Sesto capitolo del libro Luigi Pirandello L’amore e l’odio
L’amore più ne ha, più ne dà (La vita che ti diedi Dramma di Luigi Pirandello)
Ruggero Chinaglia Lei voleva chiedere qualcosa?
Cecilia Maurantonio In una sua conferenza lei ha accennato all’ombra, dicendo che non è dinanzi, ma alle nostre spalle. Proprio rispetto a quanto diceva la volta scorsa e a quanto effettivamente si conferma leggendo Pirandello, che pone in rilievo la questione della coscienza, chiedo in che modo il vedere l’ombra dinanzi, presumerla, proceda dalla questione del punto bianco o nero, oppure in che modo si ritiene l’Altro l’oggetto che si denigra o si esalta, o l’Altro come il pensiero di sé che viene attribuito all’Altro. In che modo la fantasmatica pone l’accento rispetto all’ombra che pone dinanzi, rappresentandosi ora l’oggetto, ora l’Altro.
R.C. Quindi, qual è la domanda?
C.M. Cos’è che implica, che pone l’accento, come fantasmatica, sull’oggetto rappresentato o sull’Altro come coscienza, quindi nella coscientizzazione dell’oggetto o dell’Altro come pensiero di sé.
R.C. La settimana scorsa abbiamo concluso la serie d’incontri su La scienza e la crisi, che è stata un’occasione per considerare le varie questioni in merito all’accezione di scienza, e adesso proseguiamo con cadenza settimanale questi incontri intorno all’amore. In particolare, insistiamo su Pirandello, l’amore e l’inconscio, dove si tratta della lettura.
Pirandello ci fornisce qualche pretesto, ma la lettura è questione di ciascun caso in cui si tratta delle cose che si rivolgono alla qualità e la lettura esige l’assenza di realismo. Per capire, per intendere, per leggere, occorre dissipare il realismo, in particolare il realismo della coscienza, ovvero, ciò che si presume di sapere già, di conoscere, ciò che si presume “sia”. Perché la lettura non avviene nel registro del realismo, né in quello del reale, ma avviene nell’intervallo, dunque esige la funzione vuota, la funzione di Altro in assenza di significazione. Quel che si legge acquisisce valore, non ce l’ha già, quel che si legge non ha già significato, ma è con la lettura che ciò che si legge acquisisce il suo valore.
Dunque, leggendo. La lettura come memoria e la lettura come esperienza esigono il gerundio: leggendo. Leggendo, ciascuna cosa acquisisce il suo valore, si rivolge alla qualità. La qualità è questo, è il valore di ciascuna cosa, perché mai la qualità può essere standard, né può essere acquisita una volta per tutte. La lettura esige la gerundività, cioè che quel che è saputo non costituisce la chiave di lettura, né una base per cogliere ciò che il caso nuovo e la combinatoria nuova ci propongono. Questa è l’accezione di lettura a cui ci rivolgiamo.
Pubblico Resettare.
R.C. Resettare, to reset, to set. Sarebbe come dire regolare, mettere, rimettere, quindi reset, rimettere. Ecco, non è calzante, non si tratta di mettere le cose e poi dire “rimettiamo le stesse cose in un contesto nuovo”. Qui non si tratta di cancellare nulla. Nulla è cancellato, nulla è cancellabile e ciascuna cosa si aggiunge, si affianca, è adiacente, per cui non c’è la tabula rasa da cui partire, ma è questione di clinica, di combinatoria che propone ciascuna volta una combinazione e una combinatoria nuova. È questa novità che occorre cogliere, non è che bisogna svuotarsi o svuotare o cancellare qualcosa che è incancellabile; occorre l’accoglimento di ciascuna cosa che si dispone, accadendo.
Perché questa disposizione sia accolta nella sua novità, occorre una certa ginnastica, in quanto l’idea di “memoria” vigente è l’idea di memoria selettiva o elettiva, di memoria recente o antica. Occorre, quindi, un altro modo d’intendere la memoria, un altro modo d’intendere la disposizione e ciò esige l’ascolto, che è differente dallo stare a sentire, che non riguarda il suono o il fonetico ma riguarda piuttosto l’acustico. Nell’ascolto si tratta della combinazione tra l’immagine e i significanti.
È suggestiva l’ipotesi del reset, però ciò comporterebbe una cancellazione che invece non avviene, che è impossibile avvenga. La questione è intellettuale, è questione di ginnastica, di clinica. È, sopra tutto, questione di parola e dell’esperienza della parola. E questo non avviene per uno sforzo di volontà, né per un’impostazione cosciente, ma è una ginnastica, un esercizio che esige l’esperienza della parola originaria e esige un’altra formazione rispetto a quella che prevede l’apprendimento e l’applicazione di quel che si è appreso.
Il modo della parola non procede per apprendimento, ma per formazione e insegnamento intellettuali, per integrazione. Esige l’integrazione di ciascuna cosa con ciascun’altra. E l’integrazione comporta che, caso per caso, c’è una novità di cui tenere conto e l’impossibilità di presumere che qualcosa sia acquisita una volta per tutte. Ciò indica che la questione intellettuale è, innanzi tutto, la questione della dissoluzione dell’idea di fine e dell’idea del finito che traggono con sé l’idea di morte.
Pensare di acquisire una cosa una volta per tutte è l’idea che qualcosa finisca. Solo così io posso averla per acquisita, darla per acquisita, cioè darla per avvenuta. Se io do una cosa per acquisita è come se dicessi: “Quella cosa non può trovare un risvolto nuovo, è così”, cioè è come se la dessi per finita. Questo è un modo con cui si presenta l’idea di fine, l’idea di morte. La questione intellettuale è la dissipazione dell’idea che nessuno, per così dire, sa di avere. Voi potete provare a interrogare Tizio, Caio e Sempronio se per caso crede nella fine delle cose, dirà di no, che non gli si pone nemmeno la questione.
Martino Si esaurisce.
R.C. Nulla si esaurisce.
- Si revisiona però, non vedo perché ci sia questa espunzione.
R.C. Non è un’espunzione, è una constatazione che nulla si conserva. Però, il materiale clinico, la pratica clinica ci dicono che nulla si cancella e nulla è più insopportabile dell’idea della fine, che qualcosa finisca.
- Occorre rimuovere anche l’idea della nostra fine.
R.C. Non si tratta di rimuovere, non è questione di rimuoverla, è questione di dissiparla. Perché questa è propriamente la schiavitù eminente del soggetto. Ognuno che si crede soggetto, si crede soggetto in quanto mortale. L’idea della mortalità propria o altrui, posta dinanzi a sé, è l’ombra cui si riferiva poco fa Maurantonio, la quale comporta uno sbarramento rispetto a quel che si fa. L’idea di mortalità, il pericolo di mortalità posto dinanzi è proprio ciò che impedisce il gerundio e comporta la paura, la paura della mortalità, la paura della fine. Al momento possiamo fare un atto di fede, diciamo così, poi vediamo come questi aspetti intervengono anche nel testo di Pirandello che, occorre dire, non è scevro da istanze cliniche, cioè da istanze che vanno oltre la ragionevolezza umana e incontrano un’altra ragione, che non è la ragione del luogo comune ma è la ragione della parola, è la ragione dell’Altro, è la ragione secondo cui le cose vanno verso la qualità.
La ragionevolezza umana propone uno sbarramento alla qualità, perché propone l’alternativa fra il bene o il male. Le “umane cose” non giungono a porsi la questione della qualità, ma la questione dell’alternativa tra il bene e il male, e questo è molto importante, perché la qualità non ha nulla a che vedere con il bene o con il male. Ciò che si qualifica non ha da rispondere a una morale del bene o del male, ma risponde al criterio del valore. Criterio che non è comune, né per tutti, ma ciascun caso individua quel criterio, è secondo quel criterio. Questa è la questione della parola rispetto a cui è impossibile applicare ideologie, morali, filosofie, sociologie, logìe, cioè discorsi che devono dimostrare la loro validità.
Quel che accade nella parola non ha questa dimostrazione da dare e, anzi, constatiamo proprio che, dove c’è questo imbrigliamento, questa chiusura verso la dimostrazione, cioè verso una circolarità, allora interviene una reazione. Quel che in molti casi viene annoverato e etichettato, classificato come psicopatologia, altro non è che una reazione all’imbrigliamento, alla chiusura. Dove interviene un’idea di chiusura, di fine, per chi ci crede interviene una reazione, cioè una non accettazione dell’ipotesi di chiusura, di fine. In un primo momento, se non c’è un dispositivo in cui ragionare, interviene una reazione. Questo qualcosa che sembra intervenire per chiudere determina una reazione, determina qualcosa “contro”. Se c’è modo di ascoltare, di parlare, di ragionare, la cosa si chiarisce; mentre, se non interviene il dispositivo di parola, interviene il trattamento, che per lo più è farmacologico, psicofarmacologico, psicoterapeutico, cioè di riconduzione alla ragionevolezza.
Non si tratta di ricondurre nessuno alla ragionevolezza, ma di far sì che ciascuno intenda e colga le ragioni dell’Altro, la logica particolare, e trovi il modo opportuno che la chiusura sembra precludere. Detto così è semplice, trovarlo comporta vicissitudini, varie vicende, un cammino, un percorso.
Come avevamo accennato la settimana scorsa, lo statuto intellettuale è negato dove sia proposto che a una questione si possa rispondere con la soluzione o con la sostanza, che sono la stessa cosa. È sostanza tanto proporre un farmaco o una droga come risposta a un’istanza, e altrettanto è rispondere con una soluzione, con un’idea di soluzione, con una proposta di soluzione. Non c’è soluzione; c’è disposizione, c’è combinatoria, c’è da trovare l’altro modo, ma l’altro modo non è la soluzione, bensì l’attuazione nella ricerca, facendo, nel gerundio.
Quel che si trova non può mai fondarsi come ciò che si è trovato e quindi andare bene per gli altri casi che seguiranno. Trovare la sostanza che vada bene in ogni caso è il miraggio di ogni disciplina. Perché non c’è “ogni caso”, ma ciascun caso. Ogni caso è l’accezione di scienza che si riferisce al discorso scientifico. Trovare la dimostrazione mantenendo le stesse condizioni di pressione, di temperatura o quant’altro riguarda l’esperimento, perché tutto è ricondotto all’esperimento, per cui anche lo psichico si trova in una condizione di sperimentalismo, tant’è che vengono somministrate sostanze che dovrebbero andare bene per tutti, la sostanza legale. Dove, invece, non intervenga la prescrizione autorizzata ma la trasgressione, ecco allora la droga come sostanza che dovrebbe dare la risposta alle istanze che non trovano articolazione. Ma il fantasma è lo stesso, è l’idea di “ogni caso”, è l’idea della totalità, è l’idea dell’ognuno anziché del ciascuno.
Occorre tenere conto che nulla avviene una volta per tutte, nulla è già avvenuto ma, volta per volta, si tratta di accogliere ciò che si sta disponendo. Questa è l’umiltà, la generosità, l’ascolto di cui abbisogna l’intendimento. Per capire, per intendere c’è bisogno di questa generosità, cioè di non fare appello alla propria idea di conoscenza; la conoscenza è fuorviante. Se noi applichiamo il criterio della conoscenza, cioè la conoscenza del bene e del male, di ciò che ritengo sia bene o sia male per me, per te, per tutti, allora abbiamo abolito gran parte dell’invenzione e della generosità con tutto ciò che ruota attorno, perché la mentalità della prescrizione del bene, della conoscenza del bene impedisce di lasciare fare e introduce l’idea di soccorso nella prescrizione a seguire una certa linea, e questo, il meno che si possa dire, è indice di assenza di tolleranza.
Allora, qui ci addentriamo in un tema che abbiamo affrontato nel recente festival internazionale La democrazia, del novembre scorso. Democrazia è un termine che ha varie articolazioni, una sua storia e sembra il non plus ultra dell’apertura, ma se noi applichiamo il modello democratico al vivere, al pensare, al desiderare, noi ci troviamo imbrigliati in una prescrizione che deve rispondere al criterio della maggioranza. E se io ho un’idea differente? Se io non seguo il criterio della maggioranza, come faccio? La devo buttare via, la devo togliere di mezzo perché è un’idea malsana, dato che non è della maggioranza? È una questione che, purtroppo, non è dibattuta come merita, sopra tutto in quelli che sono i così detti interventi sanitari, in quelle che sono le etichettature psicologiche, psicopatologiche, che sono ormai dominanti nei vari settori della scuola, della sanità, della società. Ma questo lo lasciamo per il momento da parte, è solo un’evocazione che, tuttavia, è un corollario di ciò che stavamo dicendo.
Ciò che si tratta di considerare, di analizzare, di vagliare, di non dare per scontato, è che nessuno dice la verità o mente in quanto tale. Ciò che conta non è il senso di un discorso che ci viene rivolto, ma sono i significanti, i nomi, la loro combinatoria, ciò che emerge dalla combinatoria.
C’è molta attenzione da parte degli apparati sanitari verso chi enuncia, per esempio, l’idea di morte. Se uno dice: “Io voglio morire”, allora immediatamente: “Perbacco, vuole morire! Bisogna impedirglielo!”. E subito questa persona diventa un soggetto da sorvegliare perché ha detto che vuole morire, pensa alla morte, è malato. Se avesse detto che pensa alla vita, allora sarebbe sano. Quindi, uno può dire che pensa alla vita, che è contento di vivere, se uno invece pensa alla morte è una cosa brutta. Se uno dice che pensa alla vita dice la verità, è vero; se uno dice che pensa alla morte dice la verità, è vero, ma nel primo caso va bene, nel secondo va male.
Già pensare alla morte è un paradosso. Pensare alla morte, di che si tratta? Se io dico che penso alla riuscita va tutto bene? Se io dico di essere arrivato, di avere raggiunto la riuscita, uno dice: “Beh è arrivato, è una brava persona!”. Ma se questa idea mi opprime perché implica che, se sono arrivato al traguardo, allora non c’è più avvenire? Ebbene, contro questa idea io reagisco. Ma non so che, dicendo questo, interviene la combinatoria per cui il termine riuscita si collega con l’idea di fine, con l’idea di negazione all’avvenire. Ciò può emergere solamente se c’è un’articolazione, se c’è un dispositivo, se interviene l’ascolto, non è una questione terminologica, è una questione di combinatoria, di logica, di clinica. È un dispositivo e richiede apertura, spalancamento.
- Anche l’apertura ha una fine. Mi chiedo se non si tratta di qualunquismo, perché ogni tipo di discorso può essere interpretato.
R.C. No, qui non si tratta di ammettere qualunque cosa, ma di capire come quella cosa o quell’altra intervengono nel mio itinerario per impedirne lo svolgimento. Questo si tratta di capire: come il mio progetto possa trovare degli impedimenti e quali sono questi impedimenti. Non sono impedimenti standard, non sono impedimenti sociali, non sono impedimenti dovuti a quello che altri possono pensare essere il mio bene o il mio male, ma sono impedimenti presunti, sopra tutto dovuti all’intervento dell’idea di fine e al suo modo di serpeggiare in ciò che faccio, negando, apparentemente, il gerundio.
Questo è il punto, questa è la questione intellettuale, questa è la questione dell’itinerario intellettuale. Parlando e facendo qualcosa accade nell’istante, qualcosa che mai è accaduto, mai è dato per accaduto, ma accadendo, facendo, parlando è la questione della parola, il gerundio.
- Anche il finendo.
R.C. Finendo comporta una fine asintotica. Fino a che io posso dire finendo, la fine non è intervenuta né sta per intervenire; è un’idea. Occorre che le idee si svolgano, operino, perché queste idee io non so dove possono portare, dove possono condurre.
- Finché c’è un’idea di bene bisogna lasciarla procedere.
R.C. L’idea che esista il bene è del tutto indimostrata. Occorre non avere paura di certe parole e lasciare, invece, che le cose si dicano e proseguano a dirsi, senza intervenire come Procuste a sancire qual è il modo prescritto che debba andare bene per tutti. Non esiste il “per tutti”. Dire “per tutti” è la negazione intellettuale.
Questo è il contesto in cui ci troviamo e allora possiamo cominciare a leggere l’opera di cui si tratta, La vita che ti diedi, che è molto complessa. C’è chi l’ha letta recentemente in vista dell’incontro?
- Io.
R.C. Bene. Quindi lei ha preso il nostro appuntamento seriamente, mentre altri non hanno preso così seriamente la cosa; dicono: “Se lo legga lui, Pirandello”. Quello che diceva il nostro amico è che, per l’occasione, ha incominciato a leggerlo. Sicuramente l’aveva già letto, ma non basta avere letto. Talvolta accade che un cifratore dice: “Ma, l’abbiamo già detta tante volte questa cosa, ne abbiamo già parlato tanto”. Già detto! Qualcosa è stato detto e qualcosa è da dire, qualcosa si sta dicendo, nulla è già finito. C’è qualcosa che si sta dicendo ora, apri le orecchie ora, perché ora qualcosa si dice. Con la premessa di avere già detto non ascolto quel che si dice ora, ma è lì che c’è qualcosa di essenziale, in quel che si dice ora, ciascuna volta, nell’istante.
Ecco, allora, questo lavoro teatrale di Pirandello, in tre atti. Vediamo come incomincia la storia, il testo e poi il caso. C’è una storia. Quante persone arrivano dallo psicanalista e dicono: “Le dico in breve la mia storia: è accaduto questo, questo e quest’altro. Ecco, adesso le ho raccontato la mia storia, veda lei! Ho già detto tutto! Questa è la mia storia”. Trenta, quaranta, cinquant’anni di vita sono riassunti in dieci minuti, mezz’ora, un’ora, tre ore. Dice: “Basta, ho detto tutto, questa è la mia storia”. Sì, questa è la storia, ma poi qual è il testo di questo breve racconto, della storia? E questa storia, che cosa indica, dove ci trae?
L’indagine può cominciare se teniamo conto che la storia non è mai reale, la fiaba non è mai reale e solamente analizzando i termini della storia, della fiaba, posso capire qualcosa e, capendo, intendere e, intendendo, valorizzare, qualificare e, qualificando, il processo di valorizzazione non si arresta al senso comune, ma giunge a qualcosa di straordinario, di unico, di non scontato, di non comune; mai comune, il racconto non è mai comune.
La storia si apre con la notizia di un decesso, la morte del figlio di Donna Anna, tornato da qualche giorno alla casa materna. È appena tornato e muore. È un dettaglio su cui è il caso di non soprassedere in maniera veloce. Il figlio appena tornato, perché era partito, torna e muore. Adesso noi non saltiamo alle conclusioni, andiamo avanti, però è un dettaglio importante. Era partito qualche anno prima, torna e muore, quasi a indicare che l’idea del ritorno è l’idea di morte.
Noi abbiamo pubblicato un bellissimo romanzo, che la dottoressa Novaretti ha letto e recensito ampiamente, di uno scrittore bielorusso, Vasilij Bykov, libro che s’intitola Caccia all’uomo. Bykov è uno scrittore dissidente che ha avuto varie persecuzioni nel regime del dittatore dell’unico stato dell’ex confederazione a mantenere un regime dittatoriale, il bielorusso Alexander Lukashenko. C’è un altro bellissimo libro di Bykov, La disfatta, fatto di quattro racconti, che narra del clima, di quali sono le vicende che accadono in questo contesto sociale dittatoriale, e è un materiale straordinario di testimonianza, veramente notevole. Nel romanzo Caccia all’uomo, la questione pretestualmente si snoda attraverso le vicende di una famiglia dove il padre segue un certo percorso di libertà, non aderendo al diktat dell’ideologia, e si scontra con il figlio che invece è assertore di questa ideologia, e quando il protagonista del romanzo ritiene sia il momento di ritornare alla terra natia, muore, viene ucciso. Ora, è curiosa e interessante la questione dell’idea di origine, dell’idea di ritorno all’origine con l’idea della fine, perché occorre leggerlo senza realismo; leggendo, non c’è più realismo, per cui il ritorno, questa idea di morte, è un fantasma! Questa uccisione non è realistica, ma soddisfa l’idea fantasmatica del ritorno all’origine, che è un modo per pensare alla propria fine.
Allora, il figlio ritorna e viene subito dato per morto. Ma, sarà morto? Questo lo dobbiamo capire, leggendo. Intanto, la mamma del figlio, Donna Anna, dice che il figlio non è morto, vive, e lei lo vede vivere, per cui gli astanti, la sorella, il prete, le pie donne dicono che Donna Anna straparla, è pazza. La sorella, Donna Fiorina dice: Impazzirà! Impazzirà! Perché? Perché Donna Anna non ha acconsentito che la salma del figlio venga rivestita secondo consuetudine, ma vuole che sia lavata e avvolta in un lenzuolo.
DON GIORGIO – Fare diversamente dagli altri! –
DONNA FIORINA – Non perché voglia, creda! – dice la sorella a don Giorgio.
DON GIORGIO – Credo; ma – dico il dubbio, almeno – il dubbio che, a sviarsi così dagli altri, dagli usi, ci si possa smarrire e… e senza neanche trovare più compagni al dolore nostro. Ecco, occorre trovare la compagnia al dolore nostro. Stare agli usi, conformarsi agli altri, altrimenti c’è il pericolo di “non trovare compagni al dolore nostro”, nostro! “Perché capirà, un’altra madre può non intenderla codesta nudità della morte che lei vuole per il suo figliolo –.
Un’altra madre può non intenderla, invece le madri devono avere una visione unica, comune del nostro figliuolo. Il figliuolo, i nostri figli, i nostri bambini, i nostri scolari, i nostri giovani. Nostri! Nostri di chi? Chi è il proprietario, chi è il padrone di questi nostri figli? Nostri! Terribile questa istanza di padronanza! Nostro, aggettivo possessivo. Già dicendo nostro, la questione della tolleranza potrebbe sembrare messa in questione.
Pubblico Il pretesto potrebbe essere i nostri morti.
R.C. Il pretesto potrebbe essere per prendere le distanze o le vicinanze. La profanazione dei nostri morti! Lui parla dei nostri morti. Ma sono i nostri morti? Sono nostri i morti? Sono nostri i figli? Nostri… Guai a chi tentasse di prendere ciò che è nostro: il nostro dolore, i nostri figli, i nostri morti! È sospetto questo, no? Già dire “nostro dolore”, come se fosse cosa già nota, come se fosse cosa comune, come se il dolore fosse partecipabile. Infatti, c’è l’usanza delle partecipazioni; ci sono le partecipazioni alle nozze e le partecipazioni funebri: partecipo alla tua gioia, partecipo al tuo dolore, Partecipiamo! A cosa? Come partecipiamo? È paradossale, il dolore è ignoto, il dolore estremo è ignoto, il dolore che non si sa, che non è conosciuto. Il dolore cosciente è un dolore formale, è il nostro dolore, cioè il dolore standard, è un dolore sociale, un dolore ideologico, ma il dolore estremo non è partecipabile.
Non a caso Pirandello lo nota, lo nota non perché lo condivida, ma perché lo pone in evidenza alla nostra lettura come questione da leggere. “Trovare compagni al dolore nostro” è di un’ironia assoluta. La compagnia al dolore è qualcosa di antitetico, perché Donna Anna, la sorella la conosce bene, dice:
DONNA FIORINA: Sempre così è stata! E non si smentisce mai, sempre così è stata. Sembra che stia ad ascoltare ciò che gli altri le dicono; e tutt’a un tratto spunta fuori – come da lontano – con parole che nessuno s’aspetterebbe. Cose che – che sono vere – che quando le dice lei pare che si possano toccare – a ripensarle, un momento dopo, stordiscono perché non verrebbero in mente a nessuno; e fanno quasi paura. Cioè, pizzicano il fantasma comune, contraddicono, sono in controtendenza “E fanno quasi paura”. Io temo proprio, le giuro che temo di sentirla parlare; non so più nemmeno guardarla.
C’è un bellissimo saggio di Freud Lo straniante. È stato tradotto nelle opere come Il perturbante, ma il titolo originale tedesco è Das Unheimliche, non comune, non ordinario, straniante. E dice proprio che l’immagine non è convenzionale, è straniante e se tu pretendi che debba rispondere al canone, allora la stranianza può produrre paura. Ma la paura indica lo scarto tra l’immagine attesa e l’immagine differente che non ti aspettavi. Non dice che l’immagine è negativa, dice che l’immagine è sorprendente, è un alibi, è straniante, comporta una causa di straniamento, qualcosa di non atteso, non previsto. Nulla di negativo è nella struttura propriamente dell’oggetto causa di desiderio. E, dunque, Donna Anna dice stranezze!
Pubblico C’è un simbolismo nel figlio morto.
R.C. Qui interviene come pretesto per dire di una procedura non canonica, non comune rispetto a quella che è l’usanza, per cui, anziché la vestizione, cioè il funerale secondo i canoni, qui viene ipotizzato un altro modo, un’altra procedura. E allora quest’altra procedura viene subito stigmatizzata. E come viene stigmatizzata, criminalizzata? Il prete è maestro per indicare, perché la sorella dice: Oh Dio, Sente? Parla… parla con lui! Lui sarebbe il cadavere. E “generosamente” don Giorgio dice: Lasci, è il dolore. Farnetica. E così è tolto il valore delle parole. Anziché ascoltare e intendere qual è il messaggio, la sfumatura, la varietà, la differenza dell’intervento di Donna Anna, la differenza e la varietà vengono spazzate via: è il dolore. Farnetica. Il dolore farebbe farneticare. No! Il dolore è nella procedura del sapere inedito. Farneticare sarebbe delirare; delirio è il debordamento, fuori dal solco, lira, solco, delirium, uscire dal solco, cioè uscire dalla linea comune. Questo è il delirio, l’indice di un debordamento, di qualcosa che non segue la traiettoria. Deborda, quindi è un indice della varietà, un indice artistico; il delirio non è da togliere, è da ascoltare, ma se viene invece privato di ogni valore, se viene appiattito, il messaggio del delirio è tolto. E, infatti, che cosa aggiunge Donna Fiorina? Non è d’accordo con don Giorgio e dice: No. È che le cose, come sono per noi, come noi le pensiamo – questa sventura – chi sa che senso avranno per lei!
Le cose così come “noi” le pensiamo, chissà per lei che senso avranno! Esatto, proprio questa è la questione! Non c’è l’unidirezionalità del senso, non c’è l’universalità del senso! E già qui il testo lascia riflettere; Donna Anna dice che il figlio non è morto. E don Giorgio dice: A vivere nel nostro ricordo, sì. È un buon traduttore don Giorgio, traduce nel senso comune! Questa dice che vive e allora “vive nel ricordo”, cioè vive per ciò che è stato. Ma, Donna Anna lo guarderà come ferita dalla parola “ricordo” e dirà con voce fredda: Non posso più né parlare, né sentire parlare. Cioè, se ogni cosa che dico viene banalizzata, viene ricondotta al senso comune, non posso più parlare, non parlo più. È la questione dell’anoressia intellettuale: non parlo più, non mangio più, non faccio più. È la protesta contro il convogliamento, contro l’”imbrancamento”, contro l’aggregamento, contro la traduzione standard. “Non posso più sentire parlare, non parlo più”, se ogni cosa che dico è banalizzata!
DONNA FIORINA Perché, Anna?
DONN’ANNA Le parole – come le sento proferire dagli altri!
DON GIORGIO Io ho detto “ricordo”. Che cosa ha detto in fin dei conti, ha detto “ricordo”!
DONN’ANNA Sì, don Giorgio; ma è come la morte per me. Se non ho mai, mai vissuto d’altro? Se non ho altra vita che questa – l’unica che possa toccare: precisa, presente – lei mi dice “ricordo”, e subito me la allontana, me la fa mancare.
Se si tratta dell’atto, dell’istante, di ciò che accade ora e tu dici ricordo, è l’annichilimento. “Ricordo”, come dire il nostro ricordo, il nostro sapere comune, la negazione della memoria in atto, questo è il punto.
- Non c’è una negazione sul figlio morto, ma un’insistenza sul nostro, in quanto lei ritiene di continuare a dare vita.
R.C. Eh, ma come? Dobbiamo ancora arrivarci, perché questa è la questione che introduce l’amore.
- Sì, ma c’è sotto anche la concezione di Pirandello sulla morte. Lui ha questa caratteristica di contestare il senso comune, proprio in quanto per lui la vita degli altri non è altro che la vita che noi gli diamo.
R.C. Adesso, qui, noi lavoriamo sul testo, non sulla concezione pirandelliana, cioè non facciamo il commento a Pirandello inteso come un corpus unico, ma occorre che teniamo conto del testo, altrimenti non c’è più la lettura, ma interviene il commento, cioè interviene un’attribuzione di un’etichetta a un personaggio, Pirandello, che a questo punto diventa un personaggio fantastico a cui possiamo attribuire ogni cosa a nostro piacimento, o a piacimento della critica vigente, o a piacimento della critica alternativa, ma sempre commento, non è più lettura. Invece occorre leggere, cioè attenersi al testo, a quel che si dice, a quel che si pone dinanzi.
- E, secondo lei, esiste una lettura senza interpretazione?
R.C. L’interpretazione è parte della lettura.
- Non credo che abbia senso pensare che le parole dicano di per sé. Mi sembra che questo sia un mito da sfatare che la parola ha questo potere magico.
R.C. Il bello è proprio che il potere magico non c’è. La lettura vanifica la magia. Magari trova che la parola ha, per così dire, un potere: suggestione, persuasione, influenza.
- Suggestione magica.
R.C. No, ecco dove casca! Questo è un dettaglio da elaborare. La suggestione, così come la persuasione e l’influenza, sono tre aspetti del processo di usura della parola. La suggestione da dove viene? Che cosa indica la suggestione? A parte che nessuno ha il potere di creare nulla, neanche Dio ha il potere di creare, perché Dio opera per la scrittura delle cose, allora, per la suggestione è questione di suggerimento. Che cosa suggerisce? Il suggerimento da cosa viene? Occorre tenere conto in ciascun caso, in ciascun dettaglio della base linguistica, altrimenti facciamo metafisica. Se noi togliamo la base linguistica allora può intervenire la magia, l’idea magica o l’idea ipnotica. Ma noi dobbiamo tenere conto della base linguistica, è da lì che viene il suggerimento, non da un ente metafisico o da qualcosa che non c’è o chissà da che cosa. Il suggerimento è linguistico. Lo stesso la persuasione, che non è operata da qualcuno su qualcun altro, è la lingua a persuadere. E la persuasione, nella lingua, viene dal significante, mentre il suggerimento viene dal nome e l’influenza viene dall’Altro.
Allora, questo tessuto, questa tessitura tra la persuasione, la suggestione, l’influenza, non è qualcosa di magico o di ipnotico o di subliminale o di chissà quale natura, ma è di natura linguistica e indica propriamente qualcosa che noi ascoltiamo.
La suggestione, la persuasione, l’influenza sono frutti dell’ascolto rispetto al funzionamento del nome, del significante e di ciò che è Altro dal nome e dal significante. Nulla di magico; è atto linguistico, ma è importantissimo intendere questo, altrimenti possiamo rifugiarci nel fatto che Tizio mi ha persuaso, che Tizio mi ha suggestionato a fare una cosa che mai avrei fatto, o Caio mi ha influenzato contro la mia volontà. Queste sono balle, in quanto sono questioni che riguardano la concatenazione, la combinatoria dei nomi, dei significanti che vengono ascoltati, che intervengono in un certo contesto e che producono suggestione, persuasione e influenza. Altrimenti noi dovremmo sempre temere il pericolo della magia o di qualche potere invisibile in grado di condizionare, suggestionare, influenzare nostro malgrado.
Nessun “nostro malgrado”! È un processo di qualificazione quello che avviene attraverso la suggestione, la persuasione, l’influenza. È un processo intellettuale, altrimenti non avremmo nessuna persuasione, nessuna suggestione, nessuna influenza se non ci fosse un processo intellettuale in atto. La materia inerte non è influenzabile, non è suggestionabile e non è persuadibile. Occorre non rifugiarsi nell’escamotage di pensare che esista un potere invisibile che possa governare, nostro malgrado, il nostro cervello.
Quindi il ricordo, perché Anna dice che bisogna andare oltre il ricordo e dice sì, va bene, avvenga pure questo rito funebre, bisogna vestirlo, profumarlo, lavarlo, accendere i ceri, recitare le preghiere.
DONN’ANNA – Sì, recitare le preghiere, accendere i ceri… – E fate, sì; ma presto! – Io voglio quella sua stanza là com’era, che stia là viva, viva della vita che io le do, ad attendere il suo ritorno… A attendere il suo ritorno, quindi il figlio non è già ritornato! Lei vuole attendere il suo ritorno. O la prendiamo per pazza, che farnetica, straparla, oppure teniamo conto del testo, e il testo prosegue …con tutte le cose com’egli me l’affidò prima che partisse. – Ma lo sa che mio figlio, quello che mi partì, non m’è più ritornato? – Allora, è tornato e è morto, oppure non è tornato? Come leggere? Come occorre leggere questo dettaglio che è molto interessante, perché adesso non dico che ci mette nell’imbarazzo, ma quanto meno in allerta, cioè, non è così scontato che la storia sia grave. Il realismo della storia, il realismo apparente forse è fuorviante. La storia è pensata in questo modo, ma forse non è andata così. Al che, giusto per concludere, appena dice questo, la sorella, che la conosce bene (bisogna sempre diffidare da chi ti conosce bene, amici, parenti…), dice – Lo conosciamo bene, ce lo ricordiamo benissimo –. Terribile! Hanno dei pregiudizi enormi “Ma sei sempre uguale, non sei cambiato per nulla”. Una serie di insulti! Incredibile! Bisogna proprio negare che sia intervenuto un processo di qualunque natura, da cui l’attribuzione dell’identità, dell’immobilismo! Ma questo ci porta da un’altra parte.
Allora, come dice il testo, la sorella Fiorina guarda don Giorgio, come a dire: “Straparla”. Al che Anna riprende, cioè, inutile che cerchiate di commiserarmi.
DONN’ANNA Non guardi Fiorina. Anche i suoi figli! Le sono partiti l’anno scorso per la città, Flavio e Lida. Crede che essi ritorneranno? Infatti, poi la questione è ripresa, tornano, ma irriconoscibili, quindi non tornano, non tornano più.
Direi che ci fermiamo qui. Ci ragioniamo, perché già in queste prime pagine ci sono state tolte molte certezze rispetto a ciò che il racconto sembrava dire, rispetto alla cronologia della storia, mentre il testo ci ingiunge di prestare orecchio in altro modo. E dove ci condurrà quest’altro modo lo verifichiamo la settimana prossima, proseguendo la lettura di quest’opera, La vita che ti diedi.
