Telefono: 049 8759300
Facebookgoogle_pluslinkedinyoutube

Ancora la psicopatologia?

/

Il valore della vita

Ancora la psicopatologia?

L’uso della diagnosi come etichetta

La contraddizione impedisce di volgere l’Altro nel rappresentante dell’alternativa fra amico e nemico. Così, la contraddizione e l’automatismo temporale hanno dinanzi non già l’eventualità del pericolo o del nemico, ma l’ascolto. Ascolto è innanzitutto lasciare che ciascuna cosa si disponga, procedendo dall’apertura e non da un codice semantico o morale. Tanto meno da un codice ermeneutico o epistemologico. Ciascuna cosa si dispone allora nell’auditorium, nella procedura dell’udire, dell’ascolto, dell’intendere.

Senza la disposizione, senza che le cose si dicano, senza il dispositivo della parola libera, prevale la lingua comune, la lingua standard, dove le cose significano e sono “già dette”. Nulla è mai detto. Così può avviarsi l’analisi. Senza episteme. Senza un presunto sapere sull’Altro. Senza un presunto sapere sul detto o sul non detto. Ciascuna cosa si dice e non è mai detta.

Come accadono le cose? Come avviene il parlare, secondo quale pensiero? Secondo quale operatore? Parlare è simultaneo al pensiero, in quanto entrambi sono logica della parola. E secondo quale distinzione? Quale funzione? Quale dimensione?

Qual è l’ordine delle cose? Con quale ordine le cose accadono? Con quale ordine si dicono? Ordine che non è l’ordinamento, né è riportabile a un ordinamento o a un ordine ideale. Non è il cosiddetto ordine del discorso, grammaticale e semantico. L’ordine è il modo della logica inconscia. Per l’ordine della parola, dato che le cose si dicono, si fanno e si scrivono secondo la logica, l’ordine non precede le cose, non è prevedibile, può intendersi.

L’ordine pone la questione di capire e intendere. Ordine della parola, ordine della lingua. Senza l’ordine delle cose si afferma l’antropomorfismo con la sua algebra e la sua geometria, con le sue oscillazioni fra il bene e il male, fra l’inizio e la fine, quindi con la sua paura del male, della fine, della morte e i suoi pericoli. Alla vicenda di ciascuna cosa che tende al valore in modo estremo, si sostituisce il principio dello standard con la sua statistica.

La questione dell’ordine dissipa alla base la disputa intorno alla causalità degli atti: se sia cioè da attribuire l’anomalia a una causalità psichica o a una causalità fisica. La causalità è un altro nome dell’origine e la ricerca di una causalità è un altro modo per proporre o riproporre una genealogia degli atti “psichici”. Questa genealogia dovrebbe potere assicurare la patente di normalità o quanto meno potere inscrivere in una lista le devianze dalla norma.

Al suo sorgere la nozione di psicopatologia mirava a cercare e a capire le cause di ciò che accade in ciò che è chiamato “lo psichico”. E la disputa avveniva tra coloro che ipotizzavano cause fisiche e coloro che ipotizzavano cause psichiche. Tutto ciò all’insegna di un soggetto, che era l’effettivo materiale da esaminare, che poteva essere libero o condizionato nei suoi atti.
In realtà, la nozione stessa di soggetto, impedisce la ricerca della logica e del valore dell’atto, spostandola dall’atto, con la sua logica e la sua struttura, a una sorta di substrato, il soggetto, che sarebbe appunto la sostanza osservabile di quanto accade in modo invisibile e inosservabile.

Questa disputa sulla causalità è, per così dire un falso problema.
Attualmente, la nozione di psicopatologia verte in modo più sostanziale sulla diagnosi, sull’etichetta da assegnare a ciò che starebbe a monte di un atto o di una serie di atti indicativi di uno scostamento dalla cosiddetta normalità. E questo scostamento viene definito in un modo solo: malattia, malattia mentale.
In entrambi i casi, sia nell’adozione di una causalità organica sia di una causalità psichica il riferimento è a una modalità diagnostica che dovrebbe consentire l’applicazione della cura.

Va da sé che la diagnosi, per chi si trova nell’erranza del viaggio, non fornisce alcun contributo; anzi introduce l’idea o addirittura la certezza di malattia. L’idea di essere affetto da un malattia, anche se mentale, che cosa produce? La delega al “sapiente” di turno, sia esso medico, psicologo, psicoterapeuta, psicanalista o quant’altro, di curarlo o di curare la malattia. Per definizione, la malattia è di pertinenza del medico che deve intervenire per suggerire, impostare, prescrivere, attuare la cura, fino alla guarigione, nella migliore delle ipotesi, o fino alla morte.

La cura, in medicologia, è a vita. Anzi, a morte: fin che morte non sopravvenga. Questa formula sembra essere stata assunta, in particolare, dagli psichiatri, per i quali la somministrazione della cura è sine die. Questa è la cura sostanziale, la cura secondo protocollo. Ciò accade sia per un’impostazione cronologica della cura, cioè basata sulla fine del tempo, sia perché  ritenuta palliativa.

I più recenti studi psichiatrici ammettono che l’uso degli psicofarmaci, sul lungo periodo, non comporta alcuna miglioria sia quanto alla durata, sia quanto allo standard di vita. Ci sono, invece, controindicazioni dovute agli effetti collaterali dei farmaci.
La questione qui, ora, non verte tanto sull’uso o meno dei farmaci, ma sulla mitologia che li supporta.
Dato che la questione è quella dell’atto, della sua logica, della vita e del suo modo, della vita e del suo valore, della vita e del suo viaggio, cosa può fare ritenere che uno psicofarmaco possa decidere della qualità della vita? Possa cioè risultare bussola e cervello del viaggio di qualcuno?

La questione è infatti proprio quella della bussola e del cervello.
Quali sono i dubbi, gli interrogativi, le perplessità, le interpretazioni, le definizioni, gli equivoci, i malintesi che ognuno incontra riguardo al disegno, al progetto, al programma di vita? E quali le risposte? Come trovarle? Come capire senza l’analisi? Come capire e come intendere senza la cifratura? E come cifrare senza l’analisi e senza l’auditorium? Senza cioè udire e intendere di cosa si tratta?

Ognuno sa. Ognuno crede di sapere la verità. Ognuno crede di potere badare a se stesso. Ognuno, cioè, è supponente, è sufficiente. Si crede padrone. Osservante di Kant.
La questione per ciascuno è l’esigenza di valore. Come, dove sta il valore? Essenziale risulta la ricerca che si rivolge al valore.


 



Condividi
Facebooktwittergoogle_pluslinkedin