. Sono corsa a casa. E invece leggo che Fatima è proprio la madre di Aladino. Ci sono rimasta proprio male.

R.C. Così ha letto?

B.M. Sì. È scritto così. Per tanto la mia delusione è stata grande. Uno di noi disse: “Si nota che sei straniero da come […] Fatima, madre di Aladino…”.

R.C. Dove sta scritto questo?

B.M. Nelle ultime pagine, quando il fratello…

R.C. Ma lei che edizione ha?

B.M. Mondadori.

R.C. Mondadori! Non va bene quell’edizione. È molto imprecisa, tanto è vero che c’è questa imprecisione.

B.M. Quale delle due è imprecisa?

R.C. Quella lì.

B.M. Questa qui. E come mai?

R.C. Perché non c’entra nulla, perché non è così.

B.M. Non è così?

R.C. A che punto è questa cosa?

B.M. Nelle ultime pagine, quando…

R.C. Quando?

B.M. Appena il dannato uomo si rallegrò quando il fratello del mago si reca nella città di Aladino… e prende informazioni e, poco dopo, si reca a casa di questa donna, verso la fine. Secondo questa edizione, è la terzultima pagina.

R.C. Perché è un’edizione succinta, riassuntiva. No, non c’entra nulla. …Santa donna, quali miracoli! Come, gli disse, […] non avete mai sentito parlare di lei, se suscita l’ammirazione di tutta la città… eccetera eccetera, ma non è la mamma di Aladino.

B.M. E anche in un altro punto parla di questa donna come la mamma di Aladino.

R.C. In questa edizione, di pagine ce ne sono molte di più da questo punto alla conclusione del racconto, capisce? Perché quella è riassuntiva, non va bene.

B.M. Pazienza.

Pubblico È in direzione della sintesi.

R.C. È in direzione della sintesi, è un’edizione gnostica.

Quindi, è così che si è preparata per dare notizie di questa natura? Questo non stravolgerebbe mica il tessuto fiabesco, in realtà, però non è così. Occorre dare a Fatima quel che è di Fatima e alla madre di Aladino quel che è della madre di Aladino. Ci sono altre notizie? Va bene.

La Storia di Aladino e della lampada meravigliosa è la storia che descrive la traiettoria del meraviglioso, dalla rappresentazione all’irrappresentabile, dall’idea di sé all’evento temporale di cui il sé è la condizione. Traiettoria del miracolo senza magia e senza ipnosi. La lettura della storia dissipa ogni possibile riferimento al magico e all’ipnotico, ma a condizione di leggerla. Leggerla vuole dire dissipare ogni possibile riferimento alla magia e all’ipnosi in quanto accade. È facile dire “Questo accade per magia. Questo accade per ipnosi”. No, non accadrebbe. Per magia e per ipnosi nulla accade, nulla avviene, tanto meno nulla diviene, e ogni riferimento al magico e all’ipnotico nega l’avvenimento. Leggendola secondo la nominazione, con l’Antico e con il Nuovo Testamento, con l’unicità del caso della principessa, il cifratore approda all’assioma dell’annunciazione. Comunemente nota come annunciazione di Maria.

Il transfert si avvale della trifunzionalità del segno, e la traccia della trifunzionalità è reperibile nel testo, nella lingua greca, per esempio a proposito del verbo dire, che ha tre modi: ειρω, eiro, λεγω, lego, φημì, fhemì. Leggendo il testo dell’annunciazione secondo Luca, ci siamo imbattuti proprio in questa traccia, perché noi siamo sempre stati abituati a porre attenzione al logos. Ma non c’è solo ò logos, c’è anche tò ρημα, rhema. Maria, secondo Luca, nell’annunciazione dice proprio tò ρημα, rhema: “Γenoiτó μoi κaτà τò rημá soυ”, Genoitò moi katà to rhemà sou, “Avvenga di me secondo quel che hai detto, secondo la tua parola”. Qui, viene tradotto “…secondo la parola di Dio”, ma è “…secondo la tua parola”, “secondo quel che hai detto”, “secondo la parola”.

È una distinzione interessantissima, perché da ειρω, eiro procede anche l’ironia, la questione aperta. Dunque, tre verbi che indicano struttura e funzionamento della parola. Ó logos (la parola nella sua logica e nella sua struttura), tò rhema (la parola nell’annunciazione, nel processo intellettuale, per cui ciò che si dice si qualifica e si dirige alla sua cifra), η φημη, hé fhéme, la profezia (la parola con la sua causa, con il suo annuncio), fino alla fama (la parola nella sua tensione alla chiarezza). Questa è l’annunciazione, ossia la struttura del transfert che trae con sé l’obbedienza.

L’obbedienza ha molti fieri oppositori che la riportano sempre alla sudditanza. Invece no, obbedienza è obbedienza alla parola nel suo processo intellettuale, nel suo dire, a quel che si dice e, dicendosi, lungo il processo di qualificazione, approda alla cifra.

L’anfibologia dell’animale fantastico è il metodo imposto al soggetto dall’applicazione della dicotomia alla relazione e, conseguentemente, alle cose. L’anfibologia dell’animale fantastico incomincia quando, rispetto all’obbedienza, rispetto alla relazione, alle indicazioni, agli indici del tempo, il soggetto reagisce e si chiede se ciò sia bene o sia male, se conviene o non conviene, se è buono o cattivo, se è positivo o negativo, come se le cose fossero anfibologiche, cioè potessero andare verso il bene o andare verso il male. E questo è l’animale fantastico di ogni fiaba.

Il tempo è divisione, ma è divisione che non divide in due; non divide in due parti o in due tronconi, o in due metà. Per effetto della divisione temporale s’instaura la differenza sessuale, la differenza assoluta. Cioè, con la divisione s’instaura la differenza, non la dicotomia. Ma c’è anche la divisione da sé del figlio, cui segue l’inidentità del figlio, figlio che non è una persona fisica né una persona spirituale, non è maschera, ma è il significante che funziona nel transfert. Divisione funzionale e divisione sessuale o temporale intervengono nella struttura della parola.

Che cosa comporta ammettere il figlio e la divisione da sé che lo caratterizza? Comporta la dissipazione dell’idea del gemello, della copia, del pari, del simile, del discendente genealogico, dunque la dissipazione dell’idea di rivalità. Senza l’ammissione del figlio, del figlio funzionale, ci sono rivali da tutte le parti; ognuno vede rivali dappertutto.

La questione è pratica e clinica, e comporta che ogni idea di rivalità esige l’analisi del figlio, della struttura del figlio, dell’idea del figlio. Quale idea di figlio io mi porto appresso? Quindi, la divisione da sé è proprietà del figlio, la divisione sessuale è proprietà del tempo. La piega che ciascuna cosa incontra procedendo nella qualificazione è proprietà dell’Altro. Dalla piega quale proprietà dell’Altro, procede la dissipazione dell’idea della credenza nella casistica, della statistica, della serialità, della significabilità del segno e della sua prevedibilità, nonché della probabilità, nonché della possibilità.

Allora, è dalla piega, dall’instaurazione della piega quale proprietà dell’Altro, che esige l’instaurazione dell’Altro, che procedono il racconto e la narrazione, il sogno e la dimenticanza, come dire che si dissipa il realismo, l’idea che ciò che vedo, che sento, che penso, che dico, che sento dire sia reale. Ciò che sento, che dico, che penso, non è reale, a meno che io non viva nella soggettività, non sia soggetto del realismo, cioè soggetto senza la parola, senza la logica della nominazione, senza annunciazione, senza transfert.

Tolto il transfert, tolta l’annunciazione, tolto quindi il mito di Maria, il mito di Cristo, tolta tutta una serie di cose, allora sorge il realismo. Il realismo è il regime, il regime senza parola, questo è il realismo. Regime antintellettuale dove ognuno parla la sua lingua come lingua comune, lingua gergale senza annunciazione, senza Babele, senza Pentecoste. Realismo. Senza tempo, perché il realismo esige il toglimento del tempo. Non c’è più differenza, c’è il realismo, ossia lo stato dei fatti “Le cose stanno così”! Questo è il realismo. Primo corollario del realismo è l’idea di mortalità.

Ora, di ciò che dico, sento dire, vedo, leggo, sento raccontare, racconto, di ciò che odo, di ciò che scrivo, di ciò che altri scrive, altri dice, importa la lezione, non il realismo, non il significato. La lezione e la sezione secondo la logica della nominazione, e di questo si tratta nella questione intellettuale, che va dalla libertà del principio della parola alla libertà intellettuale, alla cifra della parola. E quindi la lezione non è più ex cathedra, ma segue la cifratura stessa, e importa la lezione del secondo rinascimento.

Qual è la lezione del secondo rinascimento? Cifrando il materiale linguistico, il materiale del racconto, il materiale della narrazione, il materiale di ciò che si dice, dunque il materiale non realistico ma linguistico, il fantasma materno si dissipa a favore dell’operazione, ossia, l’enunciazione di un’idea di fine, di un’idea di disgrazia, di un’idea di male, di un’idea di corruzione, di disgregazione, di denigrazione, di degradazione, anche quell’idea è sulla traccia di un operatore che è sintattico, frastico e pragmatico, cioè di un operatore che va in direzione della scrittura della ricerca e della scrittura del fare, sempre che vi sia il dispositivo della ricerca e il dispositivo dell’impresa; certamente non per magia né per ipnosi.

Nel dispositivo della ricerca e nel dispositivo dell’impresa ogni idea, anche quella, per così dire, che si appunta sul negativo, sul male e su ogni rappresentazione della negatività e della malignità, può andare in direzione della sua cifra, avendo modo d’intendere l’operatore non secondo il realismo del fantasma materno, ma secondo l’estremismo della parola, per cui ciascuna cosa va presa per la sua punta e non per la sua coda, anche dove viene posto l’accento sul negativo, perché questo è effetto di un’operazione d’applicazione della dicotomia.

Leggendo senza condividere la dicotomizzazione, siamo in grado di ascoltare, di udire, di leggere di cosa si tratti. La lettura del secondo rinascimento e con il secondo rinascimento è cifrale, esige il caso di qualità, l’unicum, la cifra. Le cose si fanno, si valutano e si valorizzano non più a partire dal deterrente della pena, come ogni buon soggetto insegna, ma per l’esigenza di valore e di soddisfazione. Valore e soddisfazione esigono sicuramente la dissipazione soggettiva.

Che cos’è la soggettività della soddisfazione? È l’idea della localizzazione e della contabilità della soddisfazione, di sapere dove stia, di potere prevederla, di potere calcolarla, di potere gestirla.

Queste sono indicazioni che vengono dalla lettura del testo delle Mille e una notte, tenendo conto delle indicazioni del caso della principessa Shahrazàd che, situandosi nell’idea di alternativa, quindi procedendo dal matricidio anziché dall’apertura, situandosi nell’idea di alternativa se la rappresenta come il taglio della testa. La dicotomia, una volta applicata all’apertura, alle cose, alla relazione, poi ritorna fantasmaticamente come l’idea del possibile taglio della testa.

Che cos’è il taglio della testa? Per Shahrazàd è il taglio della testa, ma per altri, altre cose. Per Shahrazàd è una rappresentazione materna, una rappresentazione localizzata e sostanzializzata della divisione sessuale, della divisione temporale o, per un altro verso, una rappresentazione dell’inaccettabilità dell’assenza di ragionamento, un modo di dirsi “Se mi lascio prendere dall’alternativa, se applico l’alternativa anziché ragionare, ebbene, è una decapitazione”. Quindi, per un verso, un cedimento, un lasciarsi andare all’idea materna, però anche un’istanza di ragionamento, perché non c’è da credere che questa possa venire meno del tutto. Non c’è proprio modo di togliere il cervello dalle cose, se non in un certo discorso che arriva fino al suicidio, certamente, ma non proprio a ogni piè sospinto.

Il caso clinico rilascia teoremi e assiomi. E come il cifratore si accorge della scrittura clinica del suo caso? Dai teoremi e dagli assiomi che concorrono ai cifremi del suo viaggio, cioè alle proprietà della parola e dell’itinerario, come dire che un viaggio senza teoremi, senza assiomi e senza cifremi non è un viaggio. Non c’è viaggio che possa procedere senza teoremi, assiomi e cifremi.

Importa, qui, mettere in evidenza che ciò che consente la lettura e l’ascolto di quel che nelle conversazioni, nelle sedute, negli incontri è addotto come causa, o giustificazione del male, o del negativo, o di una qualche impossibilità, è un fantasma materno soggettivo che pone una sfida: la sfida dell’ascolto, la sfida della lettura, la sfida del suo rivolgimento verso la cifra, la sfida di non essere accettato realisticamente, perché se così fosse, nessuno andrebbe a raccontare.

Ci avete mai pensato? In virtù di che cosa qualcuno va a raccontare i suoi guai, le sue negatività, i suoi problemi, le sue impossibilità a altri? Per la chance dell’ascolto, per l’eventualità dell’ascolto, della lettura, ossia della dissipazione del realismo che in parte lo prende. In parte, una piccola parte, altrimenti non andrebbe nemmeno a raccontare, non ci sarebbe nessun racconto, nessuna conversazione. Allora, che cosa accade se invece dell’ascolto, se invece del dispositivo della parola s’instaura una complicità? Che cosa accade? Che il soggetto incontra una specularità, una condivisione, e il fantasma si conferma anziché dissiparsi. Allora, può accadere come a quella persona che si recava da un allievo di Freud e che, dopo la seduta, andava spesso a mangiare un piatto di cervella fritte. Eh sì, perché per lui il cervello dell’analista era assolutamente “commestibile”, era assolutamente “in pappa”, e l’unico modo di rappresentarselo era quello di andare a mangiarselo fritto. È ciò indicativo, è assolutamente indicativo. Instauratasi la complicità, per non cedere al fantasma materno, costui aveva trovato l’accorgimento di andare a mangiarsi un piatto di cervella fritte! Non è che la complicità non produca effetti, ne produce, per esempio questo riportato da Lacan, e non solo. Complicità che impedisce il viaggio e la dissipazione del fantasma.

Ora, perché vi sia viaggio, perché si produca ascolto, perché il cervello non debba essere mangiato fritto, o in umido, o in altri modi, occorre non credere a ciò che viene impartito dall’addestramento disciplinare degli psicopompi, i quali prescrivono che il così detto paziente – paziente che deve essere molto paziente – e lo psicopompo in questione, debbano vestire gli stessi panni, tant’è che lo psicopompo deve mettersi nei panni altrui.

È questa la complicità, la condivisione delle abitudini, la condivisione dell’habitus, una complicità buona per i convenevoli sociali, ma non per l’itinerario intellettuale. Quindi, ogni forma di così detta empatia, simpatia, compatimento, patimento, ogni forma di pathos, di compassione e di compatologia, cioè di condivisione del sintomo inserendolo in una classificazione, ogni forma di compatologia che dovrebbe unire lo psicopompo e il suo alter ego, il paziente, o il paziente e il suo alter ego, lo psicopompo, stabilisce la complicità che è spacciata per alleanza terapeutica.

Ma l’alleanza non è terapeutica, non può essere finalizzata alla terapia; l’alleanza non può essere finalizzata. L’alleanza procede dall’apertura, è il modo stesso del due, quindi è il modo del legame-slegame, è il modo della relazione, che però non è relazione con qualcuno, ma è l’alleanza originaria della parola. Non è alleanza con, non è relazione con qualcuno. E dall’alleanza procede il patto, il patto per la riuscita. Per la riuscita! Non è il patto sociale, non è il patto per la terapia. È assolutamente incommensurabile la distanza tra la questione intellettuale, il viaggio intellettuale, e ogni psicoterapia. Occorre che questo sia chiaro.

G.G. Può chiarire meglio questa distanza incommensurabile?

R.C. La distanza fra l’itinerario intellettuale, l’itinerario cifrematico e ogni psicoterapia, che si fonda invece su stereotipi, su quegli stessi stereotipi che impediscono la dissipazione fantasmatica, è incommensurabile. Un esempio? Lo stereotipo psicopatologico, il riferimento alla psicopatologia. Il riferimento alla psicopatologia, con il suo correlato, la diagnosi psicopatologica, nega, impedisce annichilisce ogni possibile attraversamento del fantasma perché lo conferma ab ovo, all’origine. Cioè, conferma la nozione stessa di origine, d’origine negativa, di appartenenza negativa, di destino negativo con la diagnosi psicopatologica, con la prescrizione di malattia. È più chiaro così? Perché non sempre arrivo subito alla chiarezza, ho bisogno che lei mi solleciti. Occorrono sollecitazioni. Capisce?

G.G. Sì, però, secondo me, avere le definizioni della psicopatologia aiuta.

R.C. Aiuta chi? Lo psicopompo a fare lo psicopompo?

G.G. Anche imparare a farlo.

R.C. Esatto, imparare a fare lo psicopompo! Ma qui non si tratta di fare lo psicopompo, cioè non si tratta di condurre anime da una sponda all’altra dell’Acheronte.

G.G. Però le definizioni servono.

R.C. A condizione che siano cifrali e non definizioni ontologiche. Ogni definizione ontologica risulta una prescrizione e, come tale, grava sul viaggio. È come un’ancora che trattiene e impedisce il viaggio.

G.G. Però, posso? Voglio interromperla in questo tipo di discorso molto più complesso, perché ho pensato a un dettaglio.

R.C. Sì, prego.

G.G. Però, qui non viviamo in un mondo euclideo, cioè una sfera non tocca un piano in un solo punto, ma in una moltitudine di punti. Io, giusto per fare un esempio, ho comprato un tavolo che ha un colore indefinito fra il verde e il blu, perché, mentre prima magari uno poteva distinguere il verde dal blu, adesso, con l’uso del computer, uno ha tutte le gradazioni, il tutto continuo che esiste tra il verde e il blu, che non può definirlo, però comunque uno si muove per approssimazioni. La sfera non esiste, ma io la definisco. Il verde è comodo definirlo, è comodo definire il blu. Sicuramente quel colore che è fra i due non è il rosso. Allora, a questo punto, secondo me, “disturbo psicotico di personalità” oppure “disturbo borderline di personalità”, è molto utile avendo una definizione. Poi, chiaramente, non esisterà mai un cento per cento…

R.C. Ma è utile a che pro?

G.G. Al pro di potere fare in modo che la persona prenda consapevolezza di quelle che sono le sue difficoltà.

R.C. Ah! Prenda consapevolezza, prenda la coscienza di malattia! Prenda consapevolezza che è disturbato!

G.G. Eh sì, perché è importante questo.

R.C. Ma è disturbato per chi? Perché? Secondo quale canone?

G.G. Quello che ha decapitato il soldato americano sicuramente è una persona disturbata. Che lui lo capisca è importante, perché lui crede di essere un eroe. Il tifoso che spara il colpo allo stadio è molto probabile che abbia un disturbo borderline della personalità, è importante che lo capisca. Secondo me, non è una persona normale quello che spara allo stadio. A mio avviso le definizioni aiutano parecchio per dare una definizione, per capire più o meno dove uno deve andare a parare. Ma è chiaro che se uno poi etichetta, allora lì sta sbagliando.

R.C. Questo se noi prescindiamo dal racconto, dal racconto che l’autore di un certo gesto può fare.

G.G. Etichettare favorisce personaggi come Stalin. In Russia, i manicomi, gli psichiatri erano al servizio del potere.

R.C. Eh sì. In Germania erano al servizio di Hitler, in Cile erano al servizio di Pinochet, in Cina al servizio di Mao e via discorrendo.

G.G. Io volevo sapere se la consapevolezza di una persona nasce nel momento in cui si percepisce come estraneo a se stesso. Questa percezione, quando esiste?

R.C. La percezione di estraneità?

G.G. Io credo che uno la percepisca nel momento in cui s’identifica con un altro e vede che l’altro sta facendo qualcosa che lui avrebbe fatto in quella situazione. A me è capitato così in una circostanza precisa, e ho capito, ho preso consapevolezza, mi sono svegliato.

R.C. Ecco, certo. La questione è proprio questa: è la questione dell’identificazione, dello specchio senza specularità, quindi è la questione della cifratura, dell’analisi, del ragionamento e non dell’etichettatura. A che giova l’etichettatura? Se noi facciamo l’elenco di qualcosa, questa elencazione, questo catalogo, questa catalogazione giova alla dissipazione del fantasma, per cui ciascun caso è in corso in quella vicenda apparentemente simile, senza ascoltarne il racconto, la testimonianza? Perché, appunto, il canone occidentale invita al catalogo, alla sistematizzazione, alla classificazione, non alla lettura, non all’ascolto, cioè non invita a intendere le ragioni come ragioni dell’Altro, ma pone una “ragione” come schema applicabile, come idea di una ragione, di un raziocinio, di una ragionevolezza. Ma la ragionevolezza non è la ragione.

Ciascuno pensa, parla, dice, fa non per ragionevolezza, ma secondo la ragione della parola. Se noi ci fermiamo alla ragionevolezza e leggiamo la storia di Aladino e della lampada meravigliosa, che cosa ha di interessante da dirci? Ragionevolmente, quale lezione potrebbe venire da una lettura ragionevole della Storia di Aladino e della lampada meravigliosa? Perché sarebbe meravigliosa questa lampada? Ragionevolmente parlando, perché? Perché compie prodigi? Soddisfa i desideri? Sarebbe quello? Ragionevolmente parlando, sarebbe quello l’interesse? Che occorre dotarsi di uno strumento magico per continuare a vivere ipnotizzati? Ragionevolmente, l’interesse della fiaba sarebbe che occorre dotarsi della lampada, di una lampada magica per conseguire i propri sogni, i propri desideri? Sarebbe questo, ragionevolmente, l’interesse? Ma se noi la leggiamo ragionevolmente, cosa potremmo trovare se non questo? C’era una volta Aladino che era povero e disgraziato, poi è diventato ricco e famoso, e aveva anche una bella moglie piena di soldi. Dunque, sarebbe questa la lezione? Era piccolo, nero e sfigato; è diventato bianco, grosso e fortunato. E allora ognuno deve sperare di diventare Aladino; è così? Cioè, la lezione della fiaba è che c’è chi è fortunato e chi è sfigato? Meglio sperare di essere fortunati, ragionevolmente. Ragionevolmente, così la possiamo leggere, no? O c’è modo di ricavare altre indicazioni, a parte queste, ragionevolmente? Ditemi.

G.G. Chiunque è sfigato, nero, piccolo, eccetera eccetera; comunque, ha una speranza di potere diventare qualcosa di più, quindi…

R.C. Ma certo! Ognuno ha la speranza, ognuno può sperare. È questo il canone occidentale. E se non lo consegue in questa vita, può sperare nell’aldilà! È questa la rassegnazione. La rassegnazione è questo: “speriamo, speriamo che ci vada bene”. Sperate, sperate fratres! Speriamo. No! Qui non si parla né di magia, né di ipnosi, né di rassegnazione; è questo l’interesse della cosa. In questa fiaba, anzi in questa storia, importa non già Aladino, ma la principessa. Se noi la leggiamo come la storia di Aladino, prendiamo una cantonata, la leggiamo canonicamente e, allora, a un certo punto, la fiaba finisce, e vissero tutti felici e contenti. È una fiaba a lieto fine, cioè è una fiaba che conferma la rassegnazione dei mortali, perché, tanto, tutto finisce. O lietamente o meno lietamente, tutto finisce. Qui, per favorire la rassegnazione, canonicamente ci sarebbe il lieto fine. Invece non c’è il lieto fine, tant’è vero che il libro prosegue, il racconto prosegue, perché è un racconto nel viaggio di Shahrazàd; è Shahrazàd che racconta! Quindi, Shahrazàd presenta il suo personaggio: questo fa ognuno che si presenta! Presentandosi, ognuno si presenta come personaggio, e racconta che cosa? Ciò che l’ha prodotto nella convinzione di rappresentare quel personaggio. Con una sfida: di non essere imprigionato nel personaggio. Con un auspicio: che si dissipi quel personaggio. Non che cambi, ma che si dissipi. Il personaggio non cambia: o si dissipa o si ripete. Identico, mutatis mutandis. O il personaggio si dissipa, e la fantasmatica che lo rappresenta è attraversata, oppure quel personaggio è sempre riproposto, perché è funzionale al mondo che rappresenta, è funzionale alla presentificazione del ricordo su cui si regge. O quel ricordo è dissipato o è mantenuto e si ripropone, volta per volta, con qualche variante, perché ognuno, una volta presentato personaggio, è al servizio di quel personaggio, obbedisce a quel personaggio, perché quel personaggio giustifica la realtà presente, e quindi è necessario. Sta qui la furbizia della ragionevolezza.

Cecilia Maurantonio Quindi il personaggio si regge sulla credenza della realtà.

R.C. E certo. Giustifica, giustifica. Causa e giustifica la realtà presente.

G.G. La guarigione è una conseguenza. […] un sintomo compare come conseguenza.

R.C. Sta qui la furbizia della ragione. La furbizia della ragione è quella di presumere di sapere quale sia il sintomo, di localizzare il sintomo, magari definendolo. Lei dice “un sintomo, poniamo un sintomo”. Quello che però comunemente è chiamato “un sintomo” è una rappresentazione.

G.G. La persona non soffre in realtà? La sua sofferenza è autentica.

R.C. Non è questo il punto. Il masochismo morale vive di questa sofferenza. E se lei provasse a togliergliela, vedrebbe le conseguenze. Capisce? Si fa presto a dire la sofferenza. Ma di cosa si tratta? Quale sofferenza? Quella che si rappresenta, quella che si mostra? Quella fa parte del personaggio. Allora, la questione è la dissipazione del personaggio. Dissipandosi il personaggio è chiaro che tutto ciò che vi sta intorno sfuma, non ha più dove poggiare, ma occorre la dissipazione del personaggio e della rappresentazione da cui il personaggio è stato creato, prodotto, presentato e mantenuto. E tutto ciò è complesso, non poggia sul senso comune, sul buon senso, sulla ragionevolezza, per nulla. Questa è la questione. Non basta il buon senso o il senso comune per intendere dove poggia, perché e come s’instauri un certo personaggio, e a cosa è funzionale. Tutto ciò non è già saputo, non è già noto, non sta nelle classificazioni, e ciascun caso è da indagare nel suo viaggio non secondo una casistica, perché così non s’intenderebbe nulla.

Dunque, la Storia di Aladino e della lampada meravigliosa è innanzi tutto una storia; non è il fatto di Aladino, è la storia. Per intendere di che cosa si tratti, occorre leggerla senza il canone e occorre indagare i personaggi della fiaba senza realismo. Allora, noi troviamo che c’è una principessa e c’è un promesso sposo. Ma la principessa come si prefigura le nozze? Come abbiamo visto la settimana scorsa, se le prefigura “…in una stanza meschina e scura”, quindi c’è una degradazione della sessualità. A partire da che cosa?

La principessa, in attesa delle nozze, dubita se sia il caso di procedere alle nozze stesse. Perché, se si sposasse, che cosa accadrebbe? Accadrebbero tutta una serie di disavventure: che Aladino potrebbe rivelarsi un poveraccio non in grado di difenderla, lei potrebbe venire rapita, si farebbe avanti un pretendente nella fattispecie di un mago, addirittura africano che, mentre il marito distrattamente si fa gli affari suoi da un’altra parte, arriva lì e la insidia, e lei, poi, potrebbe cedere alle insidie, oppure dovrebbe addirittura ucciderlo. E poi cosa accadrebbe? Che ce ne sarebbe un altro. Tutta una serie di dicotomie, di alternative, di anfibologie fra il padre e il sultano, fra il padre e lo sposo, fra lo sposo e l’amante, fra il padre e l’amante, fra lo sposo di nobili origini o di umili origini, tutta una serie di possibilità positive o negative che vengono da dove? Da dove vengono? Vengono dal matricidio! E, simultaneamente, con il matricidio è fantasmatizzata anche la messa a morte del padre e la messa a morte dello sposo, e con la degradazione della sessualità.

Se voi leggete la storia fino alla rappresentazione degradata delle nozze, noterete che non c’è la madre; non c’è la madre della sposa. La madre della principessa è assente, è negata. C’è la sultana, c’è la madre di Aladino, ma la madre della principessa non c’è. E la madre di Aladino è una madre… Beh, sì, ha l’ardire di presentarsi al sultano, ma è paurosa, ha paura del genio, ha paura della ricchezza, non vuole sapere di questo, non vuole sapere di quello, ha paura di Aladino, non riesce a educarlo, è una madre con mille pecche, è una madre senza mito, è una matrigna, è una madre che è una disgrazia avere. E, infatti, Aladino, con una madre così, ha mille peripezie.

Improvvisamente, la madre giunge dopo le nozze. Ma quali nozze? Le nozze in cui Aladino non è Aladino; lo sposo è Aladino, ma non è Aladino. C’è l’anfibologia tra Aladino e il figlio del visir, Aladino e il figlio. Come sarebbe il figlio se… Come sarebbe? Sarebbe come Aladino, come il visir, come il figlio del visir? Il quale, la prima notte di nozze, si fa chiudere nel bagno. Ma tutto questo è fantasmatica della principessa. Aladino è personaggio della principessa, è un’anfibologia ideata dalla principessa che, partendo dal matricidio, quindi dalla fine, pensa la sua fine se si sposasse. A partire dalla fine, segue tutta la serie delle disgrazie.

Quindi, il viaggio non è di Aladino, è della principessa, che, negando la parola, negando l’infinito, negando il dispositivo, negando la differenza del figlio e la differenza assoluta, si rappresenta ogni negatività: le minacce di rapimento, di morte, di stupro…

G.G. La spada!

R.C. La spada. Eh, la spada. La spada era lì.

G.G. Nella cacciata dal paradiso, gli arcangeli, muniti di spada, impedivano di entrare.

R.C. Sì, esatto. Qui invece era fra lui e lei. Ma, appunto, forse che la cacciata non è una fantasia? “C’era una volta un giardino dove stavamo benissimo e, a un certo punto, ne fummo cacciati”. “Qualcuno mi costrinse a venire al mondo in questa valle di lacrime”. “Guai a lui! Guai a lui che mi ha immesso nella mortalità. Guai a lui!”. Fantasia ora di Adamo ora di Eva, fantasia dell’uomo, fantasia dell’uomo mortale. La cacciata è una fantasia dell’uomo mortale, è una fantasia del soggetto, il quale soggetto dice: “È stato lui! No, è stata lei! Ma guarda che, se era per me, ero ancora lì. È stato lui! Ma no, è stata lei! Ah!”, e quindi si mantiene come personaggio mortale, attribuendo la colpa e giustificando la pena, e dunque instaurando il canone della vendetta. Qui, invece, la principessa non cede, non si lascia andare al realismo, ma avviene l’elaborazione della fantasia di alternativa.

Il caso è quello della promessa sposa che la notte prima delle nozze si chiede: “Ma faccio bene o faccio male a sposarlo? Ma questo sposo è veramente un bravo ragazzo o è un malintenzionato? E mio padre, che mi lascia andare così alle nozze, che mi concede a questo che non sappiamo bene se sia un buon uomo o un uomo malvagio, è un disgraziato. In virtù di che cosa mi fa sposare? Perché non mi vuole bene, mio padre non mi ama, mi lascia andare con uno qualsiasi che è arrivato lì, di umilissime origini, che ha fatto qualcosa di buono, ma per via di certi aiuti, per cui non vale gran che”.

Però la notte passa e queste fantasie sono elaborate. E non c’è più l’alternativa fra il padre e lo sposo, non c’è più l’alternativa al matrimonio, perché, con la madre instaurata, con il mito della madre, data l’infinità delle cose, il matrimonio non è incestuoso, non è la realizzazione dell’incesto, ma diviene dispositivo sessuale, diviene sacramento, cioè diviene nella parola dispositivo e non come realizzazione erotica dell’incesto.

Questo è il caso che propone questa storia, dove appunto la lampada non è magica, è meravigliosa, perché dalla lampada procede ciascuna cosa e va in direzione della qualità. Quindi, non è la lampada del bene o del male, perché, se così fosse, Shahrazàd non instaurerebbe il dispositivo del matrimonio, mentre noi leggiamo che Shahrazàd si sposa e non c’è più il taglio della testa, e non c’è più il tradimento, e non c’è più l’incesto, e lungo una serie di teoremi e di assiomi si scrive il viaggio di Shahrazàd.

La Storia di Aladino e della lampada meravigliosa svolge il caso clinico della promessa sposa che ha un momento di debolezza, di dubbio, un cedimento dovuto al matricidio, perché è a partire da ciò che sorge l’idea di alternativa. Allora sì, la lampada è magica nel cedimento del matricidio, nel momento in cui l’origine si localizza e, localizzandosi l’origine, la morte è assicurata, significata dall’uovo di rukh, l’origine del potere del genio, l’origine del potere della lampada. Posta l’idea di origine, il genio non ha più potere perché non c’è l’annunciazione. E, invece, dalla lampada procede l’annunciazione, questa è la questione effettiva del genio, questa è la questione di Aladino e del genio. Si tratta dell’annunciazione, e lungo l’annunciazione avvengono le cose fino alla scrittura del caso, che si scrive con il matrimonio, con la dissipazione dell’idea d’incesto.

Questo è il teorema del caso: non c’è più erotismo, non c’è più incesto! Il matrimonio esige la dissipazione dell’erotismo e del tabù dell’incesto, cioè della rappresentazione dell’incesto, senza cui non c’è matrimonio ma idea di stupro, di violenza, di pericolo, di rapimento, di degradazione.

È chiaro che ci sono tante altre cose al proposito, ma per ora concludiamo e proseguiamo il viaggio.


Facebooktwitterlinkedin
Edizione
  • La politica del brainworker
  • Come combattere per la salute
  • Un vaccino per il linfoma follicolare
  • Con la crisi non c'è più sistema
  • Dove cogliere i frutti del tempo
  • Il criterio dell'ascolto
  • La forza del progetto e dell'ingegno
  • La scuola e l’abuso di sostanze
  • L'amore senza fine, l'odio senza rimando
  • La medicina e la cura. Non c'è rivoluzione transumanista
  • Noi, l’infinito e il gerundio della psicanalisi
  • L’istante della clinica
  • Il gerundio, la complessità, la lettura
  • Come ciascuno diviene art ambassador
  • Libertà originaria o libertà possibile?
  • Integrità e annunciazione
  • Come leggere le fiabe
  • L’inconscio trascorre in un film
  • Babadook e la fantasia dell’uomo nero
  • Il delirio e la clinica
  • La famiglia. L’amore, l’odio e il fantasma d’incesto.
  • La famiglia, il diritto, la sessualità
  • L’encefalo senza cervello. Il nuovo psichismo
  • La morsa dello psichismo tra demonologia e organicismo. Ma c’è la parola, che non si può togliere.
  • La madre, il suo mito, la sua rappresentazione
  • Sessualità e mimetismo
  • La famiglia. L’idea di Dio e l’idea del padre
  • Il padre debole e il figlio ribelle
  • L’amore e l’odio. La famiglia, il diritto, la sessualità
  • La famiglia e l’altra famiglia
  • Il mito della famiglia
  • L'amore del padre e il matricidio
  • L'avvenire e l'idea dell'avvenire
  • La realtà dell’esperienza
  • La città della differenza. Dove vivere, come vivere, senza vergogna
  • L’invito
  • L’invito alla battaglia
  • Noi, qui
  • La voglia e la realtà della cifra
  • La lettura delle fiabe
  • La follia e l'arte
  • La tentazione del cibo
  • L'educazione. Amicizia, solidarietà, relazione
  • L'inconscio e la qualità della vita
  • La scuola e l’itinerario intellettuale
  • La scommessa dell’avvenire
  • La forza, l’orgoglio, la missione
  • La scuola, l’intellettualità, il merito
  • La democrazia
  • L’autorità e la disciplina
  • La decisione
  • Chi intende. Quale programma?
  • I dispositivi economici e i dispositivi finanziari
  • L’economia e la finanza. L’educazione al valore della vita
  • La scuola: per tutti o per ciascuno?
  • Generalmente, normalmente, comunemente.
  • La scuola senza etichette
  • La necessità pragmatica
  • La direzione e la bussola
  • Hänsel e Gretel
  • Cappuccetto rosso
  • Rosaspina
  • La sirenetta
  • I cigni selvatici
  • Il gatto con gli stivali
  • Barbablù
  • Il brutto anatroccolo
  • La lingua della parola
  • Il teorema della redenzione
  • La lingua dell’autorità
  • La lingua dell’annunciazione
  • La lingua della notizia
  • La lingua della volontà e il giro della morte
  • La lingua civile
  • La lingua dell’esperienza della parola
  • Il capitalismo nuovo e la sua lingua
  • La lingua della cura
  • Particolarità, proprietà, virtù della parola non sono personali
  • Non c’è più da aspettare
  • I termini della scommessa
  • “Sì, però…”, l’ipotiposi. E non c’è più litigio
  • La lingua della vita
  • Cibo e erotismo
  • La vita come reality
  • Farsi vittima
  • Stress e relax
  • La famiglia di Aladino
  • La lampada dell’erotismo
  • La poesia dell’acqua
  • L’amore
  • I giovani e la conoscenza
  • Aladino, il cibo, il fumo
  • Come il fantasma di morte fonda la nosologia e si dilegua all’orlo della vita
  • Di una lampada che non illumina
  • Cristo, Aladino e l’annunciazione
  • Aladino, la principessa, la sessualità
  • Mamma la paura: il matricidio, l’aborto, l’infanticidio
  • L’incredibile potere dell’uovo di Rukh
  • Patrimonio e matrimonio
  • Il caso clinico della Storia di Aladino e della lampada meravigliosa
  • Il modo dell’amore
  • L’amore libero
  • In materia d’amore
  • L’amore nell’educazione
  • L’amore senza genealogia
  • L’amore più ne ha, più ne dà
  • Il figlio, la memoria, il dolore
  • Come e perché la lettura dissipa i personaggi della fiaba e instaura il caso clinico e il caso di cifra
  • La lettura e l’ascolto
  • Il vittimismo e il fantasma di assassinio
  • Bullismo e vittimismo
  • L’abbandono
  • La famiglia senza più edipismo
  • L’ascolto
  • La famiglia come traccia e la clinica
  • Amicizia, solidarietà, relazione
  • Innamoramento e amore
  • Il narcisismo
  • L’amore del padre e l’odio della madre
  • Sessualità, generosità, riuscita
  • I dispositivi sessuali nella famiglia e nella scuola
  • L’educazione, l’ambiente, la civiltà
  • L’educazione senza ostilità
  • L’efficacia dell’insegnamento
  • Il progetto e il programma di vita
  • I dispositivi di direzione
Scroll
RUGGERO CHINAGLIA
Largo Europa 16 35137 Padova
+ (39) 0498759300
ruggerochinaglia@infinito.it
Articoli recenti
  • LA CIVILTÀ SENZA PAZZIA. La questione uomo, la scienza, la questione intellettuale
  • LEGGENDO VERDIGLIONE – Dibattiti
  • INQUISIZIONI ANTICHE E ATTUALI. La questione donna, la scienza, la questione intellettuale
Policy
  • Policy del sito
  • Privacy Policy
  • Cookies-policy
Visita anche
cifrematicapadova.it

chiweb.net

Ruggero Chinaglia – Largo Europa 16, Padova + (39) 0498759300 – ruggerochinaglia@infinito.it – [ P.Iva 02053560286 ]

Per offrirti il miglior servizio possibile questo sito utilizza cookies. Continuando la navigazione nel sito acconsenti al loro impiego in conformità alla nostra Cookie Policy. Accetto No Cookie & Privacy Policy
Privacy & Cookies Policy

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA