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Lezioni di vita. L’arte, la poesia, la clinica

La libertà della parola

La libertà dell’arte, della poesia, della clinica

La libertà della parola è ciò con cui procede l’esperienza cifrematica. Il Secondo rinascimento, che è il rinascimento della parola e la sua industria, procede dalla libertà della parola.

Libertà della parola: niente di più lontano dalle rappresentazioni comuni e condivise della libertà che rientrano nelle finalità sociali e soggettive.

Il IX Festival della modernità dal titolo La libertà ha posto la questione della libertà e avanzato la proposta cifrematica dello statuto intellettuale della libertà: la libertà è della parola, solo così non può essere confiscata, perduta, conquistata, perché ciascun elemento è libero: così la logica, la procedura, l’esperienza. Che la libertà sia della parola comporta che non sia attribuibile a qualcuno la cui condotta possa quindi ispirarsi all’idea di potere essere libero oppure no. Questa alternativa è già come avere il cappio al collo e quindi sentire sempre su di sé il pericolo di morte, è come la spada di Damocle.

La prima conseguenza che si ricava dalla libertà come virtù della parola è quindi che non c’è alternativa alla libertà. E, proprio perché non c’è alternativa a essa, ciascuna cosa va in direzione del valore. E il valore esige la battaglia, il suo dispositivo. La battaglia, per essere combattuta, esige a sua volta la forza. Da dove viene la forza? Dalla libertà di ciascun elemento. La forza è la domanda in atto. Un modo per “darsi la morte”, seppure nella forma della morte bianca, è cedere rispetto alla libertà, cedere rispetto alla forza.

Il fraintendimento più comune è che si tratti di combattere per la libertà e che occorra impiegare la forza per raggiungere la libertà, ma senza la libertà non c’è nemmeno la forza. E la battaglia è per il valore.  E la salute è l’istanza del valore che instaura la battaglia.
La libertà è integrale, assoluta. Non è una cosa astratta o ideale: questa libertà s’instaura con la parola, quando cioè sia dissipata la credenza di essere soggetti, ossia entità sostanziali soggette alla morte. Se la parola originaria non si è instaurata, allora la libertà può essere relativizzata con la sua pluralizzazione. Ecco allora le libertà relative e la relativa graduatoria: quali sono le libertà importanti e quali quelle trascurabili? Chi lo decide?

Ecco l’idea delle libertà, ecco ognuno con la sua idea di libertà. Ecco i conflitti per le libertà. La libertà delle donne, la libertà degli omosessuali, la libertà di culto, la libertà di cura, la libertà di pensiero, ecc. Qui non si tratta più della libertà, ma del suo concetto, del suo fantasma, della sua relatività. È la libertà sottoposta all’idea della morte. È la libertà pensata dallo schiavo; è la libertà intesa come liberazione di qualcuno o da qualcosa. La libertà è estrema e assoluta. Non è un concetto ideale astratto.
La libertà della parola ha ben poco se non nulla da spartire con ciò che comunemente viene chiamato la libertà di parola. La libertà della parola non si limita all’eventualità di potere dire quel che si vuole, né è la possibilità di potere dire qualunque cosa o tutto. È chiaro che quando c’è chi s’imbatte in un regime in cui è vietata anche la più comune rappresentazione della libertà, come quella di dire, di scrivere se non ciò che è prescritto, può sembrare che la libertà di parola sia essenziale, ma di che si tratta? Di potere dire quel che si pensa? È una libertà ideale, apparente.

Qual è, allora, il contributo della cifrematica alla libertà?
 “La libertà è della parola”. Questa formula indica che la parola è libera: libera di qualificarsi, libera di divenire cifra. E non c’è più discorso comune, discorso di padronanza, discorso senza idioma.
Come indicano anche le testimonianze di chi si trova nella dissidenza in vari paesi del pianeta, il destino del pianeta è in assenza di algebra e di geometria della morte. Il destino del pianeta è senza ritorno, non è gravato dall’idea del ritorno all’origine, è quindi svincolato da ogni presunto ricordo dell’origine. Il destino del pianeta risente del modo intellettuale con cui ciascuno affronta l’occorrenza senza il predominio del fantasma di padronanza che è il risvolto del fantasma di morte. Allora, questa è la questione: la libertà, in quanto intellettuale, è la libertà della parola.

Occorre analizzare la proposta di Armando Verdiglione che la libertà è “virtù del principio della parola”, per le conseguenze di radicalità che introduce quanto al vivere, al suo modo, alla salute, alla riuscita. Se la libertà sta nel principio della parola, allora ciascuna cosa procede con la libertà e il suo destino è conseguenza del principio della parola, non viceversa.
La libertà come virtù del principio assolve la libertà da ogni debito morale, da ogni visione filosofica, politica o religiosa che la vuole ora attributo del soggetto, ora conquista del popolo o concessione del sovrano, ora dono di dio. È l’ideologia dell’affrancamento o del debito morale. L’idea della libertà elargita o della libertà da conquistare sono due varianti della libertà possibile, non più originaria. L’idea della conquista della libertà.

Armando Verdiglione, con la constatazione che la libertà sta nel principio della parola, assolve e dissipa il soggetto della libertà, ossia il soggetto schiavo che deve conquistare la libertà o che ha avuto dono della libertà, o il soggetto padrone che ha conquistato le sue libertà. Ma può sempre perderle.
La libertà originaria è senza padrone, senza padronanza, ma è anche senza valore e senza fine di bene. Proprio per questo, esige il dispositivo di parola come dispositivo di qualificazione e di valorizzazione. Da qui, dalla libertà originaria prendono avvio il progetto e il programma di vita.
Se, invece, la libertà è intesa come possibile, allora rientra nell’ambito della caducità umana e ognuno teme di perderla o che gli sia sottratta. È un modo di sottostare al fantasma di morte. Per l’uomo, ossia per il soggetto, l’esempio eminente di possibilità, cui cerca di porre rimedio con la padronanza, è la morte. Così, la libertà possibile è l’altra faccia del fantasma di morte, o, anche del fantasma di origine.

Ognuno pensa alla sua origine e si attrezza per il suo ritorno all’origine, per predisporre, nel migliore dei modi possibili, la sua buona morte, la sua eutanasia.
Tutto ciò nel segno della gestione del sapere sulla morte, come sulla libertà, entrambe intese come concetti, dove il concetto è lo strumento che dovrebbe consentire di saperne e soprattutto di gestirle e padroneggiarle. Nulla è più limitativo. Fare il catalogo delle libertà è già il modo di restringere la libertà a qualcosa di noto, di assodato, di prevedibile, di condiviso. È, appunto il concetto senza libertà.

La questione non è teoretica, è questione di vita o di morte. Solo se la libertà è virtù del principio, con il modo dell’apertura si avvia la domanda e con essa la forza. Quale battaglia senza la forza? Chi può vivere senza la forza? Questa forza è la forza della parola, non certo la forza del soggetto, che in quanto ispirato dalla termodinamica è soggetto alla scarica, soggetto che si scarica, soggetto all’esaurimento, nervoso e energetico. È la parola il dispositivo di forza di ciascuno.
Non si tratta di considerare la libertà un valore, né in sé, né in fieri. Il valore procede dalla libertà intellettuale, intesa come libertà della parola.

Il catalogo delle libertà è il catalogo delle libertà possibili. E fare della libertà una possibilità è già istituire la sua fine.
La libertà come possibile. La libertà come possibilità è la libertà biforcuta, è la libertà che può esserci e che può anche essere tolta. È la libertà di cui essere in debito e di cui essere grati al padrone. Togliere e restituire la libertà? Chi si vede tolta la libertà non è poi forse grato a chi gliela restituisce?

Chi crede nella libertà come possibile ha già, almeno in parte, accettato l’ipotesi di un regime di libertà limitata: il regime di soggetto alla libertà vigilata. È il regime del prigioniero a vita; del carcere a vita. Della vita come carcerazione.
Libertà di culto, libertà di stampa, libertà di pensiero, libertà di parola? O libertà  dal culto, dalla difficoltà, dall’ostacolo, dalla parola?

“Libertà di” è la libertà di scelta pensata dal fantasma di padronanza. Libertà di scegliere se fare o non fare, se vivere o morire. È la libertà mortifera. Abolisce il modo, la forza, la costrizione intellettuale, la forzatura dei talenti, l’occorrenza.
“Libertà da” è la libertà pensata dallo schiavo che aspira all’affrancamento, all’autonomia. Libertà civile, da esercitare con le limitazioni convenzionalmente stabilite dal compromesso delle soggettività. Libertà dell’uomo. Sembra molto civile convenire che “la mia libertà finisce dove comincia la tua”. Ma che libertà è questa? La libertà di esercitare il proprio comodo?

È proprio questo il concetto di libertà, che prende a modello la limitazione dell’abuso, del crimine originario istituendo il primato della vendetta, del torto, della possibile sopraffazione reciproca. Pertanto, per stabilire la difesa del soggetto debole o più debole, la “civiltà” sociale, o la società “civile” si premura di stabilire i limiti della libertà, partendo dall’idea di male, o meglio di soggetto malvagio. Libertà per amore. È la società di Caino e Abele i quali presumendo di avere un dio o un padre in comune devono ingraziarselo oppure come altra faccia, rivendicarne l’amore perduto.

E la società che ne deriva è la società dei soggetti che rivendicano la loro libertà: soggetti liberati o da liberare. Soggetti posseduti o soggetti plagiati. Comunque sia si tratta di soggetti a libertà limitata. I soggetti che praticano l’erotismo della libertà.
La libertà della parola è assoluta e senza soggetto: è la libertà indispensabile.


 



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