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La carità

/Non c'è più male

Padova. Sala Polivalente alla Guizza, L’analisi

La carità

Non c’è più male

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli,
 ma non avessi la carità, 
sarei un bronzo risonante o un cembalo squillante. Se avessi il dono della profezia 
e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza 
e avessi tutta la fede in modo da spostare le montagne, 
ma non avessi la carità, 
non sarei nulla. Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri,
 se dessi il mio corpo per essere arso, 
e non avessi la carità, 
non mi gioverebbe a nulla. La carità è paziente, 
è benigna la carità; la carità non invidia, non si vanta, 
non si gonfia, non manca di rispetto, 
non cerca il proprio interesse, non si adira, 
non tiene conto del male ricevuto, 
ma si compiace della verità; tutto tollera, tutto crede, 
tutto spera, tutto sopporta. La carità non verrà mai meno.

Paolo, Prima lettera ai Corinzi, 13,1-13

Il soggetto agente tenta d’imporre la presa sulla parola per potersi riconoscere, con i propri presunti meriti e presunti difetti. Ognuno ammette i propri difetti per garantirsi la giustificazione degli errori intesi come errori morali; l’errore viene ritenuto non già errore di calcolo, che richiede quindi l’analisi per intendere quale combinatoria sia intervenuta per produrre l’errore, ma errore morale, errore volontario, segno della possessione del male, errore che richiede quindi l’applicazione della pena per essere espiato e purificato. La pena purificante assicura la presa sulla parola e sul soggetto finalmente salvato. Ognuno chiede la pena.

Dove sta il male? Chi fa il male? Chi è abitato dal male? Quali sono i segni del male? Questi sono alcuni degli interrogativi che concorrono a istituire la caccia all’animale fantastico, che diventa caccia alla strega, appunto la posseduta dal demonio o caccia alla malattia mentale, o alla malattia morale. Tolto lo spirito costruttivo, la celebrazione della negatività volge la ricerca nella caccia al negativo, al segno del negativo. E ognuno allora vuole evitare  il male e individuarlo, localizzarlo, riconoscerlo nell’Altro.

Così l’Altro è espunto, tolto e ognuno diventa cacciatore, liberatore, salvatore, purificatore. La demagogia poggia sulla moralizzazione dell’Altro, sulla legalizzazione dell’Altro, in nome dell’Altro ideale, cioè puro, senza macchia, che appunto in nome della macchia, dell’impurità diventa il modello e la misura dell’azione da fare. E ognuno diventa così agente della vendetta ideale: la vendetta per tutti, la vendetta per ognuno, in nome della giustizia e della verità ideali. O la liberazione.

Senza il proseguimento, non può instaurarsi il modo: così, in “ogni modo” si reperirebbe il segno del negativo, il segno del male, il segno dell’impossibilità. E ognuno invoca l’origine come giustificazione e invoca un salvatore, un messia agente che possa salvare dalla fine incombente.
Ognuno che delega attende il messia salvatore, senza accorgersi che il messia è l’istanza stessa dell’avvenire. Negare il messia è negare l’avvenire o rappresentarlo come minaccia.

Nella negazione dell’avvenire, che segue alla negazione del proseguimento, ognuno è spettatore; ognuno è in balia del padrone rappresentato in ogni altro che assuma qualsiasi iniziativa, fosse anche in direzione della morte. “Ma io credevo…”, la giustificazione sancisce l’abolizione della parola, introducendo l’idea agente. Chi si giustifica si rafforza nell’idea soggettiva di sé. È chiaro che credeva qualcosa, il soggetto crede sempre in qualcosa, ma anziché riproporre la credenza, l’analisi punta a dissiparla, a introdurre la parola, il dispositivo.

L’invito è anche invito al banchetto di parola, ma se la parola è tolta allora si pone la rappresentazione del pasto di odio o del pasto di amore. Due modi del cannibalismo, in assenza di parola. Come pensare l’invito, il banchetto, l’assemblea, l’avvenimento e l’evento senza la vendita? Sarebbe il convitto sociale, l’adunanza commemorativa, la celebrazione del passato, senza che qualcosa punti alla valorizzazione e quindi alla vendita. La parola tende alla vendita, perché tende al valore, alla sua cifra.

Per il soggetto agente importa quindi l’azione ideale, il bene ideale da propugnare, da promettere, da propagandare, per risanare, per salvare, per difendere: così il soggetto ideale protesta, rivendica, inveisce, minaccia, ma cosa propone? Quali dispositivi istituisce, quali proposte indica come programma? Il soggetto agente si rappresenta nel pazzo: il soggetto che crede di potere fare ciò che vuole, senza norme, senza regole, senza motivi, senza criteri, senza l’ordine, senza programma e senza progetto. Senza  il compito, senza la missione.

Il pazzo, il soggetto agente, l’homo naturalis, cosa propongono? La vita come zoologia, nell’anfibologia dell’animale, dell’homo naturalis, che quindi può tendere al bene ma può anche tendere al male, anzi deve evitare il male, deve evitare, controllare la bestia che cova dentro di sé. Deve contenere i bassi istinti e tendere in alto ai nobili ideali di bene. “In alto”, “in basso”, non sono alto/basso, non sono il modo insituabile del due, cioè la relazione originaria. In alto o in basso costituiscono la rappresentazione spaziale della dicotomia con cui sorge la morale. E con essa la ratio naturalis, una presunta ragione naturale che sarebbe propria della bestia che cova dentro ognuno e che potrebbe venire liberata se….
La rappresentazione dell’alto e del basso, del bene e del male può istituirsi in assenza della carità.

San Paolo tesse l’elogio della carità e la indica come la virtù più preziosa, ma questo suo elogio ha favorito un’accezione di carità  come attributo personale e soggettivo che è sfociato addirittura nella significazione dell’altruismo, cioè nell’espunzione dell’Altro. Ne ha consentito la rappresentazione nell’elemosina, nell’elargizione, nel soccorso, fino all’assistenzialismo.
Eppure il detto 14 di San Tommaso dice: Gesù disse loro: “Se voi digiunate, cadrete in errore per vostra colpa, e se voi pregate, sarete condannati, e se farete l’elemosina, farete del male al vostro Spirito, e se entrate in qualche paese o percorrete qualche regione, se qualcuno vi ospita, mangiate pure ciò che vi mettono davanti e curate quelli fra loro che sono malati perché quello che entrerà nella vostra bocca non vi può contaminare, ma ciò che esce dalla vostra bocca vi contamina!”

San Paolo e la teologia successiva ne fanno una proposta religiosa, cioè una proposta che mette in alternativa il bene e il male, una proposta che sancisce la dicotomia e quindi la funzione salvifica della carità. Questo è favorito dal fatto che la carità viene accostata all’amore; alcuni traducono appunto agape con carità; agape ossia l’amore fraterno, l’amore disinteressato, la benevolenza. E così veniva chiamato il banchetto di ringraziamento dei primi cristiani.

Armando Verdiglione e la cifrematica, avanzano invece una proposta differente che situa la carità nella parola, come una virtù intoglibile e non come virtù possibile. Senza negativa.
Non virtù di qualcuno, non proprietà di qualcuno, esercitabile da qualcuno: una virtù originaria, una virtù del tempo. Una virtù che enuncia un teorema: non c’è più male, non c’è più male dell’Altro.

Situandolo come teorema non ne fa una virtù ontologica, ma una conquista dell’itinerario, una conquista intellettuale. Con la carità è sospesa, anzi dissipata la caccia al male dell’Altro, la caccia al segno del male come giustificazione inerziale alla paura, all’astensionismo, al menefreghismo.

Ma, San Paolo dice qualcosa di molto interessante, tuttavia, e cioè che “la carità si compiace, gioisce della verità”. Accosta quindi la verità alla carità. E alla tolleranza e all’immunità. Quindi propone a suo modo un’adiacenza, una prossimità al tempo e alla sua proprietà di cifrare. Il tempo è cifrante, il tempo cifra. È il tempo a cifrare, è il tempo con il suo intervento che consente la cifratura di ciascuna cosa. E quindi la carità in questa accezione di teorema che non c’è più male dell’Altro, è indispensabile alla poesia, all’arte, alla scienza, alla cultura. È indispensabile all’impresa. È indispensabile alla civiltà.

La credenza nel male come possibile, è la credenza nel male dell’Altro. È la credenza cioè che l’incontro possa andare male, sortire il male, che le cose possano andare male. L’Altro è la struttura del fare, è sogno e dimenticanza, quindi l’attribuzione del male all’Altro è l’attribuzione del male a ogni cosa. È il male come possibile che incombe su ogni uomo: questa attribuzione quindi produce la paura e la giustifica. L’assenza di carità giustifica la credenza nella natura bestiale dell’uomo, giustifica la credenza nei bassi istinti, giustifica la credenza che ogni altra differenza sia un pericolo.

Senza carità come potere giungere alla riuscita? Come ciascuno può pretendere da sé lo sforzo assoluto per il compimento e la conclusione delle cose?
Non è una dotazione rinunciabile la carità, ma appunto nessuno la può procurare o attribuirsela senza l’analisi, senza l’esperienza del tempo che non finisce  e quindi non passa e non scorre. La battaglia per la salute, la battaglia da cui dipende la riuscita, la battaglia che istituisce la giornata come dispositivo intellettuale per la ricerca e l’impresa esige la carità, senza cui non può instaurarsi la scommessa sull’intelligenza, la scommessa sulla riuscita.


 



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