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L’analisi

Il corpo

Costruzione, restauro, restituzione

L’idea di rinascita è diretta conseguenza dell’idea di mortalità e di morte. Così, la rinascita, la rigenerazione, il ritorno negano l’originarietà dell’atto, la sua irripetibilità, la sua cifratura, ossia la sua qualità. L’atto è linguistico, perciò è originario, senza rimedio, senza ritocco, senza l’idea di fine da cui potere ritornare. Il viaggio all’Ade e il suo ritorno restano un’idea romantica, nostalgica dell’attaccamento alle cose in quanto passate. Ma nulla passa, tanto meno il tempo, che quindi non finisce. E il restauro non è una rigenerazione o una rinascita, è una restituzione in qualità di ciò che non c’era prima e non c’è mai stato. È restituzione che esige la firma come scrittura dell’autorità, dell’autenticità da cui la qualità procede. Il restauro non è il ritorno allo stato precedente, non è il ripristino di qualcosa, è la costruzione di qualcosa che non c’era. È restituzione di ciò che non si è e di ciò che non si ha.

Per ciascuno si tratta della costruzione, del restauro, della restituzione di ciò che ha ricevuto, in termini di civiltà. La critica, la denigrazione, la degradazione di ciò che non sarebbe conforme all’idealità risulta un inno al canone, a un mondo ideale di cui farsi agente, senza intervenire con i talenti, con i dispositivi che il caso esige. C’è chi si dilunga e si gonfia nell’elencazione e nella classificazione dei mali del tempo: e non si accorge che si trova nel posto della demonizzazione che trova nello psichiatra il suo campione.

Come vivere, se la vita è la parola che diviene secondo la sua logica? Ognuno si rappresenta la parola come un caso particolare di citazione, in cui per un momento avverrebbe una sospensione temporanea delle leggi della termodinamica e della gravitazione universale, che però non mettono in discussione la stabilità del sistema di cielo, di terra, di mare, il punto di vista, “la propria idea”, “il proprio modo” di essere e di vivere. La citazione è invito, è domanda, non è una delega. Chi lo ritenesse si troverebbe in un contropiede o in un contrappasso.

“L’agente”, dice Thomas Szasz, “è sempre agente morale”, ossia s’inscrive in una logia, in un discorso, in un sistema di riferimento di cui si fa esponente o rappresentante. E la psichiatria, dice Szasz, è un esempio eminente dell’agente morale. Esso sorge a tutela, a difesa del presunto debole minacciato, dell’ordine costituito ritenuto minacciato, della quiete sociale supposta minacciata.
La minaccia, in assenza di rimozione, diventa reale e quindi terrifica, terroristica. Ognuno si rappresenta come pensante e si offende se non si vede riconosciuta questa caratteristica; ma il pensante, il soggetto pensante è già dell’ordine dell’agente, del soggetto che agisce secondo morale, ossia secondo coscienza. E non è questo l’invito rivolto da ogni osservante a ogni ossequiente? Che già sono il supporto di ogni trasgressione ritenuta possibile. In nome del conformismo o della ribellione.
La gnosi è un modo per istituire l’agente come garante, espellendo quindi la parola e la sua condizione, il sembiante. Il punto che non è mai di vista. Non è mai spaziale.

La restituzione si avvale della combinazione e della combinatoria.
Nel gerundio della parola, nel gerundio della lingua sta l’attuale della combinazione e del suo dispositivo.
Così il corpo esige la lingua come sua sede. Senza la lingua, senza la parola, il corpo è mortificato nella sua rappresentazione spaziale e ognuno se lo rappresenta secondo la propria rappresentazione dell’origine e del destino, a sua immagine. Il corpo diventa così forma della soggettività.

Se pensato, il corpo diventa segno della possibilità anfibologica o dicotomica. Corpo perfetto o corpo imperfetto. Ma qual è il corpo della perfezione? Per la medicina è il corpo morto: corpo osservabile, studiabile, corpo figurabile e paragonabile, confrontabile rispetto a un modello.

Corpo in frammenti, corpo che si spezza, corpo che si taglia, corpo sofferente… In quanti modi ognuno può rappresentarsi il corpo per giustificarsi. E il corpo diventa allora il rappresentante di ciò che non va. Il corpo ideale ha la sua altra faccia nel corpo corruttibile, nel corpo imperfetto, nel corpo che diventa mezzo e strumento del peccato o dell’incesto.
Dato che verginità, carità e grazia non sono proprietà soggettive ma virtù del tempo, qual è il corpo che non intervenga per togliere al tempo queste sue virtù?

L’idea di avere un corpo comporta che l’Altro diventa il giudice della dicotomia bello o brutto, grasso o magro, sano o malato, alto o basso, ecc. Di chi è il corpo di cui s’imbarazza l’isteria? E l’imbarazzo non è tolto dall’idea di poterlo padroneggiare asserendone il possesso. “Il corpo è mio e lo gestisco io”, recitava uno slogan degli anni ’70. Ma l’insistenza dell’idea di attribuire un padrone al corpo è l’indice della sua impossibilità.

In quanti modi si è cercato di rappresentare il corpo: corpo celeste, il corpo del reato, il corpo morto, il corpo spirituale, il corpo delle leggi, il corpo sociale, il corpo mistico, il corpo estraneo; corpo strumento, il corpo nello spazio, il corpo della percezione, il corpo organismo, il corpo organico, il corpo astrale, la corporazione…

Ma il corpo esige la combinazione e non va senza la scena. Corpo e scena, il cielo della parola. L’apertura. Il corpo è parte integrante dell’apertura della parola, non è il supporto della fisicità.
Occorre distinguere il corpo dal soma e dal cadavere. Il corpo non appartiene alla costellazione del somatico, ma alla costellazione della relazione originaria. Corpo e scena. Il due. Giuntura e separazione, Simmetria e asimmetria.

Il corpo è in combinazione con la scena, è combinazione, altrimenti vi si applica la dicotomia e diventa in contrapposizione, per esempio la più in voga è quella fra corpo e mente: corpo dominato dalla mente, che deve sottostare ai dettati della mente. Il corpo come rappresentante e supporto dell’incapace e dell’irresponsabile se non è abitato e diretto dalla mente. Sarebbe quindi il corpo morto, il corpo animato, il corpo burattino, bambola, fantoccio.

E allora ognuno cerca del corpo la salvezza o la perfezione.
La perfezione, per quel discorso che applica la geometria del tempo e quindi si rivolge all’ultimo atto, all’ultimo gesto, si compie nell’ultima volta. Questo è il messaggio che viene dal film Il cigno nero, di Darren Aronofsky, che è valso l’Oscar a Natalie Portman. La perfezione se è attribuita al corpo diventa il segno della fine del tempo. E si rappresenta come l’ultima volta.

Il corpo dell’alternativa: sessuale/asessuato, magro o grasso, desiderato/disprezzato, salvo o perduto.
Attorno a queste rappresentazioni del corpo e a altre ancora è sorta la mitologia della malattia mentale.


 



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