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Il blog di Ruggero Chinaglia

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10Apr2015

La promessa della felicità e l’abuso di sostanze psicoattive

  • Di Ruggero Chinaglia
  • 2 Tag

Mercoledì 22 aprile 2015, alle ore 20,45, presso la Sala Polivalente del Consiglio di Quartiere 2 Nord, in Via Curzola, 15, Padova.

La promessa della felicità e l’abuso di sostanze psicoattive

Dibattito con

  • Ruggero Chinaglia, medico, cifrematico
  • Stefano Grigoletto, farmacista, assessore del Comune di Padova
  • Antonella Silvestrini, psicanalista
  • Fabrizio Stelluto, giornalista.

Cosa vuol dire “essere felici”? Come fare per essere felici? C’è chi non cerca la felicità, prima di tutto? E di cosa si tratta quanto alla felicità?

Da Epicuro a Seneca, da Siddhartha Gautama al Vangelo di Matteo, da Socrate alla Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, non c’è chi non invochi e auspichi la felicità, sfociando per lo più nella promessa che essa porrà fine alla sofferenza della condizione umana.

C’è chi anticamente ha situato la felicità nel risultato della “vita buona”, chi l’ha fatta derivare da una particolare disposizione dell’anima o dall’ascesi e chi la fa corrispondere al fine ultimo della vita, una volta liberati dalla paura della morte o di dio. Più modernamente, una certa impostazione scientista ha posto l’attenzione sulla psicologia della felicità, lasciando alle sensazioni individuali di definirla, ma arrivando quasi a prescriverla e suggerendo varie tecniche per conseguirla, ora come benessere ora come armonia tra il corpo e la mente. Ma, insomma, resta un’idea piuttosto astratta di cui però ognuno si sente di vantare il diritto.

La felicità è cercata nei luoghi e nelle circostanze più disparate e anche disperate facendo intervenire l’uso della droga, o il bere fino a stordirsi o l’abuso di psicofarmaci e di altre sostanze psicoattive per accaparrarsela.

Ogni rivendicazione, ogni protesta, ogni recriminazione sulla felicità sorge in nome di una presunta promessa ricevuta. Caratteristica comune al discorso politico, nelle sue varianti ideologiche, religiose, pedagogiche è la promessa di un avvenire migliore, con il miraggio della salvezza, del successo, del benessere, della liberazione, della guarigione, della catarsi, di una positività totale posta nell’avvenire. In breve, la promessa della felicità. E questo diventa utopicamente il fine della vita, nell’attesa della moratoria. Come fare per un’educazione alla felicità che faccia sì che essa non diventi pretesto e strumento di ricatto e di uso di presunti facilitatori?


 



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