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Ottavo capitolo del libro Luigi Pirandello L’amore e l’odio

Come e perché la lettura dissipa i personaggi della fiaba e instaura il caso clinico e il caso di cifra (La vita che ti diedi Dramma di Luigi Pirandello)

Ruggero Chinaglia Questa sera concludiamo la lettura de La vita che ti diedi. Ci sono domande, riflessioni, letture, proposte? Qualcuno ha da leggere qualcosa?

Cecilia Maurantonio Io avrei qualcosa.

Il figlio è il protagonista del romanzo, i vari personaggi parlano, questionano, ragionano e si muovono proprio intorno alla morte presunta del figlio di Anna, che è messa in discussione dalla madre. Nel romanzo, il nome del figlio della signora Anna non è conosciuto, il nome non viene mai citato, mentre non solo non sono mai menzionati i nomi ma neanche l’esistenza dei mariti di Anna e di Francesca. Molteplici presenze di madri, come anche Fiorina, assenti i mariti o i padri. Vi sono don Giorgio e Giovanni; don Giorgio è, per l’abito che porta, la maschera, ha un’altra valenza nel contesto della storia, e Giovanni, il giardiniere, che è figura connessa agli aspetti della bellezza tra le cose della casa e in particolare tra le cose che si dicono. Per esempio, è interessante la scena in cui Elisabetta, la nutrice, si affaccia alla finestra e conversa con “la voce” di Giovanni. E di cosa parla? Della luna. Evocando una frase di lui, parla della luna; lui parla della luna, non può parlare dell’anonimato del nome “luna”. Lui non può parlare. Le cose divengono parlando per via di catacresi. Cosa introducono nel racconto questi personaggi? La lingua della nominazione, la logica della nominazione, la parola originaria e la sua logica, procedura e scrittura nel suo viaggio di qualificazione, quindi anche di lettura. Il tragitto di un nome, dello zero, attraverso e nonostante le varie fantasmatiche rappresentate, dà l’idea di assunzione dell’Altro attraverso l’amore. Il nome funziona, infatti il figlio non torna, proprio la differenza del figlio da se stesso impedisce il riconoscimento: non è più lo stesso. Cosa lo ha ucciso? La lontananza sempre maggiore da dove era partito? Niente lo uccide, il figlio procede dal padre e è diviso da se stesso. Il sacrificio: le cose che si dicono si fanno, il sacro nella parola, il sacrificio senza cadavere, la differenza non si lascia imbalsamare, e giunge il frater, l’Altro differente dal padre e dal figlio a confermare il figlio, “la vita che ti diedi”.

Nella scena conclusiva dell’ultimo atto, la questione resta aperta, la questione nella parola è di vita, non c’è alternativa alla vita; Anna prende il posto di Lucia e acquisisce il sapere sulla morte del figlio, sente il dolore; il sacrificio è il martirio del figlio, crede nella sostanza e all’improvviso l’Altro viene rappresentato, la madre diventa l’origine, la funzione di morte. L’Altro è tolto. L’alternativa? Siamo ai “poveri morti affaccendati”. La vita, i mezzi della parola, il viaggio, con le cose da fare.

R.C. Bene, è un primo approccio d’ipotesi di caso clinico. Niente e nessuno può prendere il posto di qualcosa o di qualcuno. Impossibile prendere il posto dell’Altro, nulla sta al posto di qualcosa d’altro, questa sarebbe la zuffa, l’azzuffarsi per la riconquista del posto. Questa è una fantasmatica abbastanza frequente.

C’è un’altra domanda?

Lucio Panizzo No, ha a che fare col racconto l’Innesto.

R.C. Non è un racconto, è una commedia.

L.P. registrazione non comprensibile.

R.C. Ah, ecco. E quindi lei se la prende con Giorgio?

L.P. No, non me la prendo con Giorgio.

R.C. Se la prende con me?

L.P. Non so con chi prendermela.

R.C. Ecco, è questo il punto. È qui che adesso tocca a lei, né a Giorgio, né a altri. Perché la questione è come ciascun elemento diviene elemento intellettuale. E con l’analisi, con il processo di qualificazione si avvia un itinerario, con l’analisi si dissipa il personaggio.

Qui, noi, stiamo leggendo la pièce teatrale La vita che ti diedi tenendo conto del modo con cui i personaggi divengono statuto intellettuale. La lettura è ciò che dissipa il personaggio in quanto personaggio fiabesco, personaggio del fantasma. La lettura è ciò per cui s’instaurano il caso clinico e il caso di cifra, dove non si tratta più del personaggio in quanto agente – il personaggio avrebbe la prerogativa di agire – ma, dissipandosi il personaggio, è la parola a agire.

Lo statuto intellettuale s’instaura procedendo dallo zero, cioè dalla funzione di rimozione o di padre. Il padre nella parola è la funzione di rimozione. Il padre non è il padre di qualcuno, non è il papà, ma è il padre, cioè funzione di zero, funzione inassegnabile a alcun personaggio. Proprietà dell’analisi è proprio l’instaurazione dello zero. Noi, sin qui, abbiamo invece incontrato vari personaggi, e ognuno di loro espone le proprie ragioni, il proprio parere, il proprio punto di vista, il proprio credo. La lettura compie la traversata dalle ragioni dell’umano alla ragione dell’Altro, dove non si tratta della ragione di qualcuno su qualcun altro o di qualcosa su qualcos’altro, ma della ragione e del diritto dell’Altro, delle proprietà e delle particolarità dell’Altro, Altro come funzione vuota, Altro che comporta la non significazione. Solamente qualcosa che non sia sostanza può non significare. Credendo nella sostanza, ognuno se la deve rappresentare, darle un senso, un sapere, un significato, una forma, darle una rappresentazione e porsi in relazione con questa sostanza. Noi analizzeremo più avanti, leggendo Uno, nessuno, centomila, come Pirandello metta in questione la nozione di sostanza, che sarebbe ciò da cui procede la relazione sociale, cioè l’idea che, data la presenza di qualcuno di fronte, qualcuno che avrebbe determinate caratteristiche, questa presenza comporterebbe immediatamente l’assunzione di altre caratteristiche per mettersi in relazione. Ecco la relazione umana, la relazione sociale, la relazione sostanziale che procede non già dall’apertura ma dalla rappresentazione di qualcosa o di qualcuno. A questa segue la serie delle rappresentazioni, fino a rappresentarsi la vita come qualcosa che segna la vita, dice Pirandello, come cronologia dei fatti che segnano ognuno, perché quello che conta, dice ancora Pirandello, sono i fatti. Ma dice ciò non come suo credo, ma come messa in questione del senso comune, dell’ideologia vigente nell’epoca, potremmo dire nella sua epoca, che per altro è l’ideologia vigente in ogni epoca. L’epoca è contrassegnata dalla credenza nella sostanza, che costituirebbe il fondamento di ogni relazione speculare, dalla quale ognuno troverebbe il conforto della propria identità. Tutto ciò è esente dall’intellettualità. Questa è l’animalità, e lo possiamo cogliere sia leggendo Pirandello, sia dal racconto che ognuno fa di sé. Quindi è con questa disposizione che occorre leggere, con la disposizione allo statuto intellettuale, che è lo statuto di ciascuna cosa nella scommessa intellettuale.

La scommessa intellettuale è che non c’è più sostanza, quindi non c’è più fondamento, non ci sono più un senso, un sapere, una verità su cui fondarsi per rappresentarsi. Vediamo di cogliere questi vari aspetti leggendo quest’opera straordinaria intorno alla questione della famiglia non come fondamento sociale, non come cellula dell’ordinamento sociale, non come unità fondamentale della società, ma la famiglia come traccia, come traccia dell’interdizione linguistica, la famiglia senza genealogia.

Ognuno, occorre dire, usa il termine famiglia per rappresentarsi l’origine, l’appartenenza, la provenienza, l’habitat. Facciamo invece uno sforzo per cogliere la famiglia esente dall’origine e dalla rappresentazione dell’origine. Ognuno pensa all’origine per giustificarsi, per giustificare perché per cosa e per come si trova a un certo punto, per trovare un alibi. Ecco, sgombriamo la scena da questo alibi, sgombriamo la scena da ogni fantasia di origine e, con questa disposizione, leggiamo.

Proseguiamo a leggere da dove avevamo concluso la settimana scorsa. A casa di Donn’Anna è arrivata Lucia, moglie del figlio di Donn’Anna. Ma è ancora presto per dire che è la moglie. Si annuncia come l’amante. È arrivata perché contava d’incontrarlo, dato che ha potuto constatare di essere incinta, come si dice, di costui. Ora, Lucia non è alla prima gravidanza, ma alla terza, quindi ha altri due figli, ma avuti con il marito. Qual è il pensiero di Lucia intorno al marito? Cosa pensa Lucia del marito?

LUCIA: /…/ è un così intimo e oscuro sentimento d’odio, che non lo so dire, /…/ Solo perché moglie m’ha resa madre, per potersene poi andare spensierato con altre donne – tante – cinico e sprezzante; solo attento agli affari; e poi, levato di lì, fatuo, frigido – guarda la vita per riderne, e le donne per prenderle, e gli uomini per ingannarli. Cioè, è proprio un Barbablù, avete presente la fiaba di Barbablù? – Ho potuto resistere a stare ancora con lui, solo perché avevo chi mi teneva su, chi mi dava aria da respirare fuori di quella bruttura. – Non dovevamo bruttarci anche noi! Perché si sono bruttati, in realtà. Se vi ricordate, Lucia dice che, all’ultimo, questo amore, che per tanti anni era puro, si è bruttato. Le giuro, le giuro che non è stata una gioja – e la prova (è orribile dirlo, ma per me è così) – è in questa mia nuova maternità.

Dunque, la nuova maternità è la prova che quelle precedenti non sono state una gioia. E qui c’è una notizia non da poco che butta all’aria il luogo comune sulla gioia e la maternità.

LUCIA Avevo fatto tutto là, tre anni, per non essere più madre. Lo credo, lo credo anch’io che dev’essere una gioja; e non voglio altro, le giuro che non voglio altro che questo: che veramente diventi per me questa gioja che non ho provata mai!

Dunque, deve essere una gioia la maternità; è una prescrizione!

DONN’ANNA Ma devi averla tu nel cuore, figlia mia! Se non l’hai tu, chi te la può dare? Quindi, questa gioia ci deve essere già, non viene dalla maternità. Per Donna Anna questa gioia la devi prima avere tu.

LUCIA Lui! Lui!

DONN’ANNA Sì, lui; ma per come tu hai nel cuore anche lui! Solo così. È sempre così. Non cercare nulla che non ti venga da te.

Salta ogni teoria psicologica sulla maternità! Gli dettero il premio Nobel anche per questo, evidentemente. Cioè, occorre che noi teniamo conto che la comunità letteraria, scientifica, gli ha dato il premio Nobel, come dire che non ha trovato obiezioni morali, letterarie, di alcun genere al conferimento del premio, cioè, non dice corbellerie e noi dobbiamo pur tenerne conto.

Non cercare nulla, dice Donna Anna, che non ti venga da te. Donna Anna, man mano che la pièce avanza, diventa sempre più realista.

LUCIA Che vuole che mi venga da me in questo momento! Sono così smarrita – sospesa – Questo tradimento di non farsi trovare…  – Ho bisogno di lui, di vederlo, di parlargli, di sentirne la voce!

E Lucia non sa dove trovarlo, lo cerca e non lo trova, sembra come l’omino famoso. E Donna Anna a questo punto s’intenerisce.

DONN’ANNA – Tremi tutta – sarai così stanca! – Il lungo viaggio!

LUCIA Mi rombano le orecchie – la testa mi vaneggia –

DONN’ANNA Vedi, dunque?

LUCIA – Tanta ansia, tanta ansia.

Lucia, ansiosa, deve andare a riposare e viene accompagnata alla camera. Il mattino dopo, cosa accade? Arriva Francesca, che è la mamma di Lucia. Quindi, c’è Donna Anna, a cui Lucia si affida come madre e arriva Francesca che è la mamma di Lucia. E Francesca dice: “Ma, allora, è morto o non è morto?” “È morto”, dice Francesca. Sgombra subito il terreno da ogni possibile malinteso. Donna Anna dice di no. Tutti gli altri dicono di sì. Francesca dice: “No, no, basta, occorre rivelare a Lucia che lui è morto”. Donna Anna si oppone.

DONN’ANNA (parandosi di fronte a lei): No, signora! Lei non sa il male che le farebbe! /…/ Perché non sa quello che io so! Il caso è molto più grave di quanto lei s’immagina!

FRANCESCA Più grave? Lui è morto! Ancora più grave?

DONN’ANNA /…/ – Sì – e ch’egli non è così morto, come a lei pare – Quindi, se fosse morto. Ma il caso è più grave di così, perché lui “non è così morto come a lei pare”! La frase successiva sembrerebbe togliere ogni malinteso a questa formulazione.

DONN’ANNA – se vive ora in lei, come l’amore d’un uomo può vivere, diventar vita in una donna – quando la fa madre – ha capito?

FRANCESCA (raccapricciando): Suo figlio? – Oh Dio! e come? – Ma dunque – per questo? –

DONN’ANNA È arrivata in un tale stato di disperazione, che non m’è stato ancora possibile “dirglielo”. Le ho detto che era partito – per lei, per prudenza – per non comprometterla – e già è bastato questo, perché si vedesse, si sentisse morta –

Quindi, morto lui, morta lei. C’è un’idea di morte che gira, aleggia su questa scena. Lei si sente morta, si vede morta, lui è morto, però non è morto, è partito. E dunque, Donn’Anna dice:

DONN’ANNA /…/ nell’animo [di Lucia] in cui si trovava là – se lui le fosse mancato – cioè se le fosse stato confermato che fosse morto – si sarebbe uccisa – creda!

FRANCESCA Ma lei, Dio mio, lei vuole tenere ancora la mia figliuola legata a un cadavere?

DONN’ANNA Che cadavere? La morte per lei è là, presso l’uomo a cui lei l’ha legata: quello, è un cadavere! – Io ho cominciato invece fin da jersera, a farle intendere –

FRANCESCA – che ha gli altri figli suoi – là –

DONN’ANNA – ma questo lo sa! me n’ha parlato lei stessa /…/.

FRANCESCA – dei figli?

DONN’ANNA – sì: che se l’è fatti suoi, dopo – dopo che le erano nati – estranei! – Se li è potuti far suoi con l’amore di mio figlio, intende? Hanno avuto bisogno dell’amore di lui, anche quelli, perché diventassero vita per lei.

Dunque, questi figli sono nati estranei. Qui si annuncia qualcosa di rilevante: nessuna relazione tra la madre e il figlio! Anzi, con la nascita, nessuna relazione tra la madre e il figlio. E, in effetti, a ben considerare, la questione della nascita comporta la recisione, un taglio che è impossibile colmare, un taglio che rescinde ogni possibile relazione, vera o presunta, tra la madre e il figlio.

Ma Francesca si preoccupa per la salute di Lucia e dice: “Ma bisogna pure che lo sappia, che qui ormai non c’è più”.

DONN’ANNA Non qua! – “Qua” le diremo “lui non ritornerà, se non saprà che tu sei partita. Lo vedrai tra poco; perché egli ritornerà a te, là”.

Quindi lui tornerà a lei, a casa. E questo è un dettaglio clinico: lui tornerà a lei, a casa. Chiaro? Non è più la fiaba questa, è un dettaglio clinico, lui tornerà a lei, a casa. Come può accadere questo? Se lui fosse morto, potrebbe tornare a lei a casa? A questo punto, con tutto questo baccano, Lucia si sveglia e vede che è arrivata la mamma. E come la vede, subito pensa che è accaduto un guaio e intuisce in un baleno la sciagura. E cosa le dice la mamma per confortarla? Che sì, è accaduto un guaio, lui è morto. La mamma le annuncia, papale papale, che lui è morto:

FRANCESCA Figlia mia… figlia mia…

LUCIA È Morto? è morto? (Respingendo l’abbraccio della madre, per volgersi a Donn’Anna.) No! Non è possibile! Oh Dio (con le mani tra i capelli:) il sogno che ho fatto! (smarrendosi e guardandosi attorno:) Morto? – Ditemelo! Ditemelo!

FRANCESCA Sono già tanti giorni, figlia  –

LUCIA /…/ E io l’ho sognato, che non poteva più ritornare, tanto lontano se n’era andato; /…/. Per non farmi più pensare che se non l’avevo trovato qua ad aspettarmi, come doveva – eh sì, questo soltanto doveva essere accaduto, che fosse morto! E non l’ho compreso, perché lei [Donn’Anna] /…/ me ne ha parlato come se fosse vivo!

DONN’ANNA (guardando lontano): Lo vedo –

LUCIA (stordita): – Che è morto?” – e non le è morto qua sotto gli occhi?

DONN’ANNA – No: ora – /…/ ora lo vedo morire.

LUCIA Come? Che dice? /…/ Io lo sapevo, lo sapevo che sarebbe morto! Non avevo voluto crederci. Me lo disse lui stesso, quando partì, che sarebbe venuto qua a morire! /…/ Lo vidi io! Moriva, moriva, da anni; gli s’erano spenti gli occhi; era già come morto quando partì! Così pallido lo vidi, così pallido, così misero lo vidi, che lo compresi subito che sarebbe morto!

Eh, lo vedo così misero, così pallido. Quindi, Lucia racconta che già da tempo se lo rappresentava morto.

DONN’ANNA (sola): Figlio mio! – le tue carni! – te ne sei andato così – misero, misero! E io… io t’imbalsamavo – vivo! – vivo ti imbalsamavo – come non eri più, come non potevi più essere – /…/ Fuori della tua vita ti volevo far vivere? fuori della vita che t’aveva consumato – povera, povera carne mia che non ho visto più! che non vedrò più!

C’è un rovesciamento per Donna Anna, che ricorda il figlio, misero, e in questa miseria lo vede imbalsamato, imbalsamato vivo nel ricordo che lei ne aveva. A questo punto, Francesca dice a Lucia che deve andarsene, che deve tornare a casa dai suoi bambini.

DONN’ANNA No! Me la lasci signora! è mia! è mia! Me la lasci! Me la lasci! /…/ Sono la tua madre!

FRANCESCA Ma vuole che lasci me per lei? E i suoi figli? Quindi, due madri che si azzuffano per il possesso della figlia. E Francesca dice a Donna Anna che è pazza.

FRANCESCA (violenta): Signora, ma si fa coscienza lei di quello che dice? Si fa coscienza, cioè, è cosciente? E Lucia, di rimando:

LUCIA E tu, di quello che io farei? ti fai coscienza? Ti fai coscienza di quello che farei? Cioè, te lo rappresenti? Al che, Donna Anna fa un passo indietro:

DONN’ANNA (subito abbattendosi): No, no: tua madre ha ragione, figlia! Ha capito che io lo dico per me – per me – non per quello! – Divento misera, misera anch’io! – Ma è perché muojo anch’io, ora, vedi? Sì, appena ti nascerà questo che ti porti via lontano; appena gliela darai tu, di nuovo, la vita – là – fuori di te! – Vedi? Vedi? Sarai tu la madre allora; non più io! Non tornerà più nessuno a me qua! È finita! lo riavrai tu, là, mio figlio /…/ sarà tuo; non più mio! Tu, tu la madre, non più io! E io ora muojo, muojo veramente qua. Qui è tutto un morire, un morire e dare la vita, inizio e fine. E sempre Donna Anna a Lucia Vai, vai, figlia, – vai nella tua vita – a consumare anche te – povera carne macerata anche tu, – carne macerata! – La morte è ben questa. E ora basta. – Non ci pensiamo più. – Ecco; pensiamo – pensiamo, qua, ora, a tua madre piuttosto – che sarà stanca.

FRANCESCA No, no – io voglio subito, subito ripartire.

DONN’ANNA: Eh, subito non potrà signora. Si deve aspettare. Passa tardi di qua il treno di Pisa. Avrà, avrà tutto il tempo di riposarsi. – E tu, figliola mia –

LUCIA No, no – io non partirò – non partirò – rimarrò qui con lei, io!

FRANCESCA Tu partirai! Dice la mamma. E Donn’Anna ribadisce:

DONN’ANNA Qua non c’è più nulla per te. /…/.

LUCIA Ma là io non torno! non torno, sai! – Non è più possibile per me! – Non posso! Non posso e non voglio! Come vuoi che faccia più, ormai?

DONN’ANNA /…/ È ben questa la morte, figlia – Cose da fare, si voglia o non voglia – e cose da dire… – Ora, un orario da consultare – poi, la vettura dalla stazione – viaggiare… – Siamo i poveri morti affaccendati. – Martoriarsi – consolarsi – quietarsi. – È ben questa la morte.

E, quindi, che accadrà? Che accadrà dopo questo epilogo? Cosa sta per accadere? Cosa è accaduto? Di cosa si tratta? Qual è il caso di cui qui si narra la fiaba? Di cosa si tratta in questa pièce, il cui epilogo sembra così tragico? E invece no, non è per nulla tragico se andiamo oltre la fiaba e la leggiamo, se andiamo oltre i personaggi e li leggiamo nel loro statuto e non nel loro realismo di personaggi.

Cominciamo allora a porci le questioni serie. Come accade che vi sia questo sdoppiamento della madre? Perché è di questo che si tratta: ci sono due madri! Come può accadere lo sdoppiamento della madre? Perché occorre leggere la fiaba, per andare oltre la fiaba con la logica della nominazione, non con la stessa logica della fiaba, altrimenti restiamo nella fiaba, restiamo nell’epoca.

Ora, la pièce racconta di un sogno, di un sogno o di una fantasia; ma di chi? Chi ha la fantasia di cui la pièce narra alcuni aspetti? Narra sopra tutto di uno svolgimento. Chi è il protagonista della pièce? Qualcuno aveva proposto che il protagonista è il figlio.

C.M. È la funzione del nome.

R.C. Allora, poniamola così: x si reca da y per raccontargli un sogno, dice “Ho fatto un sogno”, oppure “Ho avuto una fantasia e ho pensato che…”. Chi è x che va da y a raccontare delle sue fantasie? Chi ha avuto la fantasia di cui la pièce ci illustra l’aspetto fantasmatico?

Lucio Panizzo A me sembra Lucia.

R.C. Lucia si trova fra due madri. No, non è tanto un malinteso: è nell’assenza di malinteso se occorre rappresentarsi due madri! Lei dice Lucia ma Manuela non è d’accordo, perché?

Manuela Macario […] il morto […].

R.C. Eh no, il morto non c’è, non c’è! Il morto che non c’è; proprio per questo è nella fantasia. Occorre astrarre. Non c’è nessuno che vede, ma è una fantasia che si enuncia. Per prima cosa occorre sgombrare la scena dal realismo. Quali sono i termini materiali della vicenda? Non reali, ma materiali, cioè dove si tratta della materia narrativa e della materia intellettuale. Eh, capisco che l’ora è tarda e la prova è perigliosa!

C.M. […] quindi c’è questo distacco […].

R.C. Sì, e quindi?

C.M. Nel momento in cui lui non c’è, Lucia può accorgersi di aspettare il figlio.

R.C. Eh no, non è per quello, non è perché lui non c’è che se ne accorge, casomai il contrario: perché lui c’è, non perché lui non c’è. A meno che non vogliamo pensare a Lucia come a Maria. Non è la storia di Gesù Bambino. Prego.

Sabrina Resoli Penso sia la fantasia di Lucia che è incinta e si accorge che ciò che sembra prescritto intorno alla maternità non accade, e quindi si interroga intorno alla madre, alla questione madre.

R.C. Lei la fa all’acqua di rose, lei dice che una donna perché s’interroga intorno alla madre, fantastica che i figli sono così, il marito è cosà, due madri, tutte queste cose qui?

S.R. Si chiede anche chi è.

R.C. No, lei no, lei non se lo chiede. Lei non ha dubbi che il figlio procede dal padre, non ha dubbi. Il suo dubbio non è sul padre, eh no. Perché qui si tratta di una questione linguistica ben precisa. Qui il dubbio non è sul padre, a monte è sul padre, ma si forma come dubbio sul marito: è il marito che è fedifrago, è il marito che… Solo perché moglie m’ha resa madre, per potersene poi andare spensierato con altre donne – tante – cinico e sprezzante; solo attento agli affari; e poi, levato di lì, fatuo, frigido – guarda la vita per riderne, e le donne per prenderle, e gli uomini per ingannarli. Una bestia! Quindi, qui c’è un marito esecrabile, c’è l’esecrazione del marito, questa è la questione, che certamente parte dall’esecrazione del padre, ma qui testualmente si pone l’esecrazione del marito, e di questo dobbiamo tenere conto perché è un dettaglio clinico, non è un dettaglio fantasmatico; cioè, è chiaro che è un dettaglio fantasmatico, ma tesse il caso clinico, come se questo fosse il caso da cui ha attinto Pirandello. Da quale caso di cronaca ha attinto per scrivere questa pièce? Qual è il caso di cronaca? Qual è il materiale da cui ha attinto? Qual è la fiaba? Non è un caso morale, non è una questione, un pistolotto contro l’infedeltà dell’uomo, è una fiaba.

Gianfranco Dalle Fratte Comunque, lei di sicuro fa il ruolo della vittima.

R.C. Lei?

G.D.F. Lucia. Mi sembra faccia un po’ la vittima.

R.C. Eh sì, è il meno che si possa dire. Quindi gli uomini pensano che sia Lucia la protagonista qui!

M.M. […].

R.C. Ah, lei è per il pan per focaccia: lui ha delle amanti, allora anch’io!

M.M. No, quando lei ha detto che lui verrà da lei a casa, ho pensato che avesse, che ci potesse essere una spiegazione.

R.C. Ma è proprio così, infatti. Manuela dice che c’è una trasposizione del marito nell’amante. Ossia, questa donna non fa la bascula tra il marito e l’amante, per nulla. Allora hanno ragione Panizzo e Dalle Fratte quando dicono che si tratta del caso di Lucia.

La questione è questa: Lucia, un giorno scopre di essere incinta del terzo figlio, due ne ha già avuti e ora è in attesa del terzo. Di chi è incinta? Del marito, che è partito per un viaggio di lavoro. E, siccome il marito è lontano, è assente e ci sono dei problemi di genealogia – infatti, nella fiaba, come notavano Panizzo e Maurantonio, non c’è il padre, il marito è assente, il padre non c’è proprio, non c’è nessun padre –. Ora, in assenza dello zero, che cosa accade? Che si rappresenta il negativo, e le cose, anziché nel loro statuto materiale, intellettuale, “significano”. E che cosa significano? O il bene o il male! Entrano, cioè, nell’alternativa. In assenza di zero, e già l’assenza di zero è indice che l’apertura non c’è, le cose significano l’alternativa fra il bene e il male, fra il positivo e il negativo.

Dunque, Lucia è incinta, il marito è assente e lei fa un pensiero totalmente negativo sul marito, ritenendo che le sia infedele: è andato a spassarsela con qualcun’altra! E già l’idea del negativo è idea del tempo che finisce, è idea d’incesto, di male, di corruzione. L’idea del marito fedifrago si doppia sull’idea di morte e d’incesto, e dunque pensa che il marito potrebbe morire. Anzi, dato che è fedifrago, sarebbe giusto che morisse e essa stessa potrebbe morire o uccidersi. Quindi, in assenza di processione dell’uno dallo zero, in assenza di zero, prevale l’idea di fine: il matrimonio è finito, l’amore è finito e tutto ciò che è accaduto nel matrimonio è impuro, è negativo. Sorge il fantasma d’incesto: nessun elemento del matrimonio è nella verginità, ma tutto è negativizzato ‒ i figli, l’amore, la maternità ‒ e nulla può lei offrire ai figli o a altri.

Ecco l’idea di corruzione, l’assenza di carità. Nessuna offerta, nessuna proposta, nessuna annunciazione. E l’assenza di grazia comporta che c’è il male dinnanzi. Lui è morto, lui sta morendo, i figli sono la sua rappresentazione, tutto quanto detto prima è segnato dalla negatività. Lucia pensa di lasciare il marito: quale modo migliore se lui morisse? Ma, tolta l’apertura, tolta la logica diadica, tolta la questione aperta, allora abbiamo l’alternativa, abbiamo il binarismo. Ecco che la madre diventa due madri, la madre che conferma la morte del marito, la negatività sul marito e la madre che invece non accetta che il figlio muoia. Quindi, abbiamo la madre che nega che il figlio possa morire e la madre che annuncia che il figlio è morto. Sono proprio due posizioni antitetiche, alternative.

Dunque, per un verso è tolta l’apertura, per un altro verso è negata la logica triale, per cui è negato anche l’Altro. Tolto l’Altro, la madre non è più l’indice del malinteso ma diventa la rappresentazione delle Parche: la madre è colei che dà la vita o la toglie. I greci avevano questa rappresentazione della madre, materna nel dare la vita, mortifera nel toglierla, nel tagliare il filo della vita. Ecco l’anfibologia della madre, la madre che dà la vita, la madre che toglie la vita.

Ma lo statuto della madre non sta né nel dare la vita, né nel toglierla. La madre è indice del malinteso rispetto alla vita, in assenza di relazione con il figlio e in assenza di relazione umana. La madre è indice del malinteso, che è uno statuto intellettuale che indica la questione del tempo. Infatti, tolta la madre, l’Altro è la morte. Dice: “Io potrei uccidermi, se questo avvenisse, io potrei, potrei…”. Ma questa è una fantasia, perché l’Altro non si lascia togliere, la madre non si lascia togliere e il padre non si lascia abolire. E, nel suo viaggio narrativo, Lucia, con il malinteso, ritrova la madre come indice, ritrova la madre che assicura anche il matrimonio, per cui ritorna a casa dove troverà il marito che non è affatto morto, ma che si era allontanato qualche giorno per motivi di lavoro. Dunque, la questione è semplice: solamente se il tempo è presunto finire, è dato per finito, allora le cose diventano presenti, si sostanzializzano e significano l’alternativa. I dettagli, invece, indicano l’articolazione, il viaggio narrativo che Lucia compie e che consente d’intendere che si è trattato solamente di un cedimento momentaneo, di una fantasia.

Sono proprio gli interventi dei vari personaggi – ciascuno dei quali interviene, diciamo così, borderline, tra il fantasmatico e l’analitico – dove troviamo le varie notazioni rispetto al figlio che non muore, alla madre che non è la mamma, alle varie convenzioni sociali. Chi si crede madre entra nella genealogia, entra nel fantasma di fine del tempo. Cioè, l’attribuzione a qualcuno del ruolo materno è l’attribuzione del ruolo delle Parche, dove ci sarebbe l’istituto della padronanza per gestire il tempo.

C.M. Quindi lui non sarebbe più suo il figlio che muore.

R.C. E proprio per questo, il figlio non sarebbe più la funzione di figlio, ma sarebbe l’elemento genealogico che inscrive ognuno nella stessa appartenenza, in una vita che deve finire.

C.M. Quindi è lì che non c’è più la materia?

R.C. Chiaro.

C.M. Perché, a un certo punto, Anna dice “io abbracciando […] mi sento questo corpo […]”, come se venisse qualcosa, questo sentire il corpo dell’Altro, no? Diciamo che c’è una funzione, si attribuisce anche alla trasposizione una relazione, quindi l’assunzione del posto dell’Altro, come se si potesse incarnare l’Altro, addirittura.

R.C. Esatto. La questione procede proprio dall’incarnazione, ossia dal fatto che non c’è la parola che si può fare sostanza, ma c’è la parola. In nessun caso căro facit verbum, ma verbum facit caro. Non c’è una carne che preceda la parola e possa diventare parola, non c’è una sostanza che possa diventare parola. È la parola la struttura materiale delle cose per cui la parola si fa carne, diviene carne. È la carne nella parola. Non c’è una sostanza che preesista alla parola, ma ciascuna cosa sta nella parola. Adesso si può provare a rileggerlo tenendo conto della vicenda e per cogliere l’aspetto del caso di cifra.

Pubblico Secondo lei Pirandello è un grande scrittore? Cioè, è uno scrittore cha ha lasciato un segno? Non so, io ho letto i Sei personaggi in cerca di autore…

R.C. Perché lo scrittore dovrebbe lasciare un segno? È un incisore?

Pubblico Sì, ma nell’immaginario collettivo può incidere sia in senso negativo […].

R.C. Questo se esistesse un immaginario collettivo, cosa che non è. Lei ha i suoi pensieri, un altro ne ha degli altri. Se provate a mettervi d’accordo bisogna prima disarmarvi, altrimenti ci scappa il morto.

Pubblico Diciamo che a livello politico, purtroppo, esiste.

R.C. No, non c’è nemmeno a livello politico. Quello che viene chiamato “immaginario collettivo” è una baggianata gnostica che è stata rilanciata in tempi recenti, una baggianata che suffraga l’ipotesi di un substrato comune, di un’origine comune da cui tutti procedono e di cui portano il segno, ma non c’è nessun segno, nessuno è portatore di nessun segno.

Pubblico […].

R.C. Ma questo non ha niente a che vedere con l’immaginario collettivo, nel senso che ciascuno coltiva la sua illusione. Se lei confronta la sua illusione con altre illusioni, troverà che nessuna collima perfettamente con l’altra. Quindi, l’immaginario collettivo non c’è; a ciascuno la sua illusione.

Pubblico Immaginario nel senso di controllo.

R.C. Ecco, tanto meno.

Pubblico […].

R.C. Ma quella è un’altra faccenda. Noi intanto andiamo avanti tenendo conto di ciò che questa testimonianza, questa scrittura ci pone e cioè che la questione è intellettuale, che non c’è realismo, mai, da nessuna parte e ciascuna cosa esige la lettura proprio per non incorrere in quel cedimento, in quel lasciarsi andare che sarebbe il realismo, cioè ritenere che le cose siano tali, senza qualifica, senza il loro viaggio. È solamente cogliendo gli aspetti del viaggio di ciascuna cosa che allora s’istaura la clinica, e con la clinica l’ascolto, per cui noi possiamo ascoltare il racconto di ciascuno senza realismo, cioè noi possiamo ascoltare il racconto senza la necessità di convertirlo in paura, in prescrizione o in divieto, ma lasciando che giunga alla sua cifra.

Pubblico Senza neanche un significato?

R.C. Senza significato! Però con il suo valore, che non è rappresentabile. Allora, ciò che viene qualificato come un dramma non ha nulla di drammatico, ma è una fantasia che indica propriamente che Lucia, avendo pensato che il marito peggio di così non poteva essere, nel suo viaggio narrativo trova che tutto ciò è fantasmatico e, che, in realtà, il marito è un’ottima persona, che il suo matrimonio è straordinario e quindi lei prosegue a casa sua il viaggio del suo matrimonio.

Pubblico Quindi non ha un marito ignobile?

R.C. Per nulla, però l’ha pensato per un momento. E avendolo pensato, immediatamente tutta la negatività dell’idea della propria origine le si è posta dinanzi. E allora fantasmi di morte, fantasmi di fine, fantasmi d’incesto, peste e corna, sangue e stridor di denti. Però, tutto ciò non è reale.

Pubblico Ma il marito è infedele.

R.C. No, il marito è fedelissimo.

Pubblico Questo “a casa” è la madre affettiva […].

R.C. “A casa”, nella parola originaria. “A casa”, nell’atto, nella parola originaria dove certamente la mater è mater secura, non è madre dolorosa, non è la madre che toglie la vita, nemmeno che dà la vita, non è la madre verso cui avere il debito perenne, né la madre da cui guardarsi perché potrebbe costituire un pericolo, ma è la madre senza anfibologia, quindi la madre come indice del malinteso. Questa è la nozione clinica che ci viene da questa lettura. E bisogna dire che questo testo dà un contributo interessante.


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