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Primo capitolo del libro La lampada di Aladino

La famiglia di Aladino

Ruggero Chinaglia Un fantasma si aggira per il pianeta, il fantasma dell’Islam. L’Islam oggi è ritenuto essere un elemento di disturbo in grado di sovvertire il sistema istituito dal discorso occidentale, il suo ordine e il suo canone. Così pensando, si trascura che esso è un corollario del di­scorso occidentale. Il fantasma che attra­versa il pianeta e lo agita e lo scuote è il fantasma di padronanza, con la paura, in­sita in esso, di perderla. Il fantasma di padronanza è l’idea di potere avere il do­minio sulle cose, sui pensieri propri e altrui, sui desideri, sulla parola, sugli ac­cadimenti, in modo che nulla possa sfug­gire al controllo, che nulla possa sorprendere, meravigliare, inquie­tare, interrogare, che nulla possa sfuggire alla volontà. Volere è potere è il motto che consenti­rebbe di non essere costretti a interro­garsi su ciò che accade, sul perché accade, su come accade. Io voglio, e così sia!

Una certa mitologia tecnologica impone non già di rispondere agli interrogativi intorno al perché delle cose, ma di soddi­sfare le esigenze rapidamente, senza in­dugi, senza sbavature, in modo che le cose siano rispondenti all’idea che ognuno ne ha, per un realismo dell’immaginazione, per un’immaginazione, quindi, senza imma­gine, ossia senza la semovenza dell’immagine, senza scarto fra l’immagine che si produce nella sem­bianza e l’immagine pensata, prevista, presunta.

L’idea di padronanza è l’idea di una possibile applicazione alle cose della via rapida, della via breve, spiccia, della via facile. È l’idea di potere andare per le spicce, di tagliare corto, di potere seguire una via rettilinea, senza pieghe, senza in­crespature, di potere fare e stare senza la parola. Il fantasma di padro­nanza privilegia ora la magia, ora l’ipnosi. La magia realizza le cose come sono pensate, cioè rende le cose come devono essere per soddisfare il desiderio senza sforzo, senza che ciò debba ri­chiedere sforzo alcuno, dunque senza pulsione, senza ricerca, senza lavoro in­tellettuale: “Così dev’essere, così sia”; senza domanda, senza dispositivo, senza l’itinerario che va dalla causa alla cifra, dalla causa alla qualità, dalla causa al valore come valore assoluto, quindi come valore non quantificabile, imprevedibile, incalcolabile, valore estremo, la cifra. Non il valore condiviso, ma il valore assoluto, il valore di cui non c’è nemmeno l’idea, quindi un valore sorprendente, a cui dovrebbe porre riparo la magia, che toglie le cose dall’itinerario intellet­tuale.

Ciascuna cosa, nella magia, è im­mobile, senza particolarità, senza sessualità. La magia toglie le cose dal parricidio e dalla sessualità, le renderebbe immobili, inerti e padro­neggiabili; toglierebbe dalle cose la ma­teria intellettuale, la materia sessuale. La magia consentirebbe che al disegno, al progetto, all’idea di qualcosa possa seguire il programma, la politica, la strategia, ma senza ingegno, senza dovere ingegnarsi per istituire il dispositivo perché questo avvenga, per­ché il disegno, il progetto e il pro­gramma si compiano e si concludano.

La magia si legittima attestandosi nell’obiettività delle formule del senso comune, la più in voga delle quali, sulla quale c’è quasi unanimità, recita che tutti devono morire. A questo punto è forse più chiaro che il fantasma di padronanza è un fantasma di morte che converte il tempo in durata, dopo avere convertito la particolarità in generalità e obiettività. La conversione del tempo in durata ri­sponde all’idea che il tempo possa finire o addirittura debba finire; importa, al­lora, non già il tempo, ma la sua fine. Per rendere l’idea, un famoso motto zen narra che, se voi indicate qualcosa a un cane, il cane guarderà il vostro dito, non già la cosa indicata. Lo stesso vale per la nozione di durata, dove conta la fine, non già il tempo. Quindi l’idea di durata, la nozione di durata è la negazione stessa del tempo, che non ha nessuna durata perché è istantaneo. Il tempo non dura, è istante. Ma per chi si bea dell’idea di du­rata, la questione diventa allora “Quanto mi resta?”.

Quanto mi resta? Quanto mi resta da vivere? Chi può dire quanto gli resta? È certo che, una volta accettata questa idea del tempo o, meglio, della sua nega­zione, la paura sovrasta ogni cosa fino all’erotismo della paura, che culmina nella rassegnazione o nell’euforia di­struttrice. In attesa della fine ogni mor­tificazione va bene, e è accettata sia la mortificazione di sé, sia la mortificazione dell’Altro. E cosa è più mortificante della negazione del valore e del processo di valorizzazione con cui procede la vita stessa? Che cosa sarebbe la vita senza il processo di valorizzazione, senza il va­lore delle cose, il valore che non è già insito nelle cose in sé, ma è il valore che se­gue al processo di valorizzazione, cioè alla qualifica? La vita senza il processo di valorizzazione sarebbe la vita animalesca, la vita bestiale, la vita senza pulsione, la vita come attesa della fine. Ma questa non è vita, perché la vita è viaggio, ma non in dire­zione della fine, bensì in direzione della con­quista, del compimento, della conclu­sione del disegno, del progetto, dell’acquisizione perenne e incessante del valore che segue alla scrittura delle cose.

Nulla di automatico quindi, nulla di già assegnato, nulla di già prescritto. È un viaggio che esige dispositivi, esige la domanda, esige l’itinerario, sopra tutto la direzione, perché un viaggio senza dire­zione è un andare in tondo. Allora, es­senziale è la direzione, e non c’è chi già la sappia, non è una questione di innatismo. La vita come viaggio ha la sua condizione nella solitudine, nella singolarità, nella particolarità. Il fantasma di padronanza contrasta la condizione del viaggio, contrasta la solitudine e, appunto per questo, tenta di instaurare l’obiettività e, per un altro verso, la generalità con cui ognuno ritiene di appartenere a un genere, a un insieme, a una classe, a un ordine sociale, familiare. Pertanto, a partire da questo, ognuno si confronta con il suo presunto simile, si misura, si paragona, si giudica. Tolto l’assoluto, tolta la condizione del viaggio, restano i simili con cui confrontarsi, con cui misurarsi, con cui accapigliarsi o con cui stabilire i vari compromessi per negare il viaggio e per sancire, invece, che ciò che accomuna non è il viaggio, ma la sua fine. Ognuno sarebbe accomunato dalla fine del viaggio.

Per questa via, dunque, ognuno si risparmia, o si euforizza, o si rassegna, o si condanna, o si loda. Ma, tolto l’assoluto, tolta la condizione, ognuno resta invischiato nelle pastoie del senso comune, del buon senso, del consenso. E noi abbiamo dinanzi agli occhi e alle orecchie, proprio in questi giorni, lo spettacolo del buon senso con i suoi motti: “Le riforme si devono ispirare al buon senso, gli accordi si devono ispirare al buon senso”. Quasi a dire che basta che ognuno si rivolga al buon senso per imboccare la giusta direzione. E quale sarebbe la direzione del buon senso, del senso comune, del consenso? È la direzione che risulta dalla condivisione dell’idea più diffusa, l’idea di padronanza, ossia l’idea di morte.

La paura della morte, intesa come fine del tempo, instaura l’idolatria, la superstizione idolatra che è drogologica e sostanzialista; superstizione ora algebrica, ora geometrica che si fonda sulla credenza dell’alternativa fra il positivo e il negativo, con le sue figure, e dell’alternativa fra il sopra e il sotto o fra il dentro e il fuori, con le loro figure. Chi può avere il potere di allontanare il male, di allontanare la fine, di allontanare la cacciata, di allontanare l’abbandono? Ebbene, ognuno elegge un idolo presunto in grado di esercitare questo potere, e a quest’idolo rivolge ciò che ritiene essere il suo amore per avere un segno che questo amore sia ricambiato. Ma sarebbe questo l’amore? È ciò che vedremo di considerare e analizzare. Per ora, diciamo che a partire da questa idea di amore, a partire da questa erotizzazione idolatra, è stato creato dio. Dio! Ogni dio, ogni divinità è creata a scopo. Sarebbe il dio con il potere di creare, con il potere di fare. Ma dio non ha il potere di fare, non c’è dio che possa fare, non è nelle prerogative di dio fare. Non c’è il dio agente. Il dio agente è l’idolo, cioè la versione idolatra dell’operatore.

Dio è operatore, opera perché le cose si facciano, è operatore logico, ma non è agente. L’idea del dio agente è un’idea magica. Ognuno, pur nella sua idea di padronanza, pur auspicando la magia, avverte la complessità delle cose, delle sensazioni, delle emozioni, dei pensieri, la complessità delle istanze, delle esigenze, delle spinte in varie direzioni. E cosa fa? Per lo più ci pensa. Ci pensa, come alla morte. Alla morte ognuno pensa. Ma a cosa pensa? Non c’è chi possa dire di conoscere la morte. E dunque a cosa pensa quando dice che ci pensa? Pensa a qualcosa che gli sfugge, di cui non ha nessuna idea, eppure ognuno dice che ci pensa, oppure dice che ci pensa ma che farebbe meglio a non pensarci.

Per non pensarci più, per paura di pensarci, per paura di pensare non si sa bene a cosa, per paura di pensare a qualcosa che non si può né controllare né padroneggiare è sorta l’ipnosi. Con l’ipnosi non c’è più problema, non ci si pensa più, non c’è più da pensarci. Con l’ipnosi ognuno può farsi un concetto di sé, può farsi un concetto dell’Altro, può farsi un concetto delle cose; non già un’idea o un pensiero, no, un concetto, un concetto condiviso e standard, un concetto comune con cui le cose sono condivisibili, comprensibili, accomunabili, pensabili da ognuno, senza questione di particolarità. E senza particolarità, c’è la soggettività.

Con l’ipnosi le cose sono soggettive, cioè non stanno più nella parola, non stanno più nel loro viaggio, dalla condizione alla qualità, ma stanno nel concetto, nel discorso, nel canone. Stanno. Non vanno e vengono secondo la pulsione; stanno, sono tali, ipnotizzate e ognuno può farsene carico. Con l’ipnosi, anche le sensazioni vengono sottoposte a un’idea di padronanza, ritenendo di potere gestirle. E come? Convertendole in sentimenti. Non ci sono più sensazioni, ma sentimenti. Ogni sensazione diventa sentimento e, come tale, codificabile, per cui entra nel canone del sentimentale.

È sorta così, con questo scopo, la psicologia dei sentimenti, ossia lo sciocchezzaio generale soggettivo. Come sentire? Come devono essere i sentimenti? Il sentimentale è la sensazione che diviene mentale, mentalistica, che diviene mentalità. Mentalità delle sensazioni il sentimento. Ma può la sensazione iscriversi nella mentalità? Forse che ciascuno, con il suo sentire, può iscriversi in una mentalità, in un genere, in uno standard? Questo è il progetto dell’ipnosi, pedissequamente seguito dall’impostazione psicoterapica, che altro non è se non il tentativo di applicare a ognuno il fantasma di padronanza. Dunque, il controllo sulla particolarità e sulla singolarità sfocia nella creazione della magia, e l’idea di controllo sulla combinazione, sull’accadere, sulla ricerca sfocia nell’ipnosi.

Chi si rivolge all’ipnosi già denota un’impostazione economica della ricerca, un’impostazione economica sullo sforzo intellettuale. La verità dev’essere svelata da un altro, il ricercatore dev’essere un altro, non già ciascuno come ricercatore, ma ognuno sarebbe massa inerte su cui un altro deve svolgere la ricerca. Il soggetto dell’ipnosi è inerte, è materia inerte da cui dev’essere estratto il male. Dunque, c’è un’assoluta identità tra il soggetto dell’ipnosi e il soggetto socratico che si rivolge alla levatrice, al maieuta perché faccia il suo lavoro di estrazione a cui egli è del tutto indifferente. Levatrice, psicopompo, maieuta, psicoterapeuta, tutto ciò fa parte della costellazione magico ipnotica.

Ciò per introdurre e accennare qualcosa intorno alla Lampada di Aladino, titolo di questa serie d’incontri che affrontano varie questioni, varie figure dell’impostazione sostanzialista dilagante nell’epoca attuale. Dilagante perché accettata e perché poggia sull’idea più diffusa, che è quella di padronanza. E per indagare ciò, qualche spunto ci viene dalla lettura della fiaba Storia di Aladino e della lampada meravigliosa.

La storia. Qual è la storia di Aladino? Qual è la storia del viaggio? Qual è la storia di ciascuno, nel viaggio? Perché, se c’è viaggio, la storia è la storia del viaggio, è la storia che si scrive viaggiando; non è la storia del soggetto, non è l’anamnesi, non è la cartella clinica del soggetto, cioè non è la storia genealogica, ma è la storia del viaggio, è la storia intellettuale. È la storia. Ma cosa indica il termine storia? La ricerca. La storia è la ricerca che si scrive; non è l’ontologia, non è l’essere del soggetto, l’essere di qualcuno, ma è la ricerca che si scrive, che si racconta e si scrive; questo importa della storia.

Storia vera? Storia inventata? Quale storia? Quale storia non sarebbe vera? Storia menzognera? Chi racconta, mente o dice la verità? E quel che si effettua raccontando è vero, è verità? Le sensazioni, gli effetti di senso, di sapere, di verità sono veri, sono fasulli? Come sono? E da cosa dipendono? Chi può dire, senza analizzare, le combinazioni linguistiche che si producono raccontando? Chi può dire che ciò che si sta dicendo è o non è vero? Il paradosso del mentitore si volge nel paradosso della menzogna, ossia nel paradosso dell’impossibilità di stabilire prima quel che sia vero e quel che sia falso, che certo non si può stabilire sulla base del ricordo o della padronanza sulle cose che si crede di potere dire, perché il dire sovverte la padronanza e promuove la ricerca.

Dicevamo della Storia di Aladino e della lampada meravigliosa, storia per lo più nota. Aladino è un fanciullo, e il racconto incomincia con il padre che muore, poverissimo, lasciando la famiglia in condizioni tribolate. Perché muore? Muore per i dispiaceri arrecatigli dal figlio, come si usa dire, di crepacuore. La madre di Aladino a mala pena riesce a procurare il cibo giorno per giorno. Aladino cresce apparentemente senza educazione e senza mostrare interesse per alcunché. Un giorno, mentre sta giocando per le strade, come suole ciascun giorno, viene avvicinato da un mago, il Mago Africano, potentissimo, che si spaccia per lo zio, e con alcuni stratagemmi si accaparra la fiducia sua e di sua madre. Lo porta in una caverna e gli fa trovare la lampada meravigliosa. Prima di farlo uscire dalla caverna, gli chiede di consegnargli la lampada, ma Aladino non gliela consegna. Anche se nella caverna, accanto alla lampada, aveva trovato un giardino meraviglioso con alberi da cui pendevano frutti straordinari, gemme, pietre preziose, monili di cui aveva fatto incetta, si rifiuta di consegnare la lampada. Esaurita la pazienza, il mago lo lascia nella caverna, abbandonandolo nelle viscere della terra. Dopo tre giorni senza luce e senza cibo, Aladino, sfiorando l’anello magico che gli aveva consegnato il mago, improvvisamente si trova dinanzi il genio e gli dice: “Fammi uscire”. Il genio lo fa uscire. “Dammi da mangiare, ho fame”, e il genio gli dà da mangiare. Sembra quasi di trovarsi nel Vangelo, con un’inversione e un rovesciamento tra la resurrezione di Cristo e le tentazioni da parte di Satana. Dopo tre giorni, Aladino torna all’aperto e il genio, novello Satana, ne soddisfa le richieste sostanzialiste.

Aladino, tornato a casa con la lampada e con tutti i frutti, vede la principessa figlia del sultano e si accorge che non tutte le donne sono come sua madre. Se ne innamora e manda la madre dal sultano per chiederla in sposa. Sempre con l’aiuto del genio, ma questa volta della lampada – perché c’è tutta una gerarchia anche dei geni: geni dell’anello, geni della lampada – manda al sultano doni ricchissimi, per cui egli comincia a prendere in considerazione Aladino. Aladino chiede in sposa la principessa e il sultano dice che ci deve pensare. Intanto, però, la dà in moglie al figlio del gran visir.

Aladino, che pensava di essere lui il promesso, informato che si stanno per celebrare le nozze tra la principessa e il figlio del visir manda il genio a rapirli, una prima e una seconda volta. Questi si spaventano, e il figlio del visir si spaventa ancora di più e rinuncia alla principessa. Aladino si rifà vivo presso il sultano con altri doni e ottiene finalmente la principessa in sposa. Immagina un palazzo meraviglioso e chiede al genio di costruirlo, e quando lo vede è proprio come l’aveva pensato. Sposa finalmente la ragazza. Ma ecco che, sul più bello, ritorna il mago che, mentre Aladino è in giro a divertirsi, con uno stratagemma si prende la lampada e rapisce la principessa. Aladino ritorna e non trova più la casa, né la principessa, né il palazzo, né la lampada, né gli schiavi; non trova più niente. Grazie però al genio dell’anello viene a sapere dov’è stato portato il suo palazzo. Arriva lì, uccide il mago e riporta a casa il tutto. Si fa una grande festa, ma ecco che arriva un altro mago, il fratello del Mago Africano che ne combina di cotte e di crude. Alla fine, anche lui viene ucciso da Aladino il quale, uccisi i due maghi, sposata la principessa, alla morte del sultano diventa egli stesso sultano. E qui termina la fiaba di Aladino e della lampada meravigliosa.

Ma tutti questi personaggi, chi sono? Da dove vengono? Chi è Aladino? Chi è Aladino che, figlio del sarto poverissimo, diventa sultano? E chi è la madre, equivalente generale di tutte le donne meno una? Sembra il rovesciamento del mito di Mirra. Mirra ambiva a tutti meno uno, qui, invece, tutte le donne sono come la madre, meno una. Chi sono questi due maghi e chi sono questi geni della lampada e dell’anello? Da dove vengono? Da dove viene questa lampada? Chi vuole azzardare qualche risposta a questi interrogativi per cominciare a capire qualcosa della famiglia di Aladino e qual è l’itinerario che Aladino compie?

Pubblico Il genio, jinn, in arabo significa spirito.

R.C. Spirito, sì. Infatti, è tradotto così, ma genio in italiano ha un’altra accezione. Qui è mantenuta linguisticamente l’adiacenza con la parola araba; sarebbe lo spirito della lampada.

Pubblico Il daimon.

R.C. Daimon ha un’altra accezione. La fiaba propone una genealogia, e dal fantasma di genealogia quale famiglia, quale traccia si lascia cogliere? Perché noi distinguiamo tra la genealogia e la famiglia come traccia, cioè la famiglia linguisticamente intesa, la famiglia come traccia linguistica, come traccia dell’interdizione, come traccia di ciò che si dice; non la famiglia come origine, ma la famiglia come traccia. Se si crede nella famiglia come origine, abbiamo l’invischiamento nel fantasma di origine, quindi nel fantasma di genealogia, che è l’altra faccia del fantasma di morte. Allora, mai Aladino potrebbe, figlio del sarto, diventare sultano, meno che mai in una fiaba della tradizione islamica. Come accade, quindi, che Aladino, figlio del sarto poverissimo, diviene sultano? Chi azzarda un’ipotesi?

Pubblico Io mi collegherei a quello che diceva lei all’inizio, volere è potere, al fatto che, non a caso, il genio esce fuori da un involucro. Io credo che il genio sia la consapevolezza, il prendere consapevolezza, una voce interiore onnipotente, la quale è chiusa all’interno di un involucro e viene attivata quando esce fuori dall’involucro. Quindi, secondo me, il genio è come una sorta di voce interiore che può tutto, purché ovviamente il soggetto lo desideri. Mi viene in mente una massima di Mao Tse-tung che diceva: “La volontà del villano spacca le montagne”.

R.C. Sì, anche Mao Tse-tung si appellava alla volontà che esige la presa di coscienza. La presa di coscienza come la presa della Bastiglia: occorre prendere la Bastiglia in modo che la rivoluzione possa avere il suo corso. La rivoluzione circolare, la rivoluzione per cui chi stava sopra poi starà sotto e chi stava sotto starà sopra. Occorre prendere la Bastiglia, occorre prendere coscienza, prendere consapevolezza della Bastiglia, in modo che la rivoluzione circolare abbia il suo corso. È una volontà di ispirazione rivoluzionaria. Ma di quale rivoluzione? Della rivoluzione circolare. La coscienza come indice di ciò che sta nel cerchio, quindi di ciò che è conoscibile, conosciuto, noto, condiviso, prevedibile, previsto.

Cecilia Maurantonio Si può dire che la materia è inerte? Ciò che lei prima chiamava inerte. Inerte, l’assenza di materia. La sostanza, la materia inerte.

R.C. Sì. La coscienza è la coscienza sostanziale. La presa di coscienza è la presa sulle cose, la presa sostanziale, è la presa che sarebbe possibile esercitare senza intellettualità, per volontà, per presa di coscienza. La mitologia della presa di coscienza bisogna esplorarla, attraversarla più che condividerla. Non c’è da prendere coscienza di niente, perché non c’è scienza comune, non c’è conoscenza comune; c’è il viaggio, con la sua condizione. È questo che importa, la condizione del viaggio, la sua direzione, gli accadimenti, la scrittura del viaggio. Tutto ciò è senza coscienza. Nel momento in cui avvenisse la presa di coscienza del viaggio, il viaggio finirebbe, perché quello intellettuale è un viaggio in assenza di coscienza. La condizione non è una condizione di coscienza, non procede dalla coscienza. È qualcosa, questo, che il discorso occidentale non gradisce molto, quasi non accetta, perché l’assenza di coscienza toglie fondamento al canone occidentale, alle prescrizioni.

C.M. Ho l’impressione che Aladino, in questo racconto, non sia poi così sprovveduto come può apparire, nel senso che, apparentemente, per esempio, decide di divenire responsabile in seguito alla morte del padre, per curarsi della mamma; però poi dimentica.

R.C. Di divenire responsabile?

C.M. Nella fiaba si racconta che lui non è responsabile, che è disobbediente, uno scapestrato; dovrebbe intraprendere la così detta buona via. Lui dice “Sì, sì”, però poi continua tranquillamente a fare ciò che ha sempre fatto, cioè nulla, a giocare.

R.C. Giocare non è che sia nulla.

C.M. Sì, a giocare, nulla di quanto gli era stato prescritto. Invece, tutto questo fascinamento nei confronti del pre­sunto zio, il mago, mi sembra più un pretesto, una figura pretestuale, quasi un alibi. È una mia impressione.

R.C. Sì, siamo proprio nell’impressionismo.

C.M. Perché, quando il mago gli chiede la lampada, lui gliene inventa una sul momento: “Se tu mi tiri fuori, io ti do la lampada”.

R.C. Lei è rimasta colpita dagli aspetti domestici!

C.M. Sono rimasta colpita dal fatto che lui non si è neanche spaventato ri­spetto all’ipotesi di potere rimanere lì, quindi mi pare che lui non sapesse già, come diceva lei prima, quale fosse cia­scun passo del suo viaggio, lungo il viaggio.

R.C. Beh, in effetti, non c’è la paura della morte, in Aladino.

C.M. Non c’è questa paura. E poi vo­levo chiedere qualcosa rispetto a un passo della lettura che riguarda il palazzo che Aladino fa costruire, con mille meraviglie che poi il sultano, il papà della principessa, va a ammirare. Aladino lascia una finestra non conclusa, non completa. Mi ha un po’ colpita questa finestra.

R.C. Come nella fiaba I dodici cigni, lei è rimasta colpita dal fatto che uno rimaneva con un braccino monco. Si ricorda?

C.M. Sì, mi ricordo. Però è bella la questione della finestra.

R.C. Bene. Altri? Domande, notazioni? Sì, prego. Lei è un nuovo nostro amico.

Pubblico Io in mente avevo qualcosa d’altro, però adesso la notazione sui dodici cigni, di cui uno è monco, mi ha fatto venire in mente i dodici apostoli, di cui uno è monco e poi tradirà. Così, anche il fatto che lei facesse il parallelo fra il genio e Satana, ha detto “novello Satana”, che aiuta Aladino a risolvere le cose sostanziali. Io, tempo addietro, ho letto un libro di carattere new age, credo Il cammino di Santiago in cui c’è un esercizio per richiamare la figura di Satana proprio per risolvere le cose di questo mondo.

R.C. Ecco. Beh, certo.

Pubblico Se ho ben capito, lei vede la storia di Aladino come paradigma di una volontà mortifera, perché, come per la presa della Bastiglia, chi stava sotto va sopra e viceversa. C’è un qualcosa che toglie l’incanto del mondo. Se ho ben capito, qualcosa che fa morire il viaggio, fa morire l’incoscienza del viaggio, cioè Aladino è la coscienza. Però, se è così, il viaggio è l’incoscienza di non sentirsi parte di un qualcosa che poi è un qualcosa che festosamente va alla morte. Penso al messaggio di Cristo, che è libertà pura, almeno secondo quello che io sento in giro. Libertà pura di un viaggio che è anche un incanto. C’è un bellissimo libro di un teologo, Parole da mangiare, a cui ho pensato quando lei, prima, si chiedeva se quando si racconta una storia, non siano le parole, diciamo, a creare quella storia, indipendentemente dal fatto che la storia sia vera o no. In questo libro si narra di un paese morto, di un paese dove gli abitanti sono morti, sono degli zombi, e un giorno arriva un cadavere. Le donne s’interrogano sul cadavere, e da lì nascono le storie su quello che poteva essere un vissuto, una vita precedente del cadavere. E da allora, sul nulla, praticamente su parole, rinasce quel paese, rinasce da una sorta d’incanto, non da qualcosa di reale, non dalla presa della Bastiglia. Aladino, se ho capito il suo pensiero, è paradigma di una volontà, di una presa della Bastiglia che però è un cerchio, è una circolarità che non porta a nulla di nuovo. E questo già da duemila anni se non prima; ma noi abbiamo Cristo come figura d’incanto. Ho letto che “Cristo è forse una via verso un sogno”, il sogno di ogni essere umano che è necessario per vivere, altrimenti gli aladini diventano sultani e poi si ricomincia tutto da capo.

Riccardo Banzato C’è una differenza. Mentre Aladino accetta praticamente i vessilli del mago, accetta di realizzare i suoi desideri, Cristo non accetta i desideri che Satana vorrebbe che Cristo esprimesse, e infatti lo caccia. È questa la differenza sostanziale.

R.C. L’incanto. Lei dà qui un’accezione d’incanto senza incantesimo. L’incanto in cui le cose accadono, l’incanto per cui le cose accadono. Il canto, l’incanto, la canzone. Incanto senza incantesimo. Invece, in Aladino, si tratta dell’incantesimo. Ogni cosa sarebbe incantata, ma l’incanto è senza incantamento.

Pubblico Aladino, in arabo significa “prescelto”. Io credo che il mago l’abbia prescelto fin da quando Aladino era scapestrato. Il Mago Africano lo vedo come istinto, ciò che dà una spinta e che sovverte, come la lampada. La lampada è sinonimo di luce, per cui, secondo me, non a caso è una lampada e non qualcos’altro. Non è un caso il fatto che il mago sia africano e non è un caso che Aladino abbia questo nome.

R.C. Certo. Il prescelto, come dire il predestinato. Questa è una notazione interessante perché si tratta, come dicevamo, della fiaba. Noi leggiamo la fiaba, cioè leggiamo la fantasia di cui la fiaba narra. Allora, chi è Aladino, chi è il protagonista della fiaba, chi sono i personaggi della fiaba? Essi, in quanto personaggi della fiaba, non sono reali, ma sono personaggi fantasmatici. Noi cogliamo che muore il padre di Aladino, e a quel punto, Aladino ha, per dir così, due padri. Il padre si sdoppia e c’è il padre che dice sempre di no e il padre che dice sempre di sì, il padre come mago e il padre come genio, il padre buono e il padre malvagio. Quindi, il padre muore e, morendo, entra in una anfibologia, in uno sdoppiamento. Ma, muore il padre? Il padre muore?

Nella parola, il padre non muore. Nella genealogia forse sì ma, nella parola, non muore. Adesso noi siamo qui per ragionare, per riflettere, non per trarre subito tutte le conclusioni, perché abbiamo molto cammino da fare, molta strada da percorrere. Occorre tenere conto che la fiaba si trova a un certo punto delle Mille e una notte, così come che l’origine della fiaba non è nota e sembra sia stata aggiunta in un secondo momento rispetto al corpus originario delle Mille e una notte. Tuttavia, si trova in questo viaggio, nell’aritmetica delle Mille e una notte, che è un altro elemento che ci consente di leggerla in un certo modo, cioè analizzandola come qualcosa che sta nel fantasma di genealogia, che, come dicevo, ha come sua altra faccia il fantasma di origine. E il fantasma rispetto all’origine è complesso.

Ognuno, rispetto all’origine ci pensa, e ci pensa come vendetta dell’origine, come colpa dell’origine, come pena dell’origine. Pensandoci e credendoci per lo più ci s’impedisce il viaggio con questo criterio: per un’idea di vendetta quanto all’origine, per un’idea di colpa quanto all’origine, per un’idea di pena quanto all’origine. E, così, ognuno si rappresenta la vita come vendetta, come colpa o come pena dell’origine. Senza l’attraversamento del fantasma di origine, cioè del fantasma di padronanza, abbiamo il mondo come rappresentazione di questa credenza. È chiaro che, a partire dalla credenza nell’origine, ognuno si predispone alla fine che si merita e, quindi come vendetta, come colpa e come pena. C’è chi si limita o si trattiene per evitare la morte con la sua economia, o aspetta che il destino si compia, dato che la sentenza è già data e nulla si può fare. Si considera virtualmente morto, già morto, oppure auspica la fine quanto prima di tutte le cose perché possa finalmente cominciare il mondo ideale. Tutto deve finire perché qualcosa possa finalmente cominciare nella purezza. Oppure c’è chi pratica la vendetta negando ogni appartenenza e, con questo, ogni avvenire. Qual è il caso di Aladino fra questi o altri? Qual è l’idea che Aladino ha dell’origine, della fine, della genealogia, della famiglia? Sono questioni essenziali per intendere la storia di Aladino, direbbe qualcuno “La vera storia di Aladino e della sua lampada”.

Adesso abbiamo posto alcuni interrogativi e abbiamo dinanzi a noi alcuni giorni per esplorarli. Proseguiamo, perché è una storia complessa e non è che si possa risolvere così, in una serata. Lei, come si chiama, nostro nuovo amico?

Andrea Andrea.

R.C. Andrea. Studia?

  1. No.

R.C. Lavora?

  1. Nemmeno. È un momento di stasi.

R.C. È un momento di stasi. Ha studiato.

  1. Sì.

R.C. Ha lavorato.

  1. Anche.

R.C. E legge.

  1. Leggevo anni fa.

R.C. E adesso non legge più. Né in maniera disordinata né ordinata.

  1. Sì.

R.C. E che cosa le impedisce di leggere?

  1. Mah, un’irrequietezza personale. Un tempo ero letto da quello che leggevo; adesso non trovo più quello che mi possa leggere.

R.C. Va bene. Quindi c’è qualche nodo da affrontare.

Pubblico Non ho capito chi è il Mago Africano, perché il viaggio e quando ha inizio, il momento in cui Aladino incontra la novità. Volevo capire chi è il Mago Africano e quando inizia il viaggio.

R.C. Adesso lei fa una domanda veramente impegnativa proprio all’ultimo minuto, che esigerebbe tutta una conferenza per rispondere, sopra tutto per quanto attiene alla parte che riguarda il viaggio. Intanto, in parte abbiamo risposto che il Mago Africano è lo sdoppiamento del padre, è l’idea che Aladino ha del padre in quanto morto. Il Mago Africano irrompe nella scena “a babbo morto”, per dir così. Morto il padre, arrivano due padri: il Mago Africano e il genio della lampada, il padre buono, il genio, e il padre malvagio, il Mago Africano. Quindi il mago nella fiaba è l’idea del padre come padre malvagio.

 

 


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