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L’incontro senza volontà

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Lezioni di vita. L’arte, la poesia, la clinica.

L’incontro senza volontà

La volontà del soggetto e la pazzia

Il medico incontra il suo paziente? Il maestro incontra il suo allievo? Lo schiavo incontra il suo padrone? Il padre incontra suo figlio? Il marito incontra sua moglie?
Sì, nella pazzia. E nelle sue strutture, mentali e territoriali, personali e istituzionali, della soggettività. Com’è noto, i pazzi s’incontrano fra loro senza squarcio, senza tempo, senza parola, nel territorio che è diventato l’“hospitale dei pazzi incurabili”, novella edizione della Nave dei folli.

L’incontro senza volontà è l’incontro nella parola.
La pazzia non è la malattia mentale, ma ciò che risulta dall’accettazione lucida e pervicace, della soggettività. Dall’accettazione della negazione della parola, che conduce allo scherzo con la morte: lo spreco della vita.
Chi si accontenta, gode? I soggetti rispondono di sì.
In che modo, oggi, c’è chi possa dire: “Non c’è più malattia mentale”?

Questo teorema esige la dissipazione del soggetto dell’azione: soggetto del pensiero, soggetto del parlare, soggetto agente. L’idea del soggetto agente comporta il passaggio all’azione, il tentativo di realizzare il fantasma.
Come pensarsi? Come credersi? Come essere? Come pensarsi senza ontologia? Se il tempo interviene come taglio parlando, chi può gestire il taglio? Chi può impedirlo?
Come prevedere quel che accadrà se il taglio non è padroneggiabile?
La questione della volontà ruota attorno a queste questioni accanto a altre. Come sorge l’idea di volere? E il motto: “Volere è potere”?

Tutto ciò sorge nella direzione di potere porre un argine all’impadroneggiabile, all’ingestibile. Per un fantasma di padronanza.
L’algebra e la geometria sono modi di spazializzare e moralizzare la parola introducendola in un sistema in cui possa rappresentarsi la visione di quel che, dicendosi, dovrebbe poi accadere.

Così, per potere controllare e padroneggiare l’atto, l’accadimento, l’avvenire, l’evento, viene ipostatizzato l’agente.
Ecco, in questo modo non c’è più l’istanza, non c’è più la domanda, non c’è più l’esigenza; questi che sono modi della pulsione, modi della rivoluzione verso la qualità, vengono accantonati e sostituiti con le modalità soggettive, in primo luogo la volontà.
La volontà mantiene l’idea di padronanza sostenuta da un soggetto agente e ciò che si fa viene tolto dalla procedura e dalla processione della parola, viene tolto dall’annunciazione per essere inserito in un’azione di cui l’agente dev’essere noto e certo. Alla pulsione viene sostituita l’idea di volontà. Da cosa dev’essere retta questa volontà? Dall’idea di bene. È la volontà di bene.

Niente più transfert, niente più lingua, niente più comunicazione ma un’ideologia del bene che pur con le sue varianti e le sue eccezioni deve rientrare nella controllabilità.
Ecco l’intenzione: l’intenzione deve sostituire il desiderio, con la sua menzogna inassumibile, l’istinto, con il suo equivoco, il bisogno con il suo malinteso. Quel che non giunge a compimento si spiega con i difetti soggettivi, con i limiti soggettivi, i limiti di ognuno che ognuno deve imparare a conoscere e a rispettare. Così può istituirsi una classificazione dei deficit, delle mancanze, dei vizi, dei difetti. E ognuno può conoscerli.

Dunque, ognuno può volere, può volere il bene, il bene comune: se questa volontà non è in direzione del bene comune, di ciò che comunemente viene considerato il bene, allora interviene la classificazione dei vizi e dei difetti per indicare che il cervello era malato. I casi recenti di tentativi di suicidio, a Treviso, di bullismo nelle scuole, di violenza nelle case, sono accompagnati dai cronisti di turno, sui giornali o sulle televisioni, dall’inscrizione nel registro dei malati: il coro è unanime: tutte brave persone, ma sofferenti, da tempo, di qualcosa, per lo più depressione. La depressione è in realtà il ricettacolo di ciò che la società non può ammettere al suo interno, la volontà di male. È l’equivalente generale del disvalore. È il contenitore di ogni azione deprecabile per il comune senso del pudore e della vergogna.

Per cui per ogni nefandezza s’invoca il raptus o la malattia: la volontà di bene è salva.
Cosa può volere ognuno? Solamente il bene. Ma, chi è sicuro del bene? Qual è il bene? Il suo bene? Il bene altrui? Il bene dell’Altro?
La volontà soggettiva conduce a fare o a volere fare? A collaborare o a volere collaborare? A scrivere o a volere scrivere? Chi vuole fare, fa? Chi vuole scrivere, scrive?

La volontà dovrebbe consentire di vivere secondo i propri mezzi senza progetto e senza programma di vita. Volendo il bene: il proprio bene: una sorta di amor proprio.
L’idea di buona volontà consente la rappresentazione del soggetto animato, intenzionato, volente o nolente. Questa accezione di volontà istituisce ogni sorta di compromessi con il possibile, con ciò che viene ritenuto possibile: quel che si vuole lo si vuole nell’ambito del possibile.

La volontà esclude tanto l’occorrenza, quanto l’adiacenza. Esclude la disposizione, esclude il dispositivo.
La “libera” volontà infatti presuppone la cognizione della causa e la libertà di scegliere. Questa idea sorge per porre sotto controllo della ragione sociale l’istanza pulsionale, che, se non è a fine di bene comune, deve essere respinta.
Ecco allora il conformismo, l’adeguamento al luogo comune, all’idea conformistica del bene comune; la volontà indice del bene comune.

La volontà dovrebbe contrastare la paura di vivere, ma non fa che confermarla.
La paura non è originaria, ma sorge come reazione alla pulsione. Chi giustifica con la paura il suo astensionismo si conferma come soggetto. Ma c’è anche chi nega la paura, pur attenendovisi. E si tratta allora di riserve, di remore, di pregiudizi non analizzati, non entrati nella valutazione clinica. Si tratta del corredo fantasmatico per cui ognuno sopravvive alla sua paura affermando di tenere alla propria vita. Alla vita conosciuta come soggettività, ritenuta irrinunciabile perché appunto già nota e quindi con la quale si è affermato il compromesso, ormai accettato, del minimo male necessario. Il minimo male necessario è ritenuto l’antidoto al male maggiore, quello riservato agli altri. Ognuno esercita la volontà di vivere alla meno peggio, credendo di non potere incontrare altro modo, credendo che non ci sia altro modo, credendo che ogni altro modo non possa che essere peggio di quello presente. Credendo…

Chi vuole vivere secondo l’abitudine ormai consolidata evita l’incontro. La volontà ha questo scopo: l’evitamento dell’incontro.
L’incontro è l’altro nome dell’occorrenza. L’occorrenza è senza soggetto, esige il tempo e esige l’Altro con la sua struttura, il sogno e la dimenticanza.

Il realista, il mesto, il cocciuto, il tetragono, lo stanco, il rassegnato respingono sia il sogno sia la dimenticanza a favore di una buona volontà da esercitare con tutti i limiti che l’umana natura, “purtroppo” ha loro assegnato.
Chi può controllare l’occorrenza? Chi può gestirla? L’occorrenza è senza durata, senza rimando. Se non è nell’atto che la esige è già nel rimpianto e nel pentimento. Chi indugia a valutare i pro e i contro evita l’incontro. L’incontro non è con ciò che ci viene contro: è senza contrarietà e senza pericolo: esige l’azzardo, il lancio del dado, il gioco. E il rischio, che è rischio di riuscita, rischio di verità.

Chi riconduce il rischio al pericolo fa un’operazione di macelleria linguistica, applicando la sua mentalità all’apertura che risulta così abolita: niente più ironia, niente più domanda, niente più viaggio. In questa mentalità spicca il racconto come resoconto dei fatti per giustificare con il passato, con il fatto, quello che “sicuramente” avverrà. Il racconto senza astrazione risponde alla tentazione sostanzialista e mentalista, secondo la quale il soggetto è un ente ontologico ben conosciuto da se stessi. E senza racconto, come avviene l’incontro? Come avviene l’occorrenza? Senza il racconto con la sua struttura, sogno e dimenticanza, quale incontro? L’incontro sarebbe negato, impedito, tolto. Infatti, come ascoltare, senza il racconto, ciò che si dice secondo la particolarità, secondo il numero della vita e non già secondo la mentalità, secondo l’abitudine, secondo la paura?

Come vivere evitando la domanda, evitando la questione aperta? Come vivere evitando la pulsione? Lo stanco lo sa! Lo sfinito lo sa! Lo sa anche il suo dirimpettaio e complice, quel medico che ha codificato la condanna alla cronicità di questo “stato mentale”, con la cosiddetta “sindrome da stanchezza cronica”.
E anche il mesto lo sa, il modesto lo sa. E anche il pescatore di pesci che fra tanti non sa quali scegliere lo sa. Ognuno lo sa. Ognuno con i suoi guai inspiegabili o spiegabili con la sua indole, il suo carattere, la sua origine, lo sa.
L’incontro non è quindi un match, non è uno scontro, non è un convenevole, non è cosa da salotto. L’incontro è senza presenza.

È senza rappresentazione dell’amico e del nemico: avviene nell’intervallo fra il sentiero della legge e il sentiero dell’etica e sul terreno dell’Altro.
Non è fatalistico, né predestinato, né ontologicamente necessario. Né tyche (τυχη)ananche (αναγχη). Non è con il caso, né è casuale; ma per l’arbitrarietà che conduce al caso clinico, alla sua necessità.

Il matrimonio è dispositivo pragmatico, non apparato di mutua assistenza. Né rifugio dal transfert e dall’identificazione.

Così credendo diventa rituale di conservazione dei ricordi dell’origine. Non “sopportare più” il coniuge è il corrispettivo di non sopportare più se stessi. Motivi di economia della pulsione tuttavia inducono a considerare i difetti del coniuge piuttosto di considerare le istanze insoddisfatte del viaggio. Più che celebrazione di un rituale il matrimonio è constatazione del dispositivo in atto. Dispositivo che procede dall’accoglienza, dalla solidarietà, dall’immunità. Moglie e marito non sono ruoli sociali, ma statuti intellettuali che esigono la sessualità.


 



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