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Terzo capitolo del libro La lampada di Aladino

La poesia dell’acqua

Ruggero Chinaglia Questa sera è con noi l’ingegnere Guido Zanovello, che abbiamo incontrato e avuto modo di ascoltare una prima volta in occasione dell’incontro tenuto a Vicenza, in presentazione del libro di Aurelio Misiti Il viaggio dell’avvenire. Già allora gli elementi della sua testimonianza sono stati di grande interesse e mi avevano incuriosito e sollecitato a verificare l’eventualità di un’altra occasione, per esporre in maniera più ampia e esauriente alcune delle sue notazioni e testimonianze che vengono dalla sua esperienza. Mi sono parsi una sede appropriata e opportuna questi nostri incontri intorno alla Lampada di Aladino, in cui si tratta della questione intellettuale, dell’intersettorialità, cioè della combinazione fra scienza, arte, tecnica, finanza, industria, che consente di avvalerci degli apporti di chi si trova a affrontare varie questioni in altri settori.

Abbiamo avuto l’esposizione, nel mese di dicembre, di Mario Quaranta su Giovanni Vailati, e recentemente il senatore Giampiero Cantoni sulla questione dell’economia e della finanza, e questa sera l’acqua, in particolare la poesia dell’acqua.

L’acqua è notoriamente un elemento essenziale per la vita, e proprio per questa sua essenzialità è qualcosa attorno a cui si annodano varie fantasmatiche, varie mitologie, prima fra tutte la fantasia dell’esaurimento. L’esaurimento dell’acqua, dell’acqua da bere, utilizzabile, comporta di trovare vari modi per procurarsela. Oppure, la fantasmatica della siccità, con l’estate sempre più secca, senz’acqua. Ma poi, improvvisamente, un acquazzone causa l’alluvione: dalla siccità, dalla carenza, ecco l’abbondanza.

Queste oscillazioni dell’acqua, questa ricerca e ingegneria dell’acqua è ciò che ha consentito, sin da millenni prima di Cristo, il fiorire della ricerca con la sua ingegneria, connessa alle macchine per procurare l’acqua, per avvalersi dell’acqua, per usufruire della forza dell’acqua. Fin dall’epoca dell’Egitto c’è stato tutto un fiorire di una ingegneria attorno all’acqua, per poi passare alla Grecia, al periodo ellenistico, a Roma, a Leonardo.

Leonardo svolge una vastissima ricerca e produzione intorno all’acqua, che combina con l’immagine, con la variazione e l’inganno dell’immagine, e noi la possiamo combinare con tutto ciò che è connesso con l’automazione. Curiosamente, Leonardo nota anche che è illocalizzabile: l’acqua non ha luogo. Non è possibile dare un luogo all’acqua. Se noi proviamo a prenderla, l’acqua ci sfugge dalle mani, non è localizzabile, non è quindi riducibile a sostanza. Anche nei precetti di alcune religioni troviamo l’acqua come indice dell’insostanziale. Per quanto attiene all’eucarestia e al teorema dell’insostanzialità per eccellenza, la transustanziazione, ossia non c’è più sostanza, ebbene, l’acqua, dice un precetto, non rompe il digiuno. Non è sostanza e non può fornire l’eventualità di rompere la transustanziazione. Così, pur non avendo sostanza né consistenza, era noto ai latini che la costanza dell’acqua è in grado non solo di spostare le montagne, ma anche di bucarle, infatti dicevano gutta cavat lapidem.

C’è un fiorire di metafore, di questioni, di ricerche, di notazioni attorno all’acqua, che la rende una questione veramente interessante, qualcosa che riguarda propriamente l’indice della parola, l’indice temporale della parola. Quindi, ci sono varie angolature, sfaccettature, aspetti.

Per affrontarne alcuni, per avere chiarimenti e chiarificazioni attorno a alcune mitologie e luoghi comuni, a alcune disinformazioni su vari aspetti, questa sera abbiamo convocato l’ingegnere Guido Zanovello, che si occupa in particolare di progetti a livello anche internazionale, di gestione delle risorse idriche del territorio e quindi del pianeta, in quanto il nostro territorio è il pianeta, con tutto ciò che vi è connesso a livello di ricerca, di progettazione e di considerazioni varie. Gli cedo volentieri la parola per il suo intervento.

Guido Zanovello Io sono un ingegnere e quindi, per definizione, sono noioso. Cercherò perciò di intervallare argomenti tecnici e argomenti meno tecnici e, se qualcuno vuole intervenire, magari rendiamo l’esposizione un po’ più vivace. Quando mi è stato proposto questo tema, la prima cosa che ho fatto è stata andarmi a rileggere nel dizionario la definizione di acqua; letteralmente: composto inorganico di idrogeno e ossigeno; liquido incolore, insapore e inodore. È una definizione che è tutto tranne che poetica, almeno nel significato di suggestione e fantasia che generalmente diamo a questo termine. Però, se risaliamo all’origine di poiesis, da cui viene poesia – poiesis viene dal verbo greco poiéo che vuole dire fare, ma sopra tutto creare – allora probabilmente l’acqua rispetta in pieno il titolo di questa chiacchierata, perché in realtà l’acqua è un organismo, un organismo vivo e inquieto, è un organismo sensibile ma che diventa anche violento. Cioè, ha davvero la vocazione del fare, e terra e uomo non possono fare a meno della sua opera.

Allora cercherò di fare un’introduzione un po’ poetica e un po’ tecnica, sulla natura dell’acqua, anche per sfatare questo non luogo o non materia che è stata citata prima, e cercherò d’indagare sul perché l’acqua ha la vocazione del fare e poi magari introdurrò qualche riflessione sul passato, presente e futuro, in particolare il futuro che ci aspetta. Cominciamo con la parte poetica, che in realtà ho preso a prestito da un libro scritto da Pier Francesco Ghetti, un idrobiologo che insegna a Venezia, che s’intitola Manuale per la protezione dei fiumi. Nel descrivere il fiume, lui dice: “Il fiume è un organismo che cresce poco a poco dopo ogni confluenza dell’acqua che sgorga dalla sorgente che tracima da una pozza o che scende da un altro rio; sgroppa verso il basso in un letto prima scomodo e incassato e via via più ampio, dove la stessa acqua divaga separandosi e tornando a intrecciarsi, infilandosi sotto un materasso di ciottoli, ritornando alla luce più sotto, sempre danzando allo scroscio sui sassi. Arrivata al piano, l’acqua si raduna maestosa in alvei più tranquilli, scivola su letti di sabbia morbidamente ricurvi, sotto baldacchini costruiti con le fronde degli alberi cresciuti sulle rive. Sembra percepire che il suo destino sta volgendo al temine e cerca di rallentare incupita la corsa prima di mescolarsi con il mare. Lungo il percorso, una parte dell’acqua prova a sottrarsi al proprio destino filtrando nelle tenebre del sottosuolo, ma dopo uno o mille anni viene riportata alla luce attraverso le fessure di una roccia. Altra acqua trova solo un temporaneo riposo nell’ansa di un fiume o nel catino di un lago”.

Questa è una visione romantica, che richiama un destino di morte cui l’acqua cerca di sottrarsi, che non è però esattamente quello che fa l’acqua. A questo punto, vorrei introdurre un concetto che ha un significato positivo, anche se ha un brutto nome, si chiama neghentropia. È un termine che significa letteralmente entropia negativa. Sappiamo che entropia, come dice il secondo principio della termodinamica, vuole dire che ogni trasformazione di energia porta a una forma di energia meno nobile, per cui tutto quello che è alto si livella verso il basso, le differenze di temperatura tendono a annullarsi e si va da un ordine al disordine. L’entropia è la misura del disordine, mentre la Neghentropia è la misura della ricostruzione dell’ordine; è un po’ come il ciclo della vita. La vita, ogni volta, rinasce da due individui che stanno degradandosi. Dall’incontro di due individui nasce la vita e, ogni volta, rinasce più forte di prima. Così l’acqua. L’acqua si rigenera continuamente.

Ci sono alcune definizioni che si trovano in letteratura che a me piacciono: “La vita è come un meccanismo capace di estrarre localmente ordine dalla tendenza generale al disordine”. Questo l’ha scritto Erwin Schrödinger nel 1945, ovvero la vita è un’isola di neghentropia nell’oceano entropico. Neghentropia significa potenziale di cambiamento. In medicina è alla base dell’evoluzione degli organismi, ovvero della crescita dell’embrione. Gli esseri viventi, per vivere, devono necessariamente sviluppare neghentropia. In fisica rappresenta la visione filosofica positiva sull’evoluzione dell’universo. Cosa voglio dire con questo? Che l’acqua, in effetti, è il grande costruttore del paesaggio e delle risorse terrestri che rigenera continuamente. Quando diciamo che l’acqua è vita, ricordiamo che occupa il 70% della terra, che costituisce fino al 98% del peso degli organismi e che è il fattore principale di costruzione della geomorfologia, cioè della modellazione della terra, del paesaggio della terra, e è il regolatore fondamentale del clima del pianeta, poi vedremo perché.

Anche il ciclo dell’acqua è un’isola di neghentropia nella fisica, grazie all’energia che le viene trasferita dal sole. Infatti, riprendendo il fiume di prima che scende inesorabilmente verso il mare, è vero che l’acqua tende sempre a scendere in giù, e a ricomporsi in un paesaggio piatto, però, ciclicamente, in forma di vapore, viene estratta dal mare. Nell’evaporazione, in pratica, si spoglia di tutti i minerali, dei sali disciolti, anche delle molecole estranee di cui si era caricata lungo il percorso, in un processo di rigenerazione. Risale quindi dal mare, entra nelle nuvole e poi ridiscende sulla terra, sulle montagne, e ricomincia la sua corsa verso il basso, e genera quell’energia potenziale che poi è la forma principe di energia rinnovabile, cioè l’energia idroelettrica. Quindi, l’acqua rigenera continuamente, invertendo la tendenza alla crescita dell’entropia, le diversità e le differenze che stanno alla base dell’evoluzione della vita sulla terra.

Ora, abbandoniamo i concetti in qualche modo filosofici e veniamo a alcune considerazioni tecniche sulle caratteristiche chimico-fisiche dell’acqua, che ci servono per comprendere il perché di questo suo funzionamento. L’acqua è formata da due atomi di idrogeno e uno di ossigeno, collegati con legami chimici fatti in modo tale che la molecola, di fatto, si comporta come un dipolo elettrico. Ciò vuole dire che non è elettricamente neutra, ma che le sue estremità tendono a legarsi vicendevolmente l’una con l’altra, avendo segni opposti. Questo legame però è molto debole, in chimica e in fisica si chiama legame idrogeno, e genera tre caratteristiche importanti dell’acqua.

La prima è quella che richiamava il dottor Chinaglia: l’acqua non ha luogo. Che cosa vuole dire? Che è talmente dinoccolata nelle sue molecole che non sa come comporsi. Tende a adattarsi a tutte le forme con cui viene a contatto, si muove dappertutto, obbedisce solo alla legge di gravità. La seconda caratteristica fisica è che al contatto tra la superficie dell’acqua e l’ambiente esterno, per effetto di questi dipoli elettrici, si forma una sorta di pellicola elastica che si chiama tensione superficiale, una forza molto elevata che è all’origine non solo della formazione delle gocce, che tendono a avere una forma sferica proprio per la natura di questa pellicola, ma anche della capillarità, cioè della capacità dell’acqua di risalire, attraverso tubicini molto piccoli, come sono le fibre degli alberi, anche di molti metri d’altezza, e quindi di fornire alimento dal sottosuolo fino alle ultime foglie degli alberi. La terza caratteristica, forse la più importante, è che questi legami deboli fra le molecole tendono a permettere all’acqua di sposarsi con tutto quello che trova in giro, cioè, essa tende a dissolvere altri elementi minerali. Gutta cavat lapidem significa che, goccia su goccia, molecola su molecola, l’acqua si porta via gli ioni di calcio e magnesio e alla fine produce il buco, o la dolina, o la cavità carsica e gallerie lunghe anche decine di chilometri.

Questa sua capacità di dissolvere e trasportare elementi chimici è fondamentale per tutta la vita sulla terra perché, fra questi elementi, ci sono anche i così detti biofili, cioè gli ioni di potassio, sodio, azoto e dei vari microelementi della tavola di Mendeleev, che sono essenziali per l’alimentazione di tutte le forme di vita. Si tratta di quantità consistenti se pensiamo che l’acqua di mare, mediamente, contiene 35 grammi per litro di questi sali che si sono disciolti durante la sua storia, mentre un’acqua minerale ne contiene tra mezzo e uno.

Un altro aspetto importante degli effetti del legame idrogeno è l’energia legata ai cambiamenti di stato dell’acqua che avvengono in condizioni ambientali normali. Cambiamento di stato vuole dire passaggio da liquido a vapore, oppure da liquido a ghiaccio. L’acqua, che ha una grande inerzia termica, al momento del passaggio di stato cede o assorbe una grande quantità di calore. Per aumentare di un grado un chilo d’acqua occorre una chilocaloria, per il passaggio da liquido a vapore ce ne vogliono oltre 500. Questo permette all’acqua di essere un grande serbatoio di calore, e gli oceani non sono soltanto una grande riserva d’acqua, ma anche una grande riserva di calore. Il processo di evaporazione, che sottrae per ogni chilo di acqua evaporata 500 calorie al mare, in realtà funziona come una pompa, che prende queste 500 calorie e le porta sotto forma di vapore nelle nuvole. Invece, nel momento in cui condensa, cede all’ambiente le stesse 500 calorie. È così che si forma il clima. Un clima vivibile c’è soltanto dove c’è movimento di acqua in forma aeriforme; nel deserto del Sahara, dove si muove solo vento, non c’è vita.

Adesso, farei un po’ di riflessioni su passato, presente e futuro, cominciando con qualche curiosità. L’acqua o, meglio, l’idrografia, nei tempi antichi è sempre stata lasciata alla naturalità. I fiumi modellavano il terreno, le alluvioni portavano i materiali in giro per la pianura, non si arginavano i fiumi. Le grandi opere idrauliche erano essenzialmente grandi acquedotti per portare l’acqua anche in zone lontane, dove mancava. Cronache molto interessanti dei secoli passati raccontano come i fiumi, divagando, hanno costruito il paesaggio. Paolo Diacono racconta una sorta di diluvio universale, accaduto nel 589 d.C. a cui si deve la configurazione dei fiumi che abbiamo ancora oggi: il Piave, il Brenta, il Bacchiglione, l’Adige.

Nel tardo Medioevo, quando si cominciano a coltivare le campagne in modo sistematico, questa divagazione dei fiumi non è più tollerata, perché distrugge completamente il terreno agrario. Allora si cominciano a costruire le arginature. Un esempio interessante e abbastanza recente di 500-600 anni fa, è l’Agno-Guà, un po’ a ovest di Vicenza. È una valle alpina che, fino al 1500, all’uscita in pianura, all’altezza di Montebello, divagava nella pianura e formava ora depositi di sabbia, ora depositi di ghiaia, ora depositi di limo. A partire dal 1500, i contadini hanno cominciato a costruire degli argini e l’acqua così usciva dall’altra parte; i contadini dell’altra parte, a loro volta, alzavano argini. Alla fine, il fiume è stato praticamente ingabbiato in un canale molto profondo, con argini alti anche molti metri. Questo trattamento è stato preso a esempio per l’arginatura di tutti i fiumi che vediamo e ciò ha reso il territorio molto più fragile rispetto al passato, perché i canali, dimensionati per portate ordinarie, ogni volta che succedeva un’alluvione un po’ più intensa del solito, tracimavano e facevano più danni di prima. Un altro aspetto curioso, di cui risente ancora oggi l’idrografia del padovano, è stata la così detta guerra dell’acqua tra Vicentini e Padovani.

Nel 1143, i Vicentini, volendo irrigare la pianura che sta tra i colli Berici e gli Euganei, fecero un taglio sulla sponda destra del Bacchiglione, all’altezza di Longare. Scavando un canale che si chiama Bisatto, deviarono buona parte dell’acqua del Bacchiglione in questo canale che poi scendeva nella pianura. Tuttora passa per Este e arriva a Monselice. Ma i Padovani avevano appena aperto un canale navigabile tra il Bacchiglione, in città, e il Brenta, il canale Piovego, che esiste ancor’oggi, per permettere la navigazione verso Venezia, ma avendo i Vicentini portato via l’acqua del Bacchiglione si trovarono all’asciutto. Allora, aprirono un taglio sul Brenta, a Limena, e deviarono il Brenta verso Voltabrusegana, creando l’attuale canale Brentella, che tuttora alimenta il Bacchiglione a monte di Padova. Questa storia, abbastanza tormentata, è andata avanti per un paio di secoli, sempre a colpi di nuove derivazioni. A un certo punto furono anche posti dei presidi armati, perché di notte gli avversari andavano a ripristinare lo stato precedente, fino a che, nel 1500, la Repubblica veneziana con l’istituzione del Magistrato alle acque impose una sorta di polizia idraulica, stabilizzando la situazione.

I legami tra l’acqua e l’economia sono ovviamente molto intensi. Tutte le città sono nate lungo i fiumi per problemi non solo di trasporto, ma anche di approvvigionamento idrico. Una caratteristica delle epoche passate è che l’acqua era considerata una risorsa illimitata, per cui se c’era da usarla per l’industria, per esempio per diluire gli scarichi industriali, non si badava al risparmio. Buona parte dell’industria tessile, che è tipica delle Prealpi venete e lombarde, è nata con questo presupposto: disponibilità di molta acqua per la produzione di energia elettrica a basso costo e per i processi industriali di produzione di tessuti e pelli. Tutto ciò per il futuro non è più ripetibile, perché abbiamo davanti, nel presente e nel prossimo futuro, problemi di quantità e problemi di qualità.

Problemi di qualità. L’acqua si lega a tutti gli elementi che incontra, che possono essere biofili, quindi positivi, ma molto spesso sono inquinanti, tossici per tutte le forme di vita. Ci sono quattro grandi categorie di elementi inquinanti o indesiderati. Ci sono i così detti macroinquinanti, elementi naturali pericolosi solo quando si trovano nelle acque in quantità eccessive, come i nitrati. Se il tenore di nitrati indicato nell’etichetta di un’acqua minerale supera i 15 milligrammi per litro, può esserci qualche problema per la salute. Però si tratta di macroinquinanti che è facile depurare, auto degradare e sono perciò controllabili. C’è, poi, tutta una serie di microinquinanti di origine chimica e organica, industriale, che sono quasi sempre negativi per l’ambiente e che hanno quasi sempre la grave caratteristica di bioaccumularsi negli organismi, per cui sono dannosi per la natura anche in milligrammi o in microgrammi litro. Un altro tipo particolare di microinquinanti sono i così detti farmaci xenobiotici e gli ormoni ambientali, creati per curare malattie che però, quando vengono rilasciati dall’organismo e entrano nell’ambiente acquatico, possono dare sorprese non insignificanti. In particolare, mi riferisco a certi ormoni ambientali chiamati endocrine disrupting compounds. Sono essenzialmente quelli che vengono dalle pillole anticoncezionali, che non sono biodegradabili in tempi ragionevoli, che si bioaccumulano. Ricerche compiute in Giappone hanno evidenziato mutazioni genetiche che hanno ridotto praticamente a zero la fertilità di certe specie di pesci. Sono microinquinanti che si misurano a nanogrammi, cioè parti per miliardo nell’acqua. Poi c’è tutta una serie di microorganismi che comprendono anche protozoi, parassiti e spore, che sono piccolissimi, per cui non vengono trattenuti dalle normali filtrazioni e proliferano proprio per la presenza di macroinquinanti nutrienti nelle acque.

Problemi di quantità. È vero che l’acqua è la risorsa rinnovabile per eccellenza e facile da immagazzinare, però l’uso eccessivo che se ne sta facendo e sopra tutto le modifiche climatiche hanno prodotto, anche in regioni ricche d’acqua come il Veneto, degli squilibri fra domanda e offerta. Questo causa una concorrenza esasperata tra i vari usi, per cui è difficile avviare un nuovo utilizzo d’acqua a partire da un fiume o da un pozzo senza generare tutta una serie di opposizioni e richieste di indennizzo per le varie utilizzazioni che stanno a valle. Peraltro, tutto questo ha anche un aspetto positivo, perché ha generato la consapevolezza che l’acqua è un bene limitato. Da risorsa illimitata, com’era considerata fino a dieci, vent’anni fa, oggi, penso non ci sia nessuno che la considera bene illimitato, anzi, qualcuno la chiama “patrimonio”, neanche “bene”.

Che cosa sta succedendo dunque sul fronte dell’offerta di acqua? Il regime delle piogge è cambiato, tendendo a un regime di piogge estreme, di tipo monsonico, in buona parte dovuto all’aumento della temperatura terrestre che attribuisce all’atmosfera più energia per i fenomeni meteorologici. Quindi, quando piove, piove con più intensità. Se vogliamo, possiamo dire che l’effetto serra, cioè l’incremento della temperatura terrestre, è una manifestazione di neghentropia, cioè di entropia negativa, perché aumentano le differenze tra l’alto e il basso. La grande conseguenza negativa di questa estremizzazione degli eventi di pioggia, è che è sempre più difficile ripristinare le riserve.

Le riserve sono non solo i laghi alpini, ma anche le falde pedemontane, cioè quelle grandi spugne di ghiaia, sassi e sabbia che si trovano dove i fiumi sboccano in pianura, che vengono ricaricate dalla pioggia che cade direttamente sulla pianura, ma anche dai fiumi che scendono dalle montagne e che si stanno riducendo in modo consistente. Senza andare tanto lontano, le falde del vicentino, che sono quelle che alimentano oggi per il 90% l’acquedotto di Padova, sono scese anche di dieci metri di altezza, il che vuole dire centinaia di milioni di metri cubi di riserva in meno rispetto al passato. Ma anche le riserve nei ghiacciai sono in grande riduzione. Fino a pochi anni fa, anche se d’estate non pioveva, lo scioglimento di nevi e ghiacci del ghiacciaio della Marmolada, per esempio, o dei ghiacciai dell’alto bacino dell’Adige, permettevano ai fiumi di avere una portata consistente per tutta l’estate. Oggi, per effetto di quei 0,8 °C di aumento di temperatura che è stato misurato negli ultimi decenni, il fronte dei ghiacciai si è alzato di circa 500 metri, perché, in condizioni normali, la temperatura in altitudine scende di un grado ogni 600 metri, quindi 0,8° C vuole dire 500 metri. Sono 500 metri di altezza di ghiacciai che non ci sono più. Sono andato l’estate scorsa sulla Marmolada e mi sono accorto che praticamente il ghiacciaio non esiste più. Secondo me, questo è uno dei problemi più gravi, anche se viene poco citato, proprio perché fa mancare, per tutto il periodo estivo, quella che prima era la riserva principale di acqua.

Un altro argomento preoccupante è quello delle acque alte. Acque alte vuole dire risalita del livello del mare che è dovuta a tre componenti: c’è la risalita così detta per eustatismo, cioè il livello del mare sale perché diminuiscono i ghiacci, e quindi c’è più acqua negli oceani. Le previsioni di eustatismo per i prossimi cento anni vanno dai 50 centimetri, la più ottimistica, al metro. Se a questo si aggiunge la variazione di livello dell’acqua di mare per effetto della marea astronomica, che normalmente è dell’ordine di mezzo metro, ma può arrivare anche a un metro e mezzo, e dell’azione del vento – particolarmente grave in Adriatico, che è un budello molto stretto: quando il vento soffia da sud può far risalire un’onda lunga di acqua in modo molto consistente – vediamo che non c’è soltanto Venezia che è messa a rischio dalle acque alte, è un po’ tutta la costa da Trieste al Po, per rimanere nel Triveneto, che potrebbe essere allagata com’era  una volta, prima che venissero bonificate le pianure e i terreni agricoli.

Dietro questo problema ce n’è uno ancora più grave, perché il fronte del mare, volendo, si può difendere facendo delle grandi dighe, delle difese costiere e degli impianti di pompaggio, ma l’incremento del livello dell’acqua di mare porta con sé un incremento anche del livello di falda delle pianure, falda che diventa sempre più salina. Ricerche recenti fatte dal C.N.R. indicano che, anche a venti chilometri dalla costa, tra Monselice e Chioggia, la falda salina, ormai, affiora a pochi centimetri dal terreno. E noi continuiamo a bonificare e quindi a farla salire sempre di più, dimostrando poca previdenza. Come poca previdenza dimostrano certi stati africani che, in mancanza di acqua rinnovabile che arriva dal cielo, hanno pensato di utilizzare le riserve geologiche di acqua fossile, cioè quell’acqua che è rimasta imprigionata in grandi cavità sotterranee, come il petrolio, in epoche geologiche remote, che è un’acqua dolce, ma che ha il difetto di non essere rinnovabile; una volta estratta, non c’è più. La Libia, per esempio, sta costruendo un grande acquedotto che parte dal deserto, prendendo l’acqua fossile con dei tubi che hanno un diametro anche di tre metri, e la sta portando verso le città del mare, sapendo bene che quest’acqua può durare appena dai venti ai trent’anni anni. La stessa cosa sta facendo l’Egitto in un’area limitrofa alla Libia.

Ora, riflessioni sul futuro. La prima considerazione che faccio è che i problemi climatici, in realtà, non sono governabili dall’uomo, perché sono legati a movimenti di grandi masse d’acqua negli oceani, a trasformazioni che derivano anche da piccolissime variazioni di temperatura. Se pensiamo al Niño o alla Niña, cioè alle grandi serie di catastrofi naturali che sono state generate nel Pacifico da piccole variazioni della temperatura delle correnti oceaniche, vediamo che è difficile pensare di potere rimediare con azioni dedicate. Anche senza andare nell’Oceano Pacifico, nel Mediterraneo sta succedendo un fenomeno curioso e preoccupante insieme. Globalmente, tutto il Mediterraneo si sta riscaldando, ma si raffredda all’altezza delle coste dell’Algeria, per effetto delle correnti che arrivano dall’Atlantico, mentre si sta scaldando in modo molto consistente tutto il mare Egeo, che sta diventando una sacca di acqua calda. Questo sta modificando il clima non solo nell’Egeo, ma in tutte le regioni a nord.

Un aneddoto può dare una misura di come questi fenomeni siano ingovernabili: quando sono nati i grandi computer, con capacità di calcolo per numeri di centinaia di decimali e con potenza di calcolo che permetteva di simulare grandi e complessi fenomeni, un ricercatore simulò il funzionamento meteorologico di tutto il continente americano, dall’America del Nord all’America del Sud, con un modello climatologico. Poi, dopo averlo tarato, simulò per due volte l’effetto del battito d’ala di una farfalla in Amazzonia, togliendo semplicemente un decimale nell’approssimazione del calcolo tra un caso e l’altro. A non mi ricordo quante centinaia di decimali, dal modello scaturì che l’effetto del battito d’ala di una farfalla in Amazzonia provocava una pioggia delicata all’altezza del Texas. Aumentando di un decimale, l’effetto della simulazione era che arrivava un uragano di grandi dimensioni in Florida. Questo dava la dimensione di come tutti questi fenomeni sono sì, deterministici, ma in realtà, per il nostro modo di capirli, sono del tutto casuali. Allora, le domande che ci facciamo sono se i problemi di quantità siano in realtà affrontabili, se i problemi di qualità siano in qualche modo risolvibili e, poi, quello che ci si chiede sempre, se è bene che sia il settore pubblico a occuparsene o se debba essere il privato a rimediare ai guasti del passato. Una considerazione che faccio è che questi problemi non vanno affrontati con la tecnologia. La tecnologia è un mezzo, ma lo strumento con cui vanno affrontati è quello dell’etica, dove per etica intendiamo il valore morale del comportamento umano. Le scelte tecniche e l’etica ambientale devono ormai, anche per gli ingegneri, andare in parallelo, e questo significa che ogni iniziativa di modificazione del nostro ambiente deve rispettare almeno tre considerazioni.

La prima è la così detta ottimizzazione. Ottimizzazione vuole dire ricercare il massimo rapporto fra benefici e costi, mettendo nel conto dei costi non solo quelli monetari, ma la somma dei costi diretti e indiretti, introducendo dei compromessi in molti criteri. La seconda considerazione è che ogni cosa che facciamo dev’essere valutata in termini di sostenibilità non soltanto economica, ma anche ambientale. La terza, fondamentale, è che dovendo lavorare con l’etica, tutto quello che facciamo dev’essere concertato, cioè quello che si progetta o si fa deve essere preceduto da una ricerca di consenso consapevole; il moderno pensiero così detto filosofico ambientale va in questa direzione.

Fino a pochi anni fa dominava il così detto antropocentrismo, atteggiamento verso la natura di eredità ancora medievale, dell’epoca cioè in cui l’uomo doveva cercare di piegare alle sue necessità la natura considerata nemica e piena di insidie. Tale atteggiamento ha avuto il suo apice con la rivoluzione industriale del 1900. Dall’antropocentrismo si è passati all’opposto con il così detto biocentrismo, in cui la rispettabilità morale, pur con molte sfaccettature, viene allargata a tutti gli animali. Dal biocentrismo individualista, per cui ogni singolo animale è rispettabile e deve essere mantenuto, a quello olista, che invece attribuisce questa rispettabilità alla specie in sé, non necessariamente all’individuo. Credo sia superato anche il così detto ecocentrismo utopico, che considera l’uomo come una parte armonica della natura in cui animali e vegetali hanno gli stessi diritti di autorealizzazione. A questo proposito, mi è piaciuta una definizione o, meglio, un esempio di Pier Giacomo Pagano, biologo dell’Enea, che per dimostrare la differenza tra antropocentrismo moderato e ecocentrismo, si espresse con questa frase: “L’antropocentrista moderato dice: ‘Lasciate stare il fiore affinché altri ne possano godere’. L’ecocentrista dice: ‘Lasciate stare il fiore affinché lui stesso possa godere della sua vita’”.

Credo che l’antropocentrismo moderato ormai sia entrato nella coscienza di quasi tutti, è basato sui concetti di conservazione e sostenibilità, considera l’uomo al centro della natura, predilige l’uso delle risorse rinnovabili, ma sopra tutto si pone il problema delle generazioni future. Tutto questo è per introdurre alcune considerazioni sul nostro comportamento quotidiano, sugli effetti che una sua modifica in senso etico potrebbe ottenere anche nei riguardi della domanda d’acqua. Lo slogan di questo comportamento potrebbe essere dal consumismo dell’acqua all’etica del consumo.

Parto dalla considerazione che oggi, in Italia, più del 50% dell’acqua potabile in realtà è sprecato, nel senso che viene usata acqua a standard potabile per usi che non lo richiedono. Infatti, se guardiamo il consumo medio di una persona, anche qui nel padovano, su 250 litri per persona che vengono immessi nell’acquedotto, 90 vanno a finire in perdite di rete, quindi non sono utilizzati affatto, 50 vengono buttati nello sciacquone del water, 60 vanno nelle lavatrici per lavare la biancheria, e solo 50 su 250 richiedono effettivamente lo standard potabile, perché sono bevuti o usati in cucina. Questo ha una ragione, che è il basso costo dell’acqua in questo momento. Oggi, tenendo conto anche del costo della depurazione, non paghiamo l’acqua più di un euro a m3 che è un costo veramente irrisorio. In altri paesi, dove l’acqua costa da 4 a 6 euro al m3, il consumo, in effetti, dai 250 litri nostri, scende a 120-150. Ora, questo risparmio di acqua che può arrivare anche a dividere per tre l’attuale spreco, secondo me si ottiene essenzialmente con un comportamento individuale improntato all’etica. È vero che si possono fare delle grandi azioni a larga scala per incrementare l’offerta d’acqua e sicuramente, nel prossimo futuro, alcune di queste saranno realizzate.

La prima che viene in mente è cercare di ripristinare quelle grandi riserve che stiamo perdendo per effetto delle modifiche climatiche. Ciò vuole dire non solo fare laghi artificiali o dighe, opere sulle quali è difficile ottenere il consenso, ma cercare di aumentare la ricarica delle falde sotterranee, cioè sfruttare in pieno quella grande spugna che abbiamo sotto i piedi, rendendola più permeabile quando arrivano i grossi flussi di acque di piena. Altrove, in America in particolare, questa politica di ripristino delle riserve viene fatta sfruttando le così dette Wetlands, cioè le grandi paludi o lagune di cui il paese è ricco. Gli Stati Uniti, recentemente, hanno fatto addirittura una legge la Wetland Act per la conservazione e l’incremento di paludi o lagune. L’altra grande azione, che è la grande sfida per gli ingegneri, è quella di passare dalla depurazione delle acque usate, com’è comunemente intesa, alla loro rigenerazione. Rigenerazione vuole dire depurarle sì, ma poi anche reimmetterle in un circuito per usi potabili. Ci sono esempi, non in Italia, sempre per colpa del basso costo dell’acqua potabile, ma negli Stati Uniti, in Australia e in Africa anche, di connubio tra tecnologie complesse di trattamento e tecniche naturalistiche di finissaggio in grandi aree, tipo le Wetlands citate prima, che hanno come stadio finale l’infiltrazione in materassi di sabbia, per la filtrazione finale, e poi l’attingimento per l’immissione in acquedotto.

Alcuni studiosi, almeno per l’Australia, ipotizzano la realizzazione di un vero e proprio ciclo chiuso di utilizzazione dell’acqua, nel senso che sempre la stessa acqua viene reimmessa in circolo, ogni volta depurata, e dall’esterno si prende soltanto quel rabbocco che serve per tenere carico il circuito. C’è un aspetto rilevante, però, che ostacola queste grandi azioni, che è la discrasia che c’è tra la politica dell’acqua, intendendo per politica gli indirizzi tecnici e legislativi che si danno, e la giungla delle competenze. Di fatto, quando si pensa a una grande iniziativa, questa si scontra con i vari livelli di competenza e autorizzazione che ci sono in questo settore e che continuano a moltiplicarsi.

Pubblico I consorzi?

G.Z. Per esempio i consorzi. Io ho contato dieci livelli l’altro giorno, a partire dal Magistrato alle acque, che una volta aveva il monopolio della polizia dell’acqua e quello che decideva il Presidente del Magistrato alle acque era legge per tutti. Oggi abbiamo le autorità di bacino nazionali, interregionali, regionali, gli uffici del Genio Civile regionale, provinciale, i distretti idrografici, le autorità d’ambito, gli enti di gestione del ciclo dell’acqua e i consorzi di bonifica! È una babele che fa sì che ogni iniziativa, che nasce con intenti virtuosi, alla fine si areni perché non riesce a superare lo sbarramento delle varie commissioni tecniche di tutti questi enti. Il mio parere è che bisogna in realtà puntare a una serie di piccole azioni diffuse, cioè tornare a quell’etica ambientale che dicevo prima. Ci sono alcune cose che possono essere fatte anche da ciascuno di noi, senza bisogno che ci sia una legge che ci obblighi a farlo, e possono essere utili e economiche. La prima è una cosa molto diffusa all’estero, da noi non ancora. Proprio perché è diffusa all’estero, ha un nome inglese rain harvesting, che significa letteralmente “mietitura dell’acqua”. Si tratta di raccogliere l’acqua che scende sui tetti, che normalmente non è inquinata, salvo proprio il primo millimetro, che lava caso mai quello che ha lasciato un piccione, in serbatoi ai piedi della grondaia e poi riciclarla all’interno della casa o del condominio per tutti gli usi non potabili che, di fatto, sono più della metà del consumo domestico.

Per fare un esempio, per un tetto di 100 m2 basta un serbatoio da 6 m3 che in Germania si compera ordinandolo via Internet. Un’altra cosa un po’ più complessa, ma che viene fatta comunemente almeno in Giappone, è la raccolta differenziata e il riciclo locale della così detta acqua grigia, cioè l’acqua che proviene dalle docce o dai lavaggi e, quindi, ha un inquinamento abbastanza modesto. Questa viene mandata a un piccolo depuratore e la stessa acqua viene riciclata all’interno dell’edificio, per esempio per alimentare gli sciacquoni. In Giappone è obbligatoria per legge negli edifici più grandi, nei quali, in effetti, ha comportato una riduzione del 30% dei consumi di acquedotto. La terza cosa è quello che gli inglesi chiamano sewer mining.

La fognatura passa in ogni strada di ogni città come una sorta di miniera di acqua. Ogni volta che ci sia un’utilizzazione non potabile nei pressi, si prende l’acqua dalla fognatura, si tratta in un impianto molto semplice e poi si manda a irrigare un giardino o a alimentare un impianto di lavaggio auto oppure a rifornire gli sciacquoni, magari negli edifici pubblici dove costituiscono l’uso prevalente dell’acqua. Diciamo che l’evoluzione tecnologica degli ultimi anni, nella depurazione, porta prepotentemente verso queste soluzioni, che, credo, nell’arco di 5-10 anni saranno consuete anche da noi.

Vorrei ora parlare di due grossi progetti in fase di realizzazione. Uno è il modello strutturale degli acquedotti del Veneto, un sistema di collegamento tra le grandi fonti di acqua del Veneto centrale: le falde da cui attinge Padova nell’Alto Vicentino, altre falde nel medio Brenta all’altezza di Fontaniva e il fiume Sile, che è un fiume di risorgiva all’altezza di Mestre. Tutte queste risorse sono collegate per mezzo di tubi del diametro di oltre un metro, permettendo di utilizzarle nel modo più coerente con il regime idrologico di ricarica. Quando non piove si utilizza l’acqua del Sile, che è un’acqua fluente, e si lasciano ricaricare le falde pedemontane; quando invece piove o le falde sono al livello massimo, si inverte il flusso. Questo sistema permette di massimizzare l’effetto delle riserve a lungo termine. È prevista anche l’utilizzazione di una grande cava, a Monselice, per ricavare un serbatoio d’acqua da 150.000 m3 che regolerà stagionalmente tutta la pianura a sud di Padova. L’altro grande progetto è il così detto progetto integrato Fusina, all’interno dell’area industriale di Marghera, per il trattamento a un livello molto elevato, combinando processi a alta tecnologia con quelli naturalistici, delle acque civili di fognatura prodotte da Mestre e dai comuni limitrofi. Si ottiene un’acqua a standard industriale, che viene immessa in un acquedotto destinato a rifornire le industrie di Porto Marghera, i cui scarichi vanno poi a un secondo impianto di trattamento, dopo il quale il residuo viene scaricato in mare. L’effetto è che lo scarico finale in mare corrisponde a circa 1/3 delle acque complessivamente usate, per cui si riduce di 2/3 il prelievo di acque dall’ambiente e l’impatto dello scarico residuo nell’ambiente.

Un impianto un po’ più piccolo di questo è in fase di progettazione a Cittadella, dove 1/3 dell’impianto della città produce acqua che viene riciclata attraverso un acquedotto duale per la zona industriale e un quartiere commerciale direzionale di prossima costruzione. Operazioni di questo genere hanno anche un effetto economico virtuoso, nel senso che alla fine, chi usa l’acqua, paga di meno.

R.C. Sembra che ci siano moltissimi elementi e notizie che, quanto meno, contrastano con luoghi comuni diffusi. Per esempio, uno fra i molti, che l’acqua costa molto. Fa scalpore talvolta il fatto che viene deciso un aumento del costo dell’acqua nella bolletta. Sindacati, giornali, politici, non politici gridano allo scandalo. Poi, veniamo a sapere che l’incidenza effettiva dell’aumento è irrisoria, in effetti.

G.Z. Comunque il basso costo non è incentivante.

R.C. E già! Costando così poco l’acqua, s’incentiva in realtà lo spreco dell’acqua, senza tenere conto che l’uso di alcuni dispositivi andrebbe in direzione di un’altra politica, di un’altra idea delle cose, di un altro modo di fare, e anche di considerare la vita e la combinazione dei vari elementi. Un’altra notizia straordinaria è che, a fronte di una sorta di destino comune che sarebbe stato prescritto, ossia che tutte le cose tendono all’aumento dell’entropia, e quindi andrebbero in direzione di un destino di morte – noi abbiamo esplorato la questione dell’entropia anche in relazione alla mitologia dello stress e abbiamo visto come il discorso medico, proprio a partire da questa impostazione della scienza, della fisica, ha assunto l’idea che il destino è la morte, per cui un risultato apprezzabile non è considerare la questione della vita, ma diminuire l’eventuale incidenza della morte, vivendo quindi sempre in una ideologia della morte, in una posologia della morte, in cui sarebbe già un grosso risultato diminuire la dose quotidiana di morte, cioè l’ideologia del male minore – ebbene, a contrastare questa ideologia, l’acqua non andrebbe in direzione di questo destino comune, ma sovverte questa ideologia mortifera. Questa è già, mi pare, una notizia assolutamente straordinaria. Poi, una questione che mi muove curiosità, è quando lei dice “L’acqua obbedisce alla legge di gravità”. Però, Leonardo dice invece di no, che va anche all’insù.

G.Z. Sempre gravità è.

R.C. Però, si tratterebbe della levità, non più della gravità ma della levità, quindi una questione di leggerezza.

G.Z. Va in su quando è vapore.

R.C. Certo.

G.Z. Cioè quando pesa meno dell’aria.

R.C. Esatto. Ma questo per dire di un altro modo d’intendere…

G.Z. Ma è sempre gravità.

R.C. Il peso e il gravis come modo del peso. Certo, è una questione che riguarda l’ossimoro, l’alto-basso. Non c’è solo la direzione univoca, ma anche la così detta gravità va in direzione dell’ossimoro alto-basso. Non c’è solo l’alto o solo il basso.

G.Z. Diciamo che è sempre legge gravitazionale.

R.C. Sì, però comporta l’alto-basso e non solo un moto unidirezionale. Ci sono, mi pare, tante questioni. Una mi viene evocata a partire dalla considerazione che il clima e i problemi climatici non sono governabili dall’uomo, e questa è veramente una notizia, perché allora il protocollo di Kyoto…

G.Z. Possono essere influenzati, ma possono essere influenzati in senso negativo.

R.C. Sì, certo. Poi, la questione dell’acqua come fonte di energia, lei diceva che è una cosa immensa, straordinaria. Questo invita a riflettere sui tentativi di piccoli controlli, piccole padronanze che vengono talvolta evocati come tentativi di aggiustamento. Questo meriterebbe forse qualche precisazione ulteriore, perché diventa molto interessante capire da dove vengono queste variazioni, in che direzione vanno, in che modo questo ha a che vedere con alcune attività industriali, non industriali, eccetera. Forse, può meritare qualche ulteriore precisazione da parte sua.

G.Z. Sì. Andiamo in un campo un po’ minato e in parte fuori dalla mia competenza. Quello che posso dire è che il clima è regolato da grandi cicli, e dentro i grandi cicli ci sono i medi e i piccoli. Questi cicli, nessuno sa dire esattamente da cosa dipendono.

R.C. Esatto.

G.Z. Alcuni dicono che dipendono dalle macchie solari, che è una giustificazione ragionevole. Di fatto, il clima della terra è cambiato in modo radicale molte volte, anche quando l’uomo non poteva farci niente. Il fatto è che l’80% della terra è coperta da oceani e gli oceani sono una grande massa di acqua, e l’acqua ha la capacità di sciogliere al suo interno anche gas, capacità che dipende dalla temperatura, ma sono in gioco tante variabili. È difficile dire che i ghiacciai si sciolgono solo perché bruciamo carbone nelle centrali elettriche, ma una parte può anche essere attribuita a questo.

R.C. Certo. Ma questo determinismo che certe volte viene evocato…

G.Z. Sicuramente è bene ridurre le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera.

R.C. Chiaro.

G.Z. Però non possiamo attribuire l’effetto serra essenzialmente a quello che ha fatto o che sta facendo l’uomo.

R.C. Già questa mi sembra una notizia sensazionale.

G.Z. Basti pensare che se la temperatura dell’oceano cambia di 0,1°C, la quantità di anidride carbonica che può immagazzinare in più o in meno, come gas disciolto, corrisponde a non so quante centinaia di anni di produzione delle centrali. Basta che un vulcano si metta a eruttare, come è successo con il Pinatubo anni fa, e cambia drasticamente la situazione, oppure basta una macchia solare in più. Io credo che sia molto più grave quello che prima chiamavo micro inquinamento, cioè la contaminazione ambientale derivante da sostanze che sono pericolose anche quando sono in parti per milione o parti per miliardo, in particolare quelle che hanno un effetto mutageno. Qui, la ricerca chimica e la medicina non sono indenni da critiche.

Pubblico È solo leggenda il fatto che le famose boschette, cioè quei boschi di piante spontanee che una volta insistevano, ora molto meno, sui terreni agricoli, erano fonte di attrazione delle piogge, e rendevano il terreno adiacente più umido degli altri così da essere sempre attorniati da prati, che producevano erba e foraggio? Questi sono venuti attualmente a mancare in quasi tutte le zone a coltivazione agricola per motivi di interesse economico, non consentendo più questi provvidenziali momenti di umidità e anche di freschezza e quindi di minor siccità.

G.Z. Io non metterei le variazioni climatiche in relazione solo a questo. È anche questa una componente, indubbiamente, che contribuisce a mantenere una temperatura della superficie terrestre più ragionevole rispetto, per esempio, a una superficie pavimentata. La superficie pavimentata, sopra tutto un tetto, magari scuro di colore, d’estate attira tanto calore, e genera correnti ascensionali talmente elevate che produce un piccolo sconvolgimento climatico. Allora, quando non c’erano queste grandi superfici pavimentate e era prevalente il verde o il bosco, le correnti ascensionali non c’erano e le piogge erano meno concentrate in determinate posizioni. Oggi, perché le grandi alluvioni avvengono a Schio, Bassano e comunque in comuni pedemontani? Perché, per effetto di queste forti correnti ascensionali dovute alle superfici pavimentate, alle strade, ai capannoni, le correnti che portano la pioggia si scontrano più violentemente con le correnti fredde in corrispondenza della pedemontana, cioè ai primi rilievi. A Bassano piove, per esempio, il doppio rispetto a quanto pioveva cinquant’anni fa. Ma se piove il doppio a Bassano, piove di meno a Cittadella, perché alla fine l’acqua che scende sulla terra è la stessa. È un complesso di modificazioni che hanno portato a questo regime, non è solo il fatto che non c’è più il bosco in una certa zona, perché esso, da solo, non può avere un effetto rilevante sulle modifiche climatiche.

Pubblico Quella zona a cui lei ha accennato, tra poco sarà addirittura intaccata da acqua salata?

G.Z. Diventa il paradiso dei volovelisti, come succede adesso.

R.C. Per via delle correnti ascensionali.

G.Z. L’aeroporto di Thiene, per esempio, che è vicino alle montagne, è ideale per prendere quota e arrivare a altezze tali da riuscire a andare in Austria e tornare indietro solo per effetto delle correnti ascensionali delle aree pavimentate.

Fernanda Novaretti Parlava prima degli sprechi dell’acqua. Volevo conoscere la situazione degli acquedotti a Padova e nei comuni circostanti, visto che lo spreco d’acqua molto spesso si verifica nel corso della distribuzione nel territorio.

G.Z. Sì. Mediamente, dicevo, su 250 litri che vengono immessi nell’acquedotto per ogni abitante, 90 litri vanno in perdite. Questo non è vero dappertutto nella stessa misura. La città di Padova ha una percentuale di perdite abbastanza modesta, dell’ordine del 15%, quindi meno di quei 90 litri. Per contro, ci sono aree, sopra tutto nella Bassa Padovana, dove l’acqua dispersa è più della metà di quella che viene immessa in rete, perché ci sono più condotte e i tubi, a parità di abitanti serviti dall’acquedotto, sono più lunghi, per cui l’incidenza diventa maggiore. Economicamente non conviene eliminare queste perdite, perché il costo di eliminazione è superiore al vantaggio che si avrebbe dal risparmio d’acqua. Per questo dicevo che 1 euro al m3 è un costo troppo irrisorio per permettere un ciclo virtuoso di risparmi.

R.C. Cioè, si risparmierebbe troppo poco in acqua per giustificare il grosso investimento in opere.

Mario Quaranta L’ONU, che interviene in tanti campi della vita civile, economica, politica, ha fatto convenzioni o ha preso posizione su questo specifico problema?

G.Z. Sì. Nei paesi così detti in via di sviluppo, indubbiamente ci sono molte attività svolte, non tanto dall’ONU, quanto da organismi internazionali, in particolare dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ci sono anche organismi che si occupano d’idrologia e che esportano in questi paesi conoscenze riguardanti lo sviluppo di sistemi di serbatoi per immagazzinare l’acqua, anche per cicli pluriennali. Ci sono finanziamenti anche a fondo perduto per molti di questi paesi. Sono tutte cose, però, che sono dei palliativi rispetto al problema generale. Si trovano situazioni come quelle della Cina, in cui si producono sconvolgimenti climatici per effetto della costruzione di grandi impianti, come la famosa diga delle Tre Gole, che i cinesi costruiscono perché serve in questo momento al loro sviluppo industriale, senza considerare quello che succederà anche nella stessa tettonica della crosta terrestre, perché fare dei grandi laghi che pesano sulla crosta terrestre – la crosta terrestre, poi, galleggia sul magma – può produrre terremoti o abbassamenti di terreni, anche a grande distanza da dove sono stati realizzati. Forse questa visione planetaria del problema manca anche all’ONU. Si vede il problema dell’emergenza locale del singolo stato, ma non si vede l’effetto a grande scala. Ci sono mille esempi del genere in tutto il mondo. La Siberia stessa sta modificando drasticamente il clima con la costruzione di dighe e laghi sui grandi fiumi che sfociano nell’Artico, che modificheranno non solo il peso sulla crosta terrestre, ma anche la massa termica di tutta la fascia, con conseguenze non valutabili con semplici modelli, perché agiscono sulla circolazione di correnti aeriformi su tutta la terra. È come se si formasse una grande nuvola in corrispondenza della Siberia, e là dove prima c’era una grande depressione fredda, adesso c’è una nuvola di vapore. Che conseguenze avrà? Ho fatto apposta l’esempio del modello matematico del battito d’ala di farfalla, proprio per fare vedere come i problemi climatologici sono talmente complessi che non sono risolvibili con gli strumenti nostri. Magari un giorno, oggi no.

Cecilia Maurantonio Lei, prima, ha attraversato l’aspetto della casualità, del caso. M’interrogavo a proposito di quanto stava dicendo adesso, se non sia il contrario, cioè che il clima sia ciò che risulta da una serie di combinazioni, di come le cose si combinano e di come non sono prevedibili, non sono dirigibili, non sono padroneggiabili. Visto che noi ci troviamo a constatare quanto avviene nell’esperienza della parola originaria, è proprio la questione del caso che si pone, cioè del caso originario nella logica della parola. Quindi, m’interrogavo come possa trovarsi qualcosa d’interessante nella relazione tra gli elementi. Come ciascuna cosa può trovare una logica, come si combini in un modo che non sia né negativo né positivo; ne accennava prima il dottor Chinaglia a proposito dell’ossimoro. Come questa apertura si offra a una molteplicità di altre cose che procedono, però, come una questione logica che conduca al fare, non solo in termini di prevenzione o di valutazione di elementi. Anche la gravità non è solo qualcosa che gravita o che indica il luogo o il basso, ma magari segue un’altra logica, vari aspetti logici delle cose che devono trovare il modo della combinazione

G.Z. Che posso risponderle? Per me, il caso è quello che non riesco ancora a spiegare. Può darsi che ci sia una spiegazione logica a tutto, ma noi non ci siamo ancora arrivati. Allora, quello che non riusciamo a spiegare lo chiamiamo caso, oppure, se facciamo un modello matematico, lo simuliamo come una funzione così detta random. L’importante, quando non sappiamo giustificare una cosa, è identificare una strada virtuosa che porti a ridurre il problema. Non sappiamo se lo risolveremo, l’importante è sapere che non lo peggioriamo. Se siamo davanti a problemi climatici, se siamo davanti a problemi di discrasia tra domanda e offerta d’acqua, sia perché diminuisce l’offerta, sia perché aumenta la domanda, in quanto aumentiamo noi sulla terra e gli usi che facciamo dell’acqua, dobbiamo comunque mettere in atto delle azioni che portino a una riduzione di questa discrasia, al di là della comprensione o delle giustificazioni tecniche o scientifiche di quello che sta succedendo.

C.M. Volevo solo precisare che quello che ho detto non si riferiva a una necessità di spiegazione o implicazione. Ponevo soltanto una questione rispetto alla logica, che possa intervenire qualcos’altro ancora. Comunque, grazie.

Pubblico Lei ha fatto cenno al Giappone e a ciò che sta facendo la Germania per l’utilizzo dell’acqua. L’introduzione in Italia di queste regole, secondo lei va contro e in che misura a comportamenti individuali e collettivi ormai consolidati nei confronti di questo problema? Cioè, c’è una sensibilità e una conoscenza tale che possa convincere o indurre o, quanto meno, generare l’introduzione di regole che esistono in altri paesi, oppure quali ostacoli bisogna superare?

G.Z. Non è un problema tecnologico, è un problema di etica. L’etica si costruisce un po’ alla volta; si costruisce anche parlandone qui, si costruisce parlandone in famiglia con i figli piccoli. Io ho provato. Fin da piccoli, i miei li ho abituati a fare la doccia e non il bagno, a chiudere il rubinetto quando non serve e a fargli vedere sul contatore di casa come l’effetto di questo comportamento produca il fatto che noi, in casa, consumiamo 90 litri di acqua per abitante al giorno, non 250. Non è che ci laviamo di meno per questo, semplicemente usiamo bene l’acqua, anche se costa pochissimo. Superiamo tuttavia sempre il minimo, per cui di fatto paghiamo di più, però rimane la soddisfazione intima di avere fatto qualche cosa che va nella direzione giusta e senza un grande sforzo. È una cosa che si diffonde un po’ alla volta, anche per contagio. Forse ci vuole molto tempo. Sarebbe più facile se l’acqua costasse di più, come diceva il dottor Chinaglia, però questo è molto difficile, perché basta aumentare un centesimo e i giornali fanno titoli in prima pagina con scritto “maxi stangata”, perché altrimenti non si legge. Poi, se uno fa il conto di quanto incide nel bilancio familiare l’incremento della tariffa di cui si è parlato in questi mesi, per effetto del piano d’ambito, vede che con il telefonino in una settimana spende di più rispetto a quello che spende in più di un anno di acqua. È un problema di etica, d’informazione, di comunicazione, molto difficile da affrontare perché, purtroppo, la nostra stampa è in buona parte scandalistica. Però la direzione è quella.

Chiara Alessi Volevo sapere perché molte risorgive nella zona del vicentino e anche del padovano sono scomparse, e se a questo fenomeno contribuisca l’escavazione indiscriminata che è stata fatta nel letto dei fiumi per uso industriale.

G.Z. Dicevo prima che nel vicentino, proprio dove ci sono i pozzi di Padova, la falda si è abbassata di dieci metri. Se si abbassa la falda in tale misura, non arriva più a quella specie di bocca di sfioro che sono le risorgive. Le risorgive sono attive quando tutta l’acqua che non sta nella falda, cioè che ha già saturato la spugna sotterranea, viene fuori per troppo pieno. Essendosi abbassata la falda di dieci metri, il troppo pieno non esiste più. Da questo derivano due cose: la prima è lo squilibrio tra ricarica e prelievo. Quando dicevo che è cambiata la climatologia delle piogge, forse non ho detto che questo ha comportato una riduzione del 20% dell’acqua che in effetti va a finire nella falda. La ricarica in questa grande spugna sotterranea è diminuita del 20%. Per contro, i consumi sono aumentati del 100%, e quindi c’è uno squilibrio; è come una vasca da bagno che ha un rubinetto che la riempie con meno acqua rispetto a quella che esce dal fondo. A questo si somma l’effetto delle escavazioni. Le escavazioni hanno abbassato in particolare il letto del fiume Brenta. Ma con l’abbassamento del letto, si è abbassata la quota alla quale comincia la ricarica dal letto del fiume verso le falde intorno. Quindi, mentre prima il fiume alimentava le falde partendo da un certo livello elevato e caricava una fetta di spugna ampia, ora la fetta di spugna che viene caricata sta più in basso, avendo perso tutta la parte superiore. In certe posizioni del Brenta, a Carturo, questo abbassamento è di dieci metri; all’altezza di Fontaniva, siamo sui 4-5 metri. Se si pensa che ogni metro di falda vuole dire circa 50.000.000 di m3 di riserva, si calcola facilmente quanta ne abbiamo perduta per questa ragione. È una cosa alla quale si sta rimediando con opere artificiali che troveranno un sacco di ostacoli da parte degli ambientalisti, ma che, forse, si riusciranno a fare per ripristinare il letto del fiume all’altezza originaria, realizzando un fiume artificiale. D’altra parte, ormai tutti i fiumi sono artificiali in Veneto.

R.C. Cioè, anche un’opera che andrebbe in direzione del ripristino dell’ecologia di un territorio incontrerebbe l’opposizione da parte degli ambientalisti?

G.Z. La prima cosa che succede è la nascita del “comitato contro”, che non nasce perché l’ambientalista si è fatto un’idea particolare, ma nasce perché uno che vuole fare carriera politica considera che quello è un argomento utile per la sua propaganda e, quindi, fa nascere il comitato stimolando certe reazioni. Poi, il comitato, appena è nato, non può più tirarsi indietro; va avanti per la sua strada! È un processo ormai codificato nei manuali. Negli Stati Uniti, tutti i capi dei comitati ambientalisti sono diventati senatori e poi hanno cambiato, ovviamente, atteggiamento.

Bruna Milesi Potrebbe fare un accenno all’acqua come via di comunicazione, qua nel Veneto? In particolare del perché in sessant’anni non siamo riusciti a fare l’idrovia Padova-Venezia?

G.Z. Il Veneto ha una storia di 500 anni di grande idraulica. La grande idraulica è nata qui. La scuola d’idraulica di Padova è una delle più conosciute nel mondo, non solo in Italia, per merito della storia che ci sta dietro. Quand’ero bambino vedevo i barconi carichi di sabbia, o carbone, o altro materiale che viaggiavano lungo il Bacchiglione e anche nei canali interni di Padova, trainati da muli, e era una cosa normalissima. Qualche anno prima, fino agli inizi del 1900, si arrivava col barcone fino a Vicenza. Anche il Bacchiglione era navigabile e, dove ci sono oggi dei salti – uno è poco dopo Selvazzano, un altro all’altezza di Montegalda – c’erano come degli scivoli poco inclinati e i barconi, che hanno il fondo piatto, venivano tirati su per questi scivoli, e così si arrivava fino a Vicenza. Tutto il Canale Battaglia fino a Monselice, Este, era navigabile, per non parlare del Naviglio del Brenta, e c’era tutta un’economia che viveva su questo. Poi, negli anni 60 ci siamo inventati l’idrovia Padova-Venezia, che in realtà doveva essere un pezzetto di una grande idrovia che doveva arrivare fino a Mantova e congiungersi, poi, col sistema Mincio e il sistema Po.

L’idrovia ha avuto due difetti, il primo che è stata dimensionata per barche di 1350 tonnellate, una dimensione allora appena concorrenziale, che è diventata non concorrenziale subito dopo, in quanto oggi si parla di barche da almeno 3000 t. Il secondo difetto è che non c’è stato il coraggio di farla subito. Se si fosse fatta subito probabilmente sarebbe stata realizzata per intero e, quindi, avrebbe avuto un senso, avrebbe generato l’insediamento delle zone industriali in prossimità dell’idrovia e avrebbe approfittato del porto di Venezia, dello sbocco in mare. Solo che è arrivata tardi, perché subito dopo c’è stata l’espansione edilizia. Sul tracciato dell’idrovia, sopra tutto quella che va da Padova verso ovest, si sono insediate un sacco di costruzioni, e oggi, di fatto, è irrealizzabile.

C’è da chiedersi se un’idrovia Padova-Venezia, che tecnicamente sarebbe ancora fattibile e potrebbe essere facilmente adeguata per fare passare battelli anche da 10.000 t, ha ancora senso o meno. Qui, le opinioni sono le più diverse, perché si mescolano quelle degli idraulici, degli economisti, degli avvocati e di tutti quelli che vogliono mettere lingua sull’argomento. La mia personale opinione è che una via d’acqua tra Padova e Venezia può essere facilmente trasformata in una grande zona industriale longitudinale, con le industrie adiacenti all’idrovia, in modo da ricevere le materie prime direttamente in fabbrica e potere caricare quello che hanno prodotto direttamente sul barcone senza necessità di trasbordo. Questo avrebbe oggi, viste le prospettive che ci aspettano, probabilmente un grande significato, perché, con barche sopra le 5000 t si può tranquillamente navigare nel mare Adriatico, si può andare nell’Egeo, nel mar Nero, si può risalire in Ucraina, in Russia fin dove si vuole, si può risalire il Danubio. L’apertura verso est probabilmente avrebbe un significato economico interessante.

A me ha fatto impressione una visita che ho fatto anni fa a Cremona, dove c’è un porto fluviale collegato al fiume Po e, sulle banchine di quel porto, sono nate e stanno continuando a crescere aziende che producono manufatti grandi, che per essere trasportati avrebbero bisogno di trasporti speciali; per esempio, grandi trasformatori e grandi pezzi di meccanica: li fanno, li caricano sul barcone e vanno in Arabia Saudita, nell’Egeo, senza dovere essere caricati sui camion con la scorta della polizia davanti e dietro, con costi di trasporto superiori a quelli di produzione. Ma, per far questo, bisogna avere un po’ di lungimiranza e superare molti di quei livelli di autorizzazione che dicevo prima, che sono diventati la nostra palla al piede per le grandi iniziative. Se poi aggiungiamo il fatto che il porto di Venezia è contrario perché perderebbe traffico, diventa un’idea che ha scarsissime possibilità di andare avanti.

R.C. Perché il terminale non sarebbe in realtà Venezia né Trieste, ma sarebbe?

G.Z. L’idrovia Padova-Venezia era nata nell’ipotesi di fare un trasbordo nel porto di Venezia. Questo, però, non ha senso perché i costi di trasbordo non giustificherebbero l’operazione. La cosa ha senso se la merce viene caricata sulla barca direttamente per arrivare a destinazione senza trasbordo. Adesso, poi, che si parla di autostrade del mare, sarebbe una cosa talmente ovvia!

R.C. Perché sul porto di Venezia ci sono delle controversie. C’è chi dice che non ha più una funzione.

G.Z. Il porto di Venezia è strozzato dalla mancanza di vie di comunicazione a terra, perché la merce arriva all’interporto, scende, e dopo rimane incastrata nei camion in tangenziale. In queste condizioni, uno che deve spedire della merce la fa arrivare al porto di Ancona o di Trieste.

R.C. E da lì, via mare per un’altra zona.

Concetta Ardito Ho sentito dire che buona parte delle risorse idriche vengono utilizzate nelle coltivazioni intensive e che la produzione agricola che ne deriva è maggiore del fabbisogno. Sembra che anche in questo caso ci sia uno spreco.

G.Z. Ha sentito dire dove?

C.A. Su alcuni giornali.

G.Z. Cioè, c’è una sovrapproduzione. Questo è un problema ancora più generale, che non è tanto di acqua quanto di sfruttamento della terra, e che poi sconfina in problemi di regolazione europea delle produzioni e degli aiuti alle produzioni. Sconfina con problemi sociali, perché buona parte di queste cose sono stimolate dalla Comunità Europea per mantenere i contadini sui campi, permettendo un reddito concorrenziale con altre attività. Sono molti gli aspetti che vanno messi insieme. Direi che in Veneto questo problema è molto ridotto, anche perché i Veneti hanno avuto la buona idea di specializzarsi in coltivazioni, sopra tutto orticole che hanno mercato e che sono fatte secondo criteri di produzione di qualità. Un po’ come avviene nell’industria si cerca la nicchia, così in agricoltura adesso non c’è solo il radicchio rosso trevigiano, ma c’è il radicchio veronese, ci sono le patate di Cologna, ci sono mille coltivazioni che richiedono acqua, ma richiedono essenzialmente terreni adatti e sistemi di commercializzazione adatti.

Non metterei in relazione questi aspetti con uno spreco di acqua, tenuto conto del fatto che, quando si irriga un terreno, tutta l’acqua che non viene utilizzata dalla coltura non viene perduta, ma rimane nell’ambiente, se ne va in falda oppure filtra verso i corsi d’acqua. Il vero problema di spreco è quando usiamo dell’acqua che sporchiamo durante l’uso che ne facciamo, rendendola non più utilizzabile per altri usi o addirittura dannosa.

R.C. Molte cose sarebbero ancora da indagare. Ci sarebbe da capire perché l’Egeo abbia cambiato la sua funzione, con questa “bomba” calda sopra, da dove venga; ci sarebbe da chiedersi, dato che basta un po’ di vento per alzare il livello dell’Adriatico, se il progetto Mose ha una sua validità o meno. Ci sarebbero ancora tantissime cose sia per quel che riguarda il nostro ambito più vicino, sia per quello che concerne l’aspetto planetario e, certamente, il dibattito suscitato indica che la questione è di grandissimo interesse e riguarda chiaramente ciascuno di noi. Anche questo incontro assolve a una funzione sicuramente di informazione, sopra tutto di educazione, perché la portata di alcuni gesti, la portata di una serie di combinazioni di cose, per lo più non è considerata. È considerato il primo segmento e non è considerata invece una serie di fattori.

Tutto ciò s’inquadra a pieno titolo con la questione che stiamo esplorando, anche clinicamente, in merito a mitologie, ideologie, fantasie che riguardano propriamente gli effetti di ciò che ciascuno fa, dice e le combinazioni di ciascuno con altri e altre cose.


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