Telefono: 049 8759300
Facebookgoogle_pluslinkedinyoutube

La cifrematica scienza della vita

/

Cittadella – Sala Consiliare di Villa Rina

La cifrematica scienza della vita

E non c’è più l’animale uomo

Sono qui questa sera per testimoniare intorno a trent’anni di attività della cifrematica e venticinque anni di attività della casa editrice Spirali, di cui avete potuto vedere alcuni libri, in fondo alla sala.
Trent’anni di attività del progetto culturale intersettoriale e internazionale che oggi è noto come il Secondo rinascimento, che ha come fondatore Armando Verdiglione. Si tratta di trent’anni di attività, non di trent’anni di studio.
Trent’anni di attività: l’avventura che oggi compie trent’anni è cominciata nel febbraio del 1973, con molti giovani, con molto entusiasmo, con molta curiosità, soprattutto con l’istanza della ricerca, l’istanza della curiosità, di indagare attorno a ciascuna cosa non dando per scontato nulla.

Erano quelli anni in cui, facendo seguito a ciò che è stato un movimento di ampia portata internazionale, incominciato nel ’68, si andavano costituendo vari movimenti culturali, artistici, politici, ideologici, varie correnti, varie scuole di pensiero, varie associazioni, in molti casi con il proposito di indagare attorno a un cambiamento, a una trasformazione in atto, a qualcosa che si annunciava come nuovo.
In molti casi la questione andava verso l’ideologia e verso il terrorismo, in altri casi la questione andava verso un’istanza di ricerca, d’arte, di cultura, di impresa. Quindi trent’anni in cui la ricerca culturale, analitica, clinica, la lettura, la scrittura, la produzione, si è affiancata con istanze di impresa, soprattutto di libertà nei vari settori, nelle varie direzioni, dove ciascuno non sapeva già cosa l’attendesse, cosa dovesse fare.

Nulla era nei termini del dover fare ma, per ciascuno, seguendo un disegno che man mano andava precisandosi, si poneva la questione del fare, fare secondo la logica della parola e non secondo una qualche ideologia.
La questione essenziale era, allora come oggi, la questione della libertà intellettuale, la libertà della parola; innanzitutto l’esperienza cifrematica è l’esperienza di questa libertà, che è una libertà che non lascia scelta ma impone di fare, momento per momento, istante per istante, quel che il progetto e il programma, come progetto e programma di vita, esigono affinché procedano e si compiano. Nulla a che vedere con l’idea di poter fare, di saper fare, di dover fare, di fare o non fare.
Quindi qualcosa che procedeva lungo l’occorrenza, lungo la necessità non ontologica ma temporale, in uno statuto di obbedienza, non a qualcuno, non a un’ideologia, ma obbedienza alla necessità pragmatica, alla necessità del progetto, alla necessità del programma che per ciascuno andava scrivendosi.

Tutto ciò è andato procedendo lungo acquisizioni che giorno per giorno arrivavano, facendo, quindi lungo l’organizzazione di congressi, convegni, giornate di studio, masters, lungo il lavoro editoriale, lungo il lavoro redazionale, lungo il lavoro di promozione, di vendita, lungo il lavoro di ricerca editoriale.

Promuovendo attività, conferenze, giornate di studio, seminari, quindi soprattutto facendo e acquisendo, facendo, il valore di ciascuna cosa.
Non c’era chi sapesse già cosa fare, non c’era chi sapesse già il valore delle cose, ma lungo l’itinerario di ricerca, lungo i dispositivi pragmatici, analitici, clinici che man mano sorgevano, ciascuno acquisiva gli strumenti e il valore di ciascuna cosa. Acquisiva innanzitutto lo statuto intellettuale, che è la questione essenziale per ciascuno.
Lo statuto intellettuale è essenziale per trovare la direzione della qualità, la direzione della vita, la direzione dell’impresa, la direzione verso cui c’è l’approdo al valore, alla qualità della vita, alla qualità del progetto e del programma.

In questa esperienza ciò che si è andato precisando è che non c’è da distinguere tra la vita e le cose che si fanno, tra la vita e l’impresa, perché per ciascuno si tratta dell’impresa di vivere, e dunque si tratta di divenire imprenditore, di divenire statuto intellettuale, perché non c’è chi possa fare al posto nostro.
La questione quindi è seria, seria cioè intellettuale, seria nel senso che, per ciascuno, si tratta di introdurre ciascuna cosa che incontra nella serie infinita, ossia vivere nello statuto intellettuale, nell’infinito attuale, non già in un sistema chiuso ma nell’infinito.

È questa una rivoluzione per il discorso su cui si regge la civiltà occidentale, cioè il discorso dominante in cui ognuno vive; il discorso occidentale, sorto ad Atene, nella Grecia antica, che prosegue oggi, è il discorso sorto con Platone e Aristotele, è il discorso che prevede un sistema chiuso, un sistema di riferimento che ha come miraggio la prevedibilità, la calcolabilità delle cose e la loro riproducibilità.
È il discorso che ha come massima aspirazione l’assenza di cervello; le cose sono già stabilite, si tratta di seguire la predestinazione che ognuno avrebbe già scritta nella propria genealogia e di attenderne il compimento.

Questo discorso ha rigettato i sofisti, ha rigettato Eraclito, ha rigettato Cristo, ha rigettato Leonardo, ha rigettato Freud, ha rigettato ogni forma di differenza, ogni forma di variazione, ha rigettato la parola originaria a favore di un discorso di padronanza e di controllo, che è appunto il discorso occidentale.

Un discorso intollerante, prescrittivo, che mira al controllo delle cose, alla padronanza sulle cose, alla circolarità delle cose, per poter sapere prima come andrà a finire, come ogni cosa andrà a finire. È questo che viene chiamato il discorso della conoscenza.

Questo non è un discorso originario, non è una logica originaria, è un discorso che sorge come reazione alla parola originaria, come reazione a qualcosa di impadroneggiabile, di imprevedibile, di invisibile.
È il discorso che sorge in Grecia con Platone, che, notando non potersi definire l’origine delle cose, inventa il legislatore, colui che avrebbe dato origine ai nomi, alle cose, al significato delle cose. Platone, quindi, propone un discorso come reazione a qualcosa di impadroneggiabile, alla logica originaria della parola, potremmo dire all’inconscio; Platone istituisce il discorso della coscienza, il discorso della volontà, della volontarietà, il discorso come causa, il discorso di padronanza.

Che cosa comporta questo discorso di padronanza? Comporta l’idea di poter conoscere il segreto della vita. E quale sarebbe il segreto della vita? La morte. Come conoscere la morte? Come conoscere quando, come verrà la morte? Quando, come ciascuna cosa finirà? Questo è il miraggio della padronanza, il miraggio del discorso che Platone propone: la conoscenza del segreto della vita, ossia la conoscenza sulla morte.

Questa diventa la condanna degli umani: avere costantemente dinanzi a sé l’idea della morte, della morte da evitare, della morte da conoscere, della morte di cui cibarsi per giungere alla buona morte, intendendo dunque la vita come uno spazio dall’inizio alla fine, uno spazio di attesa della fine. Questa vita intesa come durata, questa vita animale, è la vita proposta da Aristotele con il noto sillogismo, per cui l’uomo sarebbe un animale, gli animali sono mortali, l’uomo è mortale.
La vita dell’uomo, dunque, per il discorso occidentale, per questo discorso di padronanza è il percorso della mortalità, è l’attesa che questa mortalità si compia, è l’attesa che questo destino comune si compia. Quindi, il discorso occidentale è il discorso di questa idea comune di destino che risiederebbe nella mortalità, dunque nella fine comune degli umani. Il discorso occidentale come discorso dei valori condivisi, della condivisione di un destino comune.

L’imperativo oggi è che occorre uniformarsi ai valori condivisi, alle idee comuni, occorre essere conformi, conformati, accomunati, omogeneizzati rispetto a questo destino che risiede nella mortalità e che esclude la vita e soprattutto la qualità della vita, il valore della vita, non più come attesa della sua fine ma la vita come dispositivo in cui incontrare la qualità delle cose, il valore delle cose.

Dove sta il valore delle cose? Qual è il valore di ciascuna cosa?
“Qualità della vita” per molti è uno slogan che indicherebbe il benessere, l’agiatezza, il comfort, la comodità, la facilità della vita. Non è questa l’accezione con cui io uso invece questa locuzione di qualità della vita.
La qualità della vita è qualcosa che non si può prescrivere a nessuno e che nessuno può imparare se non lungo l’esperienza originaria della logica della parola, che non è la logica del discorso, che non è dunque collegata all’idea di mortalità, che non è in vista della fine delle cose, ma è l’esperienza per cui ciascuno si rivolge alla qualità delle cose senza avere dinanzi l’idea della fine, l’idea della morte, l’idea di conoscenza.

La questione dunque è seria, ossia intellettuale e riguarda dunque come ciascuno vive, dove ciascuno vive, se vive nel cerchio della conoscenza o se vive nell’intervallo della vita, nell’intervallo delle cose, dove ciascuna cosa esige di qualificarsi, esige di trovare il suo valore e non ha già un significato imposto, codificato, uguale per tutti.
Che cosa vuol dire discorso di padronanza? Vuol dire pensare di poter sapere come un atto andrà a concludersi.
Come avviene questa presunzione di sapere, di sapere già, di poter conoscere il destino di un atto? Avviene sulla base di una logica binaria. Presumendo che le cose stiano in una logica binaria, ogni cosa è soggetta a un’alternativa, cioè può andare bene, può andare male, quindi ognuno vive avendo dinanzi a sé l’idea del male: “Come può andare questa cosa?”, “Domani ho un esame: come potrà andare? Bene o male?”, “Domani ho un colloquio di lavoro: come andrà? Bene o male? Potrebbe andare bene, potrebbe andare male”, “Come faccio per sapere come andrà?”.

Allora, ognuno si industria a fare i suoi esorcismi, si industria a prevedere, tralasciando il processo rivolto al criterio della qualità perché, tanto, due sono le possibilità, o bene o male. Andrà bene o andrà male.
Allora si tratta di evitare il male? Benissimo. Ci rivolgiamo al bene? Perfetto. Avremo dinanzi a noi sempre il male come riferimento costante, seppure come male da evitare. Quando anche noi ci rivolgiamo al bene è il male che incombe. Ma che cos’è il male? Chi sa cosa sia il male? E il bene? Chi può dire cosa sia il bene? Chi può dire di conoscere cosa sia il male, cosa sia il bene?
Eppure è proprio su questo che poggia ogni ideologia, ogni morale, ogni discorso di padronanza e di controllo, che si formula proprio per evitare il male, per perseguire il bene. Ma cosa è male e cosa è bene? Forse che le cose vanno verso il bene? O vanno verso il male? No, ciascuna cosa va verso la sua qualità, va verso la sua qualifica, ciascuna cosa esige di qualificarsi.

Ciascuno, nella domanda in cui vive, esige che ciascuna cosa che incontra nella vita si qualifichi, e giunga alla qualità, giunga al valore assoluto, e questo valore non ha nulla a che fare con il bene: il bene non è un valore, il male non è un disvalore.
Male e bene sono qualcosa impossibile da conoscere. Male e bene sono un ossimoro che costituisce l’apertura a partire da cui ciascuna cosa inizia il suo viaggio per qualificarsi, per giungere all’approdo della sua qualità.
Ma questa è una logica non ammessa dal discorso occidentale, che invece propone che bene e male siano due opposti e indichino l’alternativa, in direzione della quale ogni mortale sarebbe rivolto l’alternativa tra il male e il bene, tra fare e non fare, tra il sì e il no, tra vivere o morire.
Quale discorso dissipa questa idea di alternativa, questa sorta di prescrizione per cui abbiamo come destinazione il male e si tratterebbe di evitarlo, per cui la vita diventerebbe un viaggio di evitamento del pericolo? Questa sarebbe la vita?

Sarebbe ben poca cosa se fosse solo un intervallo di tempo tra la nascita e la morte in cui si tratterebbe di evitare gli scogli, quindi senza approdo, in direzione di niente. Si tratta solo di evitare i pericoli per vivere più a lungo? Questa è l’idea della vita? Eppure questo è ciò che viene proposto dalla pedagogia, per esempio, che è l’istituto codificato della vendetta, ripartendo la colpa e la pena, il premio e la punizione.

Prima alludevo al termine obbedienza come qualcosa che nell’esperienza cifrematica è impossibile non incontrare e che, anzi, espone a questa ignoranza estrema grazie a cui si possono acquisire man mano effetti di senso, di sapere e di verità. Obbedienza non a qualcuno, non a qualcosa, obbedienza a un’istanza, a un’indicazione che viene dalla pratica, che viene dall’esperienza.

Ma se noi leggiamo, per esempio, il giornale di oggi, troviamo uno scritto intorno all’obbedienza di un dottorino universitario che, oltre a fare sfoggio di un po’ di erudizione, ci indica chiaramente qual è il dettato di questo discorso occidentale che accomuna preti e laici in una visione comune delle cose. Questo dottorino ci dà un messaggio che è per nulla differente da quello che potrebbe venire da Don Abbondio, e dice che …a differenza di quanto comunemente si pensa, il significato del termine disobbedienza non è per niente intuitivo – Perché dovrebbe essere intuitivo? –. Abituati come siamo – noi tutti siamo abituati, e quindi, noi tutti, abituati come siamo, non pensiamo – a riferirlo alla condotta dei bambini – eh già, siamo abituati a riferirlo ai bambini – e a ritenere che essi siano buoni o cattivi – questo noi pensiamo dei bambini, no? Che siano buoni o cattivi. I bambini, merce senza valore, sono o buoni o cattivi. Sono così i bambini. Tutti uguali tra loro, si possono distinguere perché alcuni sono buoni, e gli altri sono cattivi – a seconda che siano più o meno obbedienti – ah, ecco il criterio pedagogico –, e per lo più dimentichiamo quale sia il significato originario della parola – ecco, ce lo dimentichiamo.

Allora qual è il significato originario? Cosa vuol dire qui significato originario? Sarebbe il significato ammesso, il significato che noi tutti dobbiamo ritenere comune, che non c’è.

Non c’è il significato originario, perché la parola è originaria proprio perché libera di precisarsi, caso per caso, libera di divenire qualità, libera di trovare il suo valore, caso per caso, lungo l’itinerario di ricerca. Questo è l’originario. Senza origine, senza origine comune, senza prescrizione. Questa è la parola originaria. Quindi parola senza significato, altro che significato originario!Secondo la radice latina, e prima ancora greca, obbedire vuol dire ascoltare – fin lì basta un vocabolario. È noto.

Oboedio, ob audio, in latino, vuol dire udire, non ascoltare. Ascoltare è già un’altra cosa. Obbedienza quindi ob audio, qualcosa che ha a che fare con ciò che odo, odo + ob, quindi in cui mi imbatto: qualcosa mi viene contro, odo questa cosa, obbedisco. Obbedienza a qualcosa che mi viene contro – di conseguenza – dice il nostro maestro, il nostro Don Abbondio – il termine non indica un comportamento – un comportamento? Perché dovrebbe indicare un comportamento? È una parola. Perché una parola dovrebbe indicare un comportamento? Cosa c’è di animalesco nella parola? Nulla.

Comportamento è termine che viene dall’etologia, e che indica qual è il portamento dell’animale a seconda del suo istinto. Ora perché un termine dovrebbe indicare un comportamento? – che sia già in sé moralmente positivo o negativo – e certo! C’è bisogno di scriverlo? Perché dovrebbe essere in sé già moralmente positivo o negativo? Sembra la scoperta dell’acqua calda. E invece no! Evidentemente non è a caso che viene precisato questo, dunque che un termine propone già una morale entro cui c’è da scegliere solamente tra bene o male – perché per essere valutato occorre riferirsi a ciò a cui si presta ascolto. Obbedire, ascoltare cioè la voce della coscienza, ad esempio, è un bene – Ah, ecco. Ascoltare la voce della coscienza è un bene -, viceversa, prestare ascolto ai propri istinti inferiori è un male – ah, abbiamo gli istinti inferiori. E non lo sapevamo. Ci sono istinti superiori e istinti inferiori. Questo è l’uomo.

Una schifezza, con gli istinti superiori e gli istinti inferiori. Ma quindi è tutto un’algebra e una geometria. Sopra e sotto, positivo e negativo. Tutto si divide dicotomicamente. È questo ragionare? Sarebbe questo il ragionamento? La morale del bene e del male, l’ideologia del bene e del male, degli istinti superiori e degli istinti inferiori. E quali sono quelli inferiori? E quelli superiori? Quelli che io condivido? Quelli che io gradisco? Quelli che io consento? Quelli che io prescrivo? Mentre inferiori sono quelli che non condivido? Quindi si tratta sempre di chiedere permesso a qualcuno? A chi? A Platone, che ha indicato il decalogo del perfetto cittadino di Atene, cioè del suddito al tiranno –  Da questo punto di vista – dice il nostro Don Abbondio – l’obbedienza non coincide affatto con un atteggiamento passivo, – e perché dovrebbe essere passivo? – di passiva sottomissione. Essa implica piuttosto una scelta ben precisa, la scelta di prestare ascolto a qualcuno o a qualcosa, ovvero quella di non ascoltare, e dunque disobbedire. – e quindi siamo sempre nell’alternativa: obbedisco o non obbedisco, ascolto te oppure quell’altro – Non solo: in quanto è una scelta – una scelta – l’obbedienza presuppone che vi siano più voci che chiamano, e dunque implica l’opzione ad ascoltare una di esse e nello steso tempo dunque non ascoltare le altre.

Che cosa viene proposto, qui? L’alternativa esclusiva: se scelgo A escludo B, se scelgo B escludo A, e quindi io devo sempre escludere qualcosa, quindi sono sempre nell’alternativa esclusiva.
“Se sono davvero obbediente nei confronti di qualcosa, devo essere al tempo stesso disobbediente verso le altre”. Ma chi l’ha detto? In base a quale criterio? In base a quale logica? Chiaramente in base alla logica binaria, alla logica del computer; ma la parola non segue questa logica, non segue la logica binaria, non segue la logica dell’alternativa tra il bene e il male, tra il sì e il no.
La parola non procede dall’uno che si divide in due e quindi per genealogia genererebbe le varie cose, la parola procede dal due. La logica della parola è una logica diadica, dunque è una logica originaria che procede dal due che non si divide, e da altre logiche singolari – triali. Una logica diadica attraversata da altre logiche singolari – triali, senza alternativa, senza esclusione.
È la logica che Freud aveva cominciato a intravedere, dopo Machiavelli, dopo Leonardo, dopo Sant’Agostino, dopo vari elementi che noi troviamo nel testo ebraico, cristiano, anche greco; nel testo dei poeti, degli artisti, degli scrittori, nel testo, insomma, che ammette la differenza e la variazione in direzione della qualità delle cose e non della loro fine.
Noi siamo abituati a dover fare il catalogo delle cose, non ammettendo la differenza assoluta e la variazione assoluta, ma inserendo ciò che differisce eccessivamente nell’elenco dei mali, delle malattie, dei crimini, dei disturbi.
È questa per esempio la psicopatologia, ciò che differendo rispetto al luogo comune, al discorso comune, alle prescrizioni comuni diventa malattia.
Allora si tratta di fare il catalogo dei mali, delle malattie, per assegnare a ognuno la sua etichetta, la sua prognosi, la sua diagnosi, la sua gnosi, la sua conoscenza di sé. Che cosa sei? Sei la tua diagnosi, sei il tuo disturbo, sei quello che sei.
Il discorso disciplinare è un discorso senza avvenire, senza divenire. Ognuno è quello che è. E che cos’è? Allora, a che vale l’educazione?

Infatti oggi assistiamo alla totale assenza di educazione. L’educazione è auspicata dai genitori provenire dai figli. E infatti, ogni genitore chiede ai suoi bambini: “Dimmi: cosa vuoi fare? Cosa vuoi essere? Cosa debbo fare? Vuoi fare questo? Benissimo!”. E, d’altronde, i pedagoghi assicurano che occorre non contraddire il bambino, che potrebbe avere chissà quale trauma, un trauma educativo, un trauma da contraddizione.
Eh già, obbedendo al principio aristotelico di non contraddizione si tratta dell’alternativa esclusiva, o A o non-A. se io contraddico A, che fine fa A? Sparisce. Occorre non contraddire A.
Ma, nel sogno, questo principio non vale. Ciascuno può fare esperienza della dissipazione del principio di identità, del principio di non contraddizione. Infatti nella parola c’è contraddizione, c’è ossimoro, ed è proprio l’apertura questa contraddizione su cui le cose si stagliano e incominciano il loro viaggio per qualificarsi, per divenire cifra, per divenire qualità. Ma non senza l’intellettualità, non senza il cervello, non senza il dispositivo intellettuale, non senza la dissipazione del fantasma di mortalità e del fantasma di alternativa esclusiva. quindi senza più la predestinazione, che è predestinazione alla mortalità.

È questa l’esperienza cifrematica: l’esperienza della dissipazione delle fantasmatiche su cui si regge il discorso di padronanza, il discorso occidentale, il discorso dell’alternativa esclusiva, il discorso della genealogia, il discorso della predestinazione, il discorso del male dinanzi.
Certamente l’esperienza cifrematica non è un discorso condivisibile, non è qualcosa che si possa imparare; non è qualcosa che possa dispensare ricette, che poi ognuno impara e applica al suo caso, perché l’esperienza cifrematica indica che ciascun caso è un caso assolutamente particolare e specifico e esige il suo itinerario, e approda in quell’itinerario alla sua qualità, a condizione di indagare, di cogliere, di dissipare il fantasma di mortalità e le implicazioni che questo ha per ognuno a costituire gli impedimenti.
Proviamo ad ascoltare la fantasia di una bambina che dice di aver sentito il papà e la mamma parlare, alla sera, prima di addormentarsi, nell’altra stanza, e li ode parlare di lei. E sente che la mamma dice al papà che occorre sbarazzarsi di lei, che occorre, per la salvezza della famiglia, abbandonarla.
La bambina non dice niente alla mamma, ma da quel giorno comincia a andar male a scuola, e trova che la maestra è una vera strega, che le vuole male, che ce l’ha con lei, che le tende ogni sorta di insidie, e insomma le rende la vita impossibile. E da quel giorno ogni sorta di peripezie. Questa bambina ha una vita veramente rovinata.
Avete mai letto Hansel e Gretel? Si tratta di questo. La fiaba di Hansel e Gretel l’avete mai letta? È questa. È la fiaba di una bambina che ha una fantasia di abbandono da parte della mamma e quindi incontra la strega nel bosco, che vuole far fuori lei, far fuori il fratello, eccetera eccetera, ogni sorta di nefandezze, fino a quando questa fantasia è dissipata e la strega non c’è più.

Oppure quell’altra fantasia di quella bambina che pensa di avere un padre debole, limitato, un padre un po’incapace, insomma, senza autorità. Un padre senza autorità. E allora cosa fa? Nulla. Non fa più nulla. Aspetta. Aspetta che questa autorità giunga. Fino a quando? Fino a che l’autorità arrivi da qualche parte. Avete mai letto la fiaba di Rosaspina? È questa. È la fiaba di quella principessa che nasce da un re che aveva solo dodici piatti d’oro, ma le fate invitate al battesimo erano tredici, quindi una non viene invitata, perché il papà è limitato; ha solo dodici piatti d’oro, quando ne servono di più.

E allora l’incantesimo della tredicesima fata si compie. La bambina morirà. “No – dice la collega -: dormirà per cent’anni”. Benissimo. Allora per cent’anni l’incantesimo, fino a quando questa fantasia si dissipa, e l’incantesimo non c’è più, e la paralisi non c’è più, e l’idea di astenersi da ogni cosa non c’è più, e l’idea del pericolo non c’è più.
Quante fantasie. Ma non solo nei bambini.

Chi può dire di non avere, giorno per giorno, dinanzi a sé, l’idea del male, del negativo, della malattia, della morte a condizionare le proprie decisioni, le proprie scelte, le proprie iniziative, a limitare ogni iniziativa secondo un’idea termodinamica di esaurimento: “Devo riposare, perché altrimenti mi affatico”, “Non posso lavorare così tanto, perché altrimenti mi esaurisco”, “Ho lavorato troppo, devo andare in vacanza”, “Ha avuto dei problemi, ha avuto l’esaurimento nervoso”, “Sono esaurito”.
Questa idea termodinamica per cui le risorse energetiche potrebbero esaurirsi. L’incubo degli anni ’70, ’80, ’90: la fine delle risorse energetiche, la fine del petrolio, la fine dell’energia… La termodinamica a regolare il ritmo della vita: “Attenzione: bisogna fare poco perché potremmo esaurirci”.

E questo è un fantasma di mortalità che incombe su ognuno, seguendo uno schema comune condiviso, molto condiviso, ma assolutamente fantastico.
Come accorgersi di quali fantasie ci limitano la vita, ci impediscono di vivere, soprattutto ci impediscono di giungere alla qualità della vita? Come accorgersi? Certamente partecipando della logica binaria, partecipando del discorso dell’alternativa esclusiva è impossibile accorgersene, perché questo è prescritto da questo discorso.
Allora, indispensabile l’esperienza della parola originaria, l’esperienza della parola che procedendo da una logica diadica, dal due, quindi dall’apertura, si rivolge verso la sua qualità, verso la sua cifra attraverso dispositivi di arte, di invenzione, dispositivi del fare, dispositivi di impresa, dove per ciascuno si tratta dell’esigenza di vivere e della necessità della qualità della vita.
Mi fermerei qui, per il momento, se ci sono domande.

Pubblico: Penso che il modo cifrematico implichi una capacità di sopportare l’ansia… quanto poi agli istinti superiori e inferiori mi viene in mente Cartesio che aveva diviso la res cogitans e la res extensa, per cui gli istinti superiori sarebbero nella res cogitans, quelli inferiori sarebbero nella res extensa.
Adesso andare a riappropriarci di una unitarietà è difficile perché abbiamo anni e anni di lavoro in questo senso: “ L’uomo è fatto di anima e di corpo”, “Le cose buone sono per l’anima”, però se noi accettiamo di essere divisi in due parti… Io mi ricordo quand’ero bambino, un paradosso, che avevo degli amici con delle morose molto serie; allora se ho la morosa molto seria, vado a puttane, perché la devo rispettare… Allora c’era una parte che riguardava il corpo, e ancora adesso noi, un po’ di più un po’ di meno, ci crediamo ancora.

R.C.: Certo. La questione che lei pone è effettivamente essenziale, è la questione della gnosi. La gnosi che cosa propone? Che c’è l’uno, l’uno si divide in due, quindi c’è una scissione; dall’uno si producono due cose, queste due cose, per successivi passaggi devono ricomporsi, riunirsi, riunificarsi, ritornare all’unità. Allora, per ciascuno si tratterebbe di compiere questo percorso di purificazione per tornare all’unità. Da dove viene questa favoletta che però è alla base di tutto l’apparato disciplinare del discorso occidentale? Dall’idea di riuscire a padroneggiare le cose e quindi di poter prevedere la combinazione delle cose che dev’essere in funzione di questa ricomposizione, della sintesi. Sintesi è un termine greco che vuol dire appunto ricomposizione.

Ora noi non dobbiamo fare la ricomposizione di niente, non abbiamo dinanzi a noi nessuna ricomposizione.

Noi abbiamo dinanzi a noi l’avvenire in direzione della qualità delle cose, in direzione del compimento del progetto e del programma di vita, che non deve approdare a nessuna ricomposizione ma alla qualità, alla qualifica, alla qualificazione di ciascuna cosa, quindi alla soddisfazione che viene, appunto, dall’approdo alla qualità.
È chiaro che è assolutamente micidiale questa idea di ricomposizione, quest’idea che noi saremmo fatti di due parti, e queste due parti devono conoscersi, devono venir individuate, devono coesistere e devono ricomporsi.
Ma perché mai saremmo fatti di due parti? Quali parti? Milioni e milioni di particelle, milioni di particolarità, miliardi di galassie, non due parti in lotta fra loro che debbono poi ricomporsi nella sintesi, nella nuova unità. Ma quale unità? Quale unità sarebbe prescritta perché ciascuno approdi alla sua qualità? Da dove viene questa prescrizione alla riunificazione, all’unità? Certo, l’illuminismo partecipa di questa prescrizione, che tuttavia parte ancora prima.
Il problema è che molte ideologie partecipano di questa prescrizione, perché sono ideologie che inseguono come obiettivo la padronanza e il controllo. Padronanza e controllo in particolare del suddito, del cervello, per cui si tratta, in prima istanza, di abolire il pensiero, di abolire il cervello.

Non abbiamo bisogno di cervello. Chi ce lo dice? La psicologia. La psicologia è la disciplina che prescrive all’uomo l’assenza di cervello, tant’è vero che ha inventato il test, il test di massa, il test per tutti, il test che indica esattamente l’assenza di cervello, perché solo in assenza di cervello si possono prevedere le cose, i desideri, le aspirazioni, i desideri, i sogni. Ma se il cervello c’è, noi siamo nell’infinito, e l’infinito è impensabile, incontabile, imprevedibile, impadroneggiabile.

Nell’infinito noi non possiamo prevedere niente. Possiamo solo ascoltare quel che si dice, quel che si fa, e quindi cogliere le indicazioni di quanto avviene, non già per prescriverle ad altri, ma per fornire in quel caso la direzione verso la qualità, e quel caso non è assolutamente paragonabile o assimilabile a un altro caso.

Questa idea della comunanza dei destini, della comunanza dei casi, questa idea di casistica è ciò che ha abolito la cura in vari settori, anche in quello della medicina, che oggi si rivolge sempre più alla statistica anziché alla cura, per dire quante probabilità di morte ci sono in quella malattia; non già in quel caso qual è la cura per procedere, no: in quale casistica di mortalità x, y, z partecipano.
Questa non è la cura, questa non è la medicina, questa è la contabilità delle morti, in assenza di cervello, del cervello della cura, del cervello della medicina, cioè del cervello della parola originaria, del cervello dell’infinito.
Perché è solo in assenza di infinito che noi possiamo immaginare il catalogo delle cose, che poi diventa il catalogo delle morti, la contabilità dei morti.

Ogni guerra ha la contabilità dei suoi morti, ogni malattia ha la contabilità dei suoi morti, ogni statistica ha la sua contabilità, di che cosa? Delle sue morti. Ma a noi importa la vita, non la morte.
Importa la vita, la sua qualità, la sua impresa, il suo valore, perché ne abbiamo una sola, e non è neanche possibile dire che ce l’abbiamo, e allora è assurdo sprecarla nell’idea di mortalità, nei vincoli della mortalità, nelle prescrizioni della mortalità. È assolutamente assurdo sprecarla, e, sembrerà un paradosso ma lo spreco maggiore è quello di tentare di risparmiarsi o di risparmiare la vita rispetto alle sue esigenze, alle sue istanze, alle sue necessità, che sono infinite, estreme, per ciascuno.

È a questo che si rivolge la cifrematica, che è logica, scienza, esperienza della parola originaria. Non già solo logica, non già solo scienza, non già solo esperienza, ma la combinazione di logica, scienza ed esperienza, e in questo senso dunque è esperienza originaria per ciascuno, che esige dispositivi particolari, esige soprattutto che vi sia l’interlocutore, con cui possa instaurarsi lo statuto intellettuale, quello statuto cioè che consente di dissipare questa prescrizione aristotelica secondo cui ogni uomo sarebbe contraddistinto dal suo destino mortale, e quindi avrebbe davanti a sé sempre e soltanto la fine.
Noi abbiamo dinanzi l’avvenire, l’infinito, la qualità delle cose, per questo, dopo i primi trent’anni di cifrematica ci rivolgiamo ai secondi trenta, dove ciascuno è invitato, non siamo esclusivisti. Grazie.

Io ringrazio ciascuno di voi, ringrazio l’equipe di Cittadella che ha organizzato questo incontro e quello precedente e confido che possano essercene degli altri.


 



Condividi
Facebooktwittergoogle_pluslinkedin