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Lezioni di vita. L’arte, la poesia, la clinica

L’ira

L’ira, dunque. La libertà della parola. Ogni idea di libertà personale è una limitazione della libertà originaria. Il soggetto della libertà è il soggetto della vendetta, della rivendicazione, della recriminazione, del risentimento.

C’è una costellazione di termini che ruota attorno all’ira: cruccio, rabbia, collera, furore . Ma anche lamentosità, amarezza, arroganza, sarcasmo, broncio, astio. Fino allo sdegno e all’odio.
Collera: strettamente connessa alla vendetta. Nella rabbia prevarrebbe l’impeto, l’azione violenta, la furia. Paragone con l’animale.
Dell’ira l’antichità aveva creato anche le divinità: le Furie, o Erinni; le Arpie, le cagne alate che portavano la vendetta degli dei.

Per Virgilio le Erinni erano tre: Tisifone (la Vendetta), Megera (l’Odio), Alletto (il Furore). Erano le dee vendicatrici dei delitti contro la famiglia e la società: personificavano il rimorso e la maledizione. Accanto alle Erinni le Eumenidi. Indici entrambe della dicotomia applicata all’apertura.

L’attribuzione dell’ira a dio o al soggetto sono due modi di rappresentarsi la vendetta per giusta causa o per causa ingiusta. Dies irae, l’ira di dio, l’ira delle Erinni.
Il sistema della vendetta poggia sull’amministrazione della colpa e della pena. La buona coscienza deve essere inserita nel sistema della vendetta.
La rappresentazione dell’ira la pone in connessione con la punizione, con la vendetta per il torto subito o per la violenza subita, torto e violenza veri o presunti.

L’ira, quindi. Con soggetto o senza soggetto?
Il soggetto dell’ira è l’animale fantastico che, tolta l’apertura, tolta l’ironia, tolta, quindi, la questione aperta si fa vendicatore, l’esponente della giustizia distributiva, l’esponente della vendetta. Il soggetto che agisce in nome del bene da rifondare o in nome del male da rendere, da restituire. Soggetto quindi anche del debito.
Ma, in assenza di soggetto? L’ira senza soggetto irato, iroso, iracondo trae per un aspetto verso lo sdegno, per un altro verso l’odio.

Lo sdegno come hybris, come audacia, come provocazione. In questa accezione si tratta di una proprietà del sembiante: l’audacia come condizione del viaggio; ciò per cui il viaggio non può attendere.
Sdegno che nulla a che vedere con il disprezzo. Sdegno che procede dalla dignità: la condizione per cui le cose si dicono. Ciascuna cosa è degna di dirsi e, per questo, non è mai detta. Il libro di Marek Halter, La mia ira, ruota attorno a questa accezione di ira: l’ira che ciascun giorno induce a dire, a fare, a lottare. Provoca al viaggio senza attesa e senza rimando. Per la pulsione di qualità.

Ma, accanto allo sdegno, l’ira trae anche verso l’odio: virtù del tempo. L’odio quale incalzare delle cose, quale condizione del ritmo; l’odio grazie a cui il viaggio è senza ritorno: non c’è reversione del tempo.
Una rabbia di bambino di André Glucksmann, ruota forse più attorno all’odio.
In entrambi i casi si tratta di due bellissimi libri, da leggere, che illustrano come la scrittura proceda in assenza di soggetto dell’ira e della rabbia.



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