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Il dolore

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 L’analisi

Il dolore

Transfert e costruzione

L’idea di rinascita è diretta conseguenza dell’idea di mortalità e di morte. Così, la rinascita, la rigenerazione, il ritorno negano l’originarietà dell’atto, la sua irripetibilità, la sua cifratura, ossia la sua qualità. L’atto è linguistico, perciò è originario, senza rimedio, senza ritocco, senza l’idea di fine da cui potere ritornare. Il viaggio all’Ade e il suo ritorno restano un’idea romantica, nostalgica dell’attaccamento alle cose in quanto passate.
Ma nulla passa, tanto meno il tempo, che quindi non finisce. E il restauro non è una rigenerazione o una rinascita, è una restituzione in qualità di ciò che non c’era prima e non c’è mai stato. È restituzione che esige la firma come scrittura dell’autorità, dell’autenticità da cui la qualità procede. Il restauro non è il ritorno allo stato precedente, non è il ripristino di qualcosa, è la costruzione di qualcosa che non c’era. È restituzione di ciò che non si è e di ciò che non si ha.

Per ciascuno si tratta della costruzione, del restauro, della restituzione di ciò che ha ricevuto, in termini di civiltà. La critica, la denigrazione, la degradazione di ciò che non sarebbe conforme all’idealità risulta un inno al canone, a un mondo ideale di cui farsi agente, senza intervenire con i talenti, con i dispositivi che il caso esige. C’è chi si dilunga e si gonfia nell’elencazione e nella classificazione dei mali del tempo: e non si accorge che si trova nel posto della demonizzazione che trova nello psichiatra il suo campione.

Per la psichiatria la parola originaria è una minaccia, in quanto incrina il soggetto ideale su cui sarebbe applicabile lo schema della conoscenza psicopatologica.
La minaccia in assenza di rimozione diventa reale e quindi terrifica, terroristica. Ognuno si rappresenta come pensante e si offende se non si vede riconosciuta questa caratteristica; ma il pensante, il soggetto pensante è già dell’ordine dell’agente, del soggetto che agisce secondo morale, ossia secondo coscienza. E non è questo l’invito rivolto da ogni osservante a ogni ossequiente? Che già sono il supporto di ogni trasgressione ritenuta possibile. In nome del conformismo o della ribellione.

La gnosi è un modo per istituire l’agente come garante, espellendo quindi la parola e la sua condizione, il sembiante. Il punto che non è mai di vista. Non è mai spaziale.
La restituzione si avvale della combinazione e della combinatoria. Nel gerundio della parola, nel gerundio della lingua sta l’attuale della combinazione e del suo dispositivo.
Parlare, la parola, la materia del dire, la conversazione, la narrazione, il racconto. Tutto ciò è materia intellettuale, imprendibile, ingestibile, impadroneggiabile: inconoscibile.

L’idea del male e del soggetto malato istituiscono l’idea del guaritore, del salvatore, del taumaturgo come soggetto speculare alternativo. L’idea del male che alberga in ognuno ha favorito l’idea della cura come liberazione del male: una sorta di esorcismo. La psicoterapia sorge su questo presupposto di dire le cose in termini di sfogo, di liberazione, di evacuazione, quasi, una defecazione per espellere il male che sta dentro. Mantenendo quindi le rappresentazioni del positivo e del negativo che sono alla base dell’esigenza della cura. Il film Il discorso del re indica alcuni elementi che mettono in questione questa accezione di cura. E mostra come l’emergenza dell’odio, sul filo quindi della dimenticanza, sia essenziale per dissipare i ricordi che costituiscono l’imbrigliamento sintomatico.

Il lutto e il dolore sono originari, non possono essere evitati. L’idea di salvezza, l’idea del bene dell’Altro, l’idea di potere fare il bene e quindi di potere evitare il male a sé e All’altro, comporta che ognuno si sforza di evitare il lutto e il dolore.

Come evitare il dolore? In primo luogo, ognuno ritiene che si tratti di soddisfare il desiderio, o i desideri, che vengono enunciati da chi dev’essere salvato. Ecco allora che ognuno si prodiga per soccorrere, accorrere, soddisfare, esaudire e quant’altro. E tuttavia i fastidi aumentano. Le proteste aumentano, le “insoddisfazioni” aumentano e si rappresentano, come se la domanda non fosse ascoltata. Ecco: la domanda. Ognuno si rappresenta la domanda dell’Altro, la domanda canonica, la domanda che esige il soddisfacimento secondo il canone.

Ciò che ognuno non capisce è che la domanda pone la questione della sua causa, della soddisfazione e del suo modo, in termini che non sono standard e nemmeno standardizzabili. Non sono cioè generalizzabili. Perché? Perché ognuno senza l’analisi si rappresenta o pensa la causa, la soddisfazione e il suo modo in termini sostanziali, cioè umani, cioè soggettivi, cioè animali. E il fantasma è fantasma materno, di fine, è fantasma di finalizzazione: l’escatologia della vita diventa l’escatologia dell’atto: l’ultimo atto e il fine ultimo.

Il dolore è definito in termini medici come la sensazione di un danno in atto o possibile; anche sensazione o percezione di una perdita. E questo già comporta la distinzione fra il lutto e  il dolore. Dove non si tratta del male nelle sue rappresentazioni della perdita o  del danno, ma del funzionamento e del suo modo.
La vita che dovrebbe essere senza dolore e senza lutto è la vita anestetica, dove l’anestesia sarebbe lo strumento della felicità.
La questione intellettuale esige di analizzare il dolore in altri termini da quelli comuni e banalizzati dall’ideologia della comunicazione come modo della lingua comune.
Comunicare è l’esperienza dell’impossibile sovrapposizione, dell’impossibile cucitura, sutura, tra il nome e il significante: impossibile avere quel che si dice, e il nome marca l’impossibile dell’avere, impossibile essere quel che si dice, e il significante marca l’impossibile dell’essere.

Da qui è partito Freud con l’elaborazione intorno alla rimozione e alla resistenza e con l’elaborazione intorno al transfert. Ancora da qui parte il viaggio di ciascuno, come viaggio della parola. Impossibile eludere il non dell’avere e il non dell’essere. L’analisi consente di non drammatizzare l’emergenza del non, con l’assunzione soggettiva ora della perdita, ora della mancanza. Questa drammatizzazione comporta la rappresentazione malinconica o maniacale del soggetto che presume di essere danneggiato dalla perdita o dalla mancanza di qualcosa. Il soggetto si situa al posto del nome o al posto del significante per significare, rappresentare il funzionamento. Il funzionamento così è abolito e viene rappresentato soggettivamente; anche corporalmente. L’indolenza, l’apatia: assenza di dolus e di dolor.

Il soggetto della mania insegue il colmamento della mancanza, e gira, gira, in tondo. E il suo fare si fa pelagico.
Occorre quindi distinguere fra il dolore rappresentato secondo uno schema sensitivo percettivo organico, in cui si tratta del sapere sul dolore, quindi della coscienza del dolore e il dolore originario, il dolore estremo, senza rappresentazione, in cui si tratta del sapere che si produce dal funzionamento del significante.

Impossibile quindi perseguire l’ideale del benessere, se lutto e dolore indicano l’impossibile stasi e inerzia della materia del dire. Ma, lutto e dolore non costituiscono e non significano dei mali.
Ancora una volta la questione è quella del racconto, dell’ascolto. E non della significazione, della standardizzazione, della generalizzazione secondo il canone.

È la materia della conversazione, della narrazione, del racconto a indicare, a fornire i termini del lutto e del dolore originari, non applicabili a schemi genealogici, parentali, sociali. E nella dissipazione del ruolo genealogico, parentale, sociale con il lutto e con il dolore originari avviene la dissipazione del personaggio, che si ritiene carente o mancante, perdente o perduto, misero o povero.

Il canone psicologico, pedagogico, psichiatrico riferisce che l’autolesionismo è un indice patologico. Ma solo il racconto e il suo ascolto consentono di cogliere quanto di Altro c’è in ciò che può sembrare un atto autolesionistico: un taglio, una bruciatura, una botta, una caduta, una sbucciatura, un’arrabbiatura, una litigata, l’istigazione a farsi picchiare non sono e non significano ciò che sembrano essere: è impossibile fare il catalogo dei significati e dei segni patognomonici; in ciascun caso si tratta della particolarità e della  specificità.



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