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La dizione

Nella dizione, come procedura temporale della parola, le cose si dicono. Che le cose si dicano indica che non c’è chi possa dire le cose, le parole. Non c’è l’agente del dire. Il dire non è soggettivo, non segue né l’intenzione né la volontà.
Che le cose si dicano è qualcosa che segue all’analisi, alla sua teorematica e alla sua assiomatica. Qualcosa si dice. La questione del dire è l’originario. Se qualcosa si dice la chance dell’originario c’è.
Coniugare il dire nella forma “Io dico”, “Io dico che…”, “Io dico la tal cosa”, già toglie l’originario a favore dell’ipse dixit, del soggetto dicente, del soggetto parlante: ecco allora il “grillo parlante”, nelle sue varie rappresentazioni, dal saccente all’arrogante, come soggetto che dice o vuole dire la verità.

Il dire è impersonale, è senza padronanza e senza padroneggiamento, senza presa sulla parola: il dire è condizione dell’ascolto. Che le cose si dicano ammette e esige l’ascolto. Se Tizio è presunto dire, l’apparato soggettivista nega e impedisce l’ascolto, perché sottopone l’ascolto al sapere. “So/non so cosa dico, cosa dire”; “So bene cosa ho detto!”.
L’esperienza della parola introduce invece la constatazione che quel che si dice non è mai detto, non si converte né si traduce nel detto.
Dicendosi, le cose entrano in una procedura speciale, una procedura temporale: entrano nella dizione originaria. Non la dizione come grammatica fonetica, non come fonematica, dove si tratta della pronuncia corretta, ma la dizione come ciò in cui è attiva l’annunciazione e sono in atto il processo di qualificazione e di valorizzazione.
Se il dire è l’“imbocco” dell’originario, il fare è il pragma, la struttura dell’Altro; è la struttura di una delle logiche singolari triali, la logica funzionale, che rende impossibile ridurre la parola al discorso aristotelico o platonico, cioè al discorso di padronanza. La struttura dell’Altro è il sogno e la dimenticanza: nomi e significanti che differiscono e nomi e significanti che variano; tra la sintassi e la frase. Per sapere ciò che si dice occorre avere capito, avere ascoltato, avere inteso. Occorre il dire. Non è una cosa preventiva, ma che segue. Capire, ascoltare, intendere seguono al dire e alla sua procedura temporale. Un conto è volere dire e un altro conto è ciò che si dice.

Chi vuole contrastare l’effettualità della parola, i suoi modi si trova nel fantasma di padronanza; spesso si trova in una fantasmatica di prestanza, nell’idea che la sua forza sta nel contrastare il tempo e gli effetti, sta nel mantenere l’ontologia del suo sapere, la linea che collega il suo sapere al suo destino, nel mantenere la rotta ideologica senza la bussola e senza il cervello, senza l’istanza di qualità e senza il dispositivo intellettuale. Chi, invece,  si trova in un controsenso per via di un lapsus, non ha torto; chi si trova sbalzato in un altro sapere per via degli effetti di differenza della ripetizione dei significanti, è nell’esperienza di parola.

Allora, fra il dire e il fare sta la divisione, il tempo che interviene parlando. Divisione non algebrica né geometrica: divisione non dicotomica, cui segue l’annunciazione, la struttura, la memoria, la scrittura, la cifratura.
E ciascun elemento che interviene disponendosi nella dizione partecipa alla valutazione. In direzione della cifra per via della clinica.

E come non c’è il soggetto del dire, non c’è nemmeno il soggetto dell’ascolto. L’ascolto è un’effettualità nel viaggio. Senza agente. L’ascolto partecipa alla clinica. È clinico ciò che nell’intervallo fra la legge e l’etica va in direzione della qualità. Possiamo dire che la clinica è ciò che sta agli antipodi della classificazione dei beni e dei mali.

Talvolta inauguro una conversazione dicendo: “Ascolto”. Non si tratta della coniugazione nel senso di “Io ascolto”, ma di un appello, di un’esortazione a che vi sia ascolto. Seguendo al prendere posto nella parola. Posto raffigurato dal divano.
Con la clinica il frutto dell’analisi si dirige alla cifra. Con la clinica si precisano le proprietà di ciò che s’incontra nel viaggio fino a farne i cifremi del viaggio. Ciascuna cosa, senza più ontologia, senza più fantasma di padronanza, può divenire cifrema.
Si tratta dello statuto intellettuale di ciascuna cosa.
Come qualificare nel viaggio intellettuale, per esempio, lo statuto di medico, d’insegnante, di scrittore, d’imprenditore, di avvocato, d’ingegnere, di architetto, di art ambassador, di maestro, di allievo, di pittore, di artista, d’inventore, di fondatore, di leader, di cifratore, di cifrante, di cifrematico, di psicanalista, di redattore, di editore? Come qualcuno, o ciascuno di questi o altri statuti ancora divengono i cifremi del viaggio? E quando? Per quali vicende? Per quale domanda? Nel viaggio, nella testimonianza, facendo, dicendo, scrivendo il cifrema è il frutto della qualificazione e si dispone. E l’itinerario procede con la soddisfazione che segue alla qualità.

Ma tutto ciò esige l’impersonale, nell’aritmetica, secondo il suo numero.
L’impersonale segue all’umiltà, alla generosità, all’indulgenza. Senza l’impersonale non s’instaura il singolare-triale. E allora ogni cosa deve rientrare nel discorso politico, con l’apparente esigenza di condivisione: la condivisione è l’appello che il politico rivolge ai soggetti, al colmo della psicotizzazione sociale. Al colmo, cioè, del costituirsi personaggio, da parte di ognuno.
Il personaggio. Di che si tratta? Con o senza maschera? Personaggio, anche ruolo sociale per chi si crede ontologicamente tale. Il personaggio è la creazione fantastica che si erige sulla finitezza, sull’idea di finito e di fine. Ecco allora ognuno personaggio della “sua” storia familiare, personaggio della sua origine, della sua predestinazione. Ognuno con la sua idea di fine, di mortalità, di malattia: il padre morto, pazzo, debole, amabile, odioso, come pure il figlio pazzo, mostro, morto, aborto. Così ogni cosa deve rappresentarsi con le caratteristiche del padre, del figlio, dell’Altro rappresentato, cioè negato. Procedendo dal principio di origine come principio di morte. E via con il treno dei ricordi che dovrebbero giustificare l’ontologia soggettiva di ognuno. Anche per via di diniego, soprattutto per via di diniego.
“Ognuno” si fa personaggio della famiglia presunta propria, della famiglia presunta di origine. E si fa segno della famiglia, della società, del padre, del figlio, si fa Altro rappresentato dal suo presunto male. Il male dell’Altro come male sociale, mondiale. Il personaggio agisce sulla scena della spazialità. In assenza di tempo. Transitivizza l’amore e l’odio.
Nel discorso di padronanza la maschera dovrebbe contrassegnare il personaggio che finalmente acquisisce la sua stabilità.
Il dibattito filosofico a proposito della persona si è arenato sull’identità fra persona e uomo facendo della persona la persona umana. Un altro nome del soggetto. Al più trovando la sua anfibologia fra l’umano e il divino.
Che ne è della persona senza riconduzione all’umano?

Persona, in latino traduce l’italiano maschera. Dal greco prosopon al latino persona trascorre lo statuto della maschera inteso come l’impadroneggiabile dell’immagine: ciò che va in direzione del visibile ma non si giunge mai a vedere, e l’impadroneggiabile della voce. Intanto dal greco al latino la maschera indica tanto la dimensione di sembianza, tanto la dimensione di linguaggio. Personare, rimbombare; la voce altisonante, la voce come condizione dell’ascolto, ma non per la sua intensità.

L’ideologia della persona ha trovato la sua apoteosi nella credenza nella personalità, fino a farne insegnamento universitario. E non c’è perito della soggettività e delle malevolenze umane che non vi faccia appello, per indicare che il fine di bene è salvo.
Ippocrate distingueva fra personalità collerica, malinconica, flemmatica, sanguigna. La personalità è il nucleo delle differenze individuali nella molteplicità dei contesti in cui la condotta umana si sviluppa. Tensione fra fattori innati, educativi e ambientali.
Senza più personalità ciascuno è lo statuto intellettuale che esige l’insegnamento e la formazione che procedono dalla parola.


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