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La parola, la dissidenza. L’invito

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Lezioni di vita. L’arte, la poesia, la clinica

La parola, la dissidenza. L’invito

Ciascuna cosa risiede nella parola. La parola è la sede. La sede non è spaziale, non è un tempio, non è un mausoleo della parola, come vorrebbe fare ogni vocabolario della lingua morta.
Impossibile parlare una lingua morta: parlando, la lingua non è mai morta.

La sede della parola, la parola come sede. La parola secondo il numero duale e singolare triale. La sede non è una teca in cui la parola possa essere conservata o osservata: è l’atto secondo la logica.
La parola sta nella sua sede che risente dell’intervento del tempo, per cui è sede senza stabilità, senza l’ipoteca del passato, senza ontologia. Questa sede, temporale, sessuale, attuale è la dissidenza della parola.

La parola è dissidenza. E chi è (il) dissidente?
La parola e la sua sede. E chi si situa nella sede della parola? Chi può indicare lo statuto di dissidente come cifrema, come proprietà dell’itinerario di ricerca e d’impresa? Propria alla dissidenza è non avere mai fine. L’infinito è uno statuto della dissidenza, che mai può trovare accordo o compromesso rispetto alla missione di qualità. E la dissidenza che si scrive sfocia nella scrittura civile.

Non già la scrittura del cittadino ligio, ossequioso e osservante della morale comune e del discorso vigente che dovrebbe assicurare la padronanza del suddito o sul suddito, ma la scrittura della civiltà della parola. Non si tratta del “civismo” ma della civiltà. In cui la politica altra si dirige verso la cifra della parola e in cui si tratta della combinatoria fra l’arte e la cultura. Dissidenza dell’arte e dissidenza della cultura senza la nobile menzogna a dovere dirigere il suddito verso la dimostrazione della ragione di stato, o la ragione del tiranno.

E la scrittura civile risulta quindi la scrittura dell’esperienza, con il diritto e la ragione dell’Altro. Con l’apporto della dissidenza della parola.
La politica altra, la diplomazia, la scrittura civile esigono l’instaurazione dell’ascolto della dissidenza. Senza la tolleranza e l’ascolto la dissidenza viene volta in malattia mentale e l’uso totalitario della psichiatria come abbiamo già visto in diversi regimi, è funzionale proprio a questo: espungere la dissidenza e degradarla a patologia mentale. A segno della malattia mentale. Credere nella malattia mentale equivale a togliere di mezzo la parola e la sua dissidenza e a togliere di mezzo il testo dell’esperienza.

Testo, testimonianza, scrittura, dizione originaria. Tutto ciò esige il dispositivo di parola. Se è instaurato questo dispositivo allora non c’è più cosa che sia tale, ossia risponda all’ontologia. “Tale” è qualcosa che risponde a una rappresentazione, ossia che si appella alla presenza realistica, che è l’altra faccia dell’ontologia. Contrariamente a quanto può ritenere il filosofo, la cosa tale non è ciò che rappresenta il grado zero della conoscenza. E tuttavia la cosa tale è la cosa che si presume di conoscere, è la cosa “conosciuta”. Non è la cosa originaria; al contrario, è la cosa rappresentata, è la cosa all’insegna del fantasma materno.

La dissidenza è imprescindibile rispetto allo statuto intellettuale di chi si situa nell’esperienza di parola: per esempio il cifratore che è testimone e narratore, cantore dell’esperienza.
Chi, allora, secondo il diritto dell’Altro, si situa nello statuto del dissidente? Non chi si rappresenta, in un modo o nell’altro. Né chi si presenta con il suo segno o come segno dell’origine o della sfortuna. Non chi si arrabbia, non chi cede o si abbandona al suo presunto personaggio. Non chi si crede animale fantastico anfibologico e quindi deve oscillare tra le proprie rappresentazioni del bene e del male. Non chi cede alla droga e alle sue rappresentazioni o ai suoi succedanei.

Non chi beve per euforizzarsi, non chi fuma per rassicurarsi, non chi assume psicofarmaci per calmarsi o per tonificarsi. Non chi si crede nel giusto. Non chi crede di dovere riparare o vendicare le giustizie sociali. Non chi crede nei ricordi e vive nei suoi ricordi. Non chi crede di dovere fare valere le sue ragioni. Non chi fa la voce grossa. Non chi crede nel ricatto e nel riscatto. Non chi crede di dovere parlare di sé o di dovere raccontare le sue disgrazie o le sue prodezze per giustificare la sua attuale condizione: un modo evidente di soggettivizzarsi e vivere nel passato.

Non chi evita l’ascolto, parlando senza sobrietà e discrezione.
E nemmeno chi ritiene di avere già fatto tutto nella sua vita, oppure di avere fatto qualcosa di fondamentale, o di essere stato bravo e di dovere quindi essere riconosciuto figlio modello; e nemmeno chi si crede figlio del padre, o padre del figlio: un vero modello di genealogia. E nemmeno chi si accompagna, chi si accomuna, chi si degrada, chi si mette a livello altrui per parificarsi o per parificare l’Altro. Né chi si crede dissidente una volta per tutte. La dissidenza non è un ruolo sociale per indicare il limite della normalità o del consenso.

Dissidente è la parola e dissidente è lo statuto intellettuale. Come si scrive per ciascuno lo statuto intellettuale? Atto per atto, non in generale, non una volta per tutte. C’è chi si crede intellettuale per avere, una volta, meritato, acquisito, più o meno fantasmaticamente questo statuto, e se ne fregia. Una medaglia commemorativa al valore che non c’è più.

Importa ciascun atto, ciascuna volta, ciascun istante, ciascuna parola. Così e non altrimenti si gioca la partita intellettuale. Dove la condotta è il risvolto, nella sembianza, della bussola, ossia del criterio della qualità. Questa è la bussola: il criterio della qualità e del valore assoluto. In ciascun atto: questo vuol dire che non ci sono reduci della battaglia intellettuale, né sopravvissuti: sarebbero rappresentazioni soggettive di un animale fantastico, immaginario cadaverizzato, una carogna vivente.

Chi parla del suo passato in assenza del progetto e del programma dell’avvenire, si crede carogna vivente, uno zombi. Chi crede che la cifrematica viva del suo passato, nega la cifrematica, nega l’esperienza, nega lo statuto intellettuale.
E anche chi si trova nell’indifferenza rispetto alla parola nega il valore delle cose, della vita, della ricerca e dell’impresa.

L’impresa è senza fine come la dissidenza. Mai può dirsi finita, mai può dirsi arrivata al capolinea. Sarebbe una visione geometrica della realtà, secondo la quale non si tratta mai dell’infinito, ma del segmento, del pezzetto, del brandello. Ogni volta bisogna rispondere al taglio con il taglio del taglio, per abolire il taglio, per esorcizzare il taglio, per vanificarlo.

L’esperienza dello statuto intellettuale è l’esperienza dell’art ambassador. Chi è art ambassador? Chi comunica il messaggio della qualità, vendendo i prodotti della parola, i prodotti dell’esperienza della parola. Quanto vado dicendo non è teoria, è racconto dell’esperienza, è qualcosa che si staglia sull’esperienza. Avarizia e spreco sono due facce dell’indifferenza rispetto alla parola. Rispetto alla sua esperienza, ai suoi prodotti, ai suoi frutti. L’avarizia impedisce i frutti, lo spreco li degrada.

Così, il pudore e la vergogna si nutrono dello spreco.
La parola trae la sua forza dalla causa, dall’oggetto, dall’identificazione che è condizione della domanda, del viaggio, dell’itinerario. L’art ambassador può rappresentarsi come indifferente alla comunicazione, al messaggio che procedono dalla vendita? E può la vendita instaurarsi senza l’invito? Ma, invito a che? Invito a cena? Invito a nozze? Invito a letto? Invito a una prova gratuita?
Non c’è più volontà, non c’è più scelta come indice della volontà soggettiva, espressione della logica binaria, alternativa esclusiva.
Le cose si fanno per forza, si dicono per forza; il dispositivo di parola è dispositivo di forza; il dispositivo cifrante cifratore è dispositivo di forza. Senza più convitato di pietra.

Senza la pulsione come potrebbe avvenire qualcosa? Dove? Quando?
Dunque ciascuno fa contro voglia, senza volere, senza soggettività, ma con forza e per forza. Per via di scadenza, per occorrenza. In un dispositivo temporale, pragmatico, intellettuale.

Qui sta l’invito e il suo statuto intellettuale.


 



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