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Articolo pubblicato su “LA CITTÀ DEL SECONDO RINASCIMENTO”, N.17

COME COMBATTERE PER LA SALUTE

La salute, per ciascuno, procede dal progetto e dal programma di vita e è istanza di qualità. Procede dalla necessità di vivere per compiere il progetto, la missione, il programma. Necessità non prescritta, non obbligata, di qualità.

La vita originaria è la parola secondo la sua particolarità, in direzione della qualità. Attorno a questo verte l’essenziale per ciascuno: è quanto emerge dalla mia esperienza di oltre trent’anni di ricerca e d’impresa intorno alla logica e alla struttura della parola, alla sua clinica, alla sua qualità.

La salute come istanza di qualità dipende dall’infinito attuale delle cose che si fanno e segue l’avvenire del progetto e del programma di vita. La mentalità energetistica che misura la vitalità sulla funzione di morte pubblicizza che nulla si può fare senza la salute, eleggendola a bene preventivo, immaginifico, ideale su cui ognuno può fondare i suoi alibi negativi, i suoi ricatti, le sue stanchezze, i suoi cedimenti; così, la salute non può scriversi fino alla qualità e la vita diventa attesa della fine, attesa che si compia la prescrizione che accomuna tutti gli uomini, contenuta nel sillogismo aristotelico.

La pubblicizzazione della coppia alternativa benessere/malessere con la prescrizione della parossistica ricerca del benessere, che deve culminare nell’espulsione del malessere, è il frutto dell’insediamento del discorso della morte nella mentalità, ormai dominante anche nelle istituzioni preposte all’educazione, all’insegnamento, alla sanità, all’informazione, per citarne alcune.

Quel che viene chiamato “malattia” dal discorso medico, può risultare una questione da indagare e da capire nella sua indicazione. Il discorso medico propone una contrapposizione tra malattia e salute, affermando che malattia è ciò che contraddice o altera lo stato di salute. Questo ha comportato la standardizzazione della malattia e ha imposto che “debba essere guarita” riportando il “soggetto” (portatore di malattia) nello stato quo ante. Intendendo la guarigione come restitutio in pristino, restituzione allo stato precedente.

Il discorso medico è governato da questa impostazione sostanzialistica, causalistica, così tralascia l’indagine intorno ai motivi logici dell’insorgenza di una malattia e si accontenta dell’agente patogeno più evidente, sia per le malattie a eziologia nota, sia per quelle non ascrivibili a agenti precisi e classificate come “a eziologia sconosciuta”, o “essenziali”, o “idiopatiche”, o “ereditarie”.

Può esserci malattia senza causa?

Il discorso medico insiste sulla malattia come forma della morte e sul sintomo come segno della malattia e del male. Fatalmente. E si rivolge alla guarigione e non alla cura, con un assetto bellico finalizzato a sconfiggere il male, a debellare il nemico.

Occorre combattere per la salute, ma la battaglia è intellettuale. Per questo, per ciascuno si tratta del progetto e del programma di vita. Dinanzi a noi sta il progetto, che, per l’operare dell’idea, si scrive. Dinanzi a noi sta il programma, che, per l’idea operatrice e per l’intervento del tempo, si scrive. L’operatore opera per la scrittura del progetto e del programma. La battaglia per la salute segue i modi del due e del tre. Logica diadica e logica singolare triale. Nessuno sa già come, dove, quale sia la salute, per sé e per gli altri. La salute non è uno stato. Non è la salvezza.

La clinica è clinica della parola. E il sintomo è un contrappunto del viaggio della vita, non un segno del male. Importa la sua particolarità e la sua struttura linguistica, inconscia. Contrappunti sono il sintomo, l’impasse, il punto di schisi; e costituiscono la risorsa, la fortuna, l’avventura nel viaggio.

Quel che viene chiamato “malattia” è da intendere in un’altra accezione: come metodo della vita, ovvero le cose sono nella parola, non sono assolute, non vanno verso la soluzione, ma verso la qualità. E il fantasma di morte e di fine non si realizza.

Il metodo è ciò che orienta il modo della ricerca non in quanto esterno alla ricerca, ma traendo il materiale da ciò che sta lungo il viaggio, lungo la via. E, quindi, la “malattia” indica in ciascun caso una rappresentazione del sintomo, in assenza di analisi, di assoluto: indica una fantasmatica di fine inerente il viaggio. Qual è la combinazione tra l’ammalarsi e il modo del cammino e del percorso? Questo è ciò che è da leggere, da intendere!

La questione intellettuale procede dalla questione aperta e è questione di vita o di morte. Quando invece dell’apertura c’è una chiusura, occorre intendere l’estremo appello. Talune malattie costituiscono, appunto, l’estremo appello, ma come intenderlo se ognuno pensa di percorrere una via rettilinea, una via che conduce dall’origine alla fine e se è già stabilita quale sia la fine date le caratteristiche dell’origine?

Ognuno pensa alla morte e quindi si lascia andare, obbligandosi a morire. Nessuno può obbligarsi a combattere, a vivere, con la volontà, ma ognuno può obbligarsi a morire. Tenendo conto di questo, possiamo indagare con altro spirito, con lo statuto intellettuale, intorno a ciò che sembra compromettere il viaggio.

Occorre trovarsi nel dispositivo della ricerca e dell’impresa della parola originaria, nel dispositivo analitico, clinico, cifratico, nel racconto originario, in cui, con l’istaurazione dell’Altro, la via diviene “via altra”, via dell’industria, della comunicazione, della saga.


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