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Nono capitolo del libro Luigi Pirandello L’amore e l’odio

La lettura e l’ascolto

Ruggero Chinaglia Siamo in fase conclusiva, quindi questa sera verifichiamo anche che cosa si è scritto, che cosa si è letto di quanto abbiamo proposto, indagato in questi mesi. C’è chi ha qualche proposta da leggere, domande da fare, suggerimenti, testimonianze del lavoro svolto? Abbiamo proposto vari testi, sia nei dibattiti, sia nei laboratori, vari libri: la collana “La cifrematica”, La dissidenza cifrematica, Pirandello, i libri di Armando Verdiglione di cui tra poco leggeremo anche l’ultimo edito, Scrittori e Artisti, romanzi, La Regina di Saba di Marek Halter e L’arte, Dio, la materia di Alessandro Taglioni, libri che hanno fornito ampio materiale e altro ne forniranno leggendo, non contemplandoli ma leggendoli, perché la contemplazione non basta, occorre la lettura.

C’è chi ha già avviato la lettura di alcune cose e chi può avviarle, chi l’ha avviata può proseguire, chi non l’ha ancora avviata può avviarla e proseguire. Allora c’è chi abbia qualcosa da proporre questa sera, da leggere, da suggerire? Maurantonio, Resoli, Lucia Macario, bene. E poi altri? Domande, curiosità, dubbi, punti oscuri? Tutto chiaro fin qui? Cominciamo, e poi, magari, cammin facendo, se sorgono ulteriori dubbi… Ecco, allora prego, Maurantonio, venga, così leggiamo la prima proposta di questa sera.

Cecilia Maurantonio La conoscenza e lo studium nella parola non hanno presa, non possono giungere mai a soddisfare l’istanza propria della parola di approdare alla qualità; c’è quindi un tentativo di sapere le cose prima che avvengano, stabilendone a priori significato e valore, ma questa valutazione sulle cose si applica solo per potere controllare il tempo. La questione essenziale è quella del tempo come fantasmatica, cioè che questo possa finire, che determini la condizione umana di mortalità.

R.C. Sì, la questione essenziale è posta dal tempo. Poi, che ci sia la fantasmatica che possa finire è meno essenziale, ma detto così sembra che la questione essenziale sia l’idea che il tempo finisca; poi, magari, possono seguire altre cose.

C.M. Non posso che dire che questa idea determina la condizione umana. È proprio questa paura che impedisce la scrittura dell’esperienza della parola. Nella parola, lungo l’itinerario, non ci sono passaggi da uno stato a un altro, perché nulla è al di fuori della parola. Ciascun elemento è nella parola e l’ostacolo è la condizione che le cose avvengano, s’instaurino, proseguano e si qualifichino, per cui “Non c’è passaggio dallo stagno al giardino”, citazione, questa, presa da un’equipe clinica del dottor Chinaglia.

L’ascolto è essenziale, ma occorre che si sia dissipato il fantasma materno, ossia il fantasma della fine del tempo, il fantasma di morte. Gli indici del tempo: la madre è l’indice dell’indissipabilità del malinteso, l’Altro è l’indice dell’infinibilità del tempo, la morte è l’indice della differenza sessuale. Nulla di tutto ciò si può togliere, ma crederlo implica la paura, vivere di paura, nutrirsi di paura secondo l’idea che opera proprio in direzione della morte. Ma nulla si può togliere dalla parola, per cui è essenziale l’elaborazione e la dissipazione del fantasma di fine. L’unico modo è non alimentarlo. C’è chi si sente dire ciò che deve fare. I modi, gli atteggiamenti che seguono lo standard della coscienza occorre non prenderli realisticamente, non hanno alcuna incidenza nell’attuale. Il realismo segue il ricordo, non ha memoria, non può sapere della parola tripartita. Se si assume realisticamente tutto ciò, la paura regna, s’insinua il dubbio ponendo l’alternativa alla parola come ricordo della vita, ma la vita è della parola e siccome la caratteristica dell’originario è l’ignoranza e quelle della parola sono il sogno e la dimenticanza, cioè la scrittura dell’avvenire, nulla può intaccare il destino della parola, la missione della parola, la qualità, ma queste qualità esigono il gerundio, divenendo infinito, in quanto resta sempre da scrivere e da leggere.

R.C. Bene, c’è qualche elemento importante, qualche questione da precisare. Allora Sabrina Resoli. Prego.

Sabrina Resoli Rimozione, zero, padre funzionale, autorità.

Parlando, qualcosa funziona come nome, il significante rimosso. Quali i corollari della rimozione, della funzione di nome nella parola? Nome anonimo e la sua inconoscibilità non può essere tolta da alcuno svelamento. Innominabile non per divieto ma per sua proprietà. Quali le implicazioni del funzionamento del nome? Parlando, ascoltando, vivendo accade di constatare questo funzionamento, con la formula, per esempio, “non si può dire tutto”, ossia non c’è presa o conoscenza su quel che si dice. Si dissipa l’idea che il dicibile, il visibile e il rappresentabile costituiscano criteri di realtà, anzi, il funzionamento del nome introduce l’astrazione come condizione del reale. La questione che il fantasma materno non accetta o respinge è che lo zero è il numero che marca l’assenza strutturale.

Qualcosa funziona per via di assenza: ecco il padre. Qualcosa funziona perché non si rappresenta: ecco l’autorità. Così, per esempio, nel discorso in cui la rimozione è abolita non s’instaura l’autorità e vigono in esso rappresentazioni: l’autoritarismo, la severità, la rigidità, a indicare che, tolto l’autore, non resta che il personaggio.

Tolto lo zero è impossibile l’astrazione. Tutto è visibile, rappresentabile, conoscibile in quanto supposto finito e come tale soggetto alla morte. Ogni idea di male, di negatività, di fine, perde lo statuto fantasmatico e diventa possibile, realistica, attribuibile a sé e all’Altro.

Che il padre funzioni in assenza di rappresentazione comporta anche che il figlio non ha da rappresentare il padre, non ha da certificarlo né da dimostrare la discendenza. Ossia, il padre, funzionando, inaugura la processione, il figlio procede dal padre, non è generato. Il funzionamento del nome dissipa la genealogia e il fantasma d’incesto: non c’è origine né il suo marchio da rappresentare, che volge nella macchia, ma c’è l’originario, per cui ciascuna cosa trova il proprio statuto nella verginità e nella differenza.

R.C. Bene. Lucia Macario, prego.

Lucia Macario La piega nell’ascolto.

Badare al suono per confermare il patto. La visione, ossia la visione realistica, nega il nome e sostituisce al significante un significato. In che modo verificare l’accaduto e come accogliere la proposta del terzo? Nella lettura si approda a un’altra via da cui procede la combinatoria dei nomi e dei significanti. Tutto ciò che si vedeva scompare perché acquisisce un nuovo valore, un’altra musica. Il viaggio linguistico non può non giungere alla lettura clinica. Se continuo a sentire i fantasmi e a vivere nelle ombre non posso ascoltare il dettaglio, la variazione, neppure quel che si dice. Perché ritornare se non per fermare il tempo? Ciò che spaventa non è la fine ma la differenza, per ciò ogni cosa ha una sua definizione, un limite, un’accezione finalistica. Se una cosa finisce, se il viaggio finisce, ho l’illusione di avere conquistato una certezza in più, ma sopra tutto ho l’illusione di avere gestito il tempo. Quindi, l’idea, in realtà, è sempre quella di essere in balia del caso, del fato, del tempo. Un conto è avere un impedimento che non c’è, un conto è accorgersi che quello che c’era o, meglio, che si credeva che ci fosse, ha lasciato il posto a qualcos’altro, inaspettato. È la sorpresa della differenza, ossia le cose differiscono. Nessuno è; al massimo ognuno crede di essere qualcuno. È nel preciso istante, nell’intervallo del tempo, che la piega dissolve questa credenza, nell’ascolto. L’ironia è il modo dell’apertura, dell’inconciliabile, per cui i conti non tornano, è ciò per cui non può non esserci l’accadimento, l’altro modo. È una voce che trasforma, che non “senti parlare” perché ne odi la musica, la novità, la variazione. La casa è un’altra casa, la famiglia è un’altra famiglia, la madre è un’altra madre, il figlio non è più lo stesso. Ciò che è attuale si sposta all’infinito secondo un criterio inedito. Non importa che cosa sono venuta a fare, ma che per divisione divengo Altro attraverso nuove e inaspettate acquisizioni. Divenire Altro implica la non accettazione, la negazione del ritorno. Le cose non significano perché servono a invocare qualcosa che accolga la piega, l’ironia del tempo.

R.C. Bene, grazie. Altre note? Anche orali, anche musicali. Altre note che si aggiungono? Il materiale è già di spicco. Lei che è un assiduo frequentatore del nostro laboratorio, avrà notato qualche elemento, qualche aspetto per cui ritorna. Viene una volta, ode qualcosa, poi decide che anche la volta seguente è il caso di venire, no? E poi anche la volta dopo. Allora, evidentemente, qualcosa si ode, qualcosa si precisa man mano, qualcosa invita a proseguire. Non vuole dirci niente di questi inviti che lei accoglie volta per volta? Tiene tutto per sé. Quindi, lei sarebbe un contenitore, un contenente. È così che si rappresenta. Lei dice che ancora non è giunto il momento di parlare, preferisce aspettare, tenere per sé. Ancora non ci siamo meritati di ascoltare qualcosa? Ho capito. E altri invece che ritengano che sia giunto il momento di parlare? Dato che è un laboratorio, quasi un parlamento. Elio?

Elio Cecchetto la registrazione non si sente; riferisce un episodio di cronaca

R.C. Questo sarebbe un “fatto di cronaca”. Cosa dice Lucia di questo fatto di cronaca? Lei ne è al corrente? Ah, ecco, non era informata. L’apprende ora da questa agenzia. E cosa le pare?

L.M. […].

R.C. Vede? La signora dice che bisogna essere più solleciti.

L.M. In realtà non avevo sentito, non era ben chiaro. Cioè, non ho ben capito com’era la dinamica, però in realtà quello che mi stavo chiedendo…

R.C. Ecco, lei è interessata alla dinamica.

L.M. No, anzi mi stavo interrogando su questo e mi stavo chiedendo il motivo per cui ha parlato di questo caso…

R.C. Lei voleva capire il motivo per cui?

L.M. Stavo cercando di capire una connessione che mi sfuggiva.

R.C. Quindi, non s’interroga su cosa sta dicendo, ma sul perché lo dice, qual è il motivo.

L.M. Sì, che forse può emergere…

R.C. Quindi, se è valido o non valido, se è un buon motivo o non è un buon motivo.

L.M. No, non quello, ma magari si può capire il motivo capendo quello che sta dicendo, cioè nel senso che… Perché arriva dopo magari.

R.C. Esatto. Quindi lei dice perché in un appuntamento che è intitolato Pirandello, l’amore e l’inconscio, Elio ci racconta questo episodio di gioco a guardia e ladri.

L.M. No, perché credo sia importante capire l’intervento di ciascuno quindi…

C.M. Il titolo è La lettura e l’ascolto.

R.C. Sì, appunto. E sin qui, ha capito perché Elio ci ha raccontato questo episodio?

L.M. No, ma credo non sia casuale.

R.C. Non è casuale? Ah ecco, è un’ipotesi, potrebbe essere anche casuale. In effetti porre la questione è un atto politico, sicuramente. Lei diceva che aveva un’altra domanda da formulare. È il momento.

C.M. Sono due. Intanto la cosa importante, anche rispetto ai dibattiti, è che la questione che si pone è quella dell’integrazione, perché c’è stata la testimonianza di come ciascuno si è trovato nell’integrazione rispetto alle proprie vicende, alle proprie circostanze, nell’ambito del lavoro e nello specifico, e questo è essenziale per il contributo di civiltà che l’integrazione dà per giungere alla specificazione, alla qualificazione, con le virtù dell’Altro. Questa è un’istanza, e come già nel testo, con le annotazioni che ho detto prima, è connessa alla riuscita di questo, a ciò che lei diceva in una equipe clinica, l’aspetto miracoloso della teorematica del tempo.

La mia domanda verte rispetto a un’elaborazione, a una lezione, anche intorno a questo, oppure se c’è il tempo con il taglio, il tempo dell’Altro, l’altro tempo quindi il tempo connesso alla superficie; ma c’è una domanda rispetto al taglio.

R.C. Bene. Vediamo se ci sono altre ipotesi, altre testimonianze che il viaggio sia in corso. Come accorgersi se il viaggio è in corso senza testimonianza? Il viaggio non è tra sé e sé, né tra sé e l’Altro. Allora, come capire che il viaggio è in atto, è in corso? Che c’è viaggio? E senza testimonianza il viaggio può dirsi in corso? È forse nell’intimità, nell’intimismo, nell’omertà la proprietà del viaggio? Forse che l’omertà è proprietà del viaggio? La vergogna, il pudore sono proprietà del viaggio? La riservatezza, la paura sono proprietà del viaggio? Sono proprietà intellettuali? O sono rappresentazioni che ognuno ha di sé e che si rappresenta o che rappresenta per gli altri, per un altro o per qualcuno per indicare che c’è padronanza sul viaggio, che il viaggio è sotto controllo? Oppure che il viaggio non è abbastanza sotto controllo e quindi, dato che non è tutto sotto controllo, un giorno la testimonianza verrà quando la padronanza sarà assoluta? Ma quando la padronanza sarà assoluta? La padronanza, ossia la rispondenza del fatto all’immaginazione.

Ma già l’immaginazione è il fatto e siccome non può darsi il fatto del fatto, nemmeno la padronanza giunge mai a essere ritenuta assoluta, totale, in modo tale da incrinare la riserva. Perché la riserva che ognuno ha è anche la riserva sulla padronanza. Oltre a essere la riserva su di sé, riserva sull’Altro, riserva sul viaggio, riserva sul tempo che può finire, è anche riserva sulla padronanza. Come andare oltre l’immaginazione, oltre la riserva, oltre il ricordo? L’immaginazione è la fissazione a un ricordo che, in quanto tale, è avulso dalla logica. Ma quale logica? Come intendere la logica? Non già come imparare la logica, ma come intenderla? E senza la testimonianza, il racconto, la scrittura, la lettura, come intendere secondo quale logica si sta svolgendo il viaggio? Il viaggio non è immaginario, come non è immaginaria la vita.

Immaginare la vita è farne una cosa morta, vivere la vita è come crederla di averla già vissuta, è trovarsi nella metempsicosi. Credere di potere vivere la vita è credere nella metempsicosi, pensarsi metempsicotico. E, in effetti, pensarsi è pensarsi come morti, cioè come avendo già vissuto, quindi pensarsi come morto o come sopravvissuto, pensarsi come tale pensando di vivere la vita ponendo la vita come oggetto dinanzi a sé. La vita esige il gerundio, non è ciò che si può vivere, e pensare di vivere la vita è una forma di mortificazione, è la formula del compromesso sociale, è la vita come legame sociale, non è la vita secondo la logica, è la vita da vivere. La vita come prescrizione è la vita da padroneggiare, la vita su cui esercitare la padronanza, il dominio, la vita da possedere; è l’immaginazione ma non è la vita, cioè è fantasma materno. Pensare la vita, pensare la morte; “pensare” è ciò che è senza l’idioma, ciò che è in assenza dell’idioma. Dunque importa l’idioma! “Che cos’è?”, lei dice. Non è! La parola è secondo l’idioma, la vita è secondo l’idioma, l’itinerario è secondo l’idioma, avviene secondo l’idioma. Dunque, di cosa si tratta nell’idioma, nel numero, il numero della parola, il numero della vita, il numero e il suo modo? Qual è il modo del numero? Qual è il numero?

Abbiamo la logica diadica, la logica singolare – triale, quindi il numero due e il numero tre, il modo del due e il modo del tre, dunque la parola, l’itinerario, la vita secondo il modo del due e secondo il modo del tre, per la combinatoria e per la combinazione del due e del tre. Come immaginare questa combinazione, questa combinatoria? Come immaginare la combinazione e la combinatoria secondo cui le cose accadono vivendo? È immaginabile? Sì, ma solamente a condizione di toglierla, togliendo la combinazione allora la si può immaginare, ma se le cose procedono dal due, secondo il modo del tre, con il modo del tempo, come potere creare un contenitore, una rappresentazione? Come ipotizzare una realtà stabile?

Ecco, allora, che la questione dell’ascolto e della lettura si situano qui. Dato che le cose si dicono secondo il modo del due e il modo del tre e con il modo del tempo, ecco la necessità dell’ascolto e della lettura, la necessità della clinica e l’occorrenza della cifra, perché l’ascolto si compie nella clinica e la lettura conclude alla cifra, ma la clinica non va senza legge e senza etica. Legge, etica, clinica: tre compimenti della struttura, che risalta dal funzionamento, struttura secondo il funzionamento per l’intervento del tempo. La struttura, la costruzione, l’industria della parola. Quel che si dice si struttura, non è già dato, non significa, non è il segno del passato, né il segno dell’avvenire; non è, ma si struttura. Com’è dunque la struttura? Come avviene? Immaginare la struttura vale negarla. Ipotizzare la struttura è già un modo di ammetterla, è già un’ipotesi di luce. Sapere la struttura è un altro modo per negarla. La struttura non è spaziale, non dura, “dura minga”. Non può durare, perché la struttura è temporale, non temporanea. È temporale, sessuale, secondo l’idioma. Non è l’idioma, è secondo l’idioma, non è la logica, è secondo la logica. La questione è che è impossibile negare tanto la struttura quanto l’ipotesi. Cosa vuol dire? Che la struttura è impossibile da sapere; impossibile sapere la logica secondo cui qualcosa sta avvenendo, impossibile sapere la struttura che sta avvenendo. Quindi, l’ascolto e la lettura esigono procedura e processione, il viaggio, il modo del viaggio, i dispositivi del viaggio: la conversazione, la narrazione, il racconto, la scrittura, la testimonianza. Allora l’esperienza si scrive, il viaggio si scrive, la struttura si scrive. Essenziale l’ascolto nella lettura.

La legge, l’etica e la clinica come compimenti della struttura: compimento della sintassi, compimento della frase e compimento del pragma. Se leggendo un testo, un film, un romanzo, un racconto intendiamo che c’è una struttura che si scrive è perché non prescindiamo dal tre, dal modo del due, dal modo del tempo, altrimenti non ci sarebbe nessuno scarto, nessun varco in quel che si dice, nessun varco tra la parola e la cosa, nessun varco tra una parola e un’altra. Il varco è essenziale per l’ascolto. Il varco è ciò che l’interpretazione rileva tra un equivoco e un altro equivoco, così come la sfumatura rileva un varco tra una menzogna e un’altra menzogna, e l’intervento rileva un varco tra un malinteso e un altro malinteso. Ma se la rimozione è negata, se la resistenza è negata, se la funzione di Altro è negata nessun varco può giungere all’ascolto, ma la soggettività, gli attributi del soggetto, l’essere del soggetto, l’avere del soggetto. Il soggetto è ciò che vorrebbe colmare la funzione di rimozione con l’avere del soggetto. Avere il nome, avere la corrispondenza tra il nome e la cosa, tra il nome e il significante, tra nome e nome senza varco, senza scarto. Ma la funzione introduce invece il “non”, il non dell’avere. La legge è la legge del non dell’avere, quindi legge senza prescrizione. Non è la legge che dice: “Sì questo, sì quello, sì così, sì colà, abbi questo, abbi quello, abbi quell’altro”, ma è la legge del non dell’avere. E l’etica è l’etica del non dell’essere, quindi senza morale. L’etica è in assenza di comportamento, perché è etica del non dell’essere, dove il “non” indica il varco del significante a se stesso, il varco dove sta la sfumatura.

Senza la legge del non dell’avere, senza l’etica del non dell’essere e senza la clinica dell’occorrenza – clinica senza classificazione, senza gnoseologia, senza nosografia – abbiamo il soggetto della miseria e il soggetto della povertà. Ma con legge, etica e clinica il caso è di cifra, il caso è narrativo, il caso è linguistico; non è di cronaca nera, come peraltro Pirandello ci indica con il suo modo, attingendo alla materia dei suoi scritti.

Trovate tracce del caso giudiziario nella scrittura di Pirandello? Il caso giudiziario si traspone nel caso di cifra senza più modello inquisitorio, senza più pena, senza più colpa. Ma tutto ciò è intellettuale, non naturale; è il modo intellettuale. L’ascolto e la lettura indicano che non c’è più soggetto, non c’è più reminiscenza, non c’è più il ricordo di sé, dell’Altro, della propria vita, della vita passata, della vita prossima. Vivere nel ricordo della vita è come togliere la vita e istituire il ritorno all’origine, il ritorno a casa, alla casa natia, all’allucinazione che la rappresenta.

Ecco l’importanza del varco della parola, il varco del significante a se stesso, il varco tra significante e nome, il varco dell’Altro. Il varco senza passaggio. Nessun passaggio tra un significante e l’altro, tra uno stato e l’altro delle cose. Tra un modo e l’altro modo non c’è passaggio.

L’adiacenza è l’Altro, è la corda dell’Altro, l’adiacenza è ciò che caratterizza la funzione di Altro, e dunque è, per così dire, il risultato che indica che il viaggio è in corso; non una promessa, né una vanteria, ma la testimonianza, la scrittura, la restituzione in valore di ciò che entra nel viaggio. E la restituzione è senza riferimento al soggetto, alla vita che fu, che sarà. In questa restituzione c’è modo di accogliere le proprietà e le virtù del viaggio in corso. Il non dell’avere e il non dell’essere indicano l’instaurazione dell’Altro e dunque il soggetto si è dileguato.

Ciò che chiamiamo viaggio o itinerario intellettuale non è catartico, non è un percorso di purificazione, né di espiazione, né di ascesi, né di miglioramento perché non procede dal negativo verso il positivo. Non è un viaggio di liberazione dalle scorie verso la purezza, è viaggio intellettuale. Non è un viaggio per essere più belli, più buoni, più bravi, più puri; è un viaggio che comporta il lavoro intellettuale per capire, intendere di che si tratta in ciascun atto. Non è un viaggio per acquisire tutto il sapere, dopo di che, una volta acquisito tutto il sapere allora sapremo e basta, non c’è più bisogno di nulla. È un viaggio lungo cui le esigenze aumentano, non diminuiscono. È un viaggio senza fine, è un viaggio senza le rappresentazioni naturali dell’inizio e della fine. E questo è un bel viaggio, viaggio senza la necessità delle preoccupazioni.

Pubblico Vorrei una precisazione intorno alla legge del non avere….

R.C. Non del “non avere”, ma del “non” dell’avere. Non è la legge prescrittiva, ma è la legge del non dell’avere. La legge o il compimento della sintassi non è la legge dell’avere o del non avere, ma è la legge del non dell’avere. Questa struttura del “non” è intoglibile; è ciò che ha preoccupato sin dall’inizio gli uomini, ha preoccupato i sistematizzatori, ha preoccupato chi riteneva di dovere esercitare la padronanza sul modo dell’accadere, del divenire delle cose: è il modo originario.

La struttura è originaria: è la legge del non dell’avere, l’etica del non dell’essere, la clinica dell’occorrenza, altrimenti detta “non c’è più ontologia”. Cioè, non ci sono più le cose dette, fatte, immaginate, immaginabili, ma c’è l’atto, l’atto di parola che non è potenziale ma attuale. Non è dell’ordine del possibile, è atto inimmaginabile che si rivolge al valore. L’atto tende al valore.

L’instaurazione della parola è un altro modo di vivere. Con la parola, per la parola non c’è più la necessità di litigare per esercitare una padronanza, per indicare di essere conformi a una idealità, non c’è più questa necessità, perché il valore non sta nella prestanza, non sta nelle rappresentazioni, ma sta nella cifra. E per cogliere questo valore occorre la restituzione. Non è un valore che si possa accumulare, mettere in cassaforte, tenere in tasca, ma esige un dispositivo pubblico e privato insieme, non domestico, non solipsistico, non nell’isolamento ma nella solidarietà; non nella comunità, ma nel pubblico, con il pubblico, per il pubblico quale indice dell’infinito, senza esercitare selezioni, esclusioni e quant’altro. È importante, no? E ciò esige la parola nella sua complessità. La complessità è molto interessante perché è per via di complessità che l’arte, la cultura e la scienza non finiranno mai e nemmeno la produzione artistica, culturale e scientifica. Non c’è d’avere paura che finisca.

Questione di dizionario, cioè di quella virtù linguistica, di quella proprietà linguistica che indica che la rimozione, la resistenza, la funzione vuota sono in corso, non sono abolite. Il dizionario è una proprietà dell’itinerario con cui si annunciano le conquiste del viaggio. Se non s’instaura il dizionario ciò è indice che nemmeno il viaggio è in corso. Il dizionario non è il dizionario comune, ma è il dizionario proprio al viaggio in corso, per cui una cosa non ne vale un’altra, una parola non ne vale un’altra, una sfumatura non ne vale un’altra. Il dizionario: un equivoco non ne vale un altro, una interpretazione non ne vale un’altra. Glossario e dizionario sono due proprietà linguistiche del viaggio, due indici che il viaggio è in atto, perché senza dizionario non c’è nemmeno parola, per cui parliamo la lingua popolare, la lingua del litigio, la lingua dove uno ha ragione e l’altro ha torto. Con il dizionario non c’è l’affrontamento perché il caso è clinico, non è il caso della rissa. Il caso clinico si rivolge alla cifra e ciò comporta che la ragione è dell’Altro, non è la mia ragione o la tua ragione; è un’altra cosa, è un altro modo e lì sta il bello. Non è una questione di punti di vista, ma è una questione di conquiste.

Quali sono le conquiste? Quali le acquisizioni? Come ciascuna acquisizione si scrive, si valorizza e valorizza il dispositivo, come valorizza ciascuna cosa, questo è ciò per cui l’ascolto e la lettura sono imprescindibili. Sono conquiste lungo l’itinerario che si svolge nel modo del due e nel modo del tre, con il modo del tempo. I modi: ci sono le cose, c’è la logica, c’è la struttura e ci sono i modi, il modo della logica e il modo del tempo.

C.M. Ci sono la logica e i modi.

R.C. Certo, i modi. Non c’è l’ontologia, nessuna ontologia; se togliete il modo avrete l’ontologia e quindi la classificazione. Ma adesso basta perché è già tardi.

C.M. Come procediamo?

R.C. Ciascuno a suo modo. E, dunque, come procediamo? Perché lei ha già inteso che qui accade qualcosa! Esatto. E riprenderemo con Ciascuno a suo modo, proseguendo la lettura di Pirandello che ci fornisce ampio materiale. Apparentemente Pirandello, ma non solo Pirandello. Ma quando? La settimana prossima, il mese prossimo o a settembre? Quando?

C.M. La settimana prossima.

R.C. E perché? Occorre darvi il tempo affinché voi leggiate, perché fino adesso non è avvenuto. Voi avete bisogno di tempo per leggere perché fino a ora non c’è stato questo tempo. Al momento, mi pare che voi abbiate bisogno di molto tempo! Quasi un mese, forse anche di più, più di un mese. Un mese andrebbe bene.

C.M. Noi leggiamo Shakespeare.

R.C. Ecco così intanto leggete un po’ di Shakespeare, anche Freud, Verdiglione, leggete le dispense, la collana “La cifrematica”. Cioè, occorre anche un po’ di lavoro. Qui mica può lavorare uno solo, lavoriamo insieme. Mi pare che ci sia questa necessità. Cosa dice Fabrizio? Lei, cosa dice? Ha bisogno di un po’ di tempo?

Fabrizio Moda Anche la settimana prossima.

R.C. Per lei andrebbe bene anche la settimana prossima. E, però, lei che cosa fa per meritarsi che la settimana prossima siamo ancora qua? Lei che contributo ha dato a che noi, settimana per settimana, siamo qui a testimoniare delle cose che noi facciamo, della ricerca in corso? Che contributo sta dando? Qual è il suo contributo?

F.M. L’ho dato sul lavoro.

R.C. E perché proprio qui non ci deve essere contributo? Perché? Che cosa glielo impedisce?

F.M. Nulla.

R.C. Ecco, appunto, non c’è nessun impedimento a questo.

R.C. (rivolgendosi a una persona del pubblico) Lei, per esempio, si è accorto che il nostro sito si sta trasformando in una maniera straordinaria? No, neanche di quello si è accorto. Quindi non si è accorto che stiamo lavorando quanto al sito, che stiamo lavorando al programma dell’avvenire, che stiamo lavorando per la clinica, che stiamo lavorando per la cifratura, che stiamo lavorando per la valorizzazione dell’esperienza. Lei non si accorge di questo.

Pubblico […].

R.C. Un anno fa. Non siamo mica nel sistema solare! Qui la questione è quella dell’istante. Il suo contributo all’istante, perché ci sia una valorizzazione assoluta per lei, per noi, per ciascuno, qual è, dove sta, perché si nasconde? Perché si nega questa chance? Anche questa è una questione, no?

Lei, come si chiama che ride sotto i baffi? Mariano, ecco Mariano, qual è il suo contributo al dispositivo? Contributo in qualità. Qual è, dove sta, c’è?

Mariano Giungerà a tempo equo.

R.C. Tempo equo. Il tempo non è né equo, né iniquo. Il tempo non dura, non aiuta a vedersi.


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Edizione
  • La politica del brainworker
  • Come combattere per la salute
  • Un vaccino per il linfoma follicolare
  • Con la crisi non c'è più sistema
  • Dove cogliere i frutti del tempo
  • Il criterio dell'ascolto
  • La forza del progetto e dell'ingegno
  • La scuola e l’abuso di sostanze
  • L'amore senza fine, l'odio senza rimando
  • La medicina e la cura. Non c'è rivoluzione transumanista
  • Noi, l’infinito e il gerundio della psicanalisi
  • L’istante della clinica
  • Il gerundio, la complessità, la lettura
  • Come ciascuno diviene art ambassador
  • Libertà originaria o libertà possibile?
  • Integrità e annunciazione
  • Come leggere le fiabe
  • L’inconscio trascorre in un film
  • Babadook e la fantasia dell’uomo nero
  • Il delirio e la clinica
  • La famiglia. L’amore, l’odio e il fantasma d’incesto.
  • La famiglia, il diritto, la sessualità
  • L’encefalo senza cervello. Il nuovo psichismo
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  • I dispositivi economici e i dispositivi finanziari
  • L’economia e la finanza. L’educazione al valore della vita
  • La scuola: per tutti o per ciascuno?
  • Generalmente, normalmente, comunemente.
  • La scuola senza etichette
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  • Come il fantasma di morte fonda la nosologia e si dilegua all’orlo della vita
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