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La formazione intellettuale dell’insegnante

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La formazione intellettuale dell’insegnante

Mezzi e strumenti dell’insegnante

La formazione intellettuale dell'insegnante nel terzo millennioUna questione che recentemente, e anche in passato, ha riempito le pagine dei giornali è la questione “Dove va la scuola?”, “Dove sta andando?”, questione che di tanto in tanto fa capolino ma che, posta in questi termini, può sembrare una questione accademica, ideale, nel senso che pone la scuola come qualcosa di già costituito, già dato, quasi preformato.

Posta in questi termini non chiama in causa nessuno in particolare, se non qualche ministro che dovrebbe avviare una riforma, una trasformazione, come se la trasformazione delle cose, delle istituzioni, della scuola in particolare potesse avvenire “dall’alto”, per via di riforma, per via di una decisione amministrativa o burocratica, senza passare, invece, attraverso una questione ben più radicale che chiama in causa la funzione e lo statuto dell’insegnante.

Chi si trova nella scuola, sia come docente, sia come allievo trascorre nella scuola una considerevole parte del suo tempo, addirittura una considerevole parte della sua vita e, soprattutto per gli allievi, quella parte di vita che è sicuramente decisiva per ciò che seguirà, per l’avvenire, mentre per l’insegnante, addirittura, una parte di vita che è sicuramente decisiva per ciò che fa, per come vive, per il suo progetto e programma di vita attuale.

È sicuro che nella scuola avvengono, o dovrebbero avvenire, quegli orientamenti, quelle indicazioni che riguardano l’avvenire di ciascuno, ma con quali modi, con quali criteri questo avviene – quando avviene -? È constatabile che è soprattutto nei primi anni di vita che sorgono e si consolidano fantasmatiche, credenze, criteri di valutazione, ideologie, mitologie intorno alle cose, che poi risulta difficilissimo articolare, dissipare quando si siano fissate, strutturate.

Quindi l’incontro con l’insegnante può essere per l’allievo determinante, decisivo, sicuramente molto importante per ciascun allievo. Dico “può”, perché non è scontato che questo avvenga; può anche risultare indifferente, e questo è più frequente; può anche risultare rovinoso, e non è poi tanto raro. Fare l’insegnante è certamente cosa non facile, eppure in molti casi è stato e viene considerato quasi un ripiego, quasi una via facile rispetto a qualcosa che risulterebbe impossibile fare, qualcosa che deve rimanere ideale, qualcosa di difficile, per cui allora viene scelto l’insegnamento.

Sembra paradossale, ma ho numerose testimonianze di questo, di persone che non sapendo cosa fare da grandi, non potendo, o pensando di non potere intraprendere ciò che effettivamente risulterebbe nel loro progetto, allora ripiegano su qualcosa di sicuro, l’insegnamento, quasi un pendant di quella sicurezza del posto fisso che, negli anni precedenti, ha rappresentato il famoso posto in banca, come metafora del posto garantito, del posto sicuro. Fare l’insegnante, per non poche persone, entra in questa fantasmatica, in questa mitologia del posto sicuro, del mestiere facile, come se fosse cosa facile.

Cosa che certamente non è, soprattutto se consideriamo che nel fare l’insegnante rientra la questione dell’educazione, dell’insegnamento, dell’orientamento rispetto a un progetto, a un programma dell’avvenire, rispetto alla provocazione alla ricerca, alla curiosità, alla cultura che la scuola dovrebbe assolvere verso ciascuno. Tuttavia è curioso che negli ultimi anni, per esempio, il prodotto più pubblicizzato a livello editoriale riguardo alla scuola, sia stato quel famoso libro, dal titolo veramente orripilante, Io speriamo che me la cavo, come se fosse quello l’indice del punto in cui si trova la scuola con la ricerca che promuove, con la ricerca in atto, con la produzione di scrittura di chi si trova in questa funzione, in questa che chiamiamo, provvisoriamente, “professione”.

Ma si tratta di interrogarsi se effettivamente quella dell’insegnante debba annoverarsi tra le professioni, tra i mestieri, o non esiga un altro statuto oltre a quello professionale. Certamente la professionalità è il minimo che si possa esigere, ma occorre chiedersi se non esiga lo statuto di missione, missione non nel senso altruistico o religioso del servizio, ma missione come statuto, che entri quindi nel progetto e nel programma di vita.

Una missione, cioè, relativa all’arte, alla cultura, alla scienza, alla ricerca, alla scrittura, alla qualità delle cose. Senza questo statuto di missione, che è lo statuto del progetto e del programma per ciascuno, ciascuna professione diviene abitudine, diviene routine, diviene cioè l’abito del conformista, e lì dove c’è conformismo, o la sua altra faccia, l’anticonformismo, certamente la qualità è negata. È negata la ricerca, è negato lo statuto intellettuale a favore dell’accettazione dello stato delle cose, a favore del luogo comune, del senso comune.

Chi è il conformista? È chi vive credendo di trovarsi nell’epoca, nella sua epoca, nel suo tempo. Che cos’è l’epoca? È appunto il tempo che sarebbe significato da qualcosa, per esempio dal male, dal negativo, dai guai, da qualche malattia, da qualche sciagura. Non è rara la formula “il male dell’epoca”, “la malattia dell’epoca”, “il segno dell’epoca”. Qualche anno fa la depressione era il male dell’epoca, adesso il male dell’epoca è il cancro. Man mano, altre cose, secondo la voga, secondo la moda, la moda dell’epoca, secondo il segno vigente del negativo o del positivo: l’era tecnologica, l’epoca della comunicazione, l’epoca della telematica, l’epoca dell’informatica, l’epoca della tecnologia, l’epoca secondo una prevalenza di un segno o di qualcosa su altre cose. L’epoca con la sua lista di beni o di mali dovrebbe uniformare la vita di ognuno, ognuno in quanto abitante dell’epoca, cittadino dell’epoca, anche suddito dell’epoca. L’epoca, quindi, è uniformante, comporta una uniformità, una uniforme.

Chi crede nell’epoca in qualche modo ha deciso la sua rinuncia all’intellettualità, alla ricerca, all’indagine, all’intendimento di quel che è particolare nelle cose. Chi crede nell’epoca ha deciso la sua rinuncia all’esperienza come esperienza originaria delle cose, ha già deciso in qualche modo la sua massificazione, la sua appartenenza a un genere, a una razza, a un insieme, sia esso partito, ideologia, gruppo, idea. Insomma, l’epoca è caratterizzata dall’assenza di particolarità e questa assenza di particolarità si traduce nel fatalismo, quindi nella credenza nella predestinazione. La credenza nell’epoca è il risultato della credenza nella vita facile, senza sforzo, senza intelligenza; è il risultato della credenza nel potere invisibile, il potere degli altri, della delega agli altri di fare ciò che conta, ciò che può risultare decisivo per la civiltà. Ma che cosa è decisivo per la civiltà? È decisivo ciascun granello, ciascun contributo, ciascuna cosa che ciascuno nella sua esperienza, nella sua pratica può dare.

Questo è decisivo per la civiltà, a meno di non credere nello sconvolgimento epocale, nella palingenesi, nell’idea, propria al discorso paranoico, di una fine delle cose dopo la quale ci sarebbe il cambiamento totale, la nuova progenie, la nuova razza, la nuova vita. È un’idea che si tratta di elaborare, qualora facesse capolino, non si tratta certo di aderirvi, perché ciascun granello è essenziale alla civiltà. Se quel granello, invece di costituire il contributo di ciascuno, viene tolto, allora abbiamo l’epoca, l’epoca con i suoi beni, i suoi mali, le sue credenze, le sue religiosità, le sue ideologie, i suoi luoghi comuni, l’epoca dei mali inguaribili, dei serial killer, degli stupri, l’epoca della droga, l’epoca della disoccupazione, del lavoro che non si trova, del mercato bloccato, della crisi – ognuno ci mette del suo, ci mette il suo fantasma e ha l’epoca con i suoi impedimenti, le sue impossibilità – l’epoca di quelli che si drogano, l’epoca di quelli che si impasticcano, l’epoca dell’eutanasia.

Il richiamo all’epoca è anche un modo dell’alibi negativo, dell’alibi per non fare, per non fare quel che bisogna fare. Il richiamo all’epoca è soprattutto la roccaforte di chi sostiene che bisognerebbe fare qualcosa, sarebbe opportuno fare questo o fare quello – sarebbe! – ma c’è l’epoca. “Siamo in quest’epoca! Bisognerebbe che io facessi questo, ma in quest’epoca come si fa?” E quando, se non in quest’epoca, quando, se non mentre ciascuno vive, può fare quel che bisogna fare per il suo progetto, per il suo programma, per ciò che caratterizza l’istanza della salute e della vita?

L’epoca privilegia la calma, senza speranza, senza curiosità, senza arte, senza cultura, senza scienza che non siano appunto quelle ammesse dall’epoca, cioè le forme convenzionali di pensiero, di pratica, di religiosità, dove la città è trasformata in necropoli o in ospedale, in particolare ospedale psichiatrico, con i suoi templi, magari trasgressivi, come le discoteche con le sue morti del sabato sera. Chissà perché sono così scandalose le morti del sabato sera, mentre tutti gli altri giorni vanno bene. Le morti per droga, per psicofarmaco, tutti gli altri giorni sono accettate, le morti del sabato sera no.

Grandi articoli sui giornali, grandi questioni. Forse perché indicano una generazione senza speranza? Indicano una struttura della società, un dispositivo della città in cui intellettualità, arte, cultura, scienza non trovano i dispositivi per compiersi nella qualità? È una questione. Sono ammesse dall’epoca le morti per suicidio, per psicofarmaco, per droga, per eutanasia, per condanna a morte e soprattutto la morte bianca, la morte per accettazione dell’epoca, la morte che si consuma giorno per giorno per accettazione dell’epoca o dei suoi mali o dei suoi beni, la morte che si consuma giorno per giorno divorando la negatività che ciascuno produce, la negatività di sé, della famiglia, della società, dell’epoca. L’epoca si basa altresì sul controllo: il controllo delle nascite, controllo delle morti, controllo e contabilità.

Anche la ricerca nelle varie discipline si avvale sempre più di questa forma contabile dei vivi e dei morti, per giustificarsi e per quantificarsi, non arrivando tuttavia a qualificarsi come ricerca, cioè a indicare il come e il quale delle cose. Chi crede di vivere nell’epoca agisce in nome dell’epoca, quindi in nome del bene o per rimediare ai mali dell’epoca, in nome della purezza, in nome della sicurezza del cittadino, delle donne, dei bambini, in nome della moralità, del candore, della pulizia: la città pulita, la città sana, la città bianca. Non importa la questione intellettuale di come ciascuna cosa ponga per ciascuno una questione, un’istanza, l’esigenza di un dispositivo per affrontarla. No. Importa che le cose siano visibili nel loro candore, nella loro pulizia, nella loro purezza, senza la logica, soprattutto in nome della pulizia, che è sempre pulizia etnica; la grande questione dei rifiuti, lo smaltimento dei rifiuti e lo smaltimento degli immigrati.

Come smaltire gli immigrati? Con gli inceneritori o con i depositi? Come smaltire i rifiuti? Grande questione di civiltà il rifiuto. Così accade che, in nome dell’epoca, grande attenzione venga accordata alla morte bianca, alla morte intellettuale, ossia alla morte della parola. Così, in nome della morte della parola, accade che i professionisti della morte bianca, dinanzi all’enunciazione di un disagio, di qualcosa che non è conforme, di qualcosa che non è perfettamente allineato, volgano questo disagio in male, in malattia, e chi lo enuncia venga considerato malato – malato mentale – per poterlo trattare, curare, guarire, conformare all’epoca con lo psicofarmaco o in un altro modo.

Quindi,  l’epoca che tuttavia non si tratta di abolire, o di opporsi ad essa, sarebbe un’ulteriore operazione di pulizia etnica a favore di un’altra epoca, ovviamente.

Non si tratta di abolire l’epoca, si tratta di non credere all’epoca, si tratta di analizzare l’epoca, di attraversare l’epoca, di intendere la logica secondo la quale viene proposta un’epoca o viene creduta esistere un’epoca, una data epoca. Che cos’è in fin dei conti l’epoca? È un dispositivo conformista. L’epoca è il modo con cui viene proposto o creduto esservi un dispositivo conformista, cioè conforme a una determinata fantasmatica che prescrive o vieta qualcosa, un certo modo di essere. Si tratta quindi di considerare l’epoca secondo il modo dell’intellettualità, facendola cioè entrare nella parola, perché l’epoca si caratterizza per la sua assenza di parola.

L’epoca si costituisce sulla tomba della parola, sulla morte della parola. Se effettivamente esistesse l’epoca, la vita sarebbe soggetta all’infernale, sarebbe una lenta agonia, sarebbe un cammino verso la morte, un’attesa della morte, un’attesa della fine, sarebbe un calvario, un’ospedalizzazione, insomma, sarebbe uno spreco. Effettivamente c’è chi vive in questa fantasmagoria della vita come pena, come penitenza, come pena di morte, ora inflitta, ora sospesa, ad opera delle tre grandi istituzioni a questo preposte: il tribunale, il carcere e l’ospedale. Ebbene, occorre che la scuola non costituisca l’anticamera di nessuna di queste tre istituzioni fantastiche. Occorre che la scuola, quindi, introduca non già all’epoca con i suoi mostri, con i suoi mali, ma introduca alla parola, all’era della parola, all’esperienza della parola.

Di che cosa si tratta nella parola? Ognuno, dinanzi al termine parola, crede di saperla lunga, crede di sapere di che cosa si tratti. La parola: tutti parlano, chi può presumere di non sapere di cosa si tratti nella parola? Ma ognuno, credendo di saperla lunga, perlopiù confonde la parola con il discorso, confonde la logica della parola con la logica del discorso, confonde la parola, quindi, con il discorso come causa, con qualcosa che è molto distante dalla parola. C’è qualcosa di nuovo che si è inaugurato sulla scena civile occidentale con Freud e con la sua invenzione, la psicanalisi; questo qualcosa di nuovo è l’esperienza della parola originaria, esperienza cioè della logica e della struttura della parola, nonché del suo itinerario verso la qualità.

Prima di Freud esisteva la scienza come scienza del discorso, come epistème, che doveva dimostrare nel suo svolgersi gli assunti del discorso come causa. Freud ha inaugurato una scienza nuova, la scienza della parola – non già scienza del discorso, ma scienza della parola–, ne ha dato i primi rudimenti. Oggi è la cifrematica il testimone attuale di questa logica e della sua esperienza. La psicanalisi, con Freud, era l’esperienza della parola, l’esperienza della parola originaria, l’esperienza della logica della parola. Perché dico “con Freud”? Perché Freud aveva inaugurato un dispositivo entro cui questa esperienza avveniva, era in atto.

Quel che è avvenuto dopo Freud riguardo alla psicanalisi è stato di abolire il dispositivo che Freud aveva inaugurato e, tolto il dispositivo, era tolta anche l’esperienza. Infatti, che cosa è avvenuto? Che la psicanalisi è stata annoverata tra le discipline, tra le terapie, tra i metodi; era tolta l’esperienza, era diventata un sapere, cioè era abolita. Come esperienza, era abolita. Se alla psicanalisi viene tolta l’esperienza è abolita la psicanalisi. Per questo dico che oggi è la cifrematica, con i suoi dispositivi, testimone dell’esperienza della parola, e quindi è la cifrematica a dare alla psicanalisi il suo statuto. La cifrematica, cioè scienza, procedura, esperienza della parola originaria. Con Freud prende avvio un’altra civiltà, non più la civiltà del discorso, ma la civiltà della parola.


 



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