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Cibo, nutrimento, alimentazione

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Castelfranco Veneto, 19 aprile 2012, Casa del Giorgione, Sala del Fregio

Cibo, nutrimento, alimentazione

Cibo e erotismo

Buonasera, sono lieto di trovarmi qui con voi questa sera, e ringrazio chi ha contribuito a questo, in questa bella Sala del Fregio, detta anche Delle arti liberali e meccaniche: questa sala indica con la sua pittura l’integrazione fra arte manuale e arte intellettuale, secondo la versione di Leonardo da Vinci che Giorgione qui rilancia (Giovan Battista Abioso).

Leonardo dà una sua proposta della mano indicando la mano come mano intellettuale. Non più l’alternativa fra il manuale e l’intellettuale, ma il manuale come intellettuale. Siamo qui per esplorare la combinatoria proposta da questo titolo, Cibo e erotismo, avvalendoci quindi della mano leonardesca che è la mano della parola, senza dare nulla per scontato, traendo occasione e spunto dagli elementi che la clinica ci propone. Occorre quindi qualificare il cibo e anche l’erotismo. Cominciamo dal cibo.

Per quanto riguarda il cibo, la questione della mano intellettuale giunge a proposito, perché il cibo è ciò che è a portata della mano. Ciò che sta nella mano, mano le cui dita sono le particolarità della parola e che contrassegnano la domanda.

Di cosa si tratta quanto alla mano e di ciò che sta nella mano? Cosa sta nella mano? Cosa la mano prende? Come sapere ciò che la mano prende e come sapere già il suo uso? Come conoscere ciò che la mano prende?

La questione della conoscenza è in gioco. La questione del cibo parte da qui, con la domanda. E la prima domanda di cui abbiamo notizia e traccia, per dir così, è proprio la domanda da cui si istituisce il cibo come insostanziale, come cibo temporale, come quel cibo che giunge all’occorrenza.

Ce ne parla la Bibbia: “Man-hu?” , chiedono gli Ebrei quando si pone la questione del cibo ignoto, il cibo che giunge dal cielo, che giunge all’occorrenza e che si tratta di prendere mano a mano.   Il cibo ignoto, ma vitale, essenziale, necessario.

La mano. La mano intellettuale. E la sua presa. Cosa resta nella mano? La presa è temporale e il cibo è quanto è a portata di mano. La manna, il cibo inconoscibile, il cibo che soddisfa il bisogno.

In assenza della mano intellettuale, allora il cibo diventa sostanza e sottostà alle prerogative della sostanza, tra cui la contrapposizione fra positivo e negativo. Ecco allora la possibile classificazione dei cibi da mangiare oppure da evitare. Il cibo è senza plurale. L’elenco dei cibi indica già l’inscrizione nel casellario originato dalla dicotomia. Fra il bene e il male. I disturbi dell’alimentazione cominciano qui.

L’elenco dei cibi indica che la funzione di zero è sospesa. I cibi da evitare, i cibi nocivi, dannosi, allergizzanti, intossicanti… Se la funzione di zero è sospesa è sospesa anche la crescita. La funzione di zero contrassegna, nella sembianza, la nascita, la natura; nella dimensione di linguaggio contrassegna il rinascimento, con la sua auctoritas, con il rilancio, rigetto, rimozione. Ma, sul principio della sostanza, negata la funzione di zero, la sostanza può fare bene o fare male, e così il cibo.

“Cosa ho mangiato? Qualcosa mi ha fatto male.” “Questo fa bene, questo fa male”. “Questo lo digerisco e questo no”.

Sul principio della sostanza, che è il principio del nome del nome, le cose, la vita sono statiche, sono ferme: così si può credere che siano conoscibili. Così c’è chi può credere che valga il detto: “L’esperienza insegna”. Questo motto nega l’attuale, nega il transfert, nega la struttura temporale della parola, proponendo il rimando al ricordo, a ciò che è stato, al fatto. È il modo più comune di pensare le cose. Pensarle, però esclude di ascoltare, di capire l’attualità della cosa, l’istanza attuale, il funzionamento e la struttura; ne impedisce la scrittura.

Se il cibo risulta inscritto nel discorso alimentare, nel discorso sanitario, nel discorso comune, se cioè il cibo è tolto dalla parola, o se la parola è tolta dal cibo, allora diventa la sede di azione dell’idea di sostanza con la sua dicotomia, alternativa. Il fantasma di negatività e di fine agisce sul cibo. E il cibo ne diventa l’agente.

Sorge così l’alternativa fra il pasto di amore e il pasto di odio. Ossia il pasto senza amore e il pasto senza odio. Il pasto senza l’altrove. Il pasto dove il ricordo la fa da padrone. E la memoria è espunta.

Quella che viene chiamata dal discorso sanitario “anoressia mentale” e anche ”bulimia mentale”, e che costituiscono i cardini dei cosiddetti disturbi dell’alimentazione, altro non sono se non il frutto dell’applicazione al cibo, e anche alla vita, del pasto di amore e del pasto di odio. Possiamo anche chiamarlo cannibalismo bianco: attribuire al cibo la portata di agente del fantasma di fine, o del fantasma di origine, o del fantasma di morte, o del fantasma di possessione, o del fantasma di padronanza.

Se qualcosa o qualcuno diventa fantasmaticamente l’agente del fantasma materno, ossia il rappresentante di qualcosa, contro questo qualcosa, ritenuto la causa, si appunta ogni rivendicazione, ogni protesta, ogni recriminazione, ogni vendetta. In questo contesto ogni cosa entra nel cerchio del personalismo, nell’idea di sé che deve essere mantenuta, se non addirittura difesa, protetta da quanto viene ritenuto attacco; anche dalla rimozione, quindi, che viene contrastata con l’omertà, con la reticenza e quant’altro. Dove aleggia il personalismo, diventa difficile instaurare dispositivi, perché l’idea di sé lo contrasta.

Il cibo, il nutrimento, l’alimentazione: in nessun caso si tratta della sostanza; e lo dimostrano gli alunni, coloro che si alimentano di ciò che li fa crescere. Il cibo è cibo intellettuale. Che non si contrappone a quello sostanziale, perché questo non esiste.

Il cibo di cui ci parla, per esempio, Niccolò Machiavelli, nel 1513, nella lettera del 10/12/1513.  a p.15, in cui raccontava la sua giornata e i dispositivi della sua giornata. All’inizio della giornata il primo dispositivo qual era?  – Un mio bosco, il taglio, due ore -; andava nel bosco a sorvegliare i tagliatori di piante del suo bosco, perché lui riteneva utile ascoltare questi tagliatori  – Perché hanno sempre qualche sciagura alle mane, o tra loro, o con i vicini  – hanno sempre qualche bega, qualcosa per cui prendersela con i vicini o fra loro, ascoltava i tagliatori e le loro beghe. Poi, dopo queste due ore, il secondo dispostivo:  – Sulla strada dell’osteria -. Dopo essere stato due ore nel bosco con i tagliatori, andava all’osteria e andando sulla strada verso l’osteria  – …Parlo con quelli che passano -. Non è che camminava a testa bassa, tirava dritto. No, parlava con quelli che incontrava, parlava  – Domando delle nuove dei paesi loro e intendo varie cose -. Mica stava lì tutto contegnoso; parlava e intende varie cose – Intendo varie cose et noto varie gusti et diverse fantasie d’uomini – . Ascoltava. Ascoltava l’oste, il mugnaio, il macellaio ecc. e poi arrivava all’osteria, e lì, terzo dispositivo: – Io mi ingaglioffo giocando a Tric e Trac e a Cricca – m’ingaglioffo –  E nascono mille contese et infiniti dispetti di parole iniuriose et il più delle volte si combatte per un quattrino – però veementemente, un dispositivo. Poi torna a casa, e lì il quarto dispositivo:  – Venuta la sera mi ritorno in casa e dentro nel mio scrittoio, et in sul l’uscio mi spoglio di quella veste cotidiana piena di fango e di loto, et mi metto panni reali e curiali, et vestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui uomini, dove da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio et che io nacqui per lui – cibo di cui si pasce, alla sera, entrando nelle corti degli antichi  – Dove io non mi vergogno parlare con loro – così come non si vergognava a giocare a Cricca, così come non si vergognava giocare all’osteria, così nemmeno si vergogna a entrare nelle antiche corti  – Et domandargli della ragione delle loro azioni, et quelli, per la loro umanità, mi rispondono, et non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte, tutto mi trasferisco in loro – .

Il cibo. Il cibo insostanziale, il cibo di cui Machiavelli si nutre, senza dicotomia, senza pesantezza, dove non c’è indigestione. Dunque, un cibo che interviene in questo processo di interlocuzione con questi antichi, a cui lui fa delle domande e a cui loro rispondono. Che fossero sedute spiritiche? No, era scrittura. La scrittura. La scrittura della sua giornata, la testimonianza di ciò che ha incontrato, trasposta con questa interlocuzione con gli antichi, che costituisce il cibo di cui si pasce a conclusione della giornata, avvalendosi di ciascun elemento della giornata, dove non c’è l’elemento propizio e l’elemento negativo, ma ciascun elemento si integra nel dispositivo della giornata, e che trae al valore della giornata, alla valorizzazione della giornata, dove non ci sono giornate sì e giornate no, ma ciascuna giornata la porta valorizzazione. Certo no va da sé, occorre l’instaurazione di questi dispositivi.

C’è chi dice “Questo cibo mi è indigesto” “Questo cibo mi fa male” “Questo cibo io non lo posso mangiare, perché poi sto male” . Questo mi fa bene e questo mi fa male. Questa demarcazione fra il bene e e il male, è una demarcazione che sorge con la nozione di sostanza, che interviene quando sorge l’idea di fondamento, idea che sorge quando viene applicata alla materia della parola la dicotomia, cioè quel taglio che divide le cose in positivo e negativo.

Se ciò che è inteso come cibo, assume il segno positivo o negativo, assume cioè la potenzialità di fare il bene o il male dell’Altro, allora questo cibo diventa il segno stesso e diventa la sostanza in grado di fare il bene o il male dell’Altro. Assumere “questo cibo”, che ha acquisito questa significazione, istituisce quella forma di cannibalismo che diciamo bianco, cannibalismo bianco, senza cioè vittima sacrificale, senza spargimento di sangue, che dà luogo al pasto di amore o al pasto di odio.

Il pasto di amore è la rappresentazione di una scena, di un luogo dove l’amore sia rappresentato, cioè dove ciò che avviene deve avvenire o essere fatto secondo un canone: e si tratta quindi della negazione dell’amore, è il pasto in assenza di amore; il pasto di odio è la rappresentazione di una scena senza tempo, di una scena che quindi riproduce un misfatto; è la rappresentazione di una riproducibilità e permanenza della colpa e della sua coscienza; è la scena in assenza di odio, cioè di tempo che invece irrompe, incalza, interviene; è il pasto senza odio, in questa precisa accezione. L’odio è l’indice che il tempo non finisce, è proprio su questa fantasmatica che sorgono molti problemi quanto agli studi, al lavoro, alle relazioni.L’odio è la proprietà del tempo che incalza. Non passa, non scorre, non finisce, ma irrompe, incalza.

Questo è l’odio originario. Ben lungi dalla rappresentazione che ne viene fatta nei termini della repulsione, o dell’adirarsi verso qualcuno. Così il pasto di odio è il pasto senza l’odio originario, il pasto che si trova nell’alternativa della sostanza, presa nella dicotomia. Quindi, dove all’amicizia deve corrispondere anche l’inimicizia, e l’amico rappresenta anche la sua altra faccia, il nemico. È il pasto in cui ognuno è disposto a credere nell’errore dell’Altro, quindi nella malevolenza dell’Altro, che deve trovare corrispondenza alla benevolenza, dove quindi ognuno si dispone a credersi vittima dell’Altro. E si alimenta di questa sua credenza.

Il cibo che assuma questa credenza, alimenta questa credenza e alimenta anche il vittimismo della presunta vittima. Allora, i cosiddetti “disturbi dell’alimentazione” quanto debbono al cannibalismo bianco? Al pasto di amore e al pasto di odio? Questo che adesso chiamiamo cannibalismo bianco si dispiega su due fronti: il naturalismo e il mentalismo, con due fantasmatiche che si presentano con la formula del ritorno alla natura o alle cose buone di una volta. Memoriae temporis acti.

La coscienza, ossia il sapere comune e il senso comune. Coscienza di colpa e senso di colpa assumono il sapere del negativo e del male, inteso come male attuale e male ereditario: la coscienza di colpa è il peccato attuale, il senso di colpa sarebbe il peccato originale.

Di cosa si tratta allora quanto all’erotismo? Semplicemente della presunta conoscenza del piacere e della sua presunta riproducibilità.

La questione del piacere si pone lì, dove qualcosa giunge al valore. L’effetto di questa valorizzazione è il piacere. Quindi di per sé non entra in una gamma dei piccoli o grandi piaceri, perché il piacere è piacere assoluto e sfugge alla significazione, e quindi anche alla classificazione. Quale piacere? Il piacere delle carne, il piacere dei sensi?

Questa è una classificazione banale, la questione è il piacere, che, peraltro, è imprevedibile. A un certo punto Freud si è cimentato nel saggio Oltre il principio del piacere, proprio perché, contrariamente a quanto il discorso comune può proporre, il piacere è imprevedibile; il piacere giunge pulsionalmente e sfugge al criterio di prevedibilità, di calcolabilità di possibilità, e quindi sovverte anche quella impostazione secondo cui le cose si farebbero per piacere, che, quindi, il fine delle cose, il fine del fare sarebbe il piacere.

Questa idealità per cui le cose si farebbero a fine di piacere, questo sarebbe l’erotismo, se esistesse. Se esistesse questo fine attribuito alle cose, attribuito a una eventualità programmatica, sarebbe l’erotismo, il quale si qualifica come ciò che ha come fine il piacere: l’erotismo. In questa accezione, quindi di cose che sarebbero amabili, piacevoli, ma, appunto, di quale piacere si tratterebbe? Di un piacere noto, di un piacere conosciuto, quindi si tratterebbe della soddisfazione, di un già stato, di un’idea che dovrebbe essere soddisfatta dalla sua riproducibilità, e qui sta proprio lo scacco dell’erotismo, che insegue il piacere noto e mai lo raggiunge.

Questo, poi, lo considereremo meglio per quanto attiene ai motivi per cui, invece, fiorisce una curiosità attorno all’erotismo, nonché il businnes, l’industria dell’erotismo, che insegue questo ipotetico piacere noto, e proprio per questo manca il piacere. Allora perché cibo e erotismo?

Questa è stata la proposta per questo incontro di Castelfranco, e l’abbiamo accolta perché offre degli spunti su vari temi che comportano elementi d’indagine sia attorno al cibo, alla fantasmatica che ruota attorno al cibo, sia attorno all’erotismo e alle fantasmatiche che gli ruotano attorno, e alla combinatoria che interessa entrambi questi significanti, tuttavia siamo ancora lontani, a questo punto, da qualificare come due tipi di piaceri, cioè sovrapporre il cibo al piacere. Già è indicativo di una certa idea del cibo, ma questa idea ci fa riflettere sul perché, come mai il cibo, spesso, sia accostato al piacere e soprattutto qual è la natura del cibo, di cosa si tratta quanto al cibo? La risposta può sembrare semplice: cibo è quello che mangiamo, quello che ci consente di nutrirci, di alimentarci, mangiare, bere quindi soddisfare la fame, la sete, e attorno a questa idea del cibo sono fioriti tanti modi di dire. Per esempio, c’è chi sostiene “Noi siamo quello che mangiamo” quindi ecco già un’idea di cannibalismo. “Noi siamo ciò che mangiamo”, siamo cioè la sostanza che introduciamo nel sacco, ecco l’idea del corpo come sacco, ecco l’idea di poter acquisire le proprietà, le virtù di quello che introduciamo, che era il motivo per cui il nemico morto veniva mangiato per incamerarne la forza, il valore, il coraggio, l’audacia.

La questione però parte un po’ più da lontano, cioè parte dalla parola, e dunque qual è il cibo nella parola. E nella parola non c’è sostanza, la parola si caratterizza per questo, per la sua insostanzialità, per la sua leggerezza con le sue virtù che fanno sì che ciascuna parola, ciascun termine, ciascuna cosa che viene designata possa qualificarsi e quindi non restare ontologica. Quando non c’è questa proprietà della parola, che è la proprietà del cibo in assenza di sostanza, quel cibo che costituisce nutrimento, alimento senza entrare nella mitologia della sostanza e in ciò che la caratterizza, c’è l’alternativa fra sostanza buona, positiva e sostanza nociva.

In questo ambiente dove vige il ricordo anziché l’atto con la sua ignoranza e quindi la necessità della disposizione a ciò che accade, vige l’erotismo. Che è appunto ciò che viene chiamato il comportamento: comportamento sessuale, comportamento alimentare, comportamento umano. L’atto è sostituito dal comportamento. E così può essere categorizzato, classificato: il comportamento dei giovani, degli adulti, degli anziani, delle donne. Come diceva in un’intervista questa notte con tutta l’accondiscendenza della giornalista che lo intervistava, l’esponente della società di alcoologia. Ci sono i giovani, gli adulti, gli anziani e le donne, come categoria a sé stante. E il comportamento si afferma in nome della cancellazione del nome e dell’immagine.

Così il sesso trascorre nell’erotismo, nella canonistica del comportamento, nella sua codifica all’interno dell’alternativa fra normalità e anormalità. L’apparato conformista è l’apparato erotico e l’anticonformismo ne è l’altra faccia.

E l’erotismo si fonda sulla presunzione di conoscere, di sapere già ciò che accadrà sulla scorta di ciò che è accaduto, in nome del ricordo e della ripetibilità dell’evento. E in nome della ripetibilità fiorisce il business della sostanza, droga o psicofarmaco che deve o può consentire di essere in forma di garantire la performance, di essere conforme al comportamento richiesto o presunto tale.

L’obbligo alla normalità, al conformismo o all’anticonformismo è l’obbligo all’erotismo. Tutto ciò in nome del piacere noto, di quel piacere che si deve rinnovare a comando, a piacimento, per soddisfare il fantasma di padronanza. La conferma della soggettività.

Il cibo si costituisce secondo il suo numero, nella particolarità, quindi nella combinatoria linguistica che esige l’infinito, e il tempo che introduce con il suo intervento la differenza assoluta.

Qual è la materia dell’amore? Cosa soddisfa l’amore?

Questa domanda, che per lo più risulta inquietante, è la domanda che ognuno si rivolge quando avverte la questione amorosa. Se la struttura dell’amore è atttraversata e intesa allora non fa paura, perché non entra nella rappresentazione di sé o dell’Altro, non entra nella rappresentazione del finalismo o della fine.

L’arte di questo secolo, raffinando l’orientamento della seconda metà del ‘900, sembra essere la dietetica. Non la cucina, come arte della combinatoria dell’alimento, dove si tratta del gusto, del sapore, della novità, anche della degustazione. La dietetica, come modalità del dosaggio e della depurazione della sostanza nociva. La dietetica, quindi, non già intesa come ciò che indica lo statuto intellettuale del nutrimento e del cibo, ma come ciò che rende ogni cosa divorabile o non divorabile, in quanto inscritta nell’alternativa fra rimedio o veleno.

Cosa mangiare? Farà bene o farà male?

E la dietetica come religione si divide fra pasto di amore e pasto di odio.

Su questa alternativa è sorta in occidente la ricerca sulle intolleranze alimentari. Anziché indagare sul dispositivo immunitario, come dispositivo intellettuale, che assicura la salute a ciascuno, oggi si preferisce l’etichetta di intollerante, distribuita a tutti, anche se ristretta a questa o a quella sostanza.

La dietetica si volge oggi in cannibalismo. Ogni pretesto è buono per consumare la sostanza. E il corpo stesso diventa sostanza, e mangiare è mangiare la sostanza che può anche venire rappresentata con il corpo, dell’Altro, morto.

La dietetica oggi si annuncia e si scrive come l’arte, la scienza, la religione del cannibalismo. Mangiare ciò che è simile.

Se l’amore diventa relazione interpersonale, “tu sei il mio amore”, o è presunto potersi rivolgere a un oggetto che ne diventerebbe il bersaglio, entra allora in una mitologia della quantificazione, del dosaggio, diventa cannibalico.

La questione dell’amore è la questione della vicenda della domanda, con particolare riferimento a un suo aspetto, a una sua virtù, cioè il dare. Non già l’essere, non già l’avere, ma il dare.

Non è la questione di fare per amore o di dare per amore, sarebbe ancora nel senso di un debito da estinguere. È l’amore a dare. È l’amore che dà. E non è prestabilito o conosciuto o già decidibile cosa sia dato. Ma, l’amore è contrassegnato dal dare. Il proverbio dell’amore è che l’amore dà quel che non ha e più ne dà e più ne ha.

La fame è di amore perché la domanda è custodita dall’amore, cioè l’amore è custode della pulsione.


 



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