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Il cliente e la salute

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Come vivere, come fare, come comunicare

Il cliente e la salute

Non c’è da confondere la salute con la salvezza: la salvezza è sempre addotta come salvezza dalla morte. Scrive Luigi De Marchi nel suo libro Il pensiero forte, Spirali edizioni, a p. 71:

“/…/ coll’emersione della coscienza e dell’affettività nel corso del suo processo evolutivo, l’essere umano (unico tra tutti gli organismi viventi) è divenuto cosciente del suo destino di morte e ha partecipato con centuplicato dolore all’agonia e alla morte dei suoi simili più amati. Questa presa di coscienza ha comportato per la psiche umana un vero e proprio “shock primario” che è divenuto la fonte principale della nostra sofferenza psichica”.

La reazione a questa sofferenza dice più avanti, avrebbe poi contribuito allo sviluppo dei modelli tradizionali di civiltà. E a p. 282:

“L’avventura dell’uomo nell’universo può addirittura essere vista come un tentativo della vita per liberarsi attraverso l’evoluzione umana dai ceppi di violenza, di crudeltà e di morte in cui essa è imprigionata. Ma, se questo è il senso della vita e dell’avventura umana, tutto quanto è toccato o anche solo sfiorato dalla coscienza /…/ va particolarmente amato e rispettato”.

Introducendo la questione della coscienza, il dibattito esige di ampliarsi rivolgendosi alla questione del cliente e la salute.
Occorre ammettere che non di sola coscienza vive l’uomo e soprattutto che si avvale in ciò che dice e fa della logica particolare della parola che è l’inconscio; e non è preordinabile.
Secondo questa logica,  ciascuna cosa si rivolge alla cifra, al valore, non alla fine. È la logica su cui si basa l’esperienza cifrematica e il progetto culturale, artistico, scientifico del Secondo rinascimento. È la logica non binaria, senza alternativa esclusiva fra il sì e il no, senza bivio, è la logica della combinatoria infinita.
La logica della nominazione.
La questione effettiva è la salute, non la salvezza. La salute come istanza di qualità, di valore. La salute comporta l’instaurazione di un dispositivo di vita. Non già la vita nell’accezione naturalistica, ma la vita nel dispositivo intellettuale. Questo dispositivo di vita è il dispositivo immunitario. Con la ragione dell’Altro e il diritto dell’Altro.
Questo esige l’astrazione e non l’ancoramento al riduzionismo biologico.
L’idea di salvezza, la preoccupazione per la salvezza precludono la salute in questa accezione.
La salute non è uno stato, non è il benessere tanto decantato dalla pubblicità dei consumi, è l’istanza pulsionale verso il valore estremo.
La salute è senza ritorno. La vita è senza ritorno.
L’idea del ritorno è l’idea di morte, l’idea della fine del tempo. L’idea del cerchio.
La salute si scrive a condizione che sia dissipato il fantasma dell’animale fantastico anfibologico, il fantasma di animalizzazione.
L’istanza intellettuale sta nella non accettazione intellettuale del fantasma di morte, inteso anche come fantasma di un destino comune.
L’angoscia di cui parla De Marchi sta allora in questa strettoia, in questa cappa accomunante. Non c’è chi possa dire di conoscere la morte o di saperne. Rispetto alla morte ogni padronanza risulta impossibile: ciò risulta intollerabile all’homo aristotelicus, all’uomo illuminista.
La morte risulta così l’indice della differenza assoluta insormontabile e non eliminabile. Non già il segno dell’uguaglianza.
Bisogna distinguere la morte come questione intellettuale dal suo fantasma.
Occorre fare astrazione rispetto all'”umano”, al realismo dell’umano e dissipare le pastoie che l’umanizzazione comporta. Così come l’animalizzazione.
Importa il caso di ciascuno e non il caso del genere, il generale. La salute riguarda ciascuno. In questo senso non c’è salute pubblica.
La salute pubblica si propone la salute di ogni uomo, cioè la salute dell’uomo. Ma chi è l’uomo? Assorbendo il caso specifico nel caso generale, assorbendo lo statuto di ciascuno nell’ognuno, nei tutti, la salute perde la sua specificità e diventa qualcosa d’indistinto, qualcosa di generico che è impossibile tanto promettere quanto assicurare.
La salute in questione non è la salute dell’uomo o della donna, ma è la salute di Paolo, Giovanni, Genoveffa, Pamela che non partecipano a alcunché di generale.
Il fantasma di morte si doppia quindi sull’idea di processo evolutivo. L’angoscia si attesta dove è tolta l’apertura e dove vigono i principi d’identità, di non contraddizione e del terzo escluso. Principi di elezione, di selezione, di esclusione.
Senza questa cappa l’angoscia si squarcia e ciascuno può rivolgersi al suo progetto e al programma di vita.
L’idea di evoluzione applicata all’uomo è l’altra faccia del fantasma di morte. È un modo di negare l’infinito e applicarsi una fine certa. Il fantasma di evoluzione è un risvolto dell’idea di bene comune, di bene prescritto: cosa è ritenuto evolutivo? Ciò che migliora la specie. Ma come la migliora? Secondo quale criterio? Secondo l’idea di bene che dovrebbe salvare dall’idea di fine. È un’idea di bene sottoposta all’idea di fine e di morte.
Nell’infinito nessun progresso e nessuna evoluzione, ma variazione e differenza assolute e costanti: e questo rende impossibile prescrivere il fine di bene.
Allora, la questione è la valorizzazione della vita, non già la sua fine o il suo senso.
Porsi la domanda sul senso della vita è situarsi in una posizione fatalistica, ontologizzante rispetto alla vita, come se fosse qualcosa che c’è già.
La vita senza ontologia è la parola stessa, che si struttura atto per atto e esige di scriversi in direzione della salute. Con la clinica.
La clinica, in psicanalisi, si rivolge non già al paziente, ma al valore. L’esperienza cifrematica qualifica la vita di ciascuno. Esige la domanda e questo spazza via ogni possibilità soggettiva di rappresentarsi come paziente. Con la domanda non c’è più paziente, avventizio o professionista, che possa rappresentarsi nel ruolo di malato, di vittima, di soggetto sfortunato, di soggetto predestinato, di soggetto incapace, di soggetto che deve essere salvato o guarito.
Con la domanda s’instaura, piuttosto, il cliente.
Cliente è un termine molto interessante sia per la sua derivazione linguistica sia per il suo uso (cluo o clueo, greco κλυω, ascolto, κλεω , annuncio). Nulla nel termine cliente introduce il negativo, la negatività, la malattia, o la salvezza. Il cliente pone una questione che esige innanzitutto l’ascolto, esige il dispositivo atto a capire e intendere di cosa si tratti nella questione, nel “problema”.
Quindi, il cliente esige l’instaurazione del dispositivo clinico: cogliere la piega di ciò che si dice: questa è la clinica. La clinica della parola. Per via di questa piega avviene l’acquisizione, l’acquisto. L’acquisizione procede dalla combinatoria infinita di nomi, significanti e Altro; per una sezione, per una piega, per la clinica ciascun termine trova il valore per quel caso.
Caso specifico, caso unico, caso clinico. La semplicità giunge per questa via, quindi dalla complessità. Impossibile eludere la complessità: impossibile semplificare. Essenziale è il metodo analitico che mai può giungere alla sintesi, ma alla cifra. Che non è universale, né per tutti.
Caratterizza il caso di cifra come caso di salute.


 



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