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La dissidenza intellettuale

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La dissidenza intellettuale

Dissidenza, idioma, logica particolare

Non c’è cosa che si opponga a un’altra, se ha la sua sede nella parola. È questa la dissidenza intellettuale: situare ciascuna cosa nella sua sede originaria. Questa sede è la parola con la sua logica, che è dissidenza in quanto è particolare a ciascuno. Secondo la logica, le cose si dispongono nella struttura che, temporale, esige ciascuna volta la qualifica. Ecco perché non c’è vocabolario di psicanalisi o di cifrematica e nemmeno vocabolario intellettuale. Impossibile avvalersi di chiavi di lettura, di significati preconfezionati da applicare in ogni caso.

Il vocabolario sarebbe la negazione del testo della dissidenza in una lingua morta. Mentre quel che si dice, urgendo di qualificarsi, nella dissidenza contribuisce a inventare il glossario e il dizionario, senza terminologia. Il glossario segue l’amore, il dizionario segue l’odio. Il riferimento a un gergo elude l’impegno e lo sforzo della ricerca, dell’arte e dell’invenzione linguistica, la tensione intellettuale della qualifica.

È una questione di narcisismo a imporre la precisione della parola: a essa segue la soddisfazione e il piacere. Con la precisione ciascuna cosa ha la sua sede intellettuale, che non è data una volta per tutte, ma segue la vicenda della parola. Dissidenza, idioma, logica particolare secondo cui la parola si rivolge alla cifra, senza luogo comune, senza consenso, senza dissenso.

La dissidenza intellettuale procede dalla solitudine, che è condizione dell’itinerario intellettuale e va in direzione della cifra. Quindi non è un viaggio verso la condivisione, verso la compartecipazione, verso la spartizione; né di un sapere, finalmente partecipabile, né di uno status, né di un essere, né di una situazione ideale, dove tutto vada da sé. La dissidenza intellettuale, cioè, incomincia dalla dissipazione delle mitologie ideali della vita facile, della vita finalmente assistita, dell’inquadramento, dell’automaticismo. Quindi incomincia dalla dissipazione, non magica, non automatica, ma acquisita attraverso i teoremi dell’analisi, della credenza nello psicofarmaco risolutore, nella liberazione, sia essa dalla castrazione, dal dolore, dalla morte. Incomincia dalla dissipazione della genealogia, cioè la credenza di essere nel filone della pre­destinazione.

La dissidenza intellettuale, consentendo di leggere gli avvenimenti in cui ciascuno s’imbatte, introduce alla vita originaria e alla qualità della vita.
La vita originaria è la vita senza origine, senza un’idea dell’origine localizzata nel mondo fantasmatico che è la base di ogni presunta predestinazione. Presumere che ciò che accade sia la conseguenza di una certa appartenenza o classe sociale, di una certa provenienza o rango familiare è già superstizione, è già predestinazione, è già farsi carico di una serie di problemi. C’è chi reagisce a questa superstizione con un’altra superstizione, e, cioè, ponendo in sé la propria origine: il self made man, l’uomo che si fa da sé, che si è fatto da sé, che nega in modo naturalistico la parola e il suo itinerario.
“Non so cosa dire”, “Non ho niente da dire”, “Sono fatto/a così”.

In quanti modi le cose si dicono? E quante chance hanno dicendosi di non venire convertite nella lingua comune?
C’è chi afferma che essere normali è la massima aspirazione. Ma davvero la normalità può essere un’aspirazione? La normalità riassume in sé l’assenza di amore e l’assenza di odio; l’assenza di dissidenza; a questo segue l’assenza di clinica e l’indifferenza alla cifra. Ovvero l’indifferenza alla vita.

Malcelata questa indifferenza nella formulazione: “Non si può scoprire l’inconscio.” E l’indifferenza, come indica il caso di Esaù, viene dal lasciarsi andare al fantasma di mortalità. Dalla paura della mortalità che diventa accondiscendenza alla mortalità e alle sue presunte prescrizioni. C’è chi se ne accorge e combatte la sua battaglia intellettuale, chi se ne accorge e non combatte la battaglia e chi fa come se non se ne accorgesse.
Ma chi può veramente astenersi dal domandarsi, giorno per giorno: “A che punto mi trovo del mio progetto? della mia vita?”.

A che punto. Qual è l’oggetto. Qual’è la causa.
Differente dal chiedersi quale sia l’origine e che cosa dovrebbe cambiare per consentire l’attuazione del progetto ideale.

Ora noi siamo a questo punto e ce lo chiediamo, in un processo di astrazione che ci consente di non impastoiarci nelle trappole della credenza, di non ani­malizzarci nella morale vigente. Di non chiuderci nella debole fortezza dell’autonomia.
Con questo laboratorio si formula una scommessa intellettuale per alcuni, che è scommessa di vita. Questa scommessa si formula sul terreno della parola, sul terreno della nominazione e non può quindi prescindere dalla logica della parola nel dal nome di chi a questo ha dato e dà un contributo essenziale.

I nomi sono tanti, ma, in particolare non può prescindere dal nome Armando Verdiglione. Dal nome e dalla scrittura, quindi dai testi e dall’elaborazione. Per una ulteriore elaborazione, per il proseguimento che per ciascuno può avvenire dell’esperienza della parola originaria.


 



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