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Francesco Saba Sardi. Orellana

/Spirali Edizioni

Milano, libreria Odredac

Francesco Saba Sardi. Orellana

Orellana, di Francesco Saba Sardi,è un libro molto impegnativo e molto bello, edito da Spirali, nelle cui edizioni sono già stati pubblicati Dottor Sottile, Il traduttore libertino, e la traduzione della Nave dei folli.

Impegnativo per il lettore, sia per la sua struttura narrativa sia per la lingua con la quale lo scrittore volge la scrittura nell’invenzione di un’altra lingua. È una scrittura che attualizza il mito di Babele e il mito della Pentecoste, attraverso la traduzione, la trasmissione, la trasposizione con condensazioni, metonimie e abusi linguistici: l’altra lingua per via di traduzione e trasmissione, la lingua altra con la sua lingua diplomatica, per via di trasposizione con cui il racconto giunge alla cifra. E l’altra lingua e la lingua altra si rincorrono a costituire il testo del romanzo; testo teatrico, testo poetico. Testo letterario? Lo scrittore sembra opporsi a questa definizione temendone l’accezione di discorso, cioè di metalinguaggio.

Così, sfatando il pericolo di una possibile lingua comune, si snoda la scrittura di Francesco Saba Sardi che giunge allo statuto di paroliere, nell’inventare parole; neologismi che attingono alla sua pratica di traduttore e di scrittore. Con immagini talora straordinarie. Scrittura dell’esperienza, pertanto, che inscrive questo testo tra le opere perenni.

Non c’è racconto del racconto e nemmeno racconto del fatto: mai il racconto può farsi discorso, mai può divenire metalinguaggio. Questo è un messaggio che spicca dalla lettura. E mai l’autore, lo scrittore, il lettore possono sovrapporsi e diventare personaggi del racconto: si tratta di statuti logici, intellettuali. Il narratore pone l’accento proprio su questo.

Impegnativa la lettura, anche perché lo scrittore, sin dall’inizio del libro, sembra divertirsi a prendere per mano il lettore, per condurlo altrove, rispetto a dove egli si aspetta di andare. Sia rispetto alla presunta idea di una trama che possa istituire un filo lineare del romanzo, dunque rispetto a una geometria del racconto, sia quanto all’algebra del bene e del male, che è costantemente irrisa dall’ironia che la dissipa, dov’essa accenni a sorgere.

Moltissime le cose che mi hanno colpito leggendo il libro, tra le prime l’intrico narrativo; e parlare d’intrico in un romanzo che si svolge nella foresta pluviale dell’Amazzonia sembra già una concessione all’umorismo e al gioco di parole che interviene, per altro, quasi in ciascuna pagina. È un intrico che attinge alle opere di due scrittori, storicamente esistiti e dietro a cui lo scrittore del libro sembra nascondersi, per quanto attiene la verità del racconto.

Di che si tratta, allora, in questo libro?
Il testo ce lo dice fin dalle prime pagine: a p. 14, infatti, troviamo: “Raccontiamo una storia. Che vicenda? D’un viaggio insonne, pericolosissimo come sempre accade quando perdi la certezza ultra matematica della fase Rem”.
“Raccontiamo”, dice; e non è un pluralis maiestatis, ma l’allusione al dispositivo narrativo infinito, in cui il “noi” è un indice del pubblico e in cui la struttura del sogno e della dimenticanza istituiscono l’Altro, nell’intervallo della parola. E, con l’Altro, non c’è più nulla di personale, di soggettivo. Non c’è più discorso come causa, non c’è più discorso dell’impero, non c’è più colonialismo intellettuale.
Così il racconto del massacro degli Indios e dell’uccisione di Atahuallpa, legittimo sovrano, diventa un grido contro il pericolo costituito dal discorso e dalla sua logica di celebrare il tempo passato, dunque il tempo che finisce e che pertanto passa e scorre. Il tempo del discorso, il tempo del metalinguaggio.

“Tra la cronaca e la rappresentazione non c’è differenza” dice Baphos: entrambe si attestano sull’assenza di sogno e di dimenticanza, sull’assenza dell’Altro irrappresentabile e insignificabile.

È la storia, quindi, delle vicende del viaggio del Capitano per giungere alla riuscita della sua impresa. Il Capitano, non un capitano. Senza nulla di personale, anche se le fonti sembrano essere I commentarii degli Incas, e la Storia generale del Perù di Gomez Suarez de Figueroa, alias Garcilaso de la Vega o la Cronaca di Gonzalo Hernadez de Oviedo intorno alle gesta di Francisco de Orellana. Ma, chi, tra Garcilaso de la Vega e Gonzalo Hernandez ce la racconta giusta? O è Ghiorghios Baphos, alias Giorgio Baffo? E che c’entra Francesco Saba Sardi?

Infatti intervengono ulteriori “intermezzi” tra l’autore, lo scrittore e il traduttore, nonché tra il teatrante Don Jorge Baphos, trovatore di manoscritti, e l’uomo di lettere. È un vero e proprio dispositivo clinico, in cui protagonista è la parola originaria. E non c’è più discorso comune.
E qui il romanzo da storico diviene politico, introduce alle cose che non finiscono, all’impresa, con il suo viaggio senza ritorno.
In questo dispositivo narrativo, la vicenda del romanzo trascorre dalla fiaba, alla fabula, e, con la clinica fino alla saga del capitano. E il fantasma del colonialismo, che istituisce il discorso concettuale, si dissipa nella vicenda dell’impresa e nell’invenzione dei suoi dispositivi.

È indubbio che sulla verità storica del personaggio prevale la verità effettuale, che procede dal racconto e dal suo modo. Il testo non manca infatti di ammonire il lettore che la verità in quanto tale è discorso, è discorso della morte, è morte.
Qua e là, lungo il racconto, intervengono come dicevo, degli intermezzi, alcuni annunciati come indispensabili, quasi un appuntamento con il lettore, per chiarire qualcosa; appuntamenti in cui il narratore, o il cifratore, ,ma potremmo anche dire il viandante, il viaggiatore, annuncia la questione. Per esempio a p. 69: B, che sta per Baphos, dice: “Tutto è sempre rappresentazione, che altro sappiamo? Tutto è impersonazione che tende alla lettera. Le figure che qui convoco, e sono io a dar loro la voce, come vedrà, e io stesso, e lei, egregio signore, obbediamo a mille e mille ruoli. Ruolo o lingua, siamo costretti da noi stessi, a dire noi stessi. A rappresentarci.”.
Ma, ben prima il lettore è ammonito: “Una pulsione non potrà mai diventare oggetto della coscienza, solo la rappresentazione lo può”. P. 36.

Il viaggio è intellettuale in quanto è senza rappresentazione, è senza presenza: è il viaggio in cui non si tratta di andare verso la fine né di seguire il presunto proprio fine. Non c’è coscienza del viaggio, né conoscenza: si tratta per un aspetto, dell’erranza del nome, “erranza” che come nota a p. 71 “non è distrazione, svago” e porta all’invenzione dell’altra lingua. Viaggio in cui “La conquista è un pretesto. /…/ L’itinerare è invenzione, non copia, non topografia.”

Con il pretesto del viaggio altrui, lo scrittore racconta il suo viaggio o, meglio, raccontando viaggia.
Il viaggio comincia nel labirinto. È un labirinto, infatti la prima parte del libro in cui s’intrecciano le vicende, le storie, le imprese di Francisco Pizzarro, di Gonzalo Pizzarro, di Francisco de Orellana con i loro testimoni, narratori, giornalisti, storici, dicitori. In questa prima parte c’è un’allusione al viaggio e all’impresa, con un particolare accento alla difficoltà soggettiva, quantificata, che consente di cedere all’idea di ritorno. Su questo infatti cade l’accento: sia Francisco sia Gonzalo Pizzarro cedono all’idea di ritorno, cedono al fantasma di fine, cedono alla promessa che possa istituirsi l’impresa senza battaglia.

Nella seconda parte si precisa che la conquista non è il fine del viaggio; è il pretesto per l’avventura, per il viaggio stesso, ma come indica l’itinerario di Francisco Orellana, non ci si può accontentare, non si può vivere della conquista fatta. Sarebbe realizzare il fantasma di sufficienza, una variante del fantasma di morte, una variante della morte bianca.

E, infatti, ci dice il testo, Orellana visse sempre naufrago, dove il naufragio è la metafora della ricerca e dell’impresa che non hanno mai fine. Orellana non può tornare alle terre della sua conquista vissuta, già vissuta, alle terre del suo passato. Morirebbe. Non può tornare all’origine, cioè non può realizzare il suo fantasma di morte. Il fantasma non si realizza: il naufragio è qui l’istanza stessa dell’erranza, l’istanza della salute senza più la promessa della salvezza.

Francisco de Orellana: un condottiero, una città, un nome. E in quanto nome e non come personaggio Francisco percorre la vicenda del viaggio. Francisco Pizzarro, Francisco de Orellana. Francesco Saba Sardi.

Chi è l’autore?


 



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